Intervista a Luciano Malatesta da parte di Border Nights. Luciano Malatesta è il Fratello di Milva Malatesta e Laura Malatesta, figlio di Renato Malatesta e di Maria Antonietta Sperduto.

Lo scenario che dipinge luciano Malatesta è fondamentale per capire che il MdF era un gruppo organizzato di cui gli operatori sul campo, gli assassini, erano solo una falange.

Intervista in due parti audio.

 

 

Estrapolazione dell’intervista.

Preambolo. Luciano Malatesta è il figlio di Renato Malatesta e Maria Antonietta Sperduto. Fratello di Milva Malatesta e di Lucia Malatesta.

Gino, Bruno e Renato Malatesta sono tre fratelli.

Maria Mugnaini è la moglie di Bruno Maltatesta, cognata di Renato Malatesta.

Antonio Andriaccio marito di Sperduto Caterina, e quindi cognato della Maria Antonietta Sperduto.

Zio Pietro è fratello di Maria Mugnaini.

Il racconto di Luciano Malatesta viene riorganizzato senza alterarne il senso.

La mia famiglia, alcuni componenti, erano coinvolti in messe nere ed in fatti di sangue, io ho recentemente recuperato stralci di memoria a seguito di nuove informazioni che ho nel tempo acquisito.

Lo zio Antonio conobbe la Maria il giorno della mia comunione.

Io per un certo periodo ho abitato con la mia zia Maria e vedevo che si incontrava con persone importanti, persone che poi sono passate anche dal processo, come il Filippo Nero Toscano, il carabiniere di San Casciano, il Faggi, un carabiniere che veniva in borghese. Spesso mi portava a Firenze, dove si incontrava con persone importanti e deve essere in uno di questi incontri in cui ho poi riconosciuto Vigna nel 1996, anzi io credo che sia venuto a trovarla anche a casa. Il soprannome del carabiniere Filippo Nero Toscano era “Palle d’Oro” e “mangia orecchio”.

Una volta sentivo mia zia parlare con un uomo, io stavo dormendo e mi alzai per vedere chi era dato che lo zio era al lavoro. La sentii dire: “…facciamogli venire un tumore al polmone a tutti e due, c’è il dottore e il magistrato che ci aiutano”. Solo dopo ho ricollegato che stava progettando la morte degli zii. Era il Maggio del 1980 e stava parlando degli omicidi degli zii.

Lo zio Gino infatti è morto di tumore ad 6 agosto 1980, mio padre il 23 Dicembre 1980 finto impiccato e lo zio Bruno 19 Gennaio 1981 sempre di tumore. In un quattro mesi uccisi tre fratelli. All’epoca ci eravamo già trasferiti in una casa in via Chiantigiana in prossimità di Spedaletto. Ho capito in seguito che si trattava di omicidi. Io ho creduto sempre alla teoria che mio padre si era impiccato anche perchè un paio di volte l’ho fermato io e poi aveva sempre l’abitudine di dire che si impiccava, lo sapevano tutti che lo diceva. Poi venne fuori che esisteva un altro rullino fotografico. Le fotografie scattate dai Carabinieri mostravano il corpo solo dalle ginocchia in su. Fu poi rinvenuto un rotolino non sviluppato in cui si vede che i piedi di mio padre toccavano terra. Tanto che poi il corpo fu riesumato.

Una volta vidi anche il Narducci. Il Narducci era sposato con la Spagnoli e il padre aveva una fabbrica alla Sambuca, a circa 500 metri da casa della zia Maria. Una volta che stavamo per partire per uno dei viaggi verso Firenze arrivò dietro questa macchina bianca da cui scese una persona giovane di bell’aspetto. Quando mia zia lo vide furono baci e abbracci, tanto che pensai che avesse un’amante dell’età del su’ figliolo. C’era molta complicità. Poi vedendo varie foto l’ho ricollegato, era Francesco Narducci. Questo avvenne a fine Maggio/Giugno 1980.

Quando fu ucciso mio padre, sia Antonio che la Maria furono interrogati, Maria fece anche qualche giorno dentro, ma quando abbiamo cercato questi verbali era sparito tutto, non abbiamo trovato nulla.

Prima di morire mio padre disse a mia madre che aveva una cassetta (audio) dove accusava gli zii. Questa cassetta fu trovata da un carabiniere e quando interrogarono mia madre gli fecero sentire un pezzo, fu Vigna a fargliela sentire. Si sentiva mio padre accusare gli zii Antonio e Maria di voler uccidere gli zii Gino e Bruno. In seguito la zia Maria mi mostrò che la cassetta era venuta in suo possesso, l’aveva in mano.

In quel Dicembre del 1981 la mamma ci portò via tornammo di casa in via di Faltignano 5A, accanto alla casa di Salvatore indovino.

Poi anche Milva prima di morire cominciò a farmi questi discorsi. La Milva frequentava la casa dell’Indovino e Filippa Nicoletti. Per me era un uomo che mi faceva paura, inquietante, picchiava la Filippa.

La mia mamma, la Milva e il suo marito dell’epoca Vincenzo Limongi (NdR. poi ucciso anche lui in carcere, impiccato con le ginocchia a terra) frequentavano normalmente la casa di Indovino.

Mia sorella Milva partecipava a dei riti, a delle orge, dove bevevano il sangue da una coppa, orge anche con bambini e Milva ci ha fatto dei nomi di partecipanti, persone importanti di Firenze, fra cui Pier Luigi Vigna, insieme a Calamandrei, insieme a i nostri zii e ad un personaggio di Firenze, uno con cui ci ho fatto le scuole insieme. L’aver saputo queste cose a mia sorella gli sono costate la vita. Io non capivo e non le credevo.

