Il 21 dicembre 2004 rilasciava testimonianza Jacqueline Malvetu, presso il P.M. di Perugia Giuliano Mignini e confermava tutte le dichiarazioni rese al Gides.

Nella circostanza, poi, invitata a raccontare i dettagli dei suoi racconti, la donna riferiva che:

– nell’estate del 1985 si era recata in Italia per una vacanza e a Firenze si era intrattenuta in un campeggio sotto il piazzale Michelangelo dove aveva installato la propria tenda tipo Igloo per un paio di giorni. Aveva incontrato – il secondo o il terzo giorno – all’uscita dal campeggio un ragazzo egiziano della sua età. Poi, a causa del rumore assordante di una discoteca che si trovava nei pressi, aveva deciso di spostarsi in un boschetto di cipressi dietro l’Abbazia di San Miniato a Monte, che le era apparso un posto tranquillo. In questa circostanza del trasferimento con lei c’era il ragazzo egiziano;

– la prima notte in questo posto aveva sentito dei passi di sconosciuti dietro la tenda a distanza ravvicinata, ma lì per lì non ci aveva fatto caso. Il giorno seguente, verso le sei del mattino, dopo che il ragazzo egiziano era andato via perché doveva partire in aereo per il Cairo, mentre stava dormendo fuori dalla tenda a causa del caldo, aveva sentito la presenza di qualcuno che stava cercando di sfilarle i pantaloni che usava per cuscino e aveva visto le gambe di due uomini, robusti, che indossavano jeans e che potevano essere alti;

– la notte successiva a questo episodio – era circa l’una – si era svegliata all’improvviso ( si trovava nel sacco a pelo fuori dalla tenda) accorgendosi della presenza di qualcuno che aveva aperto la cerniera del sacco a pelo. Si era così spaventata e si era messa a urlare a squarciagola tanto che per un certo periodo si era abbassata la voce. Aveva visto l’ombra di una persona che si stava allontanando lungo le mura di cinta dell’Abbazia dirigendosi verso il viale. Era rimasta quindi ferma per un po’ di tempo per il terrore e poi aveva deciso di raggiungere la strada strisciando per terra nella speranza di incontrare qualcuno. Di lì a poco era sopraggiunta un’autovettura – non grossa e neppure di lusso – con due uomini a bordo. A costoro aveva così raccontato l’accaduto e i due le avevano detto che c’era un criminale che ammazzava le coppiette;

– i due uomini, che parlavano toscano, erano: uno robusto e un po’ più alto di lei che era alta m. 1,63, coi capelli brizzolati, e vestiva con giacca (forse era lui alla guida), mentre l’altro era più alto e più magro;

– i due le avevano offerto l’opportunità di trascorrere tranquillamente la notte a casa loro, ma prima l’avevano accompagnata in un bar lì vicino dove aveva consumato una bevanda calda;

– la casa dove l’avevano portata aveva un corridoio, poi una cucina a forma rettangolare con un tavolo rettangolare e un cappello da bersagliere attaccato al muro, una camera dove aveva dormito e che si trovava in fondo alla cucina sulla sinistra;

– la mattina seguente le avevano offerto qualcosa per colazione e c’era una donna (era poco più bassa di lei) che forse era presente anche la sera prima;

– l’uomo più alto l’aveva quindi portata fuori dalla casa sul retro, dove un contadino stava lavorando nell’orto;

– mentre invece si trovava sul davanti della casa, sempre in compagnia di quell’uomo, era sopraggiunto un giovane molto elegante, vestito di scuro con giacca e cravatta, un bell’uomo, alto e magro, coi capelli scuri o comunque non biondi che le fu presentato come una persona molto perbene, che le venne presentato come un medico o uno che
lavorava all’università e che le aveva dato l’impressione che si sentisse superiore ai due;

– l’uomo tarchiato le aveva dato due numeri di telefono, che da quello che aveva capito dovevano appartenere uno all’uomo tarchiato e l’altro al giovane incontrato quella mattina;

– ricordava di essere stata accompagnata in moto all’ingresso della superstrada che conduce a Siena, dove si era recata e da dove, dopo due o tre giorni, aveva scritto una cartolina alla propria madre raccontandole quello che le era capitato (queste cartoline qualche anno fa, dopo la morte della madre, erano tornate in suo possesso e le aveva consegnate nelle precedenti occasioni);

– l’episodio dell’apertura del sacco a pelo si era verificato una settimana prima dell’omicidio degli Scopeti di cui lei aveva sentito da alcuni servizi televisivi quando si trovava a Siena.

