Dopo il sopralluogo gli inquirenti e Stefano Mele rientrano in caserma  presso Lastra a Signa dove il Mele viene sottoposto ad un nuovo interrogatorio, questa volta dopo avergli contestato l’accusa di essere l’assassino della moglie Barbara Locci. All’interrogatorio soprassiedono il Maresciallo Maggiore Filippo Funari, il Brigadiere Gerardo Mattassino e il Tenente Olinto dell’Amico.

Trascrizione dei verbali ad opera di Frank Powerful. http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/2019/

Secondo interrogatorio ore 21.30

Verbale di interrogatorio e confessione

Legione territoriale carabinieri di Firenze gruppo di Firenze – reparto operativo nucleo investigativo

Processo verbale di interrogatorio di Mele Stefano di Palmerio e fu Murgia Pietrino, nato a Fordongianus il 13 gennaio 1919 (…) Coniugato, manovale muratore.

L’anno 1968, addì 23 del mese di agosto, in Lastra a Signa Ufficio stazione carabinieri, alle ore 21:30.

Avanti a noi sottoscritti, ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria sottoscritti è presente Mele Stefano, al quale prima di iniziare l’interrogatorio rendiamo noto:

  • Lei è imputato di duplice omicidio, reato commesso in località Castelletti di Signa in danno di Lo Bianco Antonio e LOCCI BARBARA, consumato nella notte dal 21 al 22 agosto 1968. Al momento non intendo nominare un difensore di fiducia.
  • Avvalendosi delle disposizioni vigenti lei può non rispondere alle domande che gli saranno rivolte.

A questo punto l’imputato, opportunamente interrogato, spontaneamente dichiara:

Stefano Mele: Il giorno 21 agosto 1968, era mercoledì, al mattino mi recai puntualmente al mio consueto lavoro di manovale muratore in località Santa Lucia frazione di Lastra a Signa, feci ritorno a casa mia verso le 12:00 per il pranzo, dopo di che accusai disturbi allo stomaco e rimasi in casa senza tornare al lavoro. Verso le ore 15:30 dello stesso giorno venne a casa mia a tale Lo Bianco Antonio a me noto come Enrico e mentre questi si trovava nella mia abitazione giunse anche tale Cutrona Carmelo a me noto con il nome di Virgilio. Costoro si incontrarono. Però verso le ore 16:30 il Lo Bianco se ne andò e dopo circa un’ora se ne andò anche il Virgilio. Mia moglie Barbara nell’orario in cui avvennero le visite era presente in casa.

Alle 22:00 circa, sempre del giorno 21 mentre io mi trovavo a letto udii mia moglie che si trovava affacciata alla finestra della camera del bambino, finestra che dà sulla strada, parlare con qualcuno. Incuriosito mi alzai ed affacciato nella stessa finestra notai che quel qualcuno era Enrico. Poco dopo mia moglie scese per strada ed io rimasi a osservare alla finestra, quando essa ritornò in casa mi fece presente che sarebbe andata a fare una passeggiata con Enrico a bordo della sua macchina. Avrebbe portato seco anche nostro figlio. Anzi mi precisò che il bambino era in strada a giocare con altri coetanei ed era già salito sulla vettura e non voleva discendere. Io acconsentii senza muovere alcuna obiezione, considerato che ormai ero abituato a questo comportamento di mia moglie. Rimasto solo in casa, verso le ore 23:30, stanco di stare solo decisi di uscire a fare una passeggiata per prendere una boccata d’aria sperando che mi facesse star meglio. Giunto in Piazza IV Novembre incontrai casualmente Vinci Salvatore, un vecchio amico di famiglia, il quale vedendomi solo mi chiese dove si trovasse mia moglie Barbara e mio figlio Natalino al che risposi che probabilmente, dato che erano usciti in macchina con Enrico, erano andati al cinema a Signa. A questo punto Salvatore evidentemente a conoscenza della relazione esistente tra mia moglie Barbara ed Enrico (illeggibile): Perché non la fai finita? Io risposi: come faccio senza nulla in mano? Sapendo che Enrico aveva praticato la boxe. Salvatore a questo punto replicò: io ho una piccola arma, mi fece salire in macchina ed andammo a Signa, ove nella piazza del cinema di Signa alta trovammo parcata la macchina dell’Enrico. Aspettammo che uscissero dal cinema. Verso le 24 – 0.30 mia moglie con l’amico e mio figlio uscirono dal cinema e salirono in macchina, partirono e noi, io e Salvatore, preciso che Salvatore guidava la sua Fiat 600, li seguimmo. Partendo dal cinema Enrico si diresse verso la strada posta in salita che porta al castello, da qui dopo aver percorso circa 3 km ed essere passato davanti al cimitero di Signa, proseguì per la strada dritta che fiancheggia il cimitero e dopo poche centinaia di metri svoltò in una strada bianca posta sempre sulla destra fermandosi a circa 100 m dal bivio.