I Daverio, due coniugi che abitavano in via Faltignano, hanno sicuramente visto chi frequentava la casa di Indovino.

Anche la mia mamma, anche lei mi ha fatto questi discorsi, diceva che la zia Maria e lo zio Antonio hanno avvelenato i tuoi zii Gino e Bruno. Io non le credevo, era una donna poco intelligente.

Quando eravamo in via di Faltignano ho visto più volte Mario Vanni che faceva pressioni fisiche e morali per avere rapporti sessuali con mia madre, questo lo vidi e poi ho saputo (negli interrogatori e processo) che anche Pietro Pacciani aveva avuto una relazione con mia madre.

Ricordo anche, riconoscendolo da una fotografia, un uomo, si trattava di Giovanni Faggi e ricordo che percorreva la via per la nostra casa. L’ho visto con una macchina grossa, sempre vestito bene che passava di fronte a casa mia svariate volte, come se spiasse. Forse qualche volta mi ha chiesto anche della mia mamma. Veniva spesso mattina e pomeriggio.

Un’altra auto che vidi davanti a casa di Indovino era una macchina sportiva targata Gorizia, ci ho fatto caso perchè la parcheggiava sulla strada. Riconobbi poi l’auto quando mostratami in sede processuale, era la macchina del Lotti.

Avevo 26 anni quando morì mia sorella Milva e il suo figlioletto di 3 anni, il 19/20 agosto del 1993 a Barberino Val d’Elsa. Fu accusato il marito di Milva Francesco Rubino, ed anche io credevo fosse lui il colpevole. Fu processato e assolto nel 1996.

Nel 1996 saputo dell’assoluzione rimasi sconvolto e volli andare da Canessa. Arrivato mi intercettò Pier Luigi Vigna che mi fece entrare nel suo ufficio. “Aspetta che ora arriva anche Canessa” mi disse.

Vigna mi guardava. Io vidi il suo modo di digrignare i denti, il modo di fumare e a me venne un flash, ricordai di quando lo avevo visto. Lo associai a mia zia Maria, come se si riaprisse un ricordo sopito di quando li ho visti assieme da ragazzino.

Istintivamente dissi:” Ma lei conosce la mia zia? Lei conosce la Maria?”

Lui mi guardò e fece un versaccio, mettendo il dito sul naso nzunzunzu e disse zitto! Rimasi interdetto ma in quel momento entrò Canessa, solo dopo l’incontro ricominciai a pensare all’episodio.

Poi siamo tornati a Poggibonsi in data 6 Luglio 1983, abbandonando quell’ambiente di via Faltignano ci siamo allontanati ed anche dai nostri parenti.

Nel 2006 per una questione di eredità mi riavvicinai allo zio Antonio e approfittai per fare delle domande sulla morte del babbo e lui svicolò ma mi guardò con un ghigno che a me fece capire che tutte le storie che mi aveva raccontato il babbo, la mamma e la Milva erano vere.

Decisi di andare anche, non dalla zia Maria, ma dal fratello, lo zio Piero (morto) che è stato anche mio padrino alla cresima. Si è aperto il vaso di Pandora, questo Piero, che credevo una persona buona, ha cominciato a dirmi, “Stai attento che c’è un boia pronto anche per te, ti fanno fare la fine di quello al Trasimeno, ti fanno fare la fine di tua sorella, ti fanno fare la fine del su’ marito (Vincenzo Limongi)”. Mi disse che era stato a trovare gli zii in ospedale (Gino e Bruno) e li vedeva ansimare e mentre lo diceva rideva con gusto. Tanto tu non puoi fare niente per i tuoi zii, c’è le cartelle cliniche sono ineccepibili.

Mi si rivelò un mostro, io mai avrei pensato.

Mi tornarono in mente episodi come quello che ho raccontato su, che la zia parlava di tumori al polmone.

Questa zia Maria aveva un ruolo molto importante evidentemente, se ne vantava, raccontava storie come quando era a servizio da Walter Chiari a Firenze, si vantava. Mi raccontò della droga di Walter Chiari e mi fece capire che era stata lei a mettercela.

Anche lo zio Antonio era direttamente collegato alla morte di mio padre. Nel 2006 con un’indagine investigativa venne fuori che lo aveva picchiato più volte insieme ad altri, compreso Pacciani Ma la cosa incredibile è che zio Pietro parlò della morte di mio padre la sera prima che lo trovassero. Tra l’altro fu zio Antonio che il giorno dopo lo trovò. Ne parlò con altri miei zii il 22 Dicembre 1980 esordendo “Renato è morto”, come faceva a saperlo che venne trovato ufficialmente il 23?

Oggi sono tutti e tre vivi. Maria, Antonio e il terzo zio Pietro è scappato è andato in Romania. La zia Maria è sempre al cimitero e io trovo sempre una rosa rossa sulla tomba di Milva.

Riguardo al MdF, io dei sospetti l’ho avuti, soprattutto riguardo a mio zio Pietro. Nel periodo 1981 venne detto che a sparare era stato una persona molto bassa, solo dopo, a seguito di Giogoli, dissero molto alta. Questo mio zio Pietro è alto 1.55 e sa sparare molto bene.”

18 Ottobre 2018 Intervista di Luciano Malatesta

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