Il 10 Ottobre 1997 Giovanni Calamosca rilascia una testimonianza parlando di alcune confidenze ricevute da Francesco Vinci.

Questo uno stralcio della testimonianza: “Che la pistola, utilizzata per il duplice omicidio del 1968, apparteneva a Francesco Vinci. Il Vinci era sicuramente a conoscenza degli autori dei delitti del Mostro perché conosceva la persona a cui aveva ceduto l’arma. In occasione della cattura del Vinci (15 agosto 1982) presso la propria abitazione, il Vinci gli aveva rappresentato la necessità di recarsi all’estero perché preoccupato per la vicenda del Mostro. Che il Vinci, negli ultimi tempi, ricattava colui o coloro ai quali aveva consegnato l’arma utilizzata poi nei successivi omicidi, ma non sapeva (Callamosca) di chi si trattasse. Nel 1990 aveva trovato il Vinci depresso e, poi, aveva saputo da amici che si ubriacava. Aveva capito che le cose non gli andavano bene sempre per via del ricatto della pistola. Che, il Vinci, non essendo più affidabile perché negli ultimi tempi beveva e parlava molto, era stato ucciso. Il Vinci frequentava la zona di Borgo San Lorenzo e si era recato a trovarlo insieme ad un sardo che, all’epoca, poteva avere 34-35 anni, chiamato si soprannome “occhialino” perché portava un paio di occhiali, abitante nella zona di Scandicci o Calenzano. Questa persona faceva da autista del camion al Vinci quando andavano a fare i furti. Vinci frequentava assiduamente un bar in Piazza Mercatale di Prato, meglio conosciuto come “bar dei sardi”, dove anche lui era andato alcune volte. Aggiungeva che questo locale era frequentato da diverse persone, amiche del Vinci, tra cui Mario Sale, Farina Giovanni e Fiore Virgilio. Il Calamosca riconosceva nella Milva Malatesta, uccisa con il figlioletto Mirko a distanza di pochi giorni dall’uccisione del Vinci Francesco, una amante di quest’ultimo. Il Stefano Mele aveva ritrattato le accuse nei confronti di Vinci Francesco perché contattato in carcere da alcuni sardi che non “volevano casino qui nella provincia di Firenze”. Spiegava meglio questa affermazione nel seguente modo: i sardi ritenevano che, con l’implicazione del Vinci nella vicenda del Mostro, avrebbero potuto avere difficoltà di inserimento nelle attività lavorative e produttive della provincia di Firenze. Aggiungeva un episodio specifico e cioè che, dopo alcuni giorni che il Vinci era detenuto per la vicenda del Mostro, era capitato da lui un sardo, al quale aveva chiesto se il Vinci fosse il Mostro. L’interlocutore gli aveva risposto: “guai al mondo se saltasse fuori una cosa del genere perché noi sardi saremmo tutti rovinati qui“.

10 Ottobre 1997 Testimonianza di Giovanni Calamosca

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