Il 2 Marzo 2005 viene rilasciata la nota riassuntiva Nr.133/05/G.I.DE.S. dal Dirigente Michele Giuttari ed indirizzata alla Procura della Repubblica di Firenze al Dott. Paolo Canessa Sostituto che l’ha richiesta in data 15 gennaio 2005, e alla Procura della Repubblica di Perugia al Dott. Giuliano Mignini Sostituto.

La nota ha come oggetto p.p. n. 1277/03 RGNR Mod. 21. P.M. Firenze e p.p. n. 17869/01 RGNR e 8970/02 RGNR Mod. 21 P.M. Perugia, Nota riepilogativa a carico di Francesco Calamandrei.

Questo il documento: 2 marzo 2005 Nr.133 05 G.I.DE.S.

Questa la trascrizione:

Ministero dell’Interno
Dipartimento della Pubblica Sicurezza
GRUPPO INVESTIGATIVO DELITTI SERIALI
FIRENZE – PERUGIA
___________________________________________________________
Viale Gori 60, 50127 Firenze Fax +3955/3238179
Nr.133/05/G.I.DE.S.
Firenze, 2 marzo 2005

Oggetto: p.p. n. 1277/03 RGNR Mod. 21. P.M. Firenze.
p.p. n. 17869/01 RGNR e 8970/02 RGNR Mod. 21 P.M. Perugia.

Nota riepilogativa a carico di Francesco Calamandrei, nato a San Casciano Val di Pesa il 27.8.1941, ivi residente, Piazza Pierozzi,18, ex farmacista.

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI = FIRENZE =
c.a. dott. Paolo Canessa, Sost.
ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI = PERUGIA =
c.a. dott. Giuliano Mignini, Sost.

Con riferimento alle richieste n. 1277/03 del 15.1.2005 del P.M. di Firenze e n. 17869/01-8970/02 del 17.1.2005 del P.M. di Perugia con la presente nota si riferisce l’esito delle indagini procedendo a un riepilogo degli elementi raccolti nei confronti dell’indagato Francesco Calamandrei; elementi che – è utile anticipare fin da ora – non solo confermano le iniziali ipotesi investigative, ma portano anche a formulare nuove valutazioni sulla persona dell’ex farmacista particolarmente significative anche per l’inchiesta perugina, nonché a nuove valutazioni su alcuni aspetti della vicenda “Mostro di Firenze” che appaiono, forse, addirittura fondamentali.
Nell’esposizione, anche per fornire una lettura il più organica possibile, considerata soprattutto la complessità degli accertamenti svolti e degli elementi raccolti, si ritiene opportuno procedere seguendo una distinzione per argomenti.

PREMESSA

Prima però giova premettere che l’inchiesta cosiddetta “bis” sui complici di Pietro Pacciani (definitivamente conclusa con sentenza passata in giudicato – Corte di Cassazione del 26.9.2000 -) aveva consentito di raggiungere importanti risultati, e anche alcune certezze giurisprudenziali, su aspetti inediti della vicenda “Mostro di Firenze”. E, in particolare, si vuole ricordare: – la certezza che i duplici omicidi, sottoposti alla valutazione dei giudici della Corte di Assise di Firenze, erano stati compiuti da più persone (e non già da un serial killer solitario come in precedenza si era creduto); – la possibile presenza di un mandante che aveva pagato Pietro Pacciani per ottenere le parti anatomiche asportate alle giovani donne uccise (e tale presenza sembrò trovare un significativo riscontro, oltre che nelle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, anche nelle disponibilità economiche e patrimoniali del Pacciani proprio negli anni dei duplici omicidi); – l’accertata tendenza di alcuni personaggi (tra gli imputati lo stesso Pacciani), che in qualche modo avevano avuto rapporti coi responsabili dei duplici omicidi, a pratiche di magia nera e, in particolare, di magia sessuale. Era emerso, infatti, che nella casa di via di Faltignano del mago Salvatore Indovino, frequentata da prostitute, sbandati, balordi e anche da Vanni, Lotti e Pacciani, si praticavano sistematicamente orge e riti di magia sessuale, soprattutto il sabato notte).

Le risultanze processuali, sopra sintetizzate, chiaramente deponevano per una nuova prospettiva investigativa in relazione anche alla figura del mandante o dei mandanti dei duplici omicidi. E proprio in questa nuova ottica veniva rivolta attenzione a Francesco Calamandrei, tanto che in data 7 luglio 1998, in esecuzione di apposito decreto emesso il precedente giorno 3 dal P.M. di Firenze, veniva perquisita la sua abitazione di San Casciano V. di P..

L’atto aveva trovato origine, in particolare, nelle informazioni assunte dal genitore di una delle vittime, il signor Renzo Rontini, che aveva riferito di essere stato contattato nel 1990, più volte, dalla moglie del Calamandrei, che gli aveva manifestato i suoi sospetti sul marito circa un suo coinvolgimento nei delitti in questione. Inoltre, si era ritenuto utile accertare l’esistenza di eventuali rapporti tra il Calamandrei e il condannato Vanni Mario, atteso che il primo era stato destinatario di una lettera, inviata dal carcere di Pisa dal detenuto e che lasciava supporre una relazione amicale tra i due.
L’operazione di P.G. portava al rinvenimento e al sequestro, tra l’altro, di una rivista di esoterismo dal contenuto molto particolare, intitolata “Diva Satanica” (studio, ricerca e documentazione sull’esoterismo satanico), scritta in triplice lingua (italiano, inglese e francese), edita da “Glittering Image – edizioni d’Essai, via Ardengo Soffici 11/13, Firenze, stampata nel mese di giugno del 1990 [La stessa rivista, con la medesima copertina, è stata notata in un servizio mandato in onda dal TG5 delle ore 20 del 18.2.2005 nelle immagini del titolo che annunciava un servizio sulle sette sataniche. Al suo interno (risultavano mancanti, siccome strappate, le pagg. 9 e 10, il cui contenuto quindi si ignorava) c’erano racconti di satanismo sessuale del tipo “Streghe, passione e crudeltà – I trionfi della Luna nera” (pag.20), “I circoli satanici del libertinaggio”, ( pag.46), “Il sangue e la Rosa” ( pag.56), nonché foto e fumetti di tortura, anche estrema, nei confronti della donna. In pratica, quei contenuti denotavano uno specifico interesse di un particolare tipo di lettore amante dei significati esoterici e di scene di violenta perversione sessuale che sembrava compatibile con la personalità perversa dei presunti mandanti degli omicidi.

Inoltre veniva rinvenuta varia documentazione cartacea (agende, appunti, riflessioni…), che sembrava attestare una forma di depressione acuta e di crisi di paura di cui il Calamandrei probabilmente doveva essere affetto (vedasi la relazione, datata 11.3.2002, del v. sovrintendente Michele Natalini).

In sede di assunzione di informazioni del perquisito, poi, si apprendeva che il predetto era stato amico d’infanzia del dott. Giulio Zucconi e che i due avevano frequentato, sin da piccoli, le medesime amicizie e gli stessi ambienti. Il Calamandrei, peraltro, riferiva di aver messo a disposizione dello Zucconi un proprio ambulatorio medico, annesso alla farmacia di San Casciano, presso il quale il medico, un giorno alla settimana, era solito svolgere attività ambulatoriale visitando i propri pazienti.

Lo Zucconi (deceduto il 3.12.1989) era un personaggio sul quale si erano incentrati i sospetti degli inquirenti, almeno fin dalla data dell’ultimo duplice omicidio, così come era emerso nel corso di specifica attività, svolta e riferita con diverse note dirette al P.M. di Firenze e che qui si intendono richiamate. (Si cita in particolare la nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001).

[Nei confronti dello Zucconi, agli atti di questo ufficio, esisteva già copia di uno scritto anonimo, giunto il 14.01.96 alla Stazione dei Carabinieri di San Casciano V.P., che lo segnalava quale soggetto che aveva a che vedere con le indagini sui delitti del “Mostro”, nonché altra lettera con timbro postale 18.1.1997 con scritto con ritagli di giornale: cercate la pistola del Mostro dentro la bara del dott. Zucconi. Inoltre, in data 01.12.97, perveniva direttamente al P.M. di Firenze altro scritto anonimo, nel quale lo Zucconi era indicato come persona “al quale piaceva fare visita alle ragazze. Le spogliava e metteva nella cicalina un tralcio di vite” insieme ad amici, tra cui Mario Vanni. Il P.M. di Firenze aveva disposto nuove indagini che avevano consentito di accertare che: – la famiglia Zucconi, in Mercatale, aveva abitato in via Sonnino 58, in una casa che confinava proprio con il giardino del Pacciani; – dopo l’ultimo delitto, lo Zucconi era stato notato in paese con una grossa ecchimosi al volto che aveva giustificato dicendo di essere caduto dal cavallo, ma il particolare aveva confermato per la gente i sospetti che gravavano sulla sua persona in relazione ai delitti (vedasi dichiarazioni di Guidotti Simone del 29.11.1997, il quale tra l’altro riferiva di essere a conoscenza che Pacciani aveva avuto rapporti con lo Zucconi, tanto che avrebbe curato la manutenzione delle armi del medico); la villa dello Zucconi era stata piantonata per più giorni (8/10) dai carabinieri e che quello era il periodo in cui in paese si raccontava che il medico era implicato nei delitti (vedasi dichiarazioni di Torrini Orazio del 4.12.1997 e quelle di Torrini Tiziano del 6.12.1997); – dall’esame degli atti esistenti presso le Stazioni CC di Impruneta e di San Casciano V.P., risultava che, in epoca di poco successiva al duplice omicidio di Scopeti, esisteva una corrispondenza tra i due uffici attestante le segnalazioni di due fucili in possesso dello Zucconi (agli atti della stazione CC di San Casciano, vi era una nota datata 20.9.85, in cui lo Zucconi risultava in possesso di nr.2 fucili, la cui detenzione era invitato a regolarizzare; agli atti della Stazione CC di Impruneta, invece, vi era una denuncia, a nome dello stesso Zucconi, datata 4.10.1985, di possesso di nr.3 fucili, nr.1 revolver e nr.1 carabina); – Zucconi e Pacciani erano amici (vedasi dichiarazioni del 22.1.1998 di Bini Gino, che tra l’altro raccontava di essere a conoscenza che il medico aveva accompagnato un suo conoscente, Sestini Franco, dal Pacciani affinché quest’ultimo gli governasse il cavallo: “fu proprio il Sestini che mi disse di essere stato accompagnato da Zucconi a casa del Pacciani. L’impressione che ha avuto il Sestini è che lo Zucconi si conoscesse molto bene con Pacciani”. Sestini Franco confermava la circostanza raccontando nei dettagli l’episodio del cavallo – verbale del 16.7.1998)].

A proposito della lettera del Vanni inviata dal carcere, il Calamandrei dichiarava di non ricordare di averla mai ricevuta.

Circa invece la sua conoscenza con Renzo Rontini, spiegava di averlo effettivamente conosciuto a seguito delle dichiarazioni rese dalla sua ex moglie Mariella Ciulli, che lo aveva indicato come coinvolto nei delitti del Mostro specificando che, dopo essersi chiarito, con Rontini non aveva avuto più modo di rivederlo.

Dopo la citata attività sul conto del Calamandrei non si è più indagato su di lui, ma – giova ricordarlo – l’indagine sui presunti mandanti aveva subito un forzato stop a causa delle vicissitudini professionali di questo dirigente [incominciate nell’agosto del 1998 con proposte di trasferimento (poi realizzate per ben due volte consecutive) e protrattasi fino all’agosto 2000]. Solo nel mese di settembre del 2000 era stato possibile riprendere l’attività volta a verificare l’ipotesi formulata in sentenza dai giudici di merito circa la possibile esistenza di uno o più mandanti dei duplici omicidi del cosiddetto “Mostro di Firenze”.

Nel contesto delle nuove indagini emergevano importanti e significativi elementi nei confronti del Calamandrei che richiedevano una nuova particolare attenzione investigativa nei suoi confronti, anche con l’esecuzione di specifici atti di P.G..

L’attività tuttora prosegue in particolare nell’ambito dei procedimenti penali incardinati presso la Procura della Repubblica di Perugia.

AMICIZIE E FREQUENTAZIONI (Assunzione di informazioni testimoniali)

Nell’introdurre tale argomento, si ritiene utile innanzitutto ricordare le dichiarazioni rese dalla signora Jorge Alves Emilia Maria, nata a Petropolis (Brasile) il 31.10.31.

La predetta in data 6.11.2001 si presentava spontaneamente negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Firenze per raccontare fatti a suo giudizio afferenti la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Nella circostanza riferiva notizie che riguardavano, in particolare, l’avvocato Jommi Giuseppe, nato a Montappone il 27.10.1932, col quale aveva intrattenuto una lunga relazione sentimentale proprio negli anni dei duplici omicidi ai danni delle coppiette.

Tra l’altro, raccontava che:

-spesso le era capitato di accompagnare lo Jommi con la propria macchina a prendere quella dell’amante, che era solito lasciare in sosta nel parcheggio dell’ospedale di Ponte a Niccheri per raggiungere da lì la città servendosi di mezzi pubblici. (In quel parcheggio, subito dopo l’ultimo delitto, era stata trovata una cartuccia calibro 22 L.R., risultata da apposita perizia facente parte della medesima partita di quelle utilizzate dalla pistola del Mostro per realizzare i delitti). Da lì, poi, l’amante andava a casa a Bagno a Ripoli;
-lo Jommi spesso andava a trovare degli amici a San Casciano ed una volta era tornato a casa alle 4 di notte tutto impolverato e le aveva raccontato che era andato a piedi alla Roveta. Tra gli amici indicava tale Corsi che sapeva essere avvocato [Alberto Corsi avvocato di San Casciano, è parente del Calamandrei e fu imputato nel processo a carico di Vanni Mario + altri per rispondere del reato di favoreggiamento, dal quale però venne scagionato. A proposito del Corsi si ricorda che, nel corso della perquisizione domiciliare, eseguita nei suoi confronti in data 26.6.1996, fu rinvenuto materiale afferente l’esoterismo, tra cui una confezione a mò di amuleto, asseritamene con capacità guaritorie, nonché copie di un libro su vari talismani];
– nel 1990, il giornalista Spezi era andato a trovarla a casa e le aveva chiesto se lo Jommi avesse a che fare con le messe nere ed i riti satanici. Ella aveva risposto di non sapere nulla. Precisava di ricordare anche che, nella circostanza, lo Spezi le aveva detto che era stato trovato probabilmente il Mostro e che era un contadino di San Casciano che si trovava in prigione. Le aveva detto questo perché precedentemente sempre lo Spezi le aveva riferito che l’avrebbe accompagnata dal dott. Perugini affinché raccontasse quello che lei aveva intuito. Alla luce però dell’avvenuta individuazione del “Mostro”, non fu ritenuto più necessario l’incontro;
– lo Jommi, prima della scoperta ufficiale delle ultime vittime, dicendole “sono un Mostro”, le aveva anticipato quell’uccisione.

[In occasione di un altro delitto del “Mostro” – quello del giugno 1981 ai danni della coppia FoggiDe Nuccio – un’analoga anticipazione l’aveva fatta alla propria moglie Enzo Spalletti, noto guardone della zona, che non aveva nulla a che vedere con l’esecuzione di quel crimine, ma che sicuramente la doveva sapere lunga o perché era stato testimone involontario durante la sua attività di guardone delle coppiette appartate in auto o perché ne era stato informato da qualche fonte ben informata che non ha inteso citare. E che lo Spalletti la sapesse lunga si evince anche dalla sua richiesta a un giornalista, tale Beppe Baghdikian, che asseriva di essere della Mondadori, di essere disponibile a raccontare tutta la verità lasciando così intendere di conoscere tanto su quegli omicidi, previo però il pagamento di cento milioni di lire [vedasi trasmissione “Morti per amore – Il Mostro di Scandicci” di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1985 su Rete 4. Nel corso dell’intervista, dopo aver avanzato la richiesta dei cento milioni di lire (se lei vole far proposte…piglia i miei avvocati…cento milioni su…un piatto…ce li porta in casa e lì…gli si dice tutto…chiaro?) lo Spalletti faceva un curioso riferimento alla persona dello Spezi e il colloquio si snodava come segue:

SPALLETTI: Il signor SPENZI…. Lui ha fatto il libro no?…..
Beppe BAGHDIKIAN: Si…..
SPALLETTI: Lui dice che sa chi è il mostro no?…… di sulla terrazza sa chi è…. Vada da loro… e se lo faccia dire….. da SPENZI….. di già uno come SPENZI……. l’arresterei io….. fussi il magistrato…
BAGHDIKIAN: Scusi SPALLETTI…. Posso dirle una parola…. E me ne vado…. Una sola…. Posso?… la proposta non glielo ancora fatta…..
SPALLETTI: Si…. Se un’altra volta vi ritrovo qui…. Ve lo do io…… forza….. forza…..
BAGHDIKIAN: Scusi….
SPALLETTI: La vuole ragionare?….. forza…..
BAGHDIKIAN: No…. Volevo dirle che questa sera viene mmmm….. COSTANZO…. No… dico….. la possiamo anche pagare…..
SPALLETTI: (Incomprensibile)…… è dalla cinque che io sono a lavorare…..
BAGHDIKIAN: No…. Mi rendo conto SPALLETTI…….].

Nel contesto del suo racconto (che precisava di aver già riferito agli inquirenti nel 1990 e la circostanza veniva riscontrata positivamente) poi la Alves faceva riferimento ai rapporti di stretta amicizia e frequentazione proprio negli anni dei duplici omicidi tra lo Jommi e Francesco Narducci (“l’amico Francesco di Foligno” per come riferitole dallo stesso Jommi), che a Perugia, per come aveva appreso, veniva indicato come “il Mostro di Firenze”.
[Il Narducci, gastroenterologo di Perugia, risultava essere deceduto nel lago Trasimeno l’ 8 ottobre 1985 a distanza di un mese esatto dall’ultimo dei duplici omicidi e sul suo conto risultavano vecchi accertamenti svolti dall’ex SAM. (Esistevano a nome del Narducci un cartellino con la seguente dicitura: “deceduto misteriosamente presso il lago Trasimeno – Accertamenti svolti dai CC di Firenze perché sospettato quale Mostro – il decesso risale all’ottobre 1985?”; alcuni precisi riferimenti nelle dichiarazioni della Alves in relazione alle frequentazioni dell’avvocato Jommi – nota n. 1000/2/90/SAM del 5.7.1990 -, nonché un dettagliato memoriale dell’investigatore privato Valerio Pasquini, presentato alla Procura di Firenze e da questa inviato il 3.11.1993 alla SAM, che il giorno dopo, il 4.11 lo restituiva, senza svolgere accertamenti su una serie dettagliata di fatti e notizie fornite da quell’investigatore e che – non si può fare a meno di sottolinearlo – a distanza di un decennio, invece, grazie all’iniziativa della Procura della Repubblica di Perugia, avrebbero trovato puntuali conferme. Esistevano, inoltre, anche alcune lettere anonime, pervenute alla polizia e alla magistratura fiorentina durante la celebrazione del processo d’appello a carico di Vanni e di Lotti, che lo indicavano con assoluta certezza come coinvolto negli omicidi del “Mostro”].

Quasi contestualmente all’acquisizione delle dichiarazioni della signora Alves, il P.M. di Perugia, indagando su altri fatti (minacce gravi nei confronti di certa Dorotea Falso, estetista di Foligno, da parte di sedicenti appartenenti a una setta satanica), riapriva il caso della morte del Narducci Francesco.

La nominata Alves veniva poi sentita dal P.M. di Firenze, al quale confermava in toto le precedenti dichiarazioni aggiungendo un dettaglio che rivestiva uno specifico interesse investigativo: il possesso da parte dello Jommi di un’auto tipo mono – volume, targata Perugia, di colore verdolino chiaro che l’amante, alla sua domanda di come l’avesse avuta, le aveva risposto che era di un suo amico.
[Il tipo di auto e soprattutto il colore corrispondeva esattamente all’auto Citroen CX del Narducci, della quale gli inquirenti all’epoca sconoscevano il colore].

Sicché le dichiarazioni della testimone contribuivano a far sorgere un particolare interesse investigativo sia sulla persona di Francesco Narducci (e soprattutto sulle circostanze della sua morte), sia sulla persona dell’avvocato Giuseppe Jommi, la cui moglie, Ada Pinori, agli atti d’ufficio risultava proprietaria dell’appartamento, sito in via Benedetto Marcello 45 di Firenze, presso il quale aveva abitato la famiglia di Susanna Cambi, una delle vittime del cosiddetto “Mostro”. E, proposito di questo delitto, giova ricordare che presso l’abitazione della zia della vittima, prima ancora che i cadaveri venissero scoperti era giunta una telefonata con cui un ignoto interlocutore aveva chiesto di parlare con la mamma di Susanna, ma poi era caduta la linea.

Quindi, con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco, nato a Perugia il 4.10.1949, già ivi residente in via Savonarola, 31 (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe ( nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. In un secondo momento verrà chiesta l’esecuzione di una perquisizione domiciliare – nota n. 29/04/Gides del 21.1.2004 – che non sarà disposta).
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M., titolare delle indagini, né tanto meno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.

Successivamente, con nota n. 500/02/S.M. dell’11.3.2002, relativa al p.p. n. 3212/96), redatta a seguito di una rilettura degli atti relativi alla vicenda – e, in particolare, finalizzata a un ipotizzabile movente esoterico -, prima ancora che affiorassero i molteplici riscontri ai rapporti che erano esistiti tra l’ex farmacista e il Narducci, si richiamava l’attenzione sul Calamandrei e, in modo particolare, sul materiale cartaceo allo stesso sequestrato nel corso della perquisizione del 1998 di cui si è detto.

Con nota n. 500/03/S.M. del 20.1.2003, relativa “ai mandanti dei duplici omicidi attribuibili al cosiddetto Mostro di Firenze”, ancora una volta veniva riproposta all’attenzione del P.M. di Firenze la persona di Calamandrei Francesco, richiamando ancora una volta l’esito della vecchia perquisizione domiciliare e, in particolare, le sopravvenute dichiarazioni rese in data 5.12.2002 dall’avvocato Pietro Fioravanti.

Costui, infatti, tra l’altro, aveva riferito che Pacciani gli aveva parlato del Calamandrei come persona interessata a discorsi di magia, chiaramente facendo riferimento ai delitti del Mostro di Firenze. Inoltre, aveva aggiunto che il proprio cliente gli aveva parlato anche di un medico di Firenze “che non era buono a trombare” e che faceva l’ortopedico, nonché il fatto che Pacciani insistesse molto sul tema della magia, tanto che Suor Elisabetta gli aveva portato un libro sul satanismo (quest’ultima circostanza trovava riscontro positivo essendo stato a suo tempo rinvenuto al Pacciani nel corso di una perquisizione un libro dal titolo “Pericolo di morte” ed un opuscolo intitolato: “Satanismo”, oltre ad alcuni appunti manoscritti contenenti “ricette” sulla magia, tra cui quella “nera”).

