Stefano Mele

Dinanzi alla Corte di Assise riprende il dibattimento del processo a Stefano Mele il quale interrogato dichiara: 

17 3 1970 deposizione di Stefano Mele

Trascrizione della deposizione

Mi protesto innocente il delitto è stato commesso da Vinci Francesco senza la mia presenza, perchè egli era geloso di mia moglie con la quale aveva avuto una relazione; l’aveva minacciata più volte di ucciderla se fosse andata con altri uomini; minacciò più volte anche me ed io avevo paura di lui.
Egli non mi ha detto di avere ucciso; lo penso io egli più volte ne aveva parlato.
La pistola la teneva nel bauletto nella lambretta; io non l’ho mai vista. Egli ne parlò in mia presenza molte volte.
A questo punto invitato l’imputato a dire la verità nel suo interesse ed a ciò esortato anche dai suoi difensori i quali gli ricordano che sino a pochi giorni fa, ha dato dei fatti una versione diversa.
L’è vero, sono stato sul posto del delitto assieme a Vinci Francesco che è venuto a prendermi a casa con un motorino ed assieme siamo andati in cerca di mia moglie e dell’amico. Fermandoci ad aspettare nei pressi del cinema all’aperto dove era posteggiata la Giulietta.
Siamo rimasti ad aspettare fuori dal cinema circa un’ora e mezzo o due ore e quando i due uscirono con il bambino e si misero in auto noi li seguimmo; non andarono veloci perchè c’era il bambino che dormiva e ci fu facile seguirli con un motorino. Quando l’auto si ferma nella stradina, li ci fermammo a distanza ed egli prelevò la pistola dalla cassetta dei ferri dove era solito tenerla; non so precisare le caratteristiche dell’arma perchè la vidi da lontano e non mi intendo di armi.
Non so dire le caratteristiche del motorino; io non ne ho mai posseduto per disgrazia, ho avuto una bicicletta. Non avevo denaro per comprarmi un motorino. Fu il Vinci Francesco ad avvicinarsi assieme a me alla macchina mentre i due facevano l’amore ed a sparare; io rimasi vicino ma non intervenni neanche per aggiustare i corpi dei due, cosa ha fatto il Vinci stesso.
Quando il vinci tirò la gamba dell’uomo per aggiustarla, io vidi che gli cadde una scarpa. Dopo di che il Vinci si allontanò da solo portando via l’arma; io rimasi sul posto perchè il bambino si era svegliato e l’ho condotto con me un po’ a piedi e un po’ in collo, fino alla casa dove lo lasciai dinnanzi alla porta e bussai io stesso ad un campanello qualsiasi di detta casa, c’era una finestra illuminata.
Lasciato il bambino da solo, me ne andai a piedi a casa.
Domanda: Fra il luogo del delitto e la casa dove lasciò il bambino ci sono circa due chilometri e mezzo o tre, domandato se altre case vi fossero più vicine al luogo del delitto e perchè scelse quella più lontana.
Risposta: Fu il Vinci ad obbligarmi a fare cosi, se avessi bussato a case più vicine Vinci avrebbe corso il rischio di essere afferrato subito.
Non portai il bambino a casa mia perchè era lontano e non potevo fare otto chilometri con il bambino sulle spalle.
ADR: Il Vinci ha ucciso perchè era geloso di mia moglie.
ADR: Come risarcimento danni per l’investimento subito riscossi L 480 mila nel giugno dello stesso anno, somma che consegnai a mia moglie come facevo per tutti i miei guadagni.
Di tale somma io impiegai L 50 mila per pagare il conto di un fornitore e 40 mila per l’atto a Prato negli uffici del Registro per la voltura della mia casa; meno le ultime 25 mila che furono trovate nella borsa di mia moglie e mi furono rese, furono sperperate da mia moglie con i suoi amici ai quali pagava cinema, spuntini e tutto il resto, in quanto lei non prendeva soldi dai suoi amanti.
L’incidente stradale di cui ho parlato si è verificato nel febbraio dello stesso anno, io ero sulla lambretta del Vinci Francesco che è stata investita da una 500, poichè il Vinci Francesco non aveva la patente, ha fatto figurare che a guidare era il fratello Salvatore.
Di questa somma ne ho dato in prestito al Vinci Salvatore prima 65 mila e poi altre 60 mila. Non so se mia moglie abbia fatto altri prestiti. Se ho detto cosa diversa nel mio interrogatorio, ciò si deve al fatto che ero impaurito.
In quei giorni dell’interrogatorio ero cosi confuso che non sapevo cosa dicevo.