Alla Malvetu poi il P.M. mostrava un album fotografico e la testimone dichiarava: “Come ho già detto, nel corso della trasmissione “Chi l’ha visto?” dell’aprile 2004 rimasi colpita dalla foto che vedo nell’album segnata con il numero tre e che apparve in televisione in quella trasmissione. So che questa persona corrisponde a Francesco Narducci. Quando ho visto per la prima volta in televisione la sua foto sono rimasta impressionata perché era l’uomo distinto e elegante che ho incontrato la mattina dopo essere stata portata nella casa che ho descritto dai due uomini che avevo visto nel boschetto di cipressi. Era proprio vestito in quel modo. L’immagine che vedo raffigurata nella foto n. 7 e che ho saputo appartenere allo stesso Narducci, in un primi tempo mi sembrava raffigurare un’altra persona che potrei aver incontrato a Firenze in centro”.

Poi sulla sua presenza a Firenze in epoca successiva al delitto, la donna affermava: “…andai a Firenze per denunciare quello che mi era accaduto e per chiedere il permesso di soggiorno dopo il delitto degli Scopeti, perché ero rimasta impressionata per le analogie tra quell’episodio e quello che mi era successo. Telefonai a un numero della Polizia a cui fornii i due numeri telefonici delle persone che avevo incontrato nella casa dove ero stata condotta. Io riferii l’episodio per telefono e detti i due numeri, ma non mi sembrarono molto interessati alla cosa. Posso dire che non andavo spesso a Firenze e no riesco a collocare con assoluta precisione i miei ricordi, ma affermo che quando andai a Firenze successivamente alla telefonata alla Polizia ne approfittai per regolarizzare la mia posizione. In quella occasione io fui interrogata da un uomo che credevo fosse un poliziotto e che ho appreso recentemente, guardando la foto sul giornale, essere invece un magistrato dr. Ubaldo Nannucci a cui raccontai l’episodio e confermai i due numeri telefonici che mi erano stati forniti. Non fui più richiamata”.

Proseguendo oltre nell’individuazione fotografica, la testimone riferiva: “L’uomo che vedo raffigurato nella foto n. 8 (quella di Francesco Calamandrei) mi pare corrispondere a quello che guidava la macchina e che era più tarchiato dell’altro. L’uomo raffigurato nella foto n. 8 è quello che mi ha presentato il giovane raffigurato nella foto n. 3 (Narducci Francesco).”

E ancora: “Un altro volto che riconosco per una delle persone che erano in quella casa dove fui portata dopo l’episodio dell’Abbazia di San Miniato è l’uomo raffigurato nella foto n. 17 (Giulio Cesare Zucconi).”

Alla testimone in conclusione il P.M. mostrava la foto della moto rossa marca Honda modello 400 four e al riguardo dichiarava: “Ricordo che quando mi trovavo nella zona di San Miniato nei pressi del boschetto di cipressi vidi una moto del tutto simile con un giovane seduto che mi guardava. Ciò accadeva in uno dei giorni che precedettero l’episodio che mi spaventò, cioè quando qualcuno cercò di aprirmi il sacco a pelo.

Poiché me lo chiede le dico che in quei giorni se non il giorno stesso trovandomi a palazzo Pitti per una mostra di pittura notai girandomi un uomo di colore grande come una montagna che mi impressionò. Ciò io l’ho riferito al V. Sovr. Borghi, dopo che l’episodio mi era tornato in mente (in questa circostanza aveva riconosciuto la foto del Mario Robert Parker).

Dal Gides 2 Marzo 2005 Nota riassuntiva Nr.133/05/GIDES Pag.31/41

21 Dicembre 2004 Testimonianza di Jacqueline Malvetu

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