Le dichiarazioni in questione del 5.12.2002, volendole qui sintetizzare e con riserva di riprenderle oltre, assumevano particolare importanza sotto altri aspetti.
In particolare, per i riferimenti da parte del Pacciani:

-alla magia in relazione proprio ai duplici omicidi;
-al collegamento di 10 omicidi di prostitute, avvenuti in Toscana e in Emilia coi sette delitti del Mostro, tutti “di matrice demoniaca e satanica” e che sarebbero stati “studiati a tavolino”;
-alla morte del Narducci [ed ecco che ritornava la persona del Narducci che, secondo il legale, Pacciani doveva aver conosciuto personalmente];
-alla uccisione del conte Corsini, riconducibile, sempre secondo il Pacciani, alla vicenda del “Mostro di Firenze”.

Con la nota sopra citata, tra l’altro, si faceva cenno ai primi esiti dell’attività perugina sulla morte del Narducci e, in particolare, si evidenziava l’amicizia del Narducci con fiorentini col prof. Gian Eugenio Jacchia. Questo sostanzialmente in considerazione del fatto che Gianni Spagnoli, suocero del Narducci, aveva dichiarato: “mia moglie notò Francesco col prof. Jacchia che parlavano fitto fitto tra di loro mentre facevano il bagno per circa mezzora. Anche il prof. Elio Ascani famoso ortopedico romano notò il particolare…”, nonché di una conversazione telefonica registrata, avvenuta tra Bona Franchini, moglie di Gianni Spagnoli, e una donna, di nome Federica, nel corso della quale una voce femminile (quella di Federica), commentando con la sua interlocutrice la conoscenza e la frequentazione del Narducci con lo Jacchia, ad un certo punto aveva abbassato il tono della voce quasi per non farsi sentire dall’interlocutrice e come se si rivolgesse ad altra persona che, insieme a lei stava seguendo l’andamento del colloquio, e diceva: “gliel’ha dati lui”, con tutta probabilità intendendo riferirsi ai “feticci” (vedasi telefonata n. 68 del 9.6.2002, ore 09.55 utenza in uso a Spagnoli Gianni).

Sicché, si rilevava che le emergenze investigative richiedevano opportune indagini mirate anche su precisi personaggi, quale il Calamandrei, lo Jacchia e l’avv. Jommi e, per quanto riguardava il Calamandrei in dettaglio si richiedeva: “-di individuare la villa di cui ha parlato Fioravanti e, di conseguenza, i frequentatori della stessa specie negli anni 80; -di ricostruire le sue frequentazioni nel grossetano, ove, in quegli anni, possedeva una casa a mare nella zona di Punta Ala (che all’epoca sarebbe stata perquisita) per appurare l’esistenza di contatti con personaggi d’interesse, quali Narducci Francesco e Jacchia Gian Eugenio, atteso che costoro frequentavano negli stessi anni quella zona; -previa identificazione, di sentire le sue ex conviventi, tale Alessandra, di cui è stata trovata traccia nella documentazione in sequestro e tale Mascia Rossana; -di ricostruire i suoi rapporti con i professionisti che in quegli anni utilizzavano l’ambulatorio annesso alla farmacia di sua proprietà; -di approfondire i suoi rapporti con Vanni Mario e con l’avv. Corsi Alberto; -di approfondire il suo interesse all’esoterico come sembra dedursi dal possesso di una rivista specializzata sottoposta a sequestro; – di ricostruire il possesso delle auto ed il curriculum universitario; -di ricostruire le frequentazioni artistiche; – di acquisire i tabulati delle sue utenze telefoniche a partire dal 01.09.2002 sino al 31 marzo 2003 allo scopo di verificare gli attuali contatti; -all’esito eventualmente sottoporre ad intercettazione telefonica le utenze in uso, tra cui l’utenza 055.820507, intestata a Calamandrei Francesco, Piazza O. Pierozzi, 18, San Casciano V.P. nonché ogni altro ulteriore sviluppo ritenuto opportuno nella nuova ottica investigativa”.

A seguito della citata nota del 20.1.2003 veniva incardinato presso la Procura di Firenze il p.p. n. 1277/03 e finalmente venivano disposti dal P.M. tutta una serie di accertamenti, a seguito dei quali emergevano significativi elementi, soprattutto testimoniali, e provenienti da più testimoni. [Tali acquisizioni porteranno poi a inoltrare la richiesta di attività tecnica d’intercettazione telefonica delle utenze in uso all’ex farmacista (vedasi nota n. 36/03/Gides del 16.6.2003)].

Tra le testimonianze più rilevanti, si citano quelle di:

Marzia Pellecchia (sentita in data 4 e 7 febbraio 2003) che, tra l’altro, riferiva di aver partecipato ad alcune “festicciole a luci rosse” in un cascinale nelle campagne di San Casciano, su consiglio della signora Lina Giovagnoli, la quale si era prestata ad aiutarla economicamente in cambio di prestazioni sessuali. In pratica, la Pellecchia si era prostituita facendo sesso con persone da lei definite “con problematiche sotto l’aspetto sessuale” e con qualcuno che manifestava “una certa brutalità”. Nelle citate circostanze, la testimone aveva dichiarato, così come risultava in sede di individuazione fotografica, di aver conosciuto alcuni dei personaggi presenti nelle “festicciole” e, oltre al Pacciani, al Vanni ed al Lotti, riconosceva anche Calamandrei Francesco e Narducci Francesco, quest’ultimo a lei noto come un medico di Prato. A proposito del Narducci poi aveva fornito una descrizione fisica perfettamente sovrapponibile proprio a quel Narducci Francesco, sulla cui morte il P.M. di Perugia stava investigando. Dichiarava, infatti, che quel medico “era più giovane di tutti gli altri uomini…vestiva elegantemente;……. in particolare ricordo che portava una catena a maglie larghe con una medaglia (particolare riscontrato positivamente); lo stesso parlava correttamente l’italiano senza inflessione particolare;….. aveva un fisico sportivo, alto circa 1.80, capelli chiari… parlava più degli altri dei viaggi che aveva fatto. Lo sentii parlare della Thailandia ed anche di sport acquatici (in effetti il Narducci era stato in Thailandia e faceva sci acquatico)”. Inoltre, riconosceva anche con assoluta certezza Jacchia Gian Eugenio tanto che aveva affermato che avrebbe potuto metterci “la mano sul fuoco” e che si trattava di “un tipo proprio strano, vizioso, nel senso di pervertito e notai che a lui piaceva farsi toccare nelle parti intime”, nonché Vinci Francesco, con cui aveva fatto sesso. La stessa Pellecchia poi, sentita dal P.M. di Firenze, confermava le precedenti dichiarazioni, specificando a proposito del “medico di Prato”, riconosciuto nella foto del Narducci Francesco, quanto segue: “…ebbi un rapporto sessuale con lui e, come ho spiegato alla polizia, mi dette l’impressione che aveva delle problematiche. Non fu violento, ma nell’amplesso fu brutale ed aggressivo. Fu un rapporto che contrastava con il tipo di persona che sembrava essere esternamente. Ebbi l’impressione che avesse problemi latenti ma non capii niente di più né lo so spiegare ora. Per me aveva qualche problematica fisica, ma anche questa non la so spiegare. Mi sembrò che con l’aggressività riusciva ad eccitarsi…ricordo che in entrambe le occasioni aveva la collana al collo…era una collana d’oro, almeno apparentemente. Sia la catena che il pendaglio erano o sembravano d’oro. La catena era a maglie larghe, grossetta. Non era lunga ma non era neppure un girocollo. Arrivava qualche centimetro sotto il collo. La medaglia poteva essere grande come le 100 lire dell’epoca…”. Nella medesima circostanza, la donna, rivedendo l’album fotografico, a proposito della foto del Narducci, dichiarava: “…le dico che il medico di cui parlo io è quello raffigurato nella foto a destra senza cappello e con gli slip azzurri…”. Circa la casa di campagna, ove venivano tenute le “festicciole”, la testimone al P.M. di Firenze precisava: “…Il tragitto per arrivare a quella casa non lo ricordo proprio. Ricordo la casa. Son cose che rimangono impresse nella mente. Ricordo il camino. Ricordo che era una vecchia casa colonica al piano terra. Aveva un piazzalotto davanti. Era isolata. C’erano alberi davanti. Non so dire il tipo. Non erano fitti. Si trattava di qualche albero in qua ed in là. Mi sembra che si trattasse di una casa posta in pianura. Mi sembra di ricordare una zona tutta piana. Non si percorrevano salite per arrivarci. La strada per arrivare alla casa non era asfaltata. Dalla fine della strada asfaltata alla casa non mi sembra che ci fosse tanta strada da fare. Dall’asfalto alla casa non mi sembra che ci fossero grandi curve, era un percorso abbastanza dritto. Non mi sembra che ci fossero altre case nei pressi. Non ho ricordo né di orti o piantagioni o viti o olivi…per quanto riguarda l’interno ricordo un solo bagno tenuto male come la casa. Non c’era grande pulizia da nessuna parte…”. In relazione all’epoca delle “festicciole” ancora precisava: “…poteva essere il 1980 o forse il 1981, 1982. Ricordo che era un’estate in cui c’erano i campionati mondiali di calcio (In quegli anni i mondiali di calcio si tennero nel 1982.)”;

Angiolina Giovagnoli (sentita a verbale in data 7.2.2003, subito dopo aver eseguito nella sua abitazione una perquisizione domiciliare autorizzata dalla Procura di Firenze), pur mantenendo un atteggiamento palesemente insofferente per l’attività in corso, tuttavia forniva precisi riscontri alle notizie in possesso dell’ufficio. In particolare, confermava l’avvenuta conoscenza della Pellecchia agli inizi degli anni 80 proprio secondo le modalità raccontate da quest’ultima, il fatto che la Pellecchia si prostituisse anche insieme a lei (raccontava di un rapporto sessuale avuto da loro due insieme con un amico a cui piaceva “giocare” con due donne e di cui asseriva di non ricordare il nome), la conoscenza e la frequentazione con le altre donne, citate dalla Pellecchia (Miniati Loredana, Cantini Anna e tale Maria Teresa), il fatto che all’epoca guidava la macchina. Negava, invece, di essersi recata a festicciole con la Pellecchia e/o con le altre amiche. In sede di individuazione fotografica, la donna poi riconosceva Francesco Calamandrei e, poi, aggiungeva che con questi, che era stato un suo cliente, aveva avuto rapporti sessuali. Negava, però, di essersi recata a San Casciano. Nella occasione, considerata la discordanza tra le sue dichiarazioni e quelle della Pellecchia, le due donne venivano messe a confronto e, durante tale atto, la Giovagnoli pur rimanendo sulla stessa posizione, dichiarava: “se lei (facendo chiaramente riferimento alla Pellecchia) dice così (della partecipazione ai festini) significa che è successo veramente…perché lei (la Pellecchia) non dice cazzate. Si vede che la mia mente ha deciso di cancellare questi ricordi perché troppo brutti”. [La circostanza della reale conoscenza tra la testimone e il Calamandrei era suffragata dal rinvenimento in un’agenda dell’ex farmacista dell’utenza telefonica 055.362432, intestata per l’appunto a Giovagnoli Angiolina, via Bellini, 41, Firenze. Come pure dal rinvenimento nella documentazione sequestrata alla predetta del nominativo e dell’utenza del Calamandrei. Era chiaro pertanto che l’ex farmacista aveva frequentato come cliente la prostituta, che era proprio una del giro di cui aveva parlato la Pellecchia!];

Gabriella Ghiribelli (sentita il 28.2, il 1 ed il 5.3.2003, nonché il 5.6.2003) riferiva notizie di particolare interesse investigativo, fornendo, tra l’altro, riscontro anche alle affermazioni della Pellecchia circa la frequentazione di San Casciano da parte di Narducci Francesco. Infatti, raccontava in particolare delle frequentazioni del “medico di Perugia”, da lei riconosciuto in sede di individuazione fotografica proprio nel Narducci Francesco, con alcuni personaggi di San Casciano, tra cui un orafo ed un “medico di malattie tropicali”, identificati successivamente rispettivamente in Fabio Filippi, nato a Rapolano Terme il 12.3.1952, res. a San Casciano, la cui madre è originaria di Montefalco (PG) a pochi chilometri da Foligno, ove aveva lo studio medico il Narducci Francesco, il primo, e Achille Sertoli, nato a Volterra il 23.7.1934, res. a Firenze, con studio medico negli anni 80 a San Casciano, il secondo, nonché un medico svizzero, non meglio indicato e che a tutt’oggi non è stato possibile identificare con certezza, ma che si presume possa essere stato il Rolf Reinecke di cui più sotto. Raccontava anche di “festini” individuando, poi, la villa ove abitava il medico che lei aveva saputo essere di nazionalità svizzera, presso la quale si svolgevano [Si trattava della villa “La Sfacciata”, che si trova proprio dirimpetto al luogo, in cui furono uccisi nel 1983 i due giovani tedeschi. All’epoca del delitto, fu indagato un cittadino tedesco, tale Reinecke Rolf, che abitava in quella villa (all’epoca conviveva con una donna di origine svizzera) e che aveva scoperto i due cadaveri dei tedeschi senza dare subito l’allarme adducendo motivazioni che apparivano prive di qualsiasi credibilità. Il citato Reinecke, comunque, all’epoca era stato perquisito e indagato per possesso illegale di armi e morirà, sembra in Germania dove si sarebbe recato con la convivente svizzera, alla fine del 1995]. A proposito di “festini”, la testimone citava anche a quelli che si svolgevano nella casa di Indovino Salvatore e dei quali aveva già fatto cenno durante l’indagine a carico di Vanni e Lotti, anche con la partecipazione di bambini e spiegava di essere a conoscenza che “di solito la Milva Malatesta (Il 19 agosto 1993 Milva Malatesta ed il figlio Mirko di 3 anni furono uccisi e bruciati nell’auto della donna nel Comune di Barberino Val D’Elsa. Il caso è archiviato ad ignoti. Dalle indagini, relative alla cosiddetta inchiesta bis, è emerso, tra l’altro, che la citata Malatesta era stata amante, tra gli altri, di Francesco Vinci, più volte indagato per la vicenda dei duplici omicidi delle coppiette e che, in data 7.8.1993, fu trovato ucciso, insieme al suo servo pastore, Angelo Vargiu, nei boschi nei dintorni di Pisa. I cadaveri dei due, incaprettati secondo la tipica esecuzione mafiosa, furono bruciati e vennero rinvenuti nel bagagliaio dell’autovettura di proprietà del Vinci. Il caso è archiviato ad ignoti) era quella che faceva la parte della vittima, si sdraiava nel centro del cerchio con all’interno una stella a cinque punte, poi tutti gli uomini si accoppiavano con lei; successivamente anche i bambini venivano portati nella stanza dove c’era il cerchio, ma non so cosa avvenisse dopo. Le feste avvenivano sempre a casa di Indovino, tranne una volta che andarono in un cimitero assieme al capo degli Hare Khrisna. Infatti il giorno dopo c’era un articolo sulla Nazione, che diceva che sconosciuti avevano scoperchiato le tombe. Il cimitero era nei dintorni di San Casciano ed il periodo era nei primi anni 80”. [La preziosa testimone nel dicembre del 2004 morirà per cause naturali presso l’ospedale di Careggi];

Pietro Fioravanti, come noto legale storico dell’imputato Pietro Pacciani, (sentito in data 5 e 17.12.2002 e, in data 22.1.2003 dal P.M. di Perugia) forniva anche lui importanti notizie (alcune sono state già accennate, ma qui vengono riprese in dettaglio) e che, a loro volta, contribuivano a dare attendibilità anche alle dichiarazioni rese dalla Ghiribelli e dalla Pellecchia. Il professionista innanzi tutto dichiarava di aver appreso dal suo cliente che “queste storie sono minestre del diavolo” e che i sette delitti di Firenze (sette non otto!) “tutti a suo dire di matrice demoniaca e satanica” erano collegati a “10 omicidi di prostitute, avvenute in Toscana ed Emilia”. Spiegava che Pacciani gli aveva precisato che “si trattava di delitti studiati a tavolino e che la storia di questi delitti era dentro lo spirito guida, intendendo per spirito guida la magia” [Ecco riproporsi il movente magico – esoterico dei duplici omicidi con una fonte che certamente non era il serial killer che da solo aveva eseguito tutta la serie omicidiaria, ma che era stato un esecutore materiale, almeno per i delitti accertati, e che certamente la doveva sapere lunga sull’intera vicenda anche in considerazione del fatto che durante gli anni dei delitti aveva accumulato un’ingente ricchezza, rapportata chiaramente alla sua posizione sociale – lavorativa, che dava attendibilità alle dichiarazioni del Lotti circa un medico che pagava il Pacciani per ottenere i feticci]. Inoltre, il professionista affermava che Pacciani gli aveva detto (e questo particolare confermava le dichiarazioni della Ghiribelli) di aver frequentato l’Indovino e un altro mago, che poi il legale aveva identificato in Francesco Verdino, alias “il mago del Messico”. Ancora aggiungeva: “Pacciani mi parlò del farmacista di San Casciano, il cui nome è Calamandrei, come persona interessata a questi discorsi di magia, chiaramente facendo riferimento ai delitti del Mostro, nonché di un medico di Firenze “che non era buono a trombare” e che faceva l’ortopedico, e qualche altro personaggio “più fine”, almeno così da lui definito. Pacciani insisteva molto sul tema della magia, tanto che poi suora Elisabetta gli portò un libro sul satanismo. (3 Nel corso delle perquisizioni domiciliari eseguite nelle abitazioni di Pacciani Pietro furono rinvenuti i seguenti libri ed appunti riferibili al satanismo ed alla magia: -libro “pericolo di morte”; volume “Dominio sui demoni” di H.A. Maxwell Whyte (perquisizione del 6.12.1991 nella cella di Sollicciano); appunti manoscritti “Magia Nera”.)”. Spontaneamente poi il Fioravanti raccontava un altro fatto connesso al significato magico dei delitti, e cioé: “poco prima che incominciasse il processo Pacciani e, quindi, prima del 19.4.1994, per due volte ricevetti in studio le telefonate di una donna, qualificatasi come Marisa da Massa, la quale, dopo essersi accertata che ero il difensore di Pacciani, mi iniziò a parlare di magia e di festini che si facevano in una villa nel territorio di San Casciano” (proprio il racconto della Ghiribelli!!). Così continuava “Mi spiegò che era lei a procurare le ragazze vergini che dalla Garfagnana poi si recavano in questa villa. Mi spiegò anche che una di queste ragazze era rimasta in cinta (la Marisa aveva spiegato alla Ghiribelli che una ragazza era rimasta in cinta ed avrebbe dovuto farla abortire!!!) e che, come riparazione, al genitore era stato donato un podere in Garfagnana. Dalla voce questa donna poteva avere 40/45 anni. Nei discorsi che mi fece mi parlò per l’appunto di riti e di magia legati agli omicidi del Mostro di Firenze e mi spiegò che il Pacciani c’entrava con questa storia e riordinava la villa dopo che avevano fatto i festini. Non mi fece nomi dei partecipanti a questi festini, ma mi disse che ci era qualche avvocato e qualche giudice (la Ghiribelli aveva riferito di aver saputo dalla Marisa che, tra i partecipanti, c’erano un famoso avvocato di Livorno ed il giudice Vendrame, deceduto, del quale ha fornito anche indicazioni sul domicilio fiorentino e sull’attività della moglie.), concludendo che comunque erano persone importanti”. In relazione poi ad eventuali notizie in suo possesso sulla morte del medico perugino Francesco Narducci, il legale affermava che di tale evento gliene aveva parlato il Pacciani, il quale lo aveva invitato a fare indagini perché il chiarimento di quella morte sarebbe andato a “suo vantaggio” [Guarda caso come si sta verificando adesso con le nuove indagini che confermano ulteriormente che il Pacciani non poteva essere stato l’unico serial killer!]. Aggiungeva: “Ricordo che mi disse che questo Narducci aveva una villa, forse a Vicchio o nella zona di San Casciano, in affitto e ricordo pure che Pacciani collegava la morte di questo Narducci all’uccisione di un conte, fatta passare come incidente di caccia. Si tratta della morte del conte Corsini (Corsini Roberto, nato a Firenze il 4.10.1950, già residente in San Piero a Sieve, via Le Mozzette, 1 il giorno 20.8.1984 fu trovato ucciso da un colpo di fucile in località Mercatali di Scarperia. Fu arrestato tale Parigi Marco, nato a Scarperia il 3.4.1960, che si era introdotto nella tenuta del conte per cacciare di frodo. Il Parigi fu condannato.). Pacciani si lamentava del fatto che non avessero fatto indagini sulla morte di queste due persone ed in particolare sulla morte del Narducci…Ho avuto l’impressione che il Pacciani conoscesse personalmente il Narducci, ma non mi spiegò i dettagli di questa conoscenza”.
Durante l’assunzione di informazioni del 22.1.2003, il Fioravanti al P.M. di Perugia confermava le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria, fornendo altri dettagli e, in particolare che:

– il Pacciani gli aveva precisato che il Narducci Francesco aveva sposato una Spagnoli;
– da come aveva potuto capire il Pacciani doveva aver conosciuto il Narducci a Vicchio dove, molto probabilmente, il medico perugino aveva una villa in affitto ovvero una porzione di villa del Corsini che aveva a Vicchio una riserva di caccia;
-il Pacciani gli aveva detto che “il Narducci e il Corsini erano “in combutta” e che il Narducci aveva un’abitazione a Vicchio, ma che le riunioni le facevano a San Casciano vicino alla chiesa sconsacrata e ad un’azienda vinicola”. Precisava poi che Pacciani, quando parlava di “combutta”, intendeva alludere anche alle “attività di tipo magico sessuale violento, tipo quelle che caratterizzano i rapporti sessuali tra il Pacciani, il Vanni, la Sperduto e la Ghiribelli, ma anche persone di alto livello cui allude una lettera anonima che il Pacciani mi consegnò poco prima del processo e che detti in originale al dirigente della SAM dr. Perugini su invito del dr. Canessa che informai immediatamente. Oltre all’attività magico – sessuale che ho descritto, il Pacciani alludeva anche a rapporti di pedofilia che avrebbero coinvolto non i cosiddetti “compagni di merenda”, ma soprattutto persone altolocate”.

[Come si può vedere tanti risultarono i riscontri alle dichiarazioni della Ghiribelli ed anche a quelle rese dalla Pellecchia Marzia!].