Preciso che noi seguivamo la macchina a una certa distanza. Una volta che Salvatore si accorse che Enrico aveva girato, fermò la macchina tra il cimitero e una casa colonica posta quasi vicino al bivio. Una volta fermata la macchina Salvatore aprì una borsa e mi diede una pistola dicendomi: guarda che ci sono otto colpi. Io presi la pistola, percorsi a piedi il tratto di strada fino al posto ove era ferma l’autovettura di Enrico e giunto a pochi metri mi abbassai e camminando carponi raggiunsi la macchina dal lato sinistro, preciso che l’autovettura era ferma con direzione di marcia opposta all’incrocio; e poiché il vetro dello sportello posteriore sinistro era abbassato, visto che mia moglie era in atteggiamento intimo con Enrico; preciso: Enrico era sdraiato sul sedile anteriore destro, che aveva la spalliera abbassata e mia moglie si trovava sopra di lui, presi la mira e feci fuoco esplodendo tutti i colpi che conteneva il caricatore in direzione dei due amanti. I due non dissero neanche una parola, evidentemente morirono sul colpo. Preciso che mio figlio Natalino nel frattempo si trovava coricato sul sedile posteriore dell’autovettura e stava dormendo. Il ragazzo non si svegliò quando sparai bensì subito dopo. Immediatamente dopo aver sparato aprì lo sportello anteriore sinistro della macchina e mentre mi sostenevo con la mano sinistra sul volante dell’autovettura con la destra afferrai mia moglie per le vesti e la tirai verso di me e la feci ritornare in posizione di seduta.

Poiché era scomposta nell’abbigliamento, aveva le mutandine abbassate fino al ginocchio, provvidi a tirargliele su e cercai di coprirle le gambe con la veste, queste però rimasero parzialmente scoperte. La stessa operazione feci con Enrico. Dopo avere aperto lo sportello, nel poggiare la mano sul volante ebbi a toccare qualche cosa perché si accese una luce che poi rimase accesa. Dopo avere sistemato parzialmente i corpi dei due amanti mio figlio si svegliò e vedendomi mi disse: babbo.  Non aggiunse nessun’altra parola o se lo fece non ebbi modo di sentire perché  (perchè aprì lo sportello posteriore destro ed uscì dalla macchina cancellato a verbale)  quando mi accorsi che mi aveva conosciuto ed ebbe a chiamarmi babbo, scappai subito via raggiungendo la macchina di Salvatore. Preciso che Salvatore non scese dalla macchina e lo ritrovai dove l’avevo lasciato. Girò la macchina e mi accompagnò fino al ponte di Signa, precisamente nei pressi del ponte e seguendo l’argine del fiume arrivai a casa. Non appena salii in macchina dissi a Salvatore le seguenti parole: sono belli e sistemati. Salvatore mi chiese del bambino al che io risposi che era salvo.

In relazione alla pistola preciso che non appena ebbi sparato la buttai via. Non posso precisare il posto preciso però sicuramente nei pressi della macchina. Preciso che buttai via l’arma di iniziativa. Vinci Salvatore mi chiese della pistola e quando gli dissi che l’avevo buttata via ebbe a rispondermi: pazienza.