ADR del P.M.: Quando il Vinci Francesco fu arrestato su denuncia di sua moglie per ragione adulterina con mia moglie aveva in corso un lavoro di lucidatura ai pavimenti in una casa privata ove aveva lasciato la relativa macchina, e quando mi vide nella caserma mi disse che solo di me aveva fiducia e mi incaricò di prelevare la macchina e conservarla a casa mia, cosa che feci.
Andai a prelevarla facendomi aiutare da un giovane di cui non so indicare il nome.
ADR del P.M.: Non ho posseduto ne so guidare un motorino.
ADR del P.C.R.: E’ vero che i CC mi mostrarono tre armi da fuoco corte, invitandomi ad indicare quale delle tre somigliasse a quella adoperata per il delitto ed io dissi che quella posta nel mezzo era più simile delle altre. Si da atto che quando all’imputato è stato chiesto se quella da lui indicata era simile a quella da lui tenuta in mano prontamente l’imputato rispose: “No, io non l’ho tenuta mai in mano.
ADR del P.C.R.: Precedentemente al fatto per cui è a processo mai avevo toccato armi, non ho neppure toccato concimi, solo devo dire che per il mio lavoro di muratore io maneggio calce e cemento, ed a fine giornata si ingrassano le macchine per trovarle efficienti l’indomani.
Nei giorni precedenti al fatto non avevo toccato neppure vernice.
ADR del P.C.R.: Io e Vinci ci siamo avvicinati all’auto verso la parte sinistra della stessa, cioè dal lato senza, il Vinci più avanti ed io un filino più indietro, il vetro dello sportello anteriore sinistro era abbassato per metà, tanto da consentirci la introduzione del braccio e gli spari.
ADR del P.C.R.: Il mio bambino dormiva sul sedile posteriore con la testa verso la portiera sinistra e si svegliò dopo la esplosione di tutti gli otto colpi.
Si sveglio quando il Vinci si era allontanato. E’ probabile che il bambino l’abbia visto.
ADR del P.C.R.: Il Pierino di cui parla il mio bambino, sarebbe il marito di una mia sorella che però è estraneo a tutto, perchè non si intende di queste cose.
ADR del P.C.R.: Questo mio cognato si trovava in caserma il giorno 23 agosto perchè era venuto a prelevare il mio bambino, assistette al mio interrogatorio e gli fu fatto firmare il relativo verbale.
ADR del P.C.R.: Mi ero incontrato con il Vinci Francesco alcuni giorni prima del fatto, che non so precisare, sul bar centrale di Lastra a Signa; era un giorno lavorativo, l’incontro avvenne verso sera, a fine lavoro.
ADR del P.C.R.: alcuni giorni prima effettivamente verso le ore 20 il Cutrona era venuto a casa mia, su invito di mia moglie fatto alla mia presenza, per vedere la casa; il Vinci Francesco che era sempre tanto geloso venne, ma visto il Cutrona si allontanò subito; non ricordo se fosse presente anche Lo Bianco.
In altra occasione e precisamente 2 o 3 giorni prima del fatto, a casa mia si discusse con il Lo Bianco per certi lavori di riparazione del tetto di casa, lavoro che mia moglie aveva promesso al Lo Bianco; non c’era Vinci Francesco.
ADR del P.C.R.: Il Vinci quella sera quando venne a casa era già a conoscenza del fatto che mia moglie era fuori con Lo Bianco e che fra i 2 c’era una relazione, ma non so come lo sapesse.
ADR del P.C.R.: Fra gli amanti di mia moglie ci fu tale Giuseppe, o meglio non so sia stato amico di mia moglie, egli è il fratello della moglie del Lo Bianco, abitava a Calcinaia, è un individuo alto, grasso, non gli ho mai visto occhiali e possedeva una Giulietta credo anche una lambretta.
ADR del P.C.R.: Anche tale Gino che abitava a S. Martino è stato amico di mia moglie e anche lui aveva paura di Vinci Francesco. Non so se il Francesco di cui ha parlato il Vinci Francesco sia stato amante di mia moglie.
ADR del P.C.R.: Ho detto che Gino aveva paura di Vinci Francesco. Gino evitava di farsi vedere assieme a mia moglie quando il Vinci poteva notarlo.
ADR dell’avvocato Ricci: Non so che il Vinci Francesco abbia minacciato il Lo Bianco dal riparare il tetto della casa, insinuando che io non pagavo.
ADR dell’avvocato Ricci: E’ vero che Vinci Francesco ebbe a dirmi alcuni giorni prima del delitto: “Fai il nome di chi ti pare, ma non il mio” e la stessa cosa ebbe a dire a mio figlio Natale.
ADR dell’avvocato Ricci: Non chiedevo a mia moglie conto di come spendeva i soldi che le davo.
Non avevo mai chiesto a mia moglie conto di quel denaro che avevo incassato.
ADR del P.C.R.: Nessuna parola ho scambiato con il Vinci mentre ci avviammo verso la macchina ferma.