Sempre in relazione alla vicenda del Mostro di Firenze, il legale aggiungeva che il Pacciani “sottolineava in particolare il ruolo del farmacista di San Casciano dr. Calamandrei, definendolo ironicamente “bel soggetto”, mentre, a proposito del Narducci, spiegava: “a quanto riferitomi dal Pacciani era inserito in questo ambiente, e questo l’ho saputo anche per degli accertamenti che ho fatto di mia iniziativa ma sempre nell’ambito della difesa Pacciani. Oggi sono sicuro, rivedendo tutto in maniera retrospettiva, che le indagini sulla morte del Narducci furono bloccate dall’alto sia a Firenze che a Perugia e a Firenze, forse, anche per un intervento esterno”. Infine, alla domanda se avesse chiesto a Pacciani se si fosse mai recato a Perugia, rispondeva così: “ io chiesi al Pacciani perché lo interessasse tanto il Narducci e lui rispose che a Vicchio si diceva che il Narducci e il conte Corsini erano insieme e voglio precisare che, nel lessico di Pacciani, il “si diceva” equivaleva ad “era o erano” e, quindi, esprimeva una certezza. Il Pacciani, inoltre, parlava spesso del dottore di Perugia, facendo riferimento al Narducci. Concludo dicendo che il Pacciani aveva con me un rapporto molto stretto e non sono sicuro che i riferimenti al Narducci li abbia fatti anche agli altri difensori. Quando io rinunciai al mandato, dopo l’assoluzione in appello del Pacciani, questo mi accusò di non aver fatto tutte le indagini che mi aveva chiesto tra cui espressamente quella sulla morte del Narducci e quella sulla morte del conte Corsini”.

A proposito delle dichiarazioni dell’avvocato Pietro Fioravanti, è appena il caso di rilevare che:

– non possono sussistere dubbi che effettivamente Pacciani gli abbia fatto le confidenze che, a distanza di anni e forse perché spinto da un forte senso civico di non tenersele più per sé ma di voler contribuire all’accertamento della verità, il legale (che è un serio professionista) ha ritenuto di raccontare agli inquirenti;
– l’avvocato era in ottimi rapporti professionali con Pacciani e numerose volte si recava a trovarlo a casa per discutere delle strategie difensive;
– Pacciani sicuramente conosceva tanti dettagli della vicenda “Mostro di Firenze”, se non proprio ogni aspetto, e con i suoi inviti a indagare su altri (evidentemente e in un certo senso comprensibilmente non gli andava che lui dovesse pagare di fronte alla giustizia anche per altri) e, guarda caso, citava proprio il Calamandrei e il Narducci riferendo notizie rivelatisi vere (per Narducci, soprattutto la sua morte nel Lago non avvenuta secondo la tesi ufficiale dell’epoca e, per Calamandrei, la sua particolare personalità, tra cui l’interesse per la magia);

Lorenzo Nesi (sentito il 48 aprile e 22 maggio 2003) forniva anche lui importanti ed inedite informazioni con riscontri, tra l’altro, alle dichiarazioni della Ghiribelli, della Pellecchia e del Fioravanti. Il predetto, infatti, tra le persone che frequentavano il bar di San Casciano e che conoscevano il Vanni, sfogliando l’album fotografico, sottopostogli in esame, riconosceva le seguenti persone: – l’orefice Filippi (di cui aveva parlato la Ghiribelli); – Narducci Francesco, di cui però aveva precisato di non conoscere il nome, ma con certezza aveva spiegato di aver visto quella persona raffigurata nelle foto mostrategli a San Casciano. A tal proposito aggiungeva: “Ne sono proprio certo e credo che abitasse in una villa o comunque in una casa colonica grossa, che si trovava sulla strada che da San Casciano va verso Cerbaia, e precisamente vicino alla chiesa di San Martino. Non era sicuramente una persona del posto e mi sembra di ricordare di averla vista insieme al farmacista di San Casciano che si chiama Francesco Calamandrei”. Alla domanda su come ritenesse che abitasse in quel posto, precisava di averlo visto più volte a piedi proprio lì mentre lui si trovava a passare con la macchina. Ed ancora aggiungeva, a proposito sempre del Narducci: “ricordo che correva voce che fosse gay. Questa persona sono sicuro di averla vista con un tipo un po’ strano, di nazionalità straniera, ma non so dirvi di dove. Dico strano perché era proprio un omone che vestiva in maniera un po’ stravagante ed ho ricordo che avesse una camminatura tipica da gay. Questo omone credo che avesse un’auto grossa, ma non so dirvi se fosse una Jaguar o un Mercedes…anche l’omone abitava nella zona in cui ho dichiarato abitava la persona raffigurata nella foto n. 2 (Narducci Francesco)”. Circa poi il periodo di tempo in cui li aveva notati insieme, precisava che si trattava degli anni compresi tra il 1975 e il 1982. Circa il Narducci ancora aggiungeva di averlo visto insieme al Calamandrei, alla sorella ed al cognato di questi. Lo stesso riconosceva altresì il mago Verdino Francesco affermando a proposito di questi che si trattava della persona che “trombava con la figliola della donna di Pacciani che prima abitava nella casa vecchia di Faltignano (Trattasi di Sperduto Maria Antonietta, amica di Vanni e Pacciani e madre di Milva Malatesta di cui si è parlato.). A proposito del Verdino, aggiungeva: “Fu Vanni a dirmi che quest’uomo se la intendeva con la figlia della Sperduto. Sempre Vanni mi disse che quest’uomo faceva il mago e frequentava la casa della Sperduto. In questa casa sempre dai racconti fattimi dal Vanni venivano fatte cose strane, tipo orge, tanto che mi avevo fatto l’idea che fosse un casino di decima classe frequentato da diverse prostitute…in quel posto si facevano cose strane, proprio brutte, tanto che lo stesso Vanni ne rimaneva disgustato. Non erano festini, ma qualcosa di più torbido, che aveva sempre a che vedere con perversioni di sesso, ma di un sesso estremo. Mi viene in mente che la figlia della Sperduto, quella uccisa, per come ho capito dal Vanni, doveva aver subito una serie di violenze molto particolari che non so spiegare durante quelle riunioni a sfondo sessuale…” [Confermava così in pieno le dichiarazioni della Ghiribelli sul punto riferendo peraltro confidenze ricevute da Vanni, che effettivamente aveva frequentato la Sperduto!);

Fernando Pucci (sentito in data 3.6.2003) forniva anche lui importanti riscontri. Infatti, circa le frequentazioni del bar di San Casciano, presso il quale s’incontrava col Lotti, specificava di aver conosciuto di vista diverse persone con le quali però lui non aveva mai parlato a differenza di Giancarlo che da queste veniva preso in giro. Tra i personaggi mostratigli in un album fotografico predisposto dall’ufficio, riconosceva anche il Narducci Francesco precisando a proposito di questi che “era alto e magro, un tipo finocchino” [Proprio la stessa impressione ricavata dal Nesi!]. Riconosceva con certezza anche la foto riproducente Jacchia Gian Eugenio spiegando “ricordo che teneva la bocchina quasi sempre chiusa. Era piuttosto allegro, scherzoso e gli piaceva prendere in giro Giancarlo che si arrabbiava. L’ho vista al bar”;

Martellini Tamara (ex moglie dell’architetto Gianni Ceccatelli, amico di Francesco Calamandrei, sentita in data 17 settembre 2003), forniva puntuali riscontri sulla presenza in San Casciano negli anni 80 del Narducci Francesco da lei visto all’interno della farmacia del Calamandrei mentre era intento a parlare proprio col Calamandrei e con altre persone delle quali, però, non ricordava chi fossero. Infatti, a proposito del Narducci, dichiarava: “La persona raffigurata nella foto nr. 15 (quella di Narducci Francesco) non mi è un viso nuovo, ma non riesco a ricordare francamente ove l’ho visto. Ora che lo sto riguardando ritengo di averla vista in farmacia e nell’occasione aveva gli stivali di equitazione…Ora lo sto proprio rivedendo e sono proprio sicura di averla vista all’interno della farmacia di Francesco Calamandrei. Sto rivedendo la scena. Era appoggiato al bancone e parlava con Francesco Calamandrei. Francesco mi salutò, ma non me lo presentò. C’erano anche altre persone, ma non so dire chi fossero. Era un giovane molto fine, delicato, era poco più alto di Francesco ed aveva un fisico da sportivo. Era piuttosto aristocratico. Circa l’epoca in cui lo vidi sicuramente fu entro la prima metà degli anni 80…il nome di Narducci Francesco non mi dice nulla, ma ribadisco che non mi fu presentato. Ricordo adesso che aveva una maglietta Lacoste blu e quindi era sicuramente d’estate…”

[A proposito del particolare abbigliamento descritto dalla teste, giova rilevare che precisi ed inequivocabili riscontri esistono negli atti del P.M. di Perugia. Infatti, dall’attività perugina, sul punto é emerso quanto segue: – Ferruccio Farroni, sentito il 26 giugno 2002, nel descrivere il cadavere ripescato nel lago, da lui visto quella mattina, tra l’altro, precisava: “…ricordo anche che indossava un giacchetto di renna marrone, una maglietta Lacoste blu…”; – Paolo Aglietti, sentito il 4 maggio 2002, raccontando un incontro col Narducci, riferiva: “…quando vidi il Narducci ebbi la sensazione che fosse una persona un po’ stravagante che ho visto indossare degli stivali da cavallerizzo che non si addicevano né all’ambiente né alla circostanza. Aveva anche un giubbotto di velluto molto aderente, stile cavallerizzo…”; – Carlo Clerici, sentito il 18 settembre 2003, circa l’abbigliamento del Narducci, riferiva: “ricordo che il professor Narducci era solito portare delle magliette tipo polo, in particolare della Lacoste e ne aveva una di colore rosa/arancione, forse pesca, non ricordo se ne avesse anche una di colore blu, ma presumo di sì, adesso non lo ricordo. Era comunque un capo di abbigliamento che portava spesso ed a volte ci metteva sopra una giacca”. In alcune foto del Narducci, agli atti del procedimento perugino e fornite a quell’A.G. da Francesca Spagnoli, moglie del Narducci, lo stesso è ripreso proprio con una maglietta Lacoste di colore blu (vedi foto n. 0037). In altra foto, è ripreso accanto ad una grossa moto da cross con un paio di stivali (vedi foto 0025)];

Filippa Nicoletti (sentita l’11 settembre 2003) riconosceva nella foto del Narducci Francesco una persona da lei conosciuta agli inizi degli anni 80 e verosimilmente nel 1981 all’epoca in cui il suo convivente, Salvatore Indovino, si trovava detenuto in carcere. Infatti, dichiarava: “…Si trattava di una persona molto fine, elegante, che parlava bene e che non era di Firenze, ma non so dirvi di dove fosse. La vidi una sola volta alla trattoria di via Nazionale, credo proprio la Lampara, e mangiai insieme a lui. Non ricordo se con noi ci fosse qualcun altro. E’ stata una cosa passeggera, mi sembra che si fosse presentato come un fotografo e che girava film. Non ricordo se ho avuto rapporti sessuali con lui, ma se c’era la Gabriella non mi ci faceva arrivare. Era sicuramente il 1981, forse nel periodo in cui Salvatore si trovava in galera. Nella mia mente io abbino in qualche modo questa persona da me riconosciuta nella foto nr. 15 alla Gabriella, ma non so se Gabriella era a mangiare anche lei con noi o l’abbiamo incontrata fuori dal locale…Era una persona con un fisico alto, curato, atletico e quando la vidi io questa persona era proprio come è ritratta nella foto nr. 15…non ricordo come questa persona disse di chiamarsi, ma è una persona che comunque mi rimase ben impressa nella mente, tanto che a distanza di anni me la ricordo bene, proprio perché si trattava di una persona diversa da quelle che normalmente frequentavo. Diversa comunque per ceto sociale, sia per i suoi modi di comportamento molto fini, gentili e mi rimase impresso il modo con cui rideva che è proprio come sorride nella foto nr. 15. Può darsi che con questa persona io sia andata anche a letto, ma sinceramente non me lo ricordo. Ricordo bene invece che aveva un modo di fare molto vanitoso, che ci teneva a dirmi che lui era una persona buona, grande, che ci sapeva fare, come se fosse stato unico in grado di conquistare il mondo. Era in pratica molto esuberante. Aveva all’incirca la mia stessa età…non ricordo come si sia presentato, ma ho un vago ricordo del nome Giuseppe o Pino ed ho anche un vago ricordo che mi abbia detto che era calabrese, ma dal parlare non mi sembrava affatto. Si esprimeva in perfetto italiano e senza la cadenza tipica calabrese, che io conosco. Sicuramente non mi disse la verità. Ho però un ricordo che mi abbia detto che abitava a Prato (come la Pellecchia che lo aveva conosciuto come il medico di Prato!) e che faceva dei film e delle foto, tanto che mi propose se volessi andare con lui per farmi fare delle foto. Io rifiutai. Dopo di quella volta non lo rividi più.” A conclusione dell’atto, mentre la Nicoletti firmava l’album, che le era stato mostrato per l’individuazione fotografica, giunta alla pagina contenente la foto n. 15 (quella di Narducci Francesco), spontaneamente dichiarava: “mi sembra di vederlo anche ora”;

Malvetu Jaqueline (sentita il 19 aprile 2004 in occasione di una sua spontanea presentazione in questi uffici) riferiva un episodio accadutole nel 1985. Spiegava che il giovedì precedente su Rai 3 aveva visto la trasmissione “Blu Notte” di Carlo Lucarelli sulla vicenda del Mostro di Firenze e aveva deciso di presentarsi spontaneamente per raccontare alcuni fatti che le erano accaduti alla fine del mese di agosto del 1985 quando si trovava in vacanza in Italia e precisamente a Firenze. Fatti, per i quali poi si era messa in contatto con la questura di Firenze e per i quali successivamente era stata verbalizzata a Firenze. Raccontava che durante la permanenza a Firenze aveva piazzato la propria tenda, tipo igloo, nel campeggio sito nei pressi del piazzale Michelangelo rimanendovi solo pochi giorni poiché disturbata dalla musica ad alto volume di una discoteca che si trovava lì nei pressi. Quindi, aveva deciso di lasciare il campeggio e di cercare un nuovo posto, tranquillo, individuato in un boschetto di cipressi che si trova dietro all’Abbazia di San Miniato a Monte, dove aveva installato la tenda. Erano gli ultimi giorni del mese di agosto del 1985. La prima o la seconda notte aveva conosciuto uno studente egiziano col quale aveva trascorso la notte in tenda, e mentre si trovava da sola e stava dormendo fuori dalla tenda a causa del forte caldo si era accorta della presenza di due uomini che si erano avvicinati e che le stavano sfilando i pantaloni che aveva sotto la testa a mò di cuscino. I due, però, vestiti con jeans e robusti, accortisi di essere stati notati, si erano allontanati di corsa. Lei comunque sul momento non aveva dato peso all’avvenimento. la notte successiva, intorno all’una, si trovava a dormire nel sacco a pelo sempre fuori dalla tenda e, svegliatasi all’improvviso, si era accorta della presenza di qualcuno che le aveva aperto la cerniera del sacco a pelo. Si era impaurita tanto che si era messa a gridare a squarciagola, mentre notava l’ombra di una persona che si stava allontanando camminando rasente al muro di cinta dell’Abbazia. Quindi, strisciando per terra aveva raggiunto la strada che costeggia il boschetto sperando che passasse qualche macchina per chiedere aiuto. Di lì a poco in effetti era transitata un’auto con due persone a bordo, che aveva fermato spiegando ai due uomini quello che le era accaduto. Gli sconosciuti le avevano detto di stare attenta perché c’erano dei criminali che uccidevano le coppiette [I due avevano usato il plurale e non avevano parlato di “Mostro”]. Descriveva quindi i due uomini: uno alto e piazzato, l’altro più magro e entrambi, di nazionalità italiana, di età di circa 45/50 anni. Raccontava ancora che i due l’avevano accompagnata con la loro auto a un bar, dove aveva consumato una bevanda calda e, nella circostanza, si erano offerti a ospitarla nella casa di quello più “tarchiato”, dove a suo dire c’era anche la moglie. Lei aveva accettato e in macchina dopo circa mezz’ora avevano raggiunto la casa. Qui le avevano offerto una camera, che si presentava ben curata e arredata con mobili in stile rustico, tipico delle case di campagna. La mattina successiva, uscendo dalla camera, aveva attraversato un corridoio e si era ritrovata in una grande stanza, adibita a cucina, di forma rettangolare, dove forse c’era un camino e dove c’era appeso un cappello da bersagliere. Qui aveva incontrato una donna, italiana e alta quanto lei e uno dei due uomini che aveva incontrato la sera precedente, e cioè quello tarchiato, che l’aveva condotta sul retro della casa dove c’era un contadino che stava lavorando la terra. Quando poi era uscita sul davanti della casa era sopraggiunta un’altra persona, di 30/35 anni, molto distinta, ben vestita con un completo scuro, che le era stato presentato come uno dell’università e che, forse, le aveva lasciato il proprio recapito telefonico. Nella stessa mattinata era stata riaccompagnata a Firenze da dove con l’autostop si era recata a Siena. L’uomo “tarchiato”, prima di salutala, le aveva lasciato i propri recapiti telefonici e cioè 055.213437 e 055.216412 e lei molto tempo dopo aveva provato a chiamare quei due numeri di telefono, ma ad uno dei due le aveva risposto una donna che, scocciata, le aveva riferito che lì non abitava più nessuno. Poi non aveva più telefonato. Il giorno 23 novembre 2004 il vice sovrintendente Alessandro Borghi contattava al telefono la nominata MALVETU poiché questa in precedenza aveva telefonato al centralino della questura cercando di mettersi in contatto col dottor Giuttari. Nella occasione, la donna riferiva che durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, andata in onda la sera precedente, aveva visto un servizio sul “Mostro di Firenze” e sulla morte di “Narducci” e aveva riconosciuto nell’immagine del Narducci un uomo che aveva conosciuto a Firenze alla fine del mese di agosto del 1985. La stessa precisava poi di avere già raccontato la sua storia alla polizia, ma di non aver riferito di avere riconosciuto quella persona. Appreso quanto sopra, si disponeva che personale dipendente si recasse a Tuscania per assumere formalmente le dichiarazioni della donna; cosa che avveniva il 24 novembre 2004. In questa occasione, la MALVETU riferiva sostanzialmente il contenuto delle precedenti dichiarazioni, ma puntualizzava i tempi, i luoghi e le persone che aveva conosciuto nelle circostanze già raccontate. In particolare dichiarava che: -l’episodio dell’uomo che le aveva aperto la cerniera del sacco a pelo si era verificato nella notte tra il 30 e il 31 agosto 1985 e precisamente intorno all’una; – i due uomini che aveva incontrato in macchina nei pressi quella notte dopo essere scappata erano: più grandi di lei e forse sui 45 anni. Uno abbastanza alto e longilineo, vestito con un giacchetto beige di stoffa fine. L’altro era più basso e robusto e indossava una giacca; – la casa in cui i due l’avevano portata era fuori Firenze, isolata e con un orto e dei campi intorno. Ricordava che di fronte a questa casa c’era una costruzione color ocra. Aveva avuto l’impressione che si trattasse di una casa di campagna; – la mattina successiva a quella in cui aveva dormito in quella casa le avevano presentato un loro amico che era vestito di scuro e era elegante, forse con giacca e cravatta. Questo loro amico era alto 1.80/1.83, con capelli non lunghi e sicuramente non biondi, di età apparente di 30/35 anni. I due le avevano detto che si trattava di una persona perbene e che faceva un lavoro che aveva a che vedere con la medicina o l’università. Questo giovane l’aveva colpita per i suoi modi eleganti, per il fatto che era bello e per la differenza di età con i due soccorritori. Vedendo la trasmissione “Chi l’ha visto?” aveva riconosciuto questa persona in una delle immagine fatte scorrere durante il servizio; -visionando l’album fotografico di questo ufficio riconosceva questo giovane nella foto del Narducci Francesco, mentre nella foto del Calamandrei Francesco le sembrava di riconoscere uno dei due soccorritori che poi le avevano presentato il giovane; – a fianco ai numeri di telefono che aveva fornito e che erano quelli che i due uomini le avevano dato aveva scritto “Pucci – Danna”; -arrivata a Siena, aveva scritto quello che le era capitato su una cartolina [cartolina che esibiva e consegnava in originale e che reca il timbro postale del 3 settembre 1985 Siena ferrovia! Il contenuto di essa, tradotto dal francese è il seguente: “lunedì 1° settembre 1985 – Gerard, dopo molte peripezie eccomi a Siena. Hanno provato per due notti consecutive a derubarmi o di aggredirmi. 1. 06,00 del mattino fuori della mia tenda nel mio zaino due uomini due giganti in lewis cercavano di prendere il mio pantalone che era sotto il mio guanciale; io mi sono svegliata e sono andati via. 2. Mezzanotte – i di notte nello stesso posto a Firenze dormivo bene mentre poco prima ero in dormiveglia per timore. Questi ha aperto lo zaino dove all’interno tenevo il mio denaro e il mio passaporto. Fortunatamente dall’altra parte dell’apertura (della tenda) ho urlato di paura fino a non avere più voce, poi 10 minuti dopo ero letteralmente terrorizzata ho fermato un’autovettura sulla strada per chiedere aiuto. Ho saputo che c’è e gira nella regione un criminale che aggredisce le coppie e uccide le donne. La gente della macchina mi ha fatto passare la notte da loro e mi ha dato da mangiare. La notte scorsa ho dormito presso un ingegnere il quale mi ha invitato al ristorante – a lato della sua casa si trova un posto formidabile per la mia tenda, a 20 Km da Siena. Ti scrivo una lettera per i dettagli!! Baci Jacqueline”].
Il giorno 26 novembre 2004 la MALVETU telefonava al vice sovrintendente Borghi riferendo che aveva ripensato alle foto dell’album che le erano state mostrate il precedente giorno 24 e che le era rimasta impressa la foto della seconda pagina, quella in basso a sinistra, in cui un uomo indossava un giaccone di pelle marrone e era ripreso quasi per intero (la foto è quella che ritrae Narducci Francesco ed è l’unica foto dell’album in cui è ritratto un uomo con un giaccone di pelle!). Riferiva inoltre altri particolari che aveva ricordato e cioè che: – dopo l’episodio accadutole nei giardini di San Miniato, era ritornata a Firenze in occasione o della presentazione del permesso di soggiorno o per ritirare il permesso e che nella circostanza aveva cercato di contattare uno dei due soccorritori telefonando a uno dei due numeri di telefono che costoro le avevano dato. La aveva risposto una donna che scocciata le aveva detto che la persona che stava cercando non c’era più.
Il giorno 9 dicembre 2004 la MALVETU inviava a quest’ufficio un fax in cui riferiva altri particolari, tra cui il fatto di aver telefonato alla questura di Firenze quando alla televisione aveva visto il dramma (verosimilmente il duplice omicidio degli Scopeti) e il fatto che nel 1993 o 1994, quando alla televisione si stava parlando della vicenda del Mostro di Firenze si era recata alla questura di Siena dove aveva raccontato tutto al dottor Belsanti che si era annotato i numeri di telefono e i nomi che aveva fatto a quest’ufficio senza però che Belsanti facesse un verbale. Riferiva anche di ricordare un uomo su una moto rossa di giorno nel viale che da Piazzale Michelangelo conduce a San Miniato prima del 29.9.1985 e di ricordare anche che in occasione di una mostra a palazzo Pitti aveva notato un uomo di colore, di pelle nera, che le ricordava una foto dell’album che le era stato mostrato (la foto di Robert Parker – amico di Giancarlo Lotti secondo le dichiarazioni della Ghiribelli e persona notata dalla Martellini Tamara in San Casciano, nonché sentito dai carabinieri in occasione del duplice omicidio dei due tedeschi perché in possesso all’epoca di una 126 bianca uguale a quella notata prima del delitto da un testimone accanto al furgone delle vittime e rintracciato in una dependance della villa “La Sfacciata” dove, a dire dell’uomo, era andato a abitare in epoca di poco successiva al delitto, ma la circostanza non trovava riscontro nel corso delle nuove indagini). Il giorno 18 dicembre 2004 la Malvetu inviava a quest’ufficio un altro fax con la foto del procuratore di Firenze, dottor Ubaldo Nannucci, dalla stessa riconosciuto con certezza (“senza ombra di dubbio”), vedendo quella foto su un servizio pubblicato il 4 dicembre 2004 sul “Corriere della Sera”, per il “poliziotto” che nel 1985 aveva registrato le sue dichiarazioni sull’episodio che le era accaduto [Da accertamenti esperiti presso la società dei telefoni Telecom i numeri forniti dalla Malvetu risultano intestati come segue: -055.213437 a TOSI Lionello, nato a Pescara il 20.06.1927, residente in Firenze, via Ghibellina n. 109, presso cui è attestata l’utenza fin dal 19.09.1978; -055.216412 a Amministrazione Provinciale di Firenze, via Cavour 1, Firenze dal mese di settembre 1996 (la Telecom ha comunicato che non è stato possibile risalire all’intestatario nell’anno 1985, ma si è riservata di svolgere ulteriori approfondimenti ancora non comunicati. Da accertamenti agli atti della ex SAM nulla è stato trovato a nome della Malvetu].
Il 21 dicembre 2004, la nominata Malvetu veniva sentita dal P.M. di Perugia e confermava tutte le dichiarazioni rese al Gides. Nella circostanza, poi, invitata a raccontare i dettagli dei suoi racconti, la donna riferiva che: – nell’estate del 1985 si era recata in Italia per una vacanza e a Firenze si era intrattenuta in un campeggio sotto il piazzale Michelangelo dove aveva installato la propria tenda tipo Igloo per un paio di giorni. Aveva incontrato – il secondo o il terzo giorno – all’uscita dal campeggio un ragazzo egiziano della sua età. Poi, a causa del rumore assordante di una discoteca che si trovava nei pressi, aveva deciso di spostarsi in un boschetto di cipressi dietro l’Abbazia di San Miniato a Monte, che le era apparso un posto tranquillo. In questa circostanza del trasferimento con lei c’era il ragazzo egiziano; – la prima notte in questo posto aveva sentito dei passi di sconosciuti dietro la tenda a distanza ravvicinata, ma lì per lì non ci aveva fatto caso. Il giorno seguente, verso le sei del mattino, dopo che il ragazzo egiziano era andato via perché doveva partire in aereo per il Cairo, mentre stava dormendo fuori dalla tenda a causa del caldo, aveva sentito la presenza di qualcuno che stava cercando di sfilarle i pantaloni che usava per cuscino e aveva visto le gambe di due uomini, robusti, che indossavano jeans e che potevano essere alti; – la notte successiva a questo episodio – era circa l’una – si era svegliata all’improvviso ( si trovava nel sacco a pelo fuori dalla tenda) accorgendosi della presenza di qualcuno che aveva aperto la cerniera del sacco a pelo. Si era così spaventata e si era messa a urlare a squarciagola tanto che per un certo periodo si era abbassata la voce. Aveva visto l’ombra di una persona che si stava allontanando lungo le mura di cinta dell’Abbazia dirigendosi verso il viale. Era rimasta quindi ferma per un po’ di tempo per il terrore e poi aveva deciso di raggiungere la strada strisciando per terra nella speranza di incontrare qualcuno. Di lì a poco era sopraggiunta un’autovettura – non grossa e neppure di lusso – con due uomini a bordo. A costoro aveva così raccontato l’accaduto e i due le avevano detto che c’era un criminale che ammazzava le coppiette; – i due uomini, che parlavano toscano, erano: uno robusto e un po’ più alto di lei che era alta m. 1,63, coi capelli brizzolati, e vestiva con giacca (forse era lui alla guida), mentre l’altro era più alto e più magro; – i due le avevano offerto l’opportunità di trascorrere tranquillamente la notte a casa loro, ma prima l’avevano accompagnata in un bar lì vicino dove aveva consumato una bevanda calda; – la casa dove l’avevano portata aveva un corridoio, poi una cucina a forma rettangolare con un tavolo rettangolare e un cappello da bersagliere attaccato al muro, una camera dove aveva dormito e che si trovava in fondo alla cucina sulla sinistra; – la mattina seguente le avevano offerto qualcosa per colazione e c’era una donna (era poco più bassa di lei) che forse era presente anche la sera prima; – l’uomo più alto l’aveva quindi portata fuori dalla casa sul retro, dove un contadino stava lavorando nell’orto; – mentre invece si trovava sul davanti della casa, sempre in compagnia di quell’uomo, era sopraggiunto un giovane molto elegante, vestito di scuro con giacca e cravatta, un bell’uomo, alto e magro, coi capelli scuri o comunque non biondi che le fu presentato come una persona molto perbene, che le venne presentato come un medico o uno che lavorava all’università e che le aveva dato l’impressione che si sentisse superiore ai due; – l’uomo tarchiato le aveva dato due numeri di telefono, che da quello che aveva capito dovevano appartenere uno all’uomo tarchiato e l’altro al giovane incontrato quella mattina; – ricordava di essere stata accompagnata in moto all’ingresso della superstrada che conduce a Siena, dove si era recata e da dove, dopo due o tre giorni, aveva scritto una cartolina alla propria madre raccontandole quello che le era capitato (queste cartoline qualche anno fa, dopo la morte della madre, erano tornate in suo possesso e le aveva consegnate nelle precedenti occasioni); – l’episodio dell’apertura del sacco a pelo si era verificato una settimana prima dell’omicidio degli Scopeti di cui lei aveva sentito da alcuni servizi televisivi quando si trovava a Siena.
Alla Malvetu poi il P.M. mostrava un album fotografico e la testimone dichiarava: “Come ho già detto, nel corso della trasmissione “Chi l’ha visto?” dell’aprile 2004 rimasi colpita dalla foto che vedo nell’album segnata con il numero tre e che apparve in televisione in quella trasmissione. So che questa persona corrisponde a Francesco Narducci. Quando ho visto per la prima volta in televisione la sua foto sono rimasta impressionata perché era l’uomo distinto e elegante che ho incontrato la mattina dopo essere stata portata nella casa che ho descritto dai due uomini che avevo visto nel boschetto di cipressi. Era proprio vestito in quel modo. L’immagine che vedo raffigurata nella foto n. 7 e che ho saputo appartenere allo stesso Narducci, in un primi tempo mi sembrava raffigurare un’altra persona che potrei aver incontrato a Firenze in centro”.
Poi sulla sua presenza a Firenze in epoca successiva al delitto, la donna affermava: “…andai a Firenze per denunciare quello che mi era accaduto e per chiedere il permesso di soggiorno dopo il delitto degli Scopeti, perché ero rimasta impressionata per le analogie tra quell’episodio e quello che mi era successo. Telefonai a u numero della Polizia a cui fornii i due numeri telefonici delle persone che avevo incontrato nella casa dove ero stata condotta. Io riferii l’episodio per telefono e detti i due numeri, ma non mi sembrarono molto interessati alla cosa. Posso dire che non andavo spesso a Firenze e no riesco a collocare con assoluta precisione i miei ricordi, ma affermo che quando andai a Firenze successivamente alla telefonata alla Polizia ne approfittai per regolarizzare la mia posizione. In quella occasione io fui interrogata da un uomo che credevo fosse un poliziotto e che ho appreso recentemente, guardando la foto sul giornale, essere invece un magistrato dr. Ubaldo Nannucci a cui raccontai l’episodio e confermai i due numeri telefonici che mi erano stati forniti. Non fui più richiamata”.
Proseguendo oltre nell’individuazione fotografica, la testimone riferiva: “ L’uomo che vedo raffigurato nella foto n. 8 (quella di Francesco Calamandrei) mi pare corrispondere a quello che guidava la macchina e che era più tarchiato dell’altro. L’uomo raffigurato nella foto n. 8 è quello che mi ha presentato il giovane raffigurato nella foto n. 3 (Narducci Francesco). E ancora: “Un altro volto che riconosco per una delle persone che erano in quella casa dove fui portata dopo l’episodio dell’Abbazia di San Miniato è l’uomo raffigurato nella foto n. 17 (Zucconi Giulio Cesare).
Alla testimone in conclusione il P.M. mostrava la foto della moto rossa marca Honda moello 400 four e al riguardo dichiarava: “ Ricordo che quando mi trovavo nella zona di San Miniato nei pressi del boschetto di cipressi vidi una moto del tutto simile con un giovane seduto che mi guardava. Ciò accadeva in uno dei giorni che precedettero l’episodio che mi spaventò, cioè quando qualcuno cercò di aprirmi il sacco a pelo. Poiché me lo chiede le dico che in quei giorni se non il giorno stesso trovandomi a palazzo Pitti per una mostra di pittura notai girandomi un uomo di colore grande come una montagna che mi impressionò. Ciò io l’ho riferito al V. Sovr. Borghi, dopo che l’episodio mi era tornato in mente (in questa circostanza aveva riconosciuto la foto del Parker Robert).