Dopo aver ricomposto il corpo di Barbara lei dice che ha ricomposto il corpo di Enrico, ci dica come ha fatto.

ADR: Dopo aver chiuso lo sportello anteriore sinistro, preciso che avevo già sistemato il corpo di Barbara, ho girato attorno alla macchina, ho aperto lo sportello anteriore destro e poiché Enrico aveva la gamba sinistra posta di traverso sulla parte anteriore destra del sedile anteriore sinistra tirai la gamba per mettergliela distesa vicino all’altra. Preciso che mentre effettuavo quest’operazione si sfilò la scarpa di Enrico e terminò vicino allo sportello sinistro anteriore sempre rispetto a chi guida.

Ci dica se quando sua moglie uscì dal cinema aveva con sé il bambino oppure lo stesso era con Enrico?

ADR: Quando i tre uscirono dal cinema mio figlio Natalino era in braccio alla madre, penso che fosse già mezzo addormentato tanto che lo mise sul sedile di dietro e durante il percorso non riuscì a vedere mai il capo del bambino. Quando giunsi sul posto per uccidere i due il bambino dormiva regolarmente nella seguente posizione: il capo rivolto verso lo sportello posteriore sinistro e le estremità inferiori verso quello destro sempre rispetto a chi guida.

Conosce il tipo di pistola che il Vinci gli diede per uccidere sua moglie ed Enrico?

ADR: Non conosco il tipo di pistola che Vinci mi diede, però in relazione a quella che oggi mi avete mostrato e che mi dite essere una Beretta calibro 9 preciso che quella del Vinci aveva la canna molto più lunga tanto che penso si tratti di una pistola per tiro a segno. Preciso anche che la pistola che il Vinci mi diede era pronta per sparare perché io non feci altro che tirare il grilletto.

Confermo ancora una volta che ad accompagnarmi con la macchina fu il Vinci Salvatore. Mi dichiaro colpevole del duplice omicidio commesso in persona di Lo Bianco Antonio e LOCCI Barbara consumato in località Castelletti di Signa nella notte dal 21 al 22 agosto 1968.

Ho ammazzato mia moglie e l’amante perché ero stanco di vedermi continuamente umiliato. Mia moglie mi tradiva da diversi anni però è da qualche mese che avevo deciso di eliminarla.

A.D.R. non ho niente altro da dichiarare ed in fede di quanto sopra previa lettura mi sottoscrivo.

Fatto, letto, chiuso, confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra.

MELE Stefano

Funari Filippo

Gerardo Matassino

(illeggibile illeggibile)

Olinto dell’Amico tenente C.C.

(illeggibile)

La giornata si conclude con lo stato di accusa di Stefano Mele reo confesso e la chiamata in correità di Salvatore Vinci. Stefano Mele viene tradotto in carcere alle Murate di Firenze. Nel frattempo sono state realizzate le autopsie sui corpi delle vittime. Natalino Mele viene affidato agli zii fratelli di Stefano, Giovanni e Antonietta Mele ed al di marito di Antonietta Piero Mucciarini.

Il trasferimento di Stefano Mele presso il carcere fiorentino delle Murate colpì il CC Francesco Mostallino, l’uomo chiamato per tradurre il dialetto sardo del Mele, disse che il muratore con il delitto di Castelletti ci entrava “come il cavolo a merenda”.

Ciò che dovrebbe far drizzare le orecchie è la dichiarazione del Mele rispetto alla pistola. Quando durante il sopralluogo con la ricostruzione della dinamica gli viene consegnata una pistola l’impressione che ebbe il tenente Dell’Amico era che non sapesse nemmeno da che parte impugnarla. Qua dichiara non solo che aveva una canna più lunga, e questo dovrebbe far riflettere per gli eventi futuri, ma che sembrava una pistola da tiro a segno, una considerazione quanto meno strana per una persona che non si intende di pistole.

23 Agosto 1968 Interrogatorio di Stefano Mele ore 21.30 (4°)
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