Sentita la vedova di Antonio Lo Bianco, Rosalia Barranca, questa racconta che nel giorno del funerale del marito, durante la riunione familiare presso la casa della cognata, viene avvicinata dalla moglie di Francesco Vinci, Vitalia Muscas, che le chiede perdono per conto del marito e del cognato.

L’episodio viene confermato da una successiva teste, la madre del Lo Bianco Rosalia Ficarotta che riferisce di aver sentito la frase in oggetto.

La deposizione dei tre fratelli Locci, Pietrino, Vincenzo, Giovanni e della madre di Barbara Locci all’unisono negarono la presenza di armi nell’abitazione di Stefano Mele, negarono anche di aver mai saputo che la sorella avesse degli amanti.

La deposizione di Carmelo Cutrona conferma le sue precedenti dichiarazioni e si conferma l’alibi fornito da suo zio Antonio Cannizzaro. Inoltre rilascia questa testimonianza: “Mai ho avuto occasione di invitare la moglie del Mele al cinema, avendo da questa ricevuto un rifiuto con la scusa che c’era uno con il motorino che la seguiva… Fu la moglie di lui a dirmi una sera che eravamo insieme in occasione della fiera di Signa, ed io l’avevo invitata ad avere rapporti con me: «Ci potrebbero sparare mentre siamo in macchina».. Io riflettendo al fatto che sia ella che il marito erano sardi e temendo qualcosa, non ebbi alcun rapporto con lei e la riaccompagnai a casa. Questo discorso avvenne in una stradina presso il cimitero di Lastra…”.

Salvatore Vinci

Interrogato Salvatore Vinci puntualizza la sua vedovanza dopo il suicidio della moglie, Barbarina Steri,  a causa della sua depressione dopo la scoperta della sua relazione con un altro uomo. Depressione insorta per la diffusione pubblica dell’episodio che la fece sentire disonorata e al contempo evitata dai concittadini e dai suoi stessi familiari. Alla richiesta di chiarimenti rispetto a del denaro avuto in prestito da Stefano Mele dichiarò di non averne mai ricevuto, ma anzi era il Mele che era stato favorito da lui nell’avvallargli una cambiale per ottenere i soldi per la riparazione di un’auto, cambiale che il Mele non pote onorare e che fu lui a dargli i soldi per poterla pagare. Si trattava di circa 70.000 lire per cui il Mele firmò una cambiale a Salvatore vinci, cambiale mai pagata dal Mele. Infine confermò la sua relazione con Barbara Locci negli anni ’60. In seguito compresi che aveva un altro amante e che si trattava di mio fratello Francesco Vinci infatti rifiutava i miei complimenti e mi respingeva, poi mi disse: “Di essersi accorta che Francesco la seguiva e la controllava e che alcune volte le aveva fatto scenate di gelosia.” Riferisce inoltre di aver appreso dalla cognata che Francesco possedeva un’arma e che normalmente la custodiva nella Lambretta, arma che però non ho mai visto. Alla domanda cosa rappresentasse l’anello che portava al dito risponde che si trattava di un regalo del Mele in un giorno che uscivo con sua moglie; mi disse che mi mancava solo l’anello per fare coppia. Infine ebbe a precisare che nel periodo in cui il fratello era in carcere ospitò e mantenne sua moglie presso la sua casa e di questo il fratello non mostrò mai gratitudine.

Nella sua deposizione Francesco Vinci che confermò una sua relazione con Barbara Locci che ebbe una durata di circa un anno e mezzo. In seguito alla denuncia della moglie per abbandono del tetto coniugale e violazione degli obblighi di assistenza interruppe la relazione. Quella denuncia aveva determinato il suo arresto e una condanna. Alla domanda se avesse mai minacciato barbara locci negò sia di esserne geloso sia di averla minacciata. A questa dichiarazione l’avvocato di stefano Mele mostrò e fece mettere agli atti una foto del Vinci con una dedica per Barbara Locci: “Ricordo del mio amore Francesco Mia cara Barbara ti offro la mia foto per ricordo del nostro amore che non avrà mai fine e per l’eternità”. Francesco Vinci disse che questa non era una prova della gelosia, ma un gesto necessario per mantenere una donna contenta anche se non è ciò che realmente si pensa. Rispetto il suo atteggiamento verso il fratello Salvatore che si era preso cura della moglie puntualizzò che nella realtà in quel periodo Salvatore vendette sue attrezzature da lavoro con il duplice scopo di mantenere la moglie e soprattutto stroncare la sua attività per poterlo avere a lavorare sotto di lui. Infine negò di aver mai avuto un’arma e che possedeva sia un motorino 48cc di marca gabbiano, sia una lambretta a cui mancava lo sportellino del bauletto.

17 Marzo 1970 deposizioni processo Stefano Mele (1°)
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