Davide Vecchi ( sentito dal P.M. di Perugia il 3.3.2004) riferiva i risultati di un’indagine giornalistica svolta nel territorio di San Casciano volta a verificare in quei posti l’eventuale presenza del Narducci. Raccontava che il 2 marzo 2004 si era recato a San Casciano, dove un barbiere, che si trova nella via centrale, gli aveva parlato di un pittore e di un geometra che aveva dovuto lasciare il paese perché accusato di essere coinvolto nei delitti e gli aveva poi indicato la zona dove si sarebbe trasferito questo geometra. Durante le ricerche per rintracciare questo geometra incontrava un uomo di 60/65 anni, alto circa m. 1,75, con capelli radi grigi e con una tuta da lavoro tipo officina che stava in un campo con tre cani legati alla catena fuori dalla casa. Quest’uomo aveva riconosciuto Francesco Narducci nella foto che gli aveva mostrata e gli diceva: “me lo ricordo…eccome! Perché non mi crede? Mi ricordo anche la macchina che aveva…era una Citroen Pallas chiara sul verde…la usava anche il Calamandrei perché l’ho vista guidarla [La zona è proprio quella indicata dal Nesi dove questi aveva visto più volte il Narducci!]. Vecchi, che sconosceva il particolare dell’auto del Narducci, precisava di aver capito che quella macchina era di “casa” in quella zona e che era guidata anche da altre persone, tra cui il farmacista Calamandrei.

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Le risultanze testimoniali, sopra riassunte, e gli accertamenti svolti consentono di poter affermare con certezza che Francesco Narducci e Francesco Calamandrei, non solo si conoscevano, ma si frequentavano proprio negli anni dei duplici omicidi e sicuramente nell’ultimo periodo di vita del Narducci considerato il riferimento all’autovettura Citroen Pallas del medico perugino, della quale questi ha avuto il possesso dal 2 luglio 1985 e che aveva acquistato usata dal Professor Emanuele Rinonapoli. [Spagnoli Francesca, moglie del Narducci, nelle sue dichiarazioni, ha fatto riferimento alla volontà del marito di acquistare una pistola per difesa personale, che poi lei vide custodita nel vano portaoggetti della Citroen CX (si trattava di una pistola nera certamente non a tamburo- verbale del 17.5.2003 ore 9.50]. Gli stessi inoltre frequentavano anche Lotti Giancarlo, Vanni Mario e Pietro Pacciani anche per i particolari “festini” citati dalla Pellecchia e dalla Ghiribelli. In buona sostanza facevano parte di una congrega di personaggi di diversa estrazione sociale, ma aventi caratteristiche individuali, specie sotto il profilo della perversione sessuale, abbastanza omogenee; quelle caratteristiche individuali, pertanto, che hanno potuto rappresentare il vero motivo di aggregazione, altrimenti difficile da realizzarsi tra persone di diversa cultura e ceto. Di questa congrega faceva parte anche Jacchia Gian Eugenio, già medico ortopedico al C.T.O., omosessuale [Pacciani aveva fatto riferimento a un medico ortopedico che non era capace di trombare] e pregiudicato per abuso su minori [già Primario della 1^ Clinica Ortopedica e Direttore dell’Istituto di Clinica Ortopedica del Centro Traumatologico Ortopedico di Firenze, con sentenza del G.I.P. del tribunale di Firenze, emessa in data 11.12.1997, è stato condannato alla pena di anni due di reclusione per il reato di violenza sessuale ai danni di alcuni suoi pazienti, minori di età. Il predetto risulta aver fatto parte della Loggia massonica “Michelangelo”, promosso al 3° grado nel 1974 e ammesso alla “Camera dei Maestri Segreti” con giuramento del 30.5.1977].
A proposito dello Jacchia e, in particolare, con riferimento alla sua attività, che svolgeva all’epoca del delitto degli Scopeti, giova ricordare che, nella perizia di natura chimico – fisica su depositi presenti nella superficie dei bossoli rinvenuti sul luogo dell’ultimo duplice omicidio, eseguita su incarico affidato dalla Procura della Repubblica di Firenze in data 28.11.1985 ai periti Iadevito, D’Uffizi e Crea, furono rilevati tracce di zinco e particelle di solfato di calcio, e cioè di gesso, nonché residui di grasso al silicone. E, nell’atto, i periti, tra l’altro, facevano riferimento a collanti a base di zinco, quali ad esempio quelli utilizzati nel campo ortopedico.
Con comunicazione di notizia di reato del 14.11.2002 lo Jacchia veniva deferito alla Procura della Repubblica di Firenze siccome ritenuto responsabile del reato di favoreggiamento personale. Questo perché, perquisito ed interrogato il precedente giorno 13 novembre, aveva negato l’esistenza di un suo rapporto di conoscenza col NARDUCCI. Nella circostanza, infatti, aveva negato decisamente il rapporto di conoscenza e di frequentazione sia col Francesco Narducci che col genitore di questi, Ugo Narducci, tacendo in questo modo fatti e circostanze note all’ufficio in quanto risultavano da diverse fonti di prova.

Della congrega in questione faceva parte anche il professore Achille Sertoli (così come riferito puntualmente dalla Ghiribelli, che l’aveva indicato come “il medico della pelle e malattie tropicali”, che si accompagnava al medico di Perugia e a quello svizzero ), personaggio anche lui dalla personalità molto particolare e compatibile in particolare con quella del Calamandrei, presso il cui studio di San Casciano effettivamente negli anni 80 si recava per le visite mediche a pazienti della zona e a suo tempo indicato come intimo amico del marito dalla moglie del farmacista, Ciulli Mariella. Lo stesso, nell’ambito delle nuove indagini, è stato attenzionato anche mediante l’attività di intercettazione telefonica e l’esecuzione di perquisizione domiciliare dalle quali si sono acquisiti elementi comunque utili [Agli atti d’ufficio risultava più volte denunciato dalla moglie Maria Rosaria Bagnoli, nata a Benevento il 9.7.1950, per atti di violenza fisica, a riprova del carattere particolarmente violento].
La perquisizione domiciliare a suo carico portava, tra l’altro, al rinvenimento di libri e documentazione varia attestante, come il Calamandrei, uno specifico interesse del perquisito per l’astrologia, la magia e l’esoterismo [Un libro intitolato” La corte il mare i mercanti La rinascita della Scienza Editoria e Società Astrologia, magia e alchimia” del 1980 Edizioni Medicee s.r.l.. Nelle prime pagine del libro, sotto la voce “Comitato d’Onore”, oltre a numerosi personaggi noti a livello nazionale, si riscontra il nome di F. Calamandrei, indicato quale Vice Presidente della Delegazione Parlamentare Italiana presso il Consiglio d’Europa; nr. 5 fogli dattiloscritti riguardanti l’associazione “Fonun” centro di sperimentazione e diffusione della danza tradizionale Egiziana; un quadro a sfondo rosso con una “M” di colore bianco sul lato superiore sx, e raffigurante un rilievo astratto di color giallo oro, sul retro del quale c’é il seguente manoscritto: “Agli Amici Achille e M. Rosaria con stima e tanto affetto” a firma F. Calamandrei; un libro con titolo “Arte sublime nell’antico Egitto”; una busta indirizzata alla “Dott.ssa Erminia Bagnoli s.p.m.” con all’interno una lettera manoscritta datata 02.04.2002 a firma Maria Rosaria, nella quale la mittente evidenzia l’aggressività e la pazzia del marito nei confronti suoi e dei propri figli, tanto da essere arrivato all’estremo comportamento di lasciare più volte aperto il rubinetto del gas al fine di far saltare in aria la casa coniugale; una agenda di colore Blue con scritta INA dell’anno 1977, contenente numerose poesie manoscritte, ed all’interno della stessa un foglio dattiloscritto, con riferimenti al “GOSHO” e a leggi mistiche del “SUTRA del LOTO”; un libro di Gian Carlo Facca dal titolo “L’Alchimia e Alchimisti” editore Ulrico Hoepli –Milano dell’anno 1934, che illustra le origini dell’alchimia, quale scienza dei metalli, nata da un miscuglio di scienze empiriche e di credenze di popoli diversi, in particolare relazione ad Egizi, Arabi e Greci. Da una sommaria lettura spesso si fa riferimento alla magia, all’astrologia e persino ad influenze demoniache. Al capitolo 12° e precisamente da pagina 241 a pagina 250 si parla della “SOCIETA’ DEI ROSA-CROCE”; un libro di Vatsyayana dal titolo “Kamasutra” del 1977, che contiene una quantità di informazioni sui costumi dell’epoca, sui rapporti amorosi degli indù, con particolare riferimenti al Dharma, Artha e Kama, le tre sfere dell’utile e del sesso; un piccolo libro di Gian Carlo Facca dal titolo “Chiromanzia” del 1932, che parla dello studio delle linee dalla mano; un libro di R.L. Stine dal titolo “Piccoli Brividi Mano di Mummia”. Lo scrittore racconta un viaggio di una fanciulla con i propri genitori, finita nelle viscere di una piramide; un libro Cerchio Firenze 77 dal titolo “Dai Mondi Invisibili incontri e colloqui”, che spiega alcune manifestazioni, nel corso di sedute medianiche; un libro di racconti dal titolo “Racconti Stregati”, aventi tutti un comune denominatore, correlazioni con l’orrore, incubi, alchimie e ossessioni demoniache].
A proposito della documentazione rinvenuta al Sertoli, giova rilevare che essa dimostra in termini inequivocabili sia il suo carattere particolarmente violento nei confronti dei propri familiari e, in particolare, della propria moglie, sia la sua particolare tendenza alla cultura dell’alchimia, dell’esoterismo e della magia, tanto da possedere riviste e libri specifici in materia, così come è stato riscontrato anche nel materiale sequestrato al Calamandrei.
L’intercettazione telefonica svolta nei confronti del Sertoli portava anch’essa a significative acquisizioni e, in particolare, giova ricordare la telefonata intercorsa con la moglie subito dopo l’assunzione d’informazioni da parte di quest’ultima in questi uffici [La teste, dopo aver spiegato al suo interlocutore i motivi della convocazione (la vicenda del Mostro di Firenze), lo rassicurava del fatto che non aveva riferito nulla di quello che lui le aveva detto “MENO MALE IO NON HO DETTO…. NIENTE…. CHE TU MI HAI DETTO DI QUEL MAGO DI SAN CASCIANO….. NON HO DETTO NULLA PER CARITA’; al ché il marito, che appariva preoccupato, la zittiva: “zitta! Non ho detto nulla!…nulla per carità”. Il SERTOLI appariva particolarmente preoccupato e si chiedeva di come fossero “arrivati a lui”, dicendo: “QUINDI STANNO INDAGANDO SU DI ME…. ANCHE SU DI ME STANNO….SONO ARRIVATI A QUESTO PUNTO SONO ARRIVATI…..” (telefonta n. 814 delle ore 15.42 del 30.7.2003 dell’utenza domestica di Sertoli Achille)].
Della congrega faceva altresì parte Zucconi Giulio Cesare, amico del Calamandrei, presso i cui locali accanto alla farmacia si recava per fare le visite mediche e anche lui a suo tempo sospettato per i delitti del “Mostro”, riconosciuto dalla Malvetu in una delle persone presenti nella casa dove aveva trascorso la notte dopo l’episodio dell’Abbazia e dove il tizio tarchiato, riconosciuto nel Calamandrei, le aveva presentato il giovane (Narducci).
I fatti, raccontati dalla Malvetu, anche con dovizia di particolari nonostante il tempo trascorso e documentati anche dalle cartoline che ha consegnato, sono quanto mai inquietanti poiché, alla luce di quanto acquisito sui personaggi coinvolti, si può ipotizzare ragionevolmente che probabilmente la donna è stata una vittima mancata del “Mostro”, E, forse, a non farla rimanere vittima è stato il caso che ha voluto che quella notte, a differenza delle notti precedenti, si trovasse da sola senza il giovane egiziano che aveva conosciuto e col quale aveva trascorso nella tenda le precedenti notti. La stessa Malvetu, dopo aver appreso la notizia dell’uccisione dei due francesi agli Scopeti, ricollegava il terribile episodio, da lei vissuto, ai delitti del “Mostro” rinvenendo analogie tra i due casi, tanto che, prima telefonava alla polizia fornendo il racconto e i numeri di telefono e poi si presentava personalmente venendo sentita in questa occasione da un funzionario che aveva creduto fosse un poliziotto, ma che solo recentemente, grazie a una foto pubblicata sul Corriere della Sera del 4.12.2004, riconosceva nel procuratore dott. Ubaldo Nannucci.

A proposito di Francesco Narducci, giova rilevare che le indagini, non solo hanno consentito di dimostrare la sua presenza nel territorio fiorentino, come si era appreso, ma anche – e soprattutto – con l’identificazione certa dei suoi frequentatori in questa provincia – e proprio nella zona dei delitti – di provare quello che, al riguardo, più testimoni avevano riferito nell’inchiesta perugina, considerato che effettivamente si trattava di personaggi sessualmente disturbati, la maggior parte dei quali – se non proprio tutti – omosessuali [Si richiamano tra le altre i seguenti testimoni: – Ferruccio Farroni, intimo amico del Narducci, (sentito più volte ma qui si richiama il verbale del 19.6.2003) affermava: “…a me il decesso di Francesco non tornava. Successivamente articoli di giornali usciti in maniera ricorrente e ripetitiva sulla morte di Francesco collegata alla vicenda del Mostro di Firenze mi diedero l’input per sviluppare una mia tesi personale e cioè che Francesco fosse venuto in contatto, non so per quale motivo, ma verosimilmente legato al nostro lavoro quotidiano, con una Setta che probabilmente lo aveva eliminato perché venuto a conoscenza di cose “importanti”. Questo era l’unico nesso tra il Mostro di Firenze, che per me non era un Serial Killer ma più persone, e la scomparsa di Francesco NARDUCCI. Ripeto che questo è un mio parere basato solo sulla mia logica. Mi feci così l’idea dell’esistenza di una Setta di finocchi nel senso di gente pervertita, responsabile dei delitti del Mostro di Firenze che avevano fatto fuori Francesco perché probabilmente era venuto a conoscenza di qualche segreto o di qualche fatto inerente i delitti, addossandogli poi la colpa”; – Claudio Caparvi, avvocato, amico anche lui del Narducci (sentito il 9.4.2002), raccontava anche lui di alcune confidenze ricevute in più occasioni da Ferruccio Farroni, e cioè che Francesco Narducci per motivi professionali era venuto in contatto con personaggi fiorentini potenti che avevano costituito una sorta di “loggia di finocchi coperti” che avevano organizzato i delitti del mostro di Firenze. Francesco ne era venuto a conoscenza ed era diventato pericoloso per il gruppo, che aveva deciso di eliminarlo inscenando un finto suicidio. Francesco sarebbe stato narcotizzato e, dopo avergli messo una cintura da sub coi piombi alla vita, lo avevano immerso nel lago; – Cristina Maria Peirone, convivente del Farroni (sentita il 18.6.2002) confermava anche lei le confidenze ricevute dal convivente sulla loggia dei finocchi fiorentini definita molto potente; – Augusto De Megni (sentito il 18.6.2002) riferiva di aver saputo da Binazzi che il Narducci frequentava a Firenze un gruppo di persone poco raccomandabili; – SPAGNOLI Francesca, moglie del Narducci (sentita il 31.5.2002) dichiarava che pochi giorni prima il proprio genitore aveva incontrato De Megni e, parlando con questi del caso NARDUCCI, il De Megni gli aveva riferito che un suo amico aveva interrotto l’amicizia con Francesco Narducci perché “ frequentava a FIRENZE GENTE strana e brutta”. Il De Megni aveva precisato che la notizia gli era stata data dal Dr. Binazzi; – Gianfranco Binazzi, amico del Narducci ( sentito il 18.6.2002) dichiarava di ricordare che non avevano una grande stima di Francesco e di una parte dei suoi amici, che avevano tendenze omosessuali e di aver affermato che il Narducci avrà avuto contatti a Firenze con un gruppo strano di persone; – Mario Bellucci, testimone di nozze di Francesca Spagnoli e esponente di primo piano della massoneria perugina ( sentito il 26.2.2003), dichiarava di essersi convinto che probabilmente Francesco potesse avere dei legami con un gruppo fiorentino ben determinato e potente coinvolto in attività criminose, precisando di aver sentito dire ciò anche prima della scomparsa, nell’ultimo mese di vita del Narducci.
Ecco, quindi, che le “sensazioni” o le “voci” dei testimoni perugini trovavano puntuali conferme nelle dichiarazioni di testimoni diretti che avevano avuto modo di conoscere o di vedere il Narducci nel territorio di San Casciano V. di P. insieme al Calamandrei, oltre che coi cosiddetti “compagni di merenda”.

Quei testimoni diretti, pertanto, rappresentavano un’importante svolta che appariva meritevole di approfondimenti anche mediante l’esecuzione di specifiche attività operative nei confronti soprattutto di Francesco Calamandrei.

INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

L’intercettazione telefonica veniva autorizzata dal GIP del tribunale di Firenze in data 20 giugno 2003 e di fatto avviata il 5.7.2003 [il ritardo era causato dall’indisponibilità dell’apposita sala per tutto quell’arco di tempo per i fatti noti alle SS.LL. poiché il Questore di Firenze dell’epoca, il dottor Giuseppe De Donno, nonostante ripetute richieste, anche scritte, non dava disposizioni acché venisse allestita. Il dottor De Donno verrà citato in più conversazioni da certo Rosario Poma, giornalista, amico intimo dello Spezi. Tra l’altro, il Poma riferisce le confidenze ricevute dal De Donno circa lo scetticismo di questi sulle indagini e su come il dottor Giuttari le stava conducendo. Ad ogni modo, sul ritardo in questione si richiama la corrispondenza a suo tempo inoltrata alle SS.LL.] e si concludeva il 12.12.2003 poiché il GIP (diverso da quello che aveva autorizzato e prorogato più volte l’attività) non ne disponeva la proroga, peraltro con un provvedimento demolitore degli esiti investigativi che erano stati raggiunti [il dott. Carvisiglia scriveva: “ritenuto che, allo stato, nulla (che abbia significato probatorio) permette di ricollegare il defunto medico perugino Narducci Francesco alla vicenda del c.d. Mostro di Firenze, e nulla permette di attribuire la morte del Narducci ad un omicidio, e nulla permette di ricollegare gli stretti rapporti, intercorsi tra il Narducci e l’attuale indagato Calamandrei Francesco all’epoca dei duplici omicidi commessi dal Mostro di Firenze a tali vicende criminose…ritenuto, infine, quanto alle dichiarazioni rese da SISANI Secondo che esse, riportando generici discorsi fatti da persone indeterminate in circostanze indeterminate, con la tecnica del “si diceva che” si inseriscono per l’ennesima volta in un certo modo di svolgere le indagini sulle vicende del Mostro di Firenze: modus operandi che ha prodotto negli anni innumerevoli effetti devianti o addirittura distorsivi, rispetto alla verità che si andava cercando…”. Dall’attività tecnica nei confronti dello Spezi si veniva a conoscenza che il dottor Carvisiglia aveva presenziato alla presentazione dell’ultimo libro dell’avv. Filastò (a quanto pare, si tratterebbe di una controinchiesta molto critica sulla vicenda del Mostro di Firenze) e nella circostanza, discutendo con lo Spezi, anche lui presente, si sarebbe espresso in termini negativi nei confronti delle attuali indagini e, in particolare, di “questo di Perugia” (telefonata n. 8666 delle ore 18.28.43 del 28.2.2005 tra Spezi e Poma)].

L’attività faceva registrare pochi contatti dell’indagato e alcuni di questi apparivano particolarmente significativi perché sembravano dimostrare l’esistenza di un gruppetto di personaggi, di cui l’indagato faceva parte, incline a forme di voyeurismo e di perversione sessuale [Una ulteriore attuale conferma ai racconti dei testimoni di cui si è detto] e, quindi, sembravano confermare ancora di più quel quadro indiziario che avrebbe potuto costituire la cornice all’interno della quale sarebbero stati ricompresi i duplici omicidi attribuiti al Mostro e che erano stati eseguiti da una manovalanza di soggetti, anch’essi brutali e pervertiti.

Al riguardo, si richiamano le seguenti conversazioni che fanno riferimento a “festini”:

– telefonata delle ore 14.03 del 31.7.2003: il Calamandrei discute di donne con un amico, di nome anche lui Francesco, facendo cenno a una giapponese e a una tale Marisa (che è al mare, poi sarebbe venuta in una vecchia ex…inc…però per fortuna non si è ancora…inc…quindi ci si vede la prossima settimana, quindi spero non si accavallino…quella per un festino va bene);
– telefonata delle ore 14.14.47 del 31.7.2003: l’indagato parla con l’amico Franco facendo riferimento alla rumena, all’arrivo della giapponese (che non fa che trombare);
– telefonata delle ore 16.13.21 del 10.12.2003: il Calamandrei discute con l’amico Valeriano Raspolini [ sospettato a suo tempo nell’ambito delle indagini sul Mostro (esiste una segnalazione dell’8.11.1985 al procuratore di Firenze a firma della signora Anna Caselli e il suo nominativo era stato inserito in un elenco dei carabinieri – nota n. 167/26-1-1985 del 10.9.1986 – quale persona da perquisire in caso di nuovi omicidi). Esiste anche il suo nominativo in altro elenco dei carabinieri allegato alla nota del 23.6.1987 di soggetti da perquisire e controllare in caso di nuovi delitti. Esiste ancora un’altra nota dei carabinieri- la n. 167/18-8-1985 del 20.5.1989 nella quale viene indicato quale pederasta ]. Valeriano gli chiede: “Chi tu c’hai costì? Tutte le vergini?…ma glielo fai fare un defilè nude? Nude?” ricevendo risposta affermativa (Si! Son tutte nude!). E ancora Valeriano: “Fanno le cosaccie?”. Calamandrei risponde affermativamente (la conversazione appariva molto specifica anche in relazione a quello che si era appreso dalla Ghiribelli!);
– telefonata delle ore 16.30.51 del 10.12.2003: l’indagato comunica all’amico Valeriano che il “principe” (alias Franco Jatta) li ha invitati a casa, ma Valeriano gli risponde che non può e che “tutte le femmine giapponesi, rumene, bulgare e turche che…insomma ci stanno aspettando, dovrà essere rimandato”. [Dall’esame dei tabulati telefonici delle utenze in uso al Calamandrei si rilevavano diversi contatti con utenze intestate a nominativi di donne di nazionalità straniera e verosimilmente proprio anche di Paesi citati nel corso della telefonata].

Disattivato il servizio a causa del diniego della proroga di cui si è detto, l’attività tecnica era riproposta al P.M. di Perugia che otteneva dal GIP l’autorizzazione in data 12.12.2003 nell’ambito del procedimento penale n. 17869/01.

Nel frattempo, in data 28.11.2003, (NdR: La seconda in stessa data 28.11.2003), a Perugia erano state raccolte le dichiarazioni di Secondo Sisani che, tra l’altro, aveva fatto cenno al farmacista di San Casciano quale persona di cui si era parlato in occasione del rinvenimento del cadavere del Narducci ( …queste persone dicevano che il Narducci era coinvolto nelle vicende del Mostro di Firenze. Dicevano che era tutta una tresca e sicuramente avranno detto che era stato il gruppo di Firenze a farlo fuori. Qualcuno diceva anche che Pacciani era pilotato da loro. A quel tempo il nome di Pacciani non mi diceva niente, ma quando, qualche anno dopo, la televisione e i giornali cominciarono a parlare di Pacciani mi ricordai di questo nome. Ricordo anche che parlavano di un farmacista della zona di San Casciano. Questi discorsi sono stati fatti nel corso di un certo lasso di tempo dalla morte del Narducci fino ai processi di Firenze e il riferimento al farmacista l’ho sentito fare più di una volta. Parlavano di un farmacista che stava verso Firenze. Mi pare anche che parlarono di un tedesco coinvolto nel giro, ma non ricordo se la cosa fu detta nel 1985 o successivamente…).

Inoltre, l’attività svolta dal P.M. di Perugia con la polizia e i carabinieri del capoluogo umbro e da quest’ufficio – anch’esso destinatario da parte di quel P.M. di numerose deleghe – aveva portato all’acquisizione di importanti elementi (soprattutto informazioni testimoniali e consulenze scientifiche) che, da un lato, contribuivano a chiarire la morte del Narducci Francesco e l’attività di copertura della stessa col messinscena di un secondo cadavere che aveva visto il coinvolgimento con ruoli attivi di alcuni responsabili delle Istituzioni locali [gli accertamenti medico – legali e tossicologici affidati ad esperti dell’Università di Pavia constatavano, in particolare, la presenza di meperidina nei capelli del Narducci in quantità tale che aveva portato gli esperti a ritenere che l’assunzione si fosse protratta almeno per gli ultimi sei mesi di vita, nonché la frattura del corno sinistro della cartilagine tiroidea, tipica di un’attività di strozzamento o di strangolamento (Nella relazione di consulenza tecnica del prof. Giovanni Pierucci, a pag. 36, si legge: “La frattura del corno sinistro della cartilagine tiroidea è segno inequivocabile che fu esercitata un’azione traumatica di rilievo, attuata in modo concentrato sulla regione anatomica di pertinenza, segnatamente quella laterale sinistra del collo. Circa le modalità con cui tale azione traumatica può essersi realizzata, è da escludere la mera accidentalità, quale per esempio potrebbe derivare dalla caduta con impatto del collo contro una sporgenza, poiché in questo caso la forza viva che verrebbe ad esercitarsi sulla specifica struttura anatomica avrebbe una durata brevissima, coincidente di fatto con il momento dell’impatto; né appare verosimile qualsivoglia altra ipotesi che facesse riferimento ad improprie manovre di recupero e trasporto del cadavere…”, mentre a pag. 37 si legge: “Tornando dunque alla causa di morte di Francesco Narducci, l’unico elemento positivo rilevato nel corso degli accertamenti disposti induce gli scriventi a ritenere che con elevata probabilità la morte fu conseguente ad una violenta costrizione manuale del collo attuata con finalità omicidiaria.”. Ed ancora, nella parte conclusiva dell’elaborato, a pag. 52, si legge: “L’obiettivata frattura del corno superiore sinistro (parzialmente calcificato/ossificato), che si ritiene avvenuta in vita, rende quanto meno probabile che la causa della morte di Narducci Francesco risieda in un’asfissia meccanica violenta prodotta da costrizione del collo (manuale – strozzamento; ovvero mediante laccio-strangolamento) secondo una modalità omicidiaria.”). Altro tipo di accertamento sulle misurazioni del cadavere ripescato la mattina del 13.10.1985 e che era stato ripreso disteso su un pontile del lago, portavano alla constatazione che quel cadavere non corrispondeva assolutamente al fisico del Narducci, lasciando ciò ragionevolmente ipotizzare pertanto che si fosse trattato di altro soggetto, la cui identità tuttora si sconosce (Nella relazione di consulenza medicolegale in tema di metodiche identificative della dottoressa Gabriella Carlesi, nelle conclusioni, si legge: “Non vi è compatibilità antropometrica e qualitativa tra il corpo del dottor Narducci, esumato nel giugno 2002, di lunghezza di 180 cm e circonferenza addome alla vestizione di 72/75 cm, con capigliatura presente su tutto l’ambito del cranio, ben conservata ed intatta e le immagini del corpo ripescato dal lago Trasimeno in data 13 ottobre 1985, di lunghezza stimata di 173,3 cm, di circonferenza addominale di circa 110 cm e completamente privo di capillizio nella sede fronto-temporo-parietale sinistra.”). Era evidente, quindi, che il prof. Francesco Narducci era stato ucciso e che il corpo recuperato nelle acque del lago apparteneva ad altra persona] e, dall’altro lato, fornivano un chiaro contributo alle lettere anonime circa la conducibilità di quella morte alla vicenda dei delitti fiorentini [Numerose persone informate dei fatti, sentite direttamente dal P.M. di Perugia o, su delega, dalla polizia giudiziaria, appartenenti a diversi ambienti e ceto sociale, avevano riferito del coinvolgimento del prof. Francesco Narducci nella vicenda “Mostro di Firenze”. Qualcuno addirittura gli aveva attribuito il compito di “custode” alludendo chiaramente ai feticci asportati alle povere vittime. Alcune persone avevano riferito anche che il Narducci sarebbe entrato a far parte di una pericolosa setta fiorentina dedita a quel tipo di delitti].

La nuova attività tecnica nei confronti del Calamandrei (che ha riguardato anche le utenze intestate alla sorella Margherita e alla convivente Ngou Haida) si è svolta complessivamente in due periodi di tempo: dal 12.12.2003 al 4.6.2004 (giorno, questo, in cui veniva disattivata anticipatamente in occasione di un viaggio all’estero dell’indagato) e dal 26.6.2004 al 5.2.2005.

Al riguardo si citano le seguenti conversazioni:

– telefonata delle ore 15.40.44 del 4.1.2004: Francesca, la figlia dell’indagato, telefona e parla con Haida informandosi se il padre è tornato a casa e dicendole che lui non voleva ricoverarsi. Haida risponde che alle 5 del mattino voleva andare a Firenze ma non si reggeva in piedi e che gli era stato sequestrato il libretto di circolazione dell’auto. Aggiunge che aveva 300 euro in tasca e che era rimasto in autostrada senza benzina commentando: “chissà dove mette i soldi!”. Dalla conversazione si intuisce che l’indagato nella notte deve aver avuto un qualche incidente e che era stato poi ricoverato, come in effetti si apprendeva in successive telefonate dalle quali risultava che il Calamandrei era ricoverato nel solito reparto di psichiatria (telefonate delle ore 21.21.20 e delle ore 21.37.36 del 9.1.2004);
– telefonata delle ore 13.13.46 del 20.1.2004: l’indagato (che nel frattempo era stato dimesso dall’ospedale) avvisa la figlia di avere subito nella mattinata una perquisizione a casa sempre per quella storia del Mostro [la perquisizione era stata disposta dal P.M. di Firenze con apposito decreto e eseguita da personale di quest’ufficio il 20 gennaio 2004);
– telefonata delle ore 20.54.30 del 21.1.2004: Mario Spezi chiama, ma parla solo con Haida (lo stesso Spezi richiamerà alle ore 9.33.41 del giorno seguente, ma anche in questa occasione Haida non gli passa l’indagato dicendogli che non sta bene e che sta dormendo. Riuscirà invece a parlare con una successiva telefonata delle ore 10.21.35 dicendogli che si trova sotto casa sua e che deve parlargli per una cosa molto importante);
– telefonata delle ore 19.20.34 del 22.1.2004: l’indagato discute con l’amico Franco Jatta della sua vicenda e poi Jatta gli dice di avere le solite storie pseudo sessuali parlando di donne e dicendo di voler trovare un elemento femminile sensuale;
– telefonata delle ore 18.04.17 del 23.1.2004: l’indagato parla con la figlia Francesca e si mostra molto preoccupato e impaurito per la vicenda delle indagini a suo carico dicendole che si tratta di una cosa grossa e non di uno scherzo semplice;
– telefonata delle ore 12.12.55 del 26.1.2004: l’indagato chiede a Ciardo Walter un certificato medico che attesti che sta male, ma non subito, quando, così come concordato con l’avvocato, ci sarà l’interrogatorio, in modo da prendere tempo;
– telefonata delle ore 20.51.03 del 2.2.2004: Mario Spezi informa l’indagato di aver fatto in modo che su un articolo pubblicato dal settimanale “L’Espresso” Giuttari ne uscisse un po’ malino;
– telefonata delle ore 19.35.19 del 9.2.2004: l’indagato dice all’amico Donga (Dongarrà) Raffaele che in mattinata era andato da lui un tizio di Roma che gli aveva riferito di voler rovinare Giuttari perché era l’ora di finirla;
– telefonata delle ore 15.44.13 del 10.2.2004: Mario Spezi informa l’indagato che stiamo preparando una trasmissione RAI in cui si demolisce tutto…eh! Abbiamo trovato della bella roba…è meglio a voce;
– telefonata delle ore 19.21.21 del 17.2.2004: l’indagato discute con il suo avvocato e, a proposito dell’intervista rilasciata a Spezi, afferma: “Anche a me non è andata giù…perché quella me l’ha messa in bocca…cose che io non ho…pensavo nemmeno non…non le conoscevo”, e l’avvocato: “anche su quelli de…de coso…de Giuttari strumentalizza, mi strumentalizza per il suo libro te non lo sapevi nemmeno te l’ha detto lui a te e che…lui lo ha fatto dire come se tu l’avessi detto te insomma”, l’indagato: “sì”;
– telefonata delle ore 16.22.10 del 12.3.2004 (utenza 055.8228200): Francesca chiede notizie del padre a Haida e questa la informa che adesso non spende più e che è preoccupata perché non le piace Franco Jatta;
– telefonata delle ore 12.59.31 del 6.4.2004: l’indagato tra l’altro dice al suo avvocato che il Narducci lui non lo conosceva;
– telefonata delle ore 18.46.32 del 10.5.2004 (su utenza 055.8228200): l’indagato chiede all’avvocato se aveva visto l’articolo su “Gente”, quello di Sabrina, e l’avvocato risponde che glielo aveva preannunciato Mario Spezi. Poi Calamandrei lo informa che si recherà in Senegal e il legale gli chiede di lasciargli un recapito telefonico e poi gli dice: allora magari comunque prima, siccome appunto proprio a Giugno, nel mese di giugno potrebbe diciamo venir fuori qualche cosa…tipo per esempio da Perugia perché so che dovrebbero dovrebbero scad…dovrebbe scadere la proroga dei termini che hanno chiesto eccetera, no…;
– telefonata delle ore 18.40.17 del 14.5.2004: l’indagato discute con l’avvocato dell’articolo pubblicato sul settimanale “Gente” relativo al mancato rinnovo delle deleghe a Giuttari da parte del procuratore Ubaldo Nannucci. L’avvocato commenta: “avrebbe…avrebbe…ba… Però…questo bisogna vedere, eh!…Sì, vabbé m’avrebbe ascoltato quando gli ho detto che un era possibile de…andà avanti così!! Ma insomma noi si piglia e poi…dopo, tanto io…devo anche andare a parlarci per…per le querele! Per…per dirgli che non le dia…al Canessa…e quindi sento un po’! (l’avvocato sembra voler suggerire al procuratore quello che dovrà fare per l’assegnazione delle querele!)”. L’indagato poi lo informa che il 27 partirà per il Senegal e che tornerà il 27 giugno. Quindi chiede in merito all’articolo su “Gente” di fargli sapere qualcosa e l’avvocato gli risponde affermativamente invitandolo di stare tranquillo;
– telefonata delle ore 22.18.37 del 26.5.2004: l’indagato avvisa l’amico Valeriano (Raspollini) che l’indomani mattina partirà e poi conclude la conversazione con la speranza di non essere richiamato per un interrogatorio;
– telefonata delle ore 18.06.13 del 21.7.2004: l’indagato telefona allo zio e gli dice di essere ritornato. Lo zio lo informa che aveva telefonato Liliana Zucconi per dirgli che avevano chiamato Maria Ines, la moglie di Giulio, perché vogliono chiudere la pratica. Poi lo informa che su La Nazione c’era un articolo che annunciava che la procura di Perugia aveva chiesto la proroga delle indagini per altri sei mesi;
– telefonata delle ore 18.55.34 del 27.7.2004: l’indagato chiede all’avvocato notizie sulla notifica fattagli dai carabinieri e l’avvocato gli spiega che lo sapeva da due mesi e che si trattava della querela di Giuttari per l’intervista data a Spezi, quella la dove tu gli hai detto che praticamente sulla tua pelle lui…e l’indagato: si stava costruendo un nome!. Poi l’indagato dice: ma questo Spezi a me mi ha danneggiato due volte!! Nel 98…e oggi!!…nel 98 ebbi quella causa per calunnia…Quindi precisa: ma me lo mise in…in bocca lui queste cose, non sono stato io…me lo disse lui…mi disse: guarda che lui lo sta facendo queste cose per farsi pubblicità al libro!!!;
– telefonata delle ore 19.38.37 del 27.7.2004: l’indagato informa Mario di essere stato querelato da Giuttari per un articolo di Mario Spezi che gli ha messo in bocca delle cose non vere. Mario poi si offre a testimoniare a suo favore facendo presente che Spezi me lo aveva raccontato prima…inc…di venir da te, io l’ho trovato per strada e mi fece…sto ragionamento;
– telefonata delle ore 9.48.54 del 16.8.2004: l’indagato avvisa Haida che ieri aveva incontrato Giuttari al chiosco dei giornali e si era presentato parlando per due ore (la circostanza dell’incontro è vera e si richiama la nota n. 370/04/Gides del 16.8.2004);
– telefonata delle ore 16.19.36 del 17.8.2004: l’indagato informa la figlia dell’incontro con Giuttari e dice: infatti gliel’ho…dottore m’è dispiaciuto della querela…eh, ma dice, guardi che l’è una cosa grave quella che…lei…cioè lei ha praticamente detto che io mi sarei appropriato…di un vei…cioè di un mezzo pubblico…cioè della mia professione…per farmi pubblicità. Dico: guardi mi dispiace non perché io pensassi questo, ma perché me l’ha messo…io non lo sapevo nemmeno…me l’ha messo in bocca il giornalista…;
– telefonata delle ore 13.05.14 del 31.8.2004: lo zio dell’indagato, Ferdinando Zerini, lo informa di essere stato ascoltato dalla Polizia e gli riassume le dichiarazioni facendo presente che aveva confermato le frequentazioni e amicizie con coloro che lui aveva saputo che erano stati già sentiti e non facendo così altri nomi [lo Zerini in effetti è stato sentito il 31.8.2004 e il verbale è stato trasmesso in allegato alla nota n. 428/04/GIDES del 20.9.2004];
– telefonata delle ore 17.37.47 del 4.10.2004: Maddalena (utente 339.1171384) telefona all’indagato con addebito e gli dice che è andato da lei Franco offrendogli 200 euro per andare a letto con lui. L’indagato le riferisce che la chiamerà lui. In effetti la richiama subito dopo e, dopo aver ricevuto la risposta che il suo amico si trova ancora da lei, le dice che deve dirgli di no;
– telefonata delle ore 11.50.05 del 11.10.2004: l’indagato discute con la figlia Francesca della richiesta di incidente probatorio avanzata dal P.M. e entrambi fanno riferimento al memoriale della Ciulli [di questo memoriale dimostrano anche in altre conversazioni un particolare interesse] e alla pratica d’interdizione in possesso di un certo Carlo Poli (da altre telefonate si capisce che si tratta di un avvocato che aveva curato la pratica);
– telefonate delle ore 12.02.44 e 12.08.14 del 17.10.2004: l’indagato discute con l’avvocato della strategia difensiva in relazione all’incidente probatorio e, per sottolineare la non credibilità dell’ex moglie, l’avvocato dice: poi alle cartelle cliniche riferisco anche che…di quanto lei dice che eh…allora il Vigna eh eh eh eh ammazzava la Favoni di di Cerbaia e te pugnalavi il marito oh…oh…oh…co…co…la flance come si chiama (…ride…) capito?;
– telefonata delle ore 14.22.01 del 18.11.2004: l’indagato discute con la sorella Margherita che gli chiede cosa l’avvocato gli avesse detto. L’indagato riferisce che può darsi facciano un’altra perquisizione. E la sorella: leva quelle bambole…leva i cosi portali su da me!…vien via guardiamo di levare che c’è!…io le leverei…tu le porti da me!;
– telefonata delle ore 13.23.08 del 7.12.2004: l’indagato chiede all’avvocato di poter leggere quello che la sua ex moglie aveva dichiarato su di lui. L’avvocato lo invita a andare da lui nel pomeriggio;
– telefonata delle ore 20.26.47 del 10.1.2005: l’indagato discute della sua vicenda con Magni Ornella (utenza 055.8076298) e alla domanda della donna se fosse vera la notizia che quello di Perugia era stato ucciso risponde: che vuoi che ne sappia io…sinceramente non lo so però io so una cosa per certo, io non lo conosco…non l’ho mai visto, e pure ci sono…gente che spergiura che mi hanno visto insieme a lui…persone amici miei.

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L’attività tecnica d’intercettazione telefonica, della quale sopra si è ritenuto opportuno segnalare alcune conversazioni, è da considerarsi complessivamente importante perché anche essa ha aggiunto alcuni tasselli al quadro indiziario a carico del Calamandrei.
Innanzitutto ha contribuito anche essa a capire la personalità attuale dell’indagato, specie sotto l’aspetto sessuale in relazione a particolari “festini” anche con “vergini” come conferma all’amico Raspollini. Inoltre, ha fornito un ulteriore conferma dello stato patologico del predetto che continua a mantenere una vita sregolata che lo ha portato a un ricovero nel solito reparto di psichiatria.

L’attività ha consentito altresì di registrare le falsità del Calamandrei sulla mancata conoscenza del Narducci (che ormai sembra anche inutile ripeterlo può invece considerarsi un dato certo) e la sua preoccupazione per la perquisizione e l’indagine a suo carico, tanto che si adoperava per cercare di dilazionare l’interrogatorio, munendosi di un certificato medico, nel caso in cui fosse stato convocato. Le sue preoccupazione inoltre sembrano rivolte sostanzialmente per l’indagine perugina (dove lui non era indagato e dove non avrebbe dovuto temere nulla se in effetti non avesse avuto alcun rapporto col Narducci). Come pure manifesta preoccupazione – e con lui anche la sorella Margherita – per una nuova perquisizione, tanto che la sorella lo invitava a togliere le bambole per portarle da lei, che abita nello stesso stabile.
Inoltre, l’attività ha messo in chiara evidenza ancora una volta il ruolo dell’amico dell’indagato, Mario Spezi, nella vicenda del “Mostro di Firenze”.

Lo Spezi, infatti, appresa la notizia dell’avvenuta perquisizione a carico dell’amico, si attivava subito andando a cercarlo a casa, dopo più tentativi telefonici andati a vuoto, e in quella occasione riusciva a parlargli facendo pubblicare su “La Nazione” il giorno successivo un articolo, a sua firma, con quale muoveva un violento attacco alla persona di questo responsabile citando frasi (“Non sono il Mostro – il mio accusatore vuol farsi pubblicità- Bé, che vuole che le dica? Se voleva fare pubblicità al suo romanzo, poteva evitarlo di farlo sulla mia pelle”) che dal contenuto delle telefonate si apprendeva non corrispondevano affatto al pensiero del farmacista [Questi in verità non sapeva nulla dell’iniziativa letteraria dello scrivente, come confermava in occasione dell’incontro diretto, del tutto casuale, del 15 agosto 2004 e che a suo tempo veniva riferito].

L’articolo dello Spezi, da un lato, chiaramente danneggiava la reputazione personale e professionale del sottoscritto (che a propria tutela per i reati perseguibili a querela presentava tale atto alla Procura di Firenze, senza che a tutt’oggi, nonostante la gravità del caso e la maturazione dei termini di legge, nulla abbia saputo) e, da un altro lato, partecipando anche a trasmissioni su TV locali insieme al sindaco di San Casciano dell’epoca, che non perdeva occasione per strumentalizzare una dichiarazione del sottoscritto al TG5 di tutt’altro tenore di quello che quel sindaco aveva voluto dare, innescava un clima di palese ostilità non solo presso i vertici romani della polizia (destinatari degli articoli di stampa, ivi compresi quelli dello Spezi, da parte del Prefetto e del Questore di Firenze), ma – è questo è ancor più grave – presso gli ambienti della magistratura fiorentina, ivi compreso il P.M. titolare dell’indagine; clima che – ma non poteva essere diversamente – si è manifestato anche sulla prosecuzione delle indagini in corso, tranne che per quelle delegate dal P.M. di Perugia.

Lo stesso Spezi, inoltre – e questo risulta chiaro dalle conversazioni registrate – si attivava anche per una pesante attività di discredito di questo responsabile e dell’inchiesta coinvolgendo negli attacchi altri giornali ( i settimanali “Gente” e “L’Espresso” e anche la televisione per la quale stava preparando un servizio per demolire tutto!); attività di discredito che raggiungeva il suo culmine nell’articolo del “Silurato Giuttari – Indagava sul Mostro di Firenze”, pubblicato su “Gente” e che forniva oggetto di conversazione tra l’indagato (molto interessato all’evento) e il suo avvocato (che commenta dicendogli che evidentemente il procuratore finalmente l’aveva ascoltato!). I riferimenti alla persona del procuratore emergevano anche nel contesto dell’attività di intercettazione svolta nei confronti del giornalista Gennaro De Stefano, coautore insieme a Roberto Fiasconaro, di quel servizio. In più conversazioni, infatti, i giornalisti dichiaravano che la notizia era fondata e più o meno esplicitamente facevano riferimento alla persona del procuratore di Firenze, il cui nome veniva indubbiamente collegato proprio alla fonte fiduciaria nella conversazione intercorsa tra il De Stefano e l’avvocato Biancolella (telefonata n. 7917 del 19.11.2004 ore 18.52 in uscita dal cellulare del De Stefano: i due interlocutori commentavano il rigetto da parte del GIP di Perugia della richiesta di arresto presentata dal P.M. e l’avvocato non capiva chi fosse Narducci. De Stefano rispondeva: “E’ quello scomparso nel Trasimeno!”; Biancolella: “e come fa ad essere un vostro confidente se è morto?”; De Stefano: “No, no, no…non mio confidente…Narducci è na cosa…Nannucci…è il procuratore di Firenze!”).

Il comportamento dello Spezi comunque non sfuggiva all’attenzione del P.M. di Perugia tanto che lo Spezi veniva indagato per favoreggiamento e, in tale veste, perquisito dai carabinieri di Perugia e da personale di questo ufficio [La perquisizione, tra l’altro, portava al rinvenimento di una pietra grezza a forma di piramide tronca simile a quella trovata sul luogo di uno dei delitti del “Mostro”, quello di Calenzano del 1981].

Dopo la perquisizione si registrava un altro episodio, a dir poco anomalo, e cioè l’interessamento del procuratore in persona, il dottor Ubaldo Nannucci, presso la procura di Perugia per chiedere notizie sulla competenza (questo potrebbe rientrare nelle facoltà e nelle competenze di un magistrato attento a quello che si verifica nel territorio di propria competenza), ma certo non può verificarsi che un alto magistrato (anche se esistono stretti rapporti amicali come emerge dal tono molto confidenziale delle telefonate con l’indagato) lo avvisi delle proprie iniziative autorizzandolo – almeno stando alle risultanze dell’intercettazione e a quelle giornalistiche – a riferire in pubblico tale interessamento!

PERQUISIZIONI DOMICILIARI

Oltre alla perquisizione domiciliare dell’anno 1998, della quale si è già detto all’inizio della presente nota [si aggiunge qui che dall’esame di quel materiale – appunti e annotazioni manoscritte – già si evinceva che il Calamandrei soffriva di depressione a crisi di paura tanto da fare riferimento in più annotazioni alla propria morte vedendola come una vera e propria liberazione – vedasi relazione del V. Sovrintendente Michele Natalini dell’11.3.2002 allegata alla nota n. 500/02 S.M. dell’11.3.2002 relativa al p.p. 3212/96 diretta al P.M. di Firenze], a carico del Calamandrei veniva disposta con decreto del 17 gennaio 2004 una nuova perquisizione nell’ambito del procedimento penale 1277/03 del P.M. di Firenze e sulla quale venivano registrate anche conversazioni, alcune delle quali sono state sopra riferite.
L’operazione portava al rinvenimento e sequestro di vario materiale (agende, quaderni per appunti, libri, video cassette registrate…).
Tra il materiale in questione, nel richiamare le note n. 26/04/Gides del 20.1.2004 e n. 127/04/Gides del 3.3.2004, si ritiene utile segnalare il seguente:

– una guida turistica a colori “Lago Trasimeno”;
– un libro a colori intitolato “L’Umbria”;
– il libro “Il Risorgimento esoterico” di Cecilia Gatto Trocchi;
– il libro “I demoni della notte” di Charles Nodier;
– numerose riviste pornografiche “Penthouse”, “Le Ore” degli anni 1966/99, “Playmen” dell’anno 1966 e 1998, “Playboy” dell’anno 1998… ;
– un biglietto da visita della ditta “Arte e Decorazione” di Sordi Liliana con sede a Castiglione del Lago (PG) con annotati i numeri di telefono 075. 951859 e 0336.599732;
– un’agenda dell’anno 1989 (si tratta della più vecchia agenda perché nulla è stato rinvenuto per quanto riguarda gli anni precedenti!): più volte risulta annotato Tennis Tiziano (evidentemente l’ha frequentato con una certa regolarità e in più occasioni figura accanto il nome di Pietro); 11.4: chi sono?; 9.6 e 19.6: Beppe Astrologo 085/4910731 – 4910764; 30.6: Mario Spezi S. ANGELO IN Vado p.zza Mar del Plata tel. 0722/8231 fino al 17 luglio da Lucia albergo; 11.7: ore 19 Vitta 828880; 26.8: Marisa Coppola 0564.407253; 1.9: E’ come se stessi vivendo non la mia vita ma quella di un’altra persona che mi ha traumatizzato. Devo assolutamente dimenticare tutto. Come? Mi sono immedesimato in un’altra persona; 7.9: Piero Mancini – Corsi Alberto cena a Valgondola; 15.9: Malissimo alla testa…non voglio confessare nemmeno a me stesso – è impossibile dimentica tutto; 16.10: telefonare Miriam Spezi; 18.10: Tennis Mario – telefonate Miriam; 11.11: Calistri Tennis – Spezi; 27.11: Di Peco; 22.12: pagare tennis 6.500.000; rubrica: Calistri Sauro 6530389 290886 – Caccatelli Gianni 828962 – Corsi Alberto 496557 474132 Club sportivo 332701 – Calistri Corrado 486127 430734 – Di Peco Matteo 828871 F.T. 820157 – Innocenti Piero casa 769150 ufficio 2299886 2298326 – Silvia Bini? 578443 – Spezi Mario e Miriam Bagno a Ripoli via di Vacciano 61 642038 La Nazione diretto 2485325 nel pomeriggio – Tennis Cerbaia Morelli 825047 – Vitta Tinto Pussy 828880 – Zodiac palestra 203475 tennis 2022847 natur 2022850;
– un’agenda del 1990 della Banca Toscana con varie annotazioni Tennis; 11.2: Danieli Marisa 828378; 14.2: Mario Spezi; 23.4: Giancarlo De Juliis 820427; 10.7: Di Peco Matteo; rubrica: De Juliis Giancarlo 820427 – Di Peco Matteo casa 828871 – Giovagnoli Angelina via Bellini 41 362432 (la prostituta di cui ha parlato la Pellecchia) Marusca Kovacs 225148 – Mary 0577270725 – Riccardi Fabrizio via Ghibellina 61 241410 – Stefania Vincovic roma casa 068173421;
– un’agenda del 1991 della ditta “Mario Ciulli”: 30.1: Minotti M. Pia 768701 Lastra a Signa; varie annotazioni sullo stato di salute: 21.2 devo recuperare me stesso la mia dignità di uomo indirizzare la mia mente verso qualcosa – non ho più testa – ho paura – mi sto uccidendo; 26.2: Lastra a Signa via Resistenza 9 768701; 9.3: riprendere il tennis; 18.3: Sertoli Achille 229373 – Innocenti Piero 2299886; 20.3: Prefettura il 26/marzo 91 ore 11 convocazione x possibile ritiro querela sporta da Ciulli Mariella dr. Tommaso Picazio al 4 piano viale S. Lavagnini n. 31 tel. 490917/470626/470927 urgente Salvatori; rubrica: astrologo Beppe 085/8072955 8075295 – Di Peco Matteo 828871 – Ludmila 071743768 – Mary 0577270725;
– un’agenda del 1991 con copertina grigia (i fogli incominciano da 9 maggio): 13.5: tel. Prof. Sertoli 229373; 23.7.1991 Ingen. Galata Francesco 0187 627160 0187 625877 0187 629434 via Cisa Interna 33 Sarzana. Sono: collega di Alberto Aldemio del Ministero degli Interni ho la necessità di un telefono attivato per un’operazione che scatta venerdì; 12.8.1991 magistrato Della Valle? Dossier presso la magistratura perché Della Valle non ha ritenuto opportuno di indagare su di me…Magistrato…inc…Della Silvia. Nella stessa pagina vi è poi altro appunto scritto con penna rossa: Marco, Silvia Badini, Vigna, Ceccatelli…inc…ore 12 incrocio con la via Cassia. Un recapito telefonico 081 8372213, Grassini Iva Cenni Iva via F. Rosselli 48/c tel. 822211 Lusi 822191; 6.9: Calamandrei Rolanda (Rolanda cancellato) Sandra via 8242214 Panda blu ristorante inc. pagato; 8.9: Calamandrei Rolanda tel 8242214 ristorante Bencistà Roberto 4 ore la mattina; Roberto Sanseverino 068084338 (ricorre anche altre volte); 25.11: ospedale dal 25 nov. Al 18 dicembre; 23.12: Matteo Di Peco 828871; rubrica: (c’è un indirizzo della Colombia cancellato e illeggibile); Ceccatelli Arch. Giovanni 6813322 – Di Peco Matteo 828871 – Ida amica di Luciano 0574/463314 Prato – Mary 0577270725 355620 – Ludmila 071743768 Chiaravalle – Sertoli Prof. Achille via Poggio Imperiale 31 229373 27582817 – Rolanda 8242214;
– un’agenda del 1993 della Banca Toscana: 28.12 (1992): Dongarrà Raffaele 055/828609; 7.6: entro ospedale Torregalli; rubrica: Astrologo Beppe 0854910731 – Corsi Alberto mare 058422100 – Di Peco Matteo 8228472 828871- Raspollini Valeriano 055820815 – Sertoli Prof. Achille 229373 – Vitta 828880;
– un’agenda del 1994 con copertina bleu: 27.2: ricovero ospedale Ponte a Niccheri; 4.3: svenimento; 2.5: Corsi = Diamanti da quello che lavora dal…inc…; 3.6: posso morire?; 9.6: la Mariella non fa una sega nulla è malata?”7.10: cena Marisa Di Donato via dei Fiori 12 tel. 210260;
– una cartellina del caffè “Giubbe Rosse” con fogli dattiloscritti e manoscritti dal contenuto politico e artistico. C’è un foglio su carta intestata di Francesco Calamandrei dal seguente contenuto dattiloscritto: quando vedo una cosa molto bella, di fronte alla bellezza in quel momento avverto il fatto che dovrò morire…la bellezza è inspiegabilmente associata alla morte…in me…di fronte a certi paesaggi, a certe atmosfere naturali ma rare, a certi eventi artistici, ho avuto la sensazione indefinita ma certa che inderogabilmente debba morire, addirittura forse che in quei momenti  sono già morto perché sparisce la coscienza della fisicità del corpo e la mente si fonde con lo spettacolo e l’atmosfera e non vivo di identità autonoma ma mi fondo con sensazioni esistenti fuori di me…;
– un quaderno con la copertina disegnata con piume colorate contenente disegni a annotazioni manoscritte datate 1995/96, tra cui: Il mitra = Prozac non so se ricominciare a prendere il prozac o impugnare il macete. Io personalmente credo che sia più dignitoso prendere il macete – che cosa vuol dire fase maniacale? – alcolismo un guaio non da poco che spesso si associa alla depressione –In alcuni fogli ripercorre tutta la sua vita a partire dal gennaio 1991: – 5 novembre propositi di suicidio il 25 novembre mi interno a Villa Serena fino al 18 dicembre periodo molto duro la mia depressione è al culmine – Marisa Aureli 055453841 – mangia la mia merda – baciami il culo – la mia infelicità sarà la mia missione nella vita – un biglietto da visita di Villa Vrindavana centro Hare Krishna via Scopeti 108 con annotato: Kalakunja 0360 338480 – biglietto da visita della ditta “Arte e Decorazione di Sordi Liliana Castiglion del Lago (PG) via Morini 13 loc. Vitellino 075 951859 0336599732 – come ci si può liberare da una sofferenza se questa è l’unica cosa che ci riempie la vita? – 30 giugno 1995 Paesana mentre dormo sto molto male. Ho dolori fisici e sono incazzato. Ho sognato di un avvocato mi ha chiamato due giorni prima di una udienza e mi prendeva anche per il culo;
– un quaderno con copertina nera con annotazioni datate 1996/1997: Joao Cesar Monteiro regista portoghese La commedia di Dio ha fatto fallire il produttore Collezione di peli pubici che tiene in un libro intitolato Libro dei Pensieri; in alcuni fogli riassume la storia di due persone presentatisi come Maurizio e Sandrino, incaricati da Mascia Rossana per risolvere la questione pendente. Gli fanno capire che è meglio lasciar perdere. In altra occasione si presenta da solo quello che aveva detto di chiamarsi Sandrino elogiandolo per il comportamento fermo che aveva tenuto e lui lo invita a cena e poi a dormire a casa. L’indomani gli chiede in prestito la Mercedes che lui gli da senza però ottenerla indietro perché il Sandrino gli fa delle telefonate con cui prima gli dice che è rimasto senza benzina e si fa mandare dei soldi a Amalfi e poi gli dice che l’auto è da un meccanico a Catania ma non gli manda in questa occasione nulla. Denuncia ai carabinieri che recuperano l’auto. Dopo qualche giorno gli bruciano la Jaguar. I soldi a Amalfi li mandò a nome di Mannino Giacchino. Era l’anno 1994;
– un quaderno con la copertina marrone con annotazioni del 1996: Testi delle piramidi testi dei sarcofagi libri dei morti libro per respirare libro per trascorrere l’eternità libro delle due vie…Appunti su principi essenziali della dottrina esoterica; appunti su Teoria mia della lettura: …quindi il concepimento, cioè quando lo spermatozoo feconda l’ovulo è imperversato da una quantità di forze astrali magnetiche elettriche…Riflessioni su La Papessa Iside: tiene nella mano destra il libro dei segreti che nessuno potrebbe scalfire se non gli consegna le chiavi che tiene nella mano sinistra. I misteri sono l’esoterismo delle cose. La chiave d’oro è connessa al sole: verbo ragione, la chiave d’argento è connessa (apre) alla luna: immaginazione lucidità intuitiva…1 mago= volontà personale 2 la Papessa conoscenze segrete saggezza occulta immaginazione dualismo…3 l’Imperatrice = intelligenza creatrice la falce di luna (è disegnato uno spicchio di luna) inc…è la saggezza, è la razionalizzazione della intuizione confusa…; c’è incollato un articolo di giornale dal titolo “tutta la lurida poesia dei disperati di Welsh” – droga sesso teppismo: così è trainspotting; altro articolo di giornale incollato con la foto del mafioso Brusca all’atto dell’arresto; agenda con copertina marrone del 1996: 12.2: Aimona; 14.2: tel. Aimona 820136; 16.2: Catania Mannino Giacchino;
– un’agenda del 1995: 12 ottobre Mario e Miriam Spezi a cena ore 8 – 8,30 alla cantinetta vorrei continuare a vederli Mario è in grossa crisi mi ha raccontato del libro fare una mostra insieme – ; 6 novembre: c’è incollato un articolo di giornale che parla dell’incendio della Jaguar del farmacista; 25 novembre: c’è una specie di pro memoria Giovedì 9 marzo telefona – venerdì 10 marzo 1995 ore 17 arrivano Maurizio e Sandrino – i primi di aprile svitano i bulloni della macchina – martedì 18 aprile 1995 sono dalla Ute viene Vittorio Chiarappa – maggio giugno luglio agosto settembre ottobre novembre bruciano la macchina; 15 dicembre Firenze Sud ore 20 Spezi cena; 23 dicembre:…gli ho sentiti che parlavano di sfruttare anche Uthe Bagnasacco…;
– un quaderno con copertina celeste e la figura di un uomo con annotazioni riferibili al 1997: in un foglio c’è scritto: Cara ho tanta paura – paura di tutto. Come posso fare a spiegarti il momento difficile che sto attraversando ?!; – un quaderno con copertina verde/marrone con annotazioni riferibili al 1996/97: appunto: Aimona Corrado 820136 Dovevo dargli un avvertimento Lei conosce il sig. Pecchioli? La pagina seguente ci sono annotazioni datate 10.2.1997: Stamattina mi ha telefonato la signora Corrado. Poi ho parlato con sua figlia Aimona…ha parlato di Maurizio Pecchioli, ma come fa a saperlo – forse lui stesso glielo ha detto – domani devo chiarire e sapere che cosa è disposta a fare; e poi Storia: nel febbraio o marzo 1995 abitavo all’Impruneta nella villa Le Sodera, lì un giovedì mattina ,i telefonò la sig.ra Mascia Rossana…mi chiese un appuntamento per il giorno dopo venerdì alle ore 17 nella mia stessa abitazione della Sodera chiedendomi di lasciare aperto il cancello del giardino per poter entrarvi con l’auto…invece di lei sono venute due persone che si sono presentate come Maurizio e Sandrino su una Citroen nera guidata da Maurizio. Dopo essersi presentati hanno detto che parlavano in nome della sig.ra Mascia, che ora avevano preso a cuore il processo che la si.ra Mascia aveva con me, che avrei fatto meglio a lasciar perdere tutto;
– un quaderno con copertina bleu e disegni del sole e della mezza luna con annotazioni riferibili agli anni 2000/2001/2002/2003: ci sono riflessioni sulla vita e sullo stato di salute dell’indagato che manifestano uno stato verosimilmente patologico. Si citano: ore 16 mi manca qualcosa nel cervello. Grande confusione, solitudine, paura e attrazione della morte. Ore 17.30 sto meglio ma mi manca ancora qualcosa, sento che nel cervello mi manca qualcosa. ;
– un quaderno con la copertina colorata con piume disegnate e margini marroni e con un’annotazione sul primo foglio “Fi 9.3.97”: ci sono riflessioni personali. Si citano: nelle prime pagine “Giovedì mattina, ho paura…”- “martedì 24 marzo 1997: sono un uomo che ha una struttura fisica e psicologica per essere un tossicodipendente. Sono un malato di depressione…” Ancora: “Sono un alcolista…ma questo è un presupposto essenziale per essere una rtista – l’artista è un ammalato”- “E’ difficile esprimere questa doppia mia veste: io sono un tossicodipendente e nello stesso tempo padre di tossicodipendente…” Più avanti: “Comunità “Il Forteto” parlare con Fiesoli – Vicchio” [ Fiesoli di Vicchio si identifica per Rodolfo Fiesoli, nato a Prato il 11.11.1941, residente a Dicomano, località “Il Forteto”, coniugato, direttore d’azienda, il cui nominativo figura al n. 103 dell’elenco delle persone sospette, allegato alla nota del 14 luglio 1987 della SAM e che è lo stesso elenco dove al n. 181 figura Narducci Francesco. Lo stesso Fiesoli con nota M1 – 85 – Sam del 28.2.1986, relativa al delitto degli Scopeti veniva segnalato come persona, già perquisita, e meritevole di approfondite indagini (nella stessa nota figura anche il nominativo di Pietro Pacciani. Nella scheda a suo nome, datata 18.12.1985, si rilevano precedenti penali per oltraggio a P.U., atti osceni, usurpazione di titolo, atti di libidine violenti, corruzione di minorenni, maltrattamento ecc. ed è indicato quale omosessuale. Esiste anche un verbale di spontanee dichiarazioni rese il 30.9.1985 da Biscotti Giovanni, nato a Firenze il 5.3.1961, che riferisce i suoi sospetti sul Fiesoli dopo il duplice delitto. Sul conto del Fiesoli questo responsabile riceveva una lettera, non firmata, inviata con posta prioritaria dalla Francia con timbro 1.10.2001 col seguente contenuto: “Io vi scrivo questa lettera per informarvi di certi fatti. Dove per rimorso di coscienza vi do degli indizi che vi chiedo di cercare accuratamente in segreto io o scoperto dove si pratica riti di una setta di 2sacrifici di sesso” che anno a che fare con il Mostro di Firenze. Vi dico un nome Rodolfo Fiesoli condanato nel 85 per sodomia pedofilia plagio e violenza sessuale; inoltre uno suo complice Goffredi Luigi, omosessuali riconosciuto e Sari Sauro dove sono arivati a penetrare degli animali davanti a bambini e la cooperativa il forteto di Vicchio il Muggello Sono coperti da medici chirurgo e magistrati affidano bambini a questi malati sessuali cercate lì e troverete le prove; vi prego vi dico la verità trovare un’avocatessa Elena Zazzeri che copre questi criminali. Non troverette nulla sulla loro fedina perché anno fatto sparire tutto ma ci sono li condanni sono dal Muggello nel 1976 questi criminali provenienti tutti da prato con afetto fatte giustizia e subito”. Inoltre, nell’inchiesta perugina sulle minacce patite da Dorotea Falso, si accertava che dai tabulati telefonici delle cabine usate per effettuare le telefonate minatorie, poco prima o subito dopo, erano state chiamate utenze telefoniche della provincia di Firenze, tra cui quelle della cooperativa “Il Forteto” di Vicchio]; ci sono poi vari appunti sull’arte, sull’artista, su riferimenti storici di autori, sull’arte egizia;
– un’agenda Smemoranda del 1999 con copertina nera: 16.9: Francesco Jatta via Collina 66 Castello di Bibbiona Montefilidolfi 055-8249337 0335-8026154;
– una rubrica con copertina con disegni di piume colorate: Tra gli altri nominativi, figurano: Dongarrà Raffaele San Casciano V.P. – Di Peco Matteo via Roma San Casciano V.P. – Djordjevic Taja via Ricasoli 8 interno 27 Firenze – Forti Franca via Pisana 637 Badia a Settimo Scandicci (trattasi di Forti Franca, nata a Bari il 29.04.1936, assistente volontaria, sentita nel 1996 nell’ambito delle indagini sui complici di Pacciani poiché la donna aveva avuto un ruolo di intermediazione nella vicenda che riguardava lo Sgangarella Giuseppe in relazione all’omicidio della prostituta Mattei Milvia – vedasi nota n. 500/97 S.M. del 20.1.1997 relativa al p.p. 5047/95 diretta al P.M. di Firenze- – Jatta Franco 055 827035 – Kalakunjia 0574/22469 0368-338480 via Scopeti 108/a S. Casciano V.P. – Lumachi Prof. Franco 055 8228119 [Lorenzo Nesi durante l’assunzione di informazioni del 20.5.2003, in sede di individuazione fotografica, dichiarava: “la foto n. 3 riproduce il nipote del Lumachi di cui vi ho parlato, ossia del travestito che frequentava le persone da me indicate e cioè il Vitta, il Calamandrei, il Raspollini Valeriano ed il biondino da me riconosciuto nelle prime foto dell’album visto nelle precedenti occasioni e che mi avete detto chiamarsi Narducci Francesco. Questo giovane Lumachi è figlio di Mario Lumachi, è una brava persona, e lo zio è il travestito, il cui nome è Lumachi Franco”. Si dava atto che la foto n.3 era quella di Lumachi Riccardo (compreso nell’elenco dei sospetti di cui alla nota del 14.7.1987 al n. 143 – stessa nota in cui figurano il Narducci e il Fiesoli – nonché nella nota del 28.2.1986 nella quale figurano il Fiesoli e il Pacciani Pietro. Il nominativo di Lumachi Franco, invece, è inserito in un elenco di persone segnalate per i delitti del Mostro – elenco allegato alla nota n. 248/96-1 del 24.6.1987 dei carabinieri di Firenze – tra le quali c’è anche il nome di Pacciani Pietro];
– Mancini Piero e Graziella via Sorripa S. Casciano V.P. – Mancini Dr. Paolo e Sig.ra via Montopolo S. Casciano V.P.- Martelli Emilio e sig.ra Franca via Mucciana S. Casciano V.P. – Raspollini Valeriano via Scopeti S. Casciano V.P. – Rosselli Pietro e sig.ra sindaco S. Casciano – Rojas Marzia giubbe rosse bionda via Guelfa 116 Firenze – Sertoli prof Achille e sig.ra 229373 via Poggio Imperiale 31 Firenze – Sivieri inc.e sig.ra 0574-24617 (utenza intestata a Sivieri Guglielmo via Borgo Valsugana 28 Prato) via Borgo Valsugana 28 Prato – Sivieri Beppe e sig.ra – Sivieri dr. Giulio e sig.ra via Montopolo 17 S. casciano V.P. ( agli atti dell’ex SAM esiste un cartellino d’archivio dell’anno 84 a nome di Sivieri Paolo con annotato: dimesso da O.P.G.) – Spezi dr. Mario e sig.ra Miriam via Di Vinaccia 61 Grassina Bagno a Ripoli – Scharon Da liana via S. Spirito 7 Firenze – Vitta Pussy;
– un’agenda del 2000 con copertina nera: 2.6: Cena da Achille via Poggio Imperiale 31- 28.7: Achille Sertoli a cena;
– una video cassetta con copertina di cartone con scritto Penthause : contenuto Hard con scene di nudo femminile;
– una video cassetta senza custodia con cartellino adesivo “macho” con registrazione di programmi televisivi da Tele +: film senza titolo – trama prostituzione donne di colore – + “Teuer petits poissons”: uno scienziato prova su se stesso un farmaco per diventare invisibile con il risultato di diventare un mostro;
– una video cassetta senza custodia con un film porno dal titolo “Le peccatrici – senza trama”: contenuto prettamente pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia “Play girl – amber bedtime story – porno senza trama”: contenuto prettamente pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia “Le mupoka” in lingua francese: spettacolo di balli africani di uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia “Ricordi d’infanzia 2”: contenuto prettamente pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia con scritto “amatoriale” sul vetro “vere vicende italiane nr. 4”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne a carattere amatoriale;
– una video cassetta con custodia marca Kennex – scritta sul lato “(Documenti) Notte blu – Mostro – Arte” registrazione TG5 sul Mostro – TG1 servizio su Sertoli – TG2 servizio su Carlo Lucarelli – TG2 telegiornale – TG3 Toscana – primo Piano programma sul Mostro di Firenze – Documentario sull’arte antica. Documentari: Architettura Roma sotterranea, “La casa degli uomini 3”; “La casa romana”; “La casa romana 3”; “Le catacombe”;
– una video cassetta senza custodia con scritto “Tato” – film sceneggiato “L’ultimo padrino” registrato su Rete4;
– una video cassetta senza custodia con scritta “Buchi avidi”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia dal titolo “Estasi Hotel”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia dal titolo “Il pub delle violenze erotiche”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia dal titolo “Selen – insegnami a godere”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta senza custodia – TRG1 “Mostro di Firenze”, indagato Calamandrei, collegato alla morte del dr. Narducci – TG4, reportage sul Mostro di Firenze, indagate 4 persone – RAI3 reportage su Franco – TG3 Toscana servizio sul Mostro di Firenze e sul caso Narducci – TG3 nazionale + documentario “Leonardo” + registrazione programma di attualità per ragazzi;
– una video cassetta senza custodia dal titolo “doppio airbag…di serie”: contenuto pornografico con scene di sesso fra uomini e donne;
– una video cassetta con custodia marca TDK TV 180 all’interno video con scritta “Fermo posta” di Tinto Brass: film erotico con scene di nudo femminile;
– una video cassetta con custodia marca Sony e 180 con film dal titolo drammatico “Julies e Jim”;
– una video cassetta con custodia marca video electrics e 240 con scritta “Penthause”: contenuto erotico con scene di nudo femminile.

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L’esame del materiale sequestrato consente di fare alcune affermazioni particolarmente interessanti.
Infatti, risulta evidente che:

– Il Calamandrei non conserva alcuna agenda o altro tipo di annotazione riferibile agli anni antecedenti al 1989, come pure non conserva neppure foto personali o di altri della famiglia o degli amici, comprese quelle del matrimonio che pur deve aver fatto fare. In pratica è come se l’indagato avesse voluto cancellare ogni traccia del proprio passato riferibile al periodo di tempo antecedente al 1989, che è l’anno in cui fu archiviata la famosa “pista sarda” e fu intrapresa l’attività su Pietro Pacciani;
– Il Calamandrei mostra interesse per la magia, l’esoterismo e l’astrologia, così come documentalmente provato dalla documentazione sequestrata e che fornisce chiara attendibilità alle confidenze di Pietro Pacciani al suo legale circa la persona del farmacista in relazione ai duplici omicidi (Pacciani aveva parlato del Calamandrei come persona interessata a discorsi di magia, chiaramente facendo riferimento ai delitti del Mostro di Firenze). E un tale interesse deporrebbe anche per una sua appartenenza a qualche gruppo segreto o setta;
– Il Calamandrei ha una personalità sessualmente distolta e che sembra perfettamente compatibile con quella dell’ipotizzato mandante, così come emerge dalla documentazione cartacea sequestrata [Ciò risulta anche da testimonianze dirette di più persone che hanno avuto rapporti di convivenza col predetto, tra cui Rosanna Mascia, Alessandra Vivoli e l’ex moglie, Ciulli Mariella, che per prima lo aveva definito sadico e incapace di avere normali rapporti sessuali! Guarda caso proprio come a distanza di anni le due amanti avrebbero affermato!];
– Il Calamandrei presenta altresì una personalità fortemente disturbata a livello psichico tanto da avere crisi di paura e di depressione che lo portano a meditare sulla morte, oltre che sulla sua tossicodipendenza da sostanze stupefacenti;
– Il Calamandrei ha rapporti amicali e di frequentazione con le persone a suo tempo indicate dalla ex moglie e la circostanza non può non contribuire a dare attendibilità alla donna;
– Il Calamandrei effettivamente è da vecchia data in ottimi rapporti amicali col giornalista Mario Spezi che deve effettivamente essere andato a trovare anche nella casa di Sant. Angelo in Vado, così come si evidenzia dalla precisa annotazione rinvenuta nell’agenda del 1989 (30.6: Mario Spezi S. ANGELO IN Vado p.zza Mar del Plata tel. 0722/8231 fino al 17 luglio da Lucia albergo – effettivamente a Sant’Angelo in Vado esiste l’albergo Da Lucia, sito in via Nazionale Sud, 35 tel. 0722.88448) e come dichiarato a suo tempo dall’ex moglie;
– Il Calamandrei è un amante di video cassette pornografiche anche amatoriali con scene di sesso e di nudi femminili.

QUADRO INDIZIARIO SPECIFICO

La complessiva attività svolta nell’ambito dei procedimenti penali di cui all’oggetto consente a questo punto di poter tracciare un quadro indiziario specifico a carico di Francesco Calamandrei, nel quale meritano di entrare a pieno titolo anche le dichiarazioni rese a suo tempo dalla sua ex moglie, Mariella Ciulli, e i memoriali dalla stessa presentati, in considerazione soprattutto dei puntuali riscontri, acquisiti recentemente, a quei racconti che erano sembrati farneticanti, ma che, invece, oggi è quanto mai necessario richiamare.

E’ opportuno, quindi, ricostruire innanzitutto la “vicenda di Ciulli Mariella”, così come risulta da una lettura degli atti esistenti al fascicolo a suo nome e che può essere ricostruita come segue:

– il 1 marzo 1991 si presentava negli uffici della Sam dichiarando che il proprio marito, Francesco Calamandrei, nel maggio 1988 era stato perquisito nell’ambito delle indagini sul cosiddetto Mostro di Firenze;

– il 21 marzo 1991 – ore 10,45 – dichiarava di essere a conoscenza di particolari utili alle indagini e rilasciava dichiarazioni alla Sam, alla quale consegnava nella circostanza un memoriale di 10 pagine autografe che firmava una per una e che leggeva per essere registrate su nastro magnetico.
Le citate dichiarazioni si possono così sintetizzare:

a) nel 1968, a fine estate, si trovava in auto col marito ferma per discutere in un viottolo nelle vicinanze di “Castelletti” di Signa dopo che erano stati da un’amica del giornalista de “La Nazione”, Piero Magi a Castelletti di Signa dove le era stata data una polvere bianca per toglierle il malocchio (diceva: mi sembra che eravamo stati a cena da una nostra amica di Signa che mi aveva dato una “porzione” di polvere bianca contro il malocchio. Non ricordo come si chiami né dove abiti esattamente, ma mi disse che aveva una relazione con il giornalista de “La Nazione” Piero Magi). Mentre erano in auto avevano sentito alcuni spari e poco dopo avevano visto un bambino che piangeva accanto alla loro auto e che li aveva invitati a andare verso un’auto che era coperta da una siepe. Il marito era andato verso quell’auto dicendo al suo ritorno che all’interno non c’era nessuno. Quindi, prendendo una bicicletta che si trovava appoggiata a un cespuglio, il marito si era allontanato con bambino seduto sulla canna per accompagnarlo a casa. Nell’attesa aveva visto passare un tipo strano in bicicletta che indossava una mantella scura e un cappello che, dopo essersi fermato un attimo accanto a lei per osservarla, si era diretto verso l’auto dove lo aveva visto fermarsi per osservarla prima di riprendere la corsa girando sopra un ponticino. Si era poi recata vicino all’auto, che era grande, e al suo interno aveva notato le figure di due persone di cui una aveva la testa un po’ più eretta e l’altra la testa reclinata verso la prima. In quel momento era tornato il marito senza il bambino e senza la bicicletta e gli aveva raccontato di aver notato nell’auto due persone. Il marito, che le aveva spiegato di aver accompagnato il bambino a casa sua secondo le indicazioni fornitegli, si era poi avvicinato a quell’auto e poi l’aveva assicurata che non c’era nessuno. Quindi erano tornati nella casa dell’amica di Signa dove era stata fatta stendere su un letto di una camera al secondo piano (si trattava di una villetta con giardino dove in quella stanza dormiva, vestito, un uomo che le fu spiegato era il fratello della proprietaria). Al suo risveglio era tornata a casa per conto suo perché il marito nel frattempo era andato via. Il giorno seguente il marito (che all’epoca era semplicemente un amico) tutto agitato le aveva telefonato pregandola di accompagnarla in un posto dove a suo dire aveva perso il mulinello della sua canna da pesca. Lo aveva così accompagnato nel pomeriggio nello stesso luogo della sera precedente e, mentre il marito stava rovistando nell’erba, aveva visto passare tre uomini in divisa, forse tre carabinieri, che avevano riferito loro che non era possibile stare in quel posto. Il marito l’aveva abbracciato volendo far credere che fossero due innamorati, ma in effetti per non farle spiegare i motivi per i quali si trovavano lì. Quando i carabinieri poi si era allontanati il marito si era avvicinato all’auto della sera prima che si presentava all’interno tutta in disordine e le sembra che stesse cercando qualcosa. Quindi le aveva chiesto di condurla alla casa del bambino e così aveva visto che si trattava di una casa mal ridotta dove aveva suonato un campanello a corda e dove dopo un po’ si era affacciata da una finestra una tipa strana alla quale aveva domandato del bambino ma senza ricevere risposta perché la tipa aveva chiuso la finestra. Aveva capito che non si trattava di gente del posto. Il giorno dopo erano andati a mare con una tizia che forse era ospite di Piero Magi. Poi aveva cercato un amico, Massimo Croci, forse conosciuto nel corso di una festa che il marito aveva fatto nel suo pied a terre del viale Machiavelli che aveva insieme al prof. Achille Sertoli, per raccontargli tutto e lo aveva trovato nella sua fabbrica;
b) il marito possedeva una pistola, che le aveva detto era stata di proprietà del padre e che lei aveva visto sia nel cruscotto dell’auto Mercede Pagota bianca del marito sia nel piad a terre che aveva con l’amico Sertoli nel viale Macchiavelli e che qui teneva in un cofanetto di velluto rosso nel cassettone della camera da letto. Dopo la morte del suocero, avvenuta nel 1971, aveva visto un’altra pistola semi automatica nel citato cofanetto. In un’occasione aveva accompagnato il marito in un’armeria di via dei Serragli per acquistare le cartucce e era stata lei a lasciare la carta d’identità perché il marito non aveva con sé i documenti;
c) nel 1985, subito dopo il delitto degli Scopeti, il marito inspiegabilmente, di fronte alla manifestazione del pensiero che si augurava che l’assassino venisse catturato, aveva reagito stringendole forte la gola. Poco tempo dopo le aveva spiegato che si era disfatto delle due pistole gettandole in mare a Punta Ala;
d) le frequentazioni del marito in quel periodo erano: suo cugino Alberto Corsi, Piero Mancini, Mario Spezi, Enrico Puliti, Mauro Baracchi, Achille Sertoli, Lucio Angeli, Sandra Giani, Roberto Vanni, Raffaele Dongarrà, Giancarlo De Juliis, Pacini (proprietario di night club “Moulin Rouge”), Nayhanel e Johanan Vitta, Filippo De Simone, Baglione Bruno, Fabrizio Riccardi (cognato), Margherita Calamandrei (sorella), Florenzano (figlio di un dentista), Lucio Angeli, Antonio Jorio (Cosenza), Mino Sibieri (Prato);
e) la parentela della madre del marito proveniva da Signa e Campi;

– in data 11 aprile 1991, ad integrazione delle precedenti dichiarazioni, precisava che:

a. la casa di Castelletti di Signa di cui aveva parlato era una villetta posta al civico 22 di via Castelletti di proprietà dei signori Vichi, commercianti di funghi;
b. le due pistole, su richiesta del marito che le aveva detto di non poterle detenere perché non aveva fatto la voltura, le aveva portate nella villetta a Punta Ala e poi non le aveva più viste;
c. l’ultima volta che aveva sentito parlare di una pistola era stata nel 1978 nella residenza estiva di Cinquale del sig. Sivieri, che era una persona che forniva al marito gli indirizzi di prostitute;

– in data 16 aprile 1991, veniva sentita in Procura dal P.M. e nell’occasione confermava tutte le precedenti dichiarazioni, comprese quelle relative all’episodio del 1968 spiegando che dall’auto grossa da loro notata il marito aveva prelevato qualcosa tipo un beauty e lei una coperta;

– in data 24 aprile 1991, rilasciava alla Sam altre dichiarazioni con le quali spiegava che durante il viaggio di nozze effettuato nella prima quindicina del 1969 durante un litigio col marito presso l’hotel Perozzi di Marina di Vasto questi l’aveva minacciata con la pistola che custodiva nel cruscotto dell’auto. Lei si era impressionata e, impossessatasi dell’arma, l’aveva affidata a un loro comune amico, Mario Spezi, consegnandogliela in un’abitazione che lo Spezi aveva in località Sant’Angelo in Vado vicino a Vasto. Dopo due o tre mesi lo Spezi aveva restituito l’arma al marito;

– in una nota senza data (verosimilmente una minuta) firmata per il dirigente della squadra mobile dal dott. Bernabei – lo stesso funzionario che in 24 ore aveva liquidato l’articolato memoriale di Pasquini Valerio -, veniva ricostruita tutta la vicenda della Ciulli, che veniva dichiarata inattendibile come teste che con le sue farneticanti dichiarazioni aveva coinvolto anche il giornalista Mario Spezi (non si capisce però perché non siano stati svolti accertamenti per identificare e interrogare le persone citate dalla Ciulli nel memoriale e nei verbali, come pure perché non siano stati svolti sopralluoghi per riuscire a individuare l’abitazione di cui la donna aveva più volte parlato!);

– nel 1994 veniva incardinato presso la procura di Firenze il p.p. 1742/94 Reg. mod.45 sulla base delle dichiarazioni rese circa il Mostro di Firenze da Morella Sali, nata a Quarrata il 13.9.1941, ivi residente. La Sani aveva riferito ai suoi legali di aver ricevuto confidenze da una donna che asseriva di essere la moglie del maniaco assassino e tali affermazioni erano state pubblicate in un articolo apparso su “La Nazione” il 14 luglio 1994 mentre era in corso il dibattimento del processo di primo grado a carico di Pietro Pacciani. La donna in questione era stata poi identificata per la Sani Morella, che consegnava agli inquirenti un’articolata memoria riassunta in un verbale contenente le confidenze ricevute negli anni 1988/89 da una sua amica, per l’appunto la Ciulli Mariella. Le dichiarazioni della Sani venivano riassunte nella nota n. 2/37 di prot. 94 del 25.8.1994 della Sezione P.G. carabinieri presso la procura di Pistoia.

Da tale nota si evince:

– che le notizie alla teste erano state fornite dalla Ciulli, la quale, sebbene angosciata dalla tremenda scoperta, appariva nelle sue piene capacità intellettive (facoltà – scrivevano i carabinieri – che invece sembrerebbe non possedere più oggi essendo affetta da gravi turbe di natura psichica; – che in relazione al delitto del 1968 la Ciulli aveva riferito a lei e al proprio marito, Caramelli Mario che la notte del delitto ella si trovava insieme al marito e aveva partecipato a una seduta presso una veggente nel corso della quale sicuramente le era stato propinato qualche medicinale o intruglio e che ricordava vagamente di essersi recata col marito (allora fidanzato) sul luogo del delitto e di aver corso durante la notte con un bambino in braccio. Per ricordare maggiori dettagli la Ciulli si era fatta accompagnare dal Caramelli sul luogo del delitto del 1968 (si dava atto che il Caramelli al momento non era stato ancora sentito e non sarà sentito neppure dopo, come pure non sarà identificato e sentito Piero Magi, giornalista de “La Nazione”, di cui la Ciulli aveva parlato spiegando che anche costui quella notte si trovava nella casa della donna che toglieva il malocchio e che aveva capito dovesse avere una relazione con questa);

– che in relazione all’omicidio di una prostituta verificatosi nel 1984 in qualche modo era collegato il marito della Ciulli, il quale una sera sarebbe stato chiamato da una persona con la quale aveva fissato di lì a poco un appuntamento in via del Moro a Firenze. Dopo qualche giorno la Ciulli aveva appreso che proprio quella sera in un’abitazione di quella via era stata uccisa a coltellate una prostituta (il 13.10.1984 in effetti veniva uccisa nella sua casa Meoni Luisa, residente in Firenze, via della Chiesa, 42 – scrivevano i carabinieri -; per il delitto della Meoni a suo tempo era stato sospettato Salvatore Vinci, ma il delitto di via del Moro in realtà è quello ai danni di Giuliana Monciatti, anche lei prostituta, uccisa nel suo appartamento il 12.2.1982 con violente coltellate e, quindi, è da ritenersi che si tratti dell’omicidio di cui aveva parlato la Ciulli. L’omicidio è rimasto a opera d’ignoti e in un servizio del giornalista Mario Spezi pubblicato su “La Nazione” il giorno 11.12.1988 dal titolo “ Mostro identico coltello usato su due prostitute” veniva collegato alla vicenda del Mostro di Firenze. Lo Spezi a proposito dell’omicidio della Monciatti riferiva che in questa occasione l’assassino aveva preso la borsetta della vittima, ammazzata quattro mesi dopo un delitto del Mostro, ma non per rapina perché la borsetta non conteneva alcunché di valore o gioielli o denaro che furono trovati nell’appartamento. La borsetta scomparsa – spiegava il giornalista – rimanda direttamente e in maniera inquietante ai delitti del Mostro. In quasi tutti, infatti, anche se inspiegabilmente, è stato riscontrato che l’assassino aveva preso le borsette delle sue vittime in qualche caso ritrovate aperte a qualche centinaio di metri di distanza dal luogo dell’omicidio, più spesso mai rinvenute. Come Clelia Cuscito – altra prostituta uccisa a coltellate nella sua abitazione in via Orsini il 14 dicembre 1985, tre mesi dopo altro delitto del Mostro – rileva il giornalista – anche Giuliana Monciatti era stata assassinata per sadismo come rilevò l’esame ancora una volta fatto dal Prof. Maurri sulle 17 ferite riscontrate sul suo cadavere. Ancora oltre il giornalista scriveva: Ancora una considerazione accosta gli omicidi delle due prostitute a quelli del Mostro: furono tutti premeditati. Ci infatti e perché se ne andrebbe a trovare una donna con un lungo coltello in tasca se non avesse già deciso di ucciderla? E quale altro movente può avere spinto l’assassino visto che non fu quello della rapina o quello occasionale scatenato da un litigio?… Dalla nota della squadra mobile del 13.2.1982 relativa alla prima segnalazione dell’omicidio si rileva, tra l’altro, che sul luogo del delitto ed indossa al cadavere nulla sembrerebbe mancante all’infuori di una borsa o di un grosso borsellino che la Monciatti sembrava essere solita portare con se, normalmente contenente le chiavi degli appartamenti, dell’auto e i soldi che guadagnava, peraltro modeste somme. Nel cestino dei rifiuti del locale in uso alla nominata in oggetto sono stati rinvenuti nr. 3 profilattici apparentemente usati nella serata che, come richiesto dal dr. Nannucci sono stati consegnati all’istituto di medicina legale);

– che il marito della Ciulli possedeva due pistole di cui una regolarmente denunziata a nome suo o del padre e altra, una Beretta calibro 22 a canna lunga (quest’ultima dal farmacista sarebbe stata mostrata a un dipendente della sua farmacia che subito dopo sarebbe stato licenziato e che sarebbe stato identificato in Cocchini Gianfranco di San Casciano – Decimo, al momento non ascoltato). Pistole che il marito, dopo il delitto del 1985, avrebbe gettato in mare per disfarsi (da accertamenti il Calamandrei non risultava possessore di armi, mentre il di lui genitore, Calamandrei Gioacchino, nato a San Casciano V. di P. il 24.2.1909, deceduto nel 1971 era effettivamente in possesso di una pistola automatica marca Beretta cal. 9 matricola 649933 che, dopo la morte, non risultava consegnata ai competenti CC ovvero presa in carico da altre persone per cui risultava arma da ricercarsi);

– che il marito della Ciulli la notte del delitto del 1985 era tornato a casa graffiato in volto e che nei giorni successivi aveva avuto modo di rinvenire nell’abitazione: una maschera da carnevale in lattice o gomma dei figli lacerata in più punti, una borsa di plastica macchiata di sangue con guanti da chirurgo, nel freezer all’interno di un fagotto, che il marito le aveva detto conteneva cibo per cani, una mammella femminile e l’organo genitale femminile. Dopo tale rinvenimento, la Ciulli collegando altri fatti (il coniuge non riusciva a avere rapporti sessuali normali a seguito di un trauma subito da bambino, l’acquisto di bisturi, il frequente acquisto di stivali da barca, il continuo cambiare autovetture, il fatto che la sera dell’uccisione dei due ragazzi tedeschi il marito le aveva detto che usciva per un riunione di farmacisti) si era convinta che il marito fosse il “Mostro” tanto che poco dopo l’omicidio gli aveva esternato i suoi sospetti venendo aggredita e chiusa in un ripostiglio. Dopo di ciò la Ciulli, consigliata da una non meglio indicata persona, aveva gettato via tutto ciò che aveva trovato e che poteva accusare il marito;

– che le persone che avrebbero potuto fornire riscontro alle dichiarazioni della Ciulli erano: Caramelli Mario, Don Gino parroco di San Casciano, Conti Marcella, amica della Sali (che sentita confermava i racconti della Ciulli spiegando che era presente anche tale Visconti Lina di anni 64 abitante a Pinerolo (TO) località “Porte”), Conti Giorgio, Cigna Maria Luisa, Melani Anna, Melani Rina, Arena Maria Grazia. Nel verbale la Sali Morella dichiarava anche di aver saputo dalla Ciulli che il marito aveva sempre frequentato un brutto giro, composto da persone poco raccomandabili, tra cui un ricettatore d’oro di Pistoia, alcune delle quali non di origine toscana dalla Ciulli definite “meridionali, brutti, con certi ceffi”. Precisava altresì di aver saputo che il marito della Ciulli non era in grado di avere rapporti sessuali normali per cui nei rari rapporti avuti per la procreazione riusciva a possederla solo da dietro. Una volta la Ciulli l’aveva sorpreso nudo davanti allo specchio con la bava alla bocca ed invasato che stava dicendo che “odiava le donne e sfidava la legge”. A proposito dell’acquisto dei bisturi precisava che la Ciulli le aveva raccontato che in una occasione questa aveva accompagnato il marito a Borgo San Lorenzo. Precisava anche che la Ciulli le aveva lasciato un appunto in cui era segnato il nome e l’indirizzo di una donna che a suo dire era molto intima del marito e con cui aveva avuto una feroce litigata (nell’appunto c’è scritto Via S. Nicolò 105 1 piano Volvo Rossa 480 Rosellina Riccone).

Questa in sintesi la “vicenda di Ciulli Mariella” e non a caso si è voluta definirla “vicenda” perché si è trattato della storia personale di una testimone che, senza alcuna seria attività di riscontro delle sue dichiarazioni, è stata abbandonata a sé stessa venendo addirittura liquidata come una farneticante. Una testimone, però, che era stata creduta da alcune persone che aveva frequentato e con le quali si era confidata quando ancora le sue condizioni psichiche erano del tutto normali, tanto che quelle persone si erano adoperate per portare a conoscenza degli inquirenti i sospetti sul Calamandrei (vedasi Sali Morella). Ma, anche in questa occasione – era l’anno 1994 e era in corso il processo di primo grado a carico di Pietro Pacciani – non faceva seguito alcuna seria attività di verifica (basti ricordare che il marito della Sali, Mario Caramelli, che risultava aver accompagnato sul luogo di Castelletti la Ciulli, non veniva ascoltato).

Se, invece, fosse stata fatta una attività di riscontro, diverso sarebbe stato l’esito sull’attendibilità della testimone, anche perché all’epoca ancora sarebbe stato possibile sentire le persone citate dalla Ciulli e che oggi invece risultano decedute. Come ad esempio il giornalista Piero Magi de “La Nazione”, di cui la donna aveva parlato e che avrebbe potuto confermare il racconto della frequentazione da parte della Ciulli e del marito della donna di Castelletti che li aveva ospitati la notte del delitto del 1968.
Infatti, Piero Magi è stato identificato per: Piero Magi, nato a Arezzo il 13.9.1922, già residente in Firenze, Borgo La Croce, 31 e via La Pira, 21, deceduto il 30.9.2003, effettivamente dipendente de “La Nazione”, che ha anche diretto dal 1982 al 1985. Nei suoi confronti, da accertamenti SDI, esiste un provvedimento del 7-8-1993 del Commissariato San Giovanni di restituzione a seguito di sequestro di una rivoltella Smith & Wesson 38 special matricola J143923. Risulta altresì che lo stesso era titolare di porto di pistola e che nelle relative istanze dichiarava di essere stato anche scortato per otto mesi da personale della polizia a seguito di minacce brigatiste. E’ stato anche direttore editoriale della rivista “Toscana qui” negli ultimi anni di vita.

Inoltre, diversi sono altri riscontri al racconto della Ciulli e, in particolare, si citano:

– il fatto che di un uomo con una mantella ha parlato Lorenzo Nesi a proposito dell’uomo da lui notato presso la prostituta Manfredi allorché aveva aperto la porta della camera da letto della prostituta per vedere se fosse ancora lì Vanni Mario;

– il fatto che, in relazione al delitto degli Scopeti, Frosecchi Alberto, amico di Silvia Del Secco, ha dichiarato che nella zona aveva notato un uomo con una mantella nera sulle spalle -erano le due di notte e vicino al luogo del delitto verso giugno 1985-. Aveva spiegato anche che un uomo con la mantella nera l’aveva visto anche anni prima (77 o 78) mentre era appartato con un’amica. Era un guardone;

– la circostanza che vicino al luogo del delitto del 1968 in effetti esiste un ponticino, che viene chiamato “Ponte alle Palle” e che risale a epoca romana;

– il fatto che le persone indicate dalla Ciulli effettivamente erano amiche e frequentavano il marito;

– il fatto che effettivamente esisteva vicino al luogo del delitto del 1968 un’abitazione con le caratteristiche descritte dalla Ciulli dove viveva all’epoca una donna che toglieva il malocchio (di questo particolare si parlerà più diffusamente oltre);

– il fatto che effettivamente esisteva un ottimo rapporto di amicizia tra il Calamandrei e il giornalista Spezi Mario e che effettivamente esisteva l’hotel Perozzi a Marina di Vasto del quale la Ciulli aveva parlato e che all’epoca avrebbero potuto anche ricordare il soggiorno;

– il fatto che il marito aveva una personalità sessualmente deviata e che frequentava prostitute (un’attività tecnica di intercettazione o una perquisizione volta non solo a trovare la pistola – nel 1988 se ne era disfatto e non l’avrebbero potuto trovare, come in effetti non l’hanno trovata – ma a capire questi aspetti personali l’avrebbero potuta confermare, così come l’hanno confermata alcune compagne del farmacista). Si richiama il racconto di Mascia Rossana.

La testimone infatti, sentita il 19 agosto 2003, riferiva di aver avuto una relazione sentimentale con Francesco Calamandrei, durata un paio di anni agli inizi degli anni 90.

Nell’occasione, forniva notizie che apparivano interessanti per delineare la personalità del Calamandrei, depresso, schizofrenico, violento e sessualmente impotente.

Dichiarava, tra l’altro, infatti: “…all’inizio della frequentazione con il CALAMANDREI, la mia amica, Tamara MARTELLINI di S. Casciano che conosceva bene la famiglia CALAMANDREI, mi mise in guardia sul soggetto dicendomi che era una persona pericolosa anche perché c’erano stati dei sospetti su di lui relativi alla vicenda del “Mostro di Firenze”, che faceva parte della Massoneria, che maltrattava la moglie e i figli, usava psicofarmaci e aveva dei comportamenti violenti. Io non diedi credito a queste che mi sembravano dicerie. Nel novembre del 1991 fu ricoverato alla clinica di Fiesole per depressione. Nel febbraio del 1992 il CALAMANDREI si trasferì presso la mia abitazione di via Pisignano nr. 29. Sempre nello stesso mese mi aprì un conto corrente presso il Monte dei Paschi di Siena a San Casciano depositando circa 200 milioni, dicendomi che servivano per la mia sicurezza, nel senso che con quei soldi avrei potuto far fronte ai miei impegni di lavoro senza affrettarmi a vendere la casa…”
In relazione ai suoi rapporti col Calamandrei, specificava: “convivendo con Francesco mi sono resa conto che le cose che mi aveva detto la mia amica Tamara erano vere. Ho anche potuto costatare che Francesco soffriva di crisi depressive. La depressione scaturiva dal rapporto avuto con la madre. Me lo diceva lui. Preciso meglio, lui mi diceva che sua madre tradiva il padre e lui avrebbe voluto che il padre avesse avuto il coraggio di cacciarla. Questa esperienza l’aveva portato ad avere una “contorsione” nei rapporti con le donne…i miei rapporti con il CALAMANDREI sul primo momento erano normali. Successivamente, anche a seguito dei farmaci e dall’assunzione di alcool, i rapporti erano praticamente inesistenti. A volte era preso da scatti di rabbia e violenza nei miei confronti, tanto che una volta mi minacciò di impiccarmi alla trave di casa. In un’altra occasione arrivò a schiaffeggiarmi. Di quest’ultimo episodio ho fatto querela ai Carabinieri di S. Casciano e mi sono fatta refertare all’Ospedale di Torre Galli nel giugno del 1993. Per quanto riguarda i rapporti sessuali, viste le sue condizioni, anche questi erano praticamente inesistenti. Questa situazione gli scaturiva delle “contorsioni mentali” che sfociavano in maltrattamenti nei miei confronti. Era impotente.”

Nella circostanza, spontaneamente la teste riferiva un episodio al quale aveva avuto modo di assistere.

Dichiarava: “voglio raccontare un episodio successo dopo la Pasqua del 1992. Ricordo che Francesco ricevette una telefonata in Farmacia dal sig. Rontini che lui conosceva come il padre di una delle vittime del “Mostro di Firenze”. Lo stesso chiedeva di incontrarlo per un colloquio. Francesco chiamò l’avvocato Corsi, suo cugino, al quale chiese consiglio se presentarsi o meno al colloquio. L’avv. CORSI gli consigliò di non presentarsi al colloquio con il RONTINI ma Francesco, disattendendo il consiglio dell’avvocato, decise di andarci. Nell’occasione mi chiese di accompagnarlo al colloquio per apparire il più normale possibile, cosa che io feci. Ci recammo quindi a Vicchio a casa del RONTINI. Ricordo che c’era un’atmosfera macabra e pesante. Il RONTINI disse che aveva investigato sul suo conto per anni durante i quali aveva avuto contatti continui con la moglie, CIULLI Mariella, la quale gli aveva riferito tutti i suoi spostamenti. In particolare la CIULLI riferiva delle assenze da casa di Francesco nelle sere in cui sono avvenuti i delitti del cosiddetto “Mostro di Firenze” fornendo dei riscontri su quanto affermato. Per esempio diceva di andare alle riunioni dei Farmacisti ma di fatto non vi partecipava. Durante il colloquio ho avuto l’impressione che il RONTINI lo avesse convocato per avere un confronto e una verifica sulla reazione di Francesco. Francesco rimase indifferente non affrontando più il discorso con me. Dava la colpa a sua moglie. Devo precisare che non ho assistito a tutto il colloquio. I due vollero rimanere da soli. Ebbi l’impressione che la mia presenza frenasse il RONTINI nel dire tutto quello che voleva dire.”
Ed ancora sempre in relazione all’incontro con Rontini: “…Francesco si mostrò alla fine quasi sollevato dagli esiti del colloquio, come se in pratica “avesse scansato un pericolo”. Ne trassi proprio questa netta impressione. Devo precisare che in quell’occasione Francesco mi portò con se al solo scopo di dare a RONTINI l’immagine di una vita del tutto regolare che conduceva.”
Raccontava ancora un altro episodio specifico appreso dallo stesso Calamandrei: “Ricordo un’altra circostanza che voglio raccontare. Francesco mi raccontò che verso la metà degli anni 80, prese la pistola di suo padre che custodiva nella casa di San Casciano sita sopra la Farmacia, e si portò a Punta Ala dove prese la sua barca e in compagnia dell’Architetto Gianni CECCATELLI, marito della mia amica Tamara MARTELLINI, si recò al largo e buttò detta pistola in mare. Non mi ricordo l’occasione in cui Francesco mi raccontò questo episodio. Lui mi disse che buttò la pistola per non avere noie burocratiche.”

Sulla personalità del Calamandrei specificava: “Francesco dipingeva dei quadri che rappresentavano scene di sangue, siringhe infilate in masse di sangue; per me erano quadri ossessivi e violenti. Nei momenti di sincerità, Francesco diceva di avere “il diavolo addosso”, di essere “dominato” e di aver bisogno di assumere farmaci e cocaina per combattere la sua depressione. Francesco aveva delle manifestazioni schizofreniche, sembrava dominato da qualcosa più forte di lui: in questi frangenti diventava violento tanto da spaventarmi.”

Ed ancora: “Ricordo che circa nel 1993-1994, Francesco frequentava un mago, di cui non so il nome, ma che dall’accento mi sembrava pugliese. La loro frequentazione, in quel periodo, era continua, addirittura Francesco lo ospitava a casa; questo mago sembrava alle dipendenze di Francesco. Non credo che questo mago fosse conosciuto a San Casciano, bensì credo che fosse un’esclusiva frequentazione di Francesco. Posso descriverlo come una persona che all’epoca aveva circa 40 anni, magro, alto circa m.1,70, capelli scuri, vestito in maniera modesta. Non posso essere più precisa su questo Mago perchè all’epoca non frequentavo più Francesco avendo in corso con lui una vertenza legale…Francesco comunque era molto interessato alla magia e devo dire che anche Gianni Ceccatelli era un’altra persona frequentata da Francesco che era interessato alla magia.”

Infine, la teste dichiarava: “Ricordo che Francesco prestava dei soldi alla gente che si trovava in difficoltà finanziarie speculando sui loro bisogni economici; aveva un particolare atteggiamento di piacere nel rovinare la gente. Ebbi l’impressione vivendo con lui che in paese fosse noto che Francesco era disponibile a dare soldi in prestito. Anzi più che un’impressione di questo ne sono convinta per avere assistito ad alcune telefonate giunte a casa mia durante il periodo di convivenza con le quali gli interlocutori, per me rimasti sconosciuti, gli chiedevano soldi in prestito. E da quello che poi potevo capire Francesco glieli dava. Da qui intuii che Francesco era in grado di esercitare un certo potere dal momento che a lui si rivolgevano persone che si trovavano in stato di bisogno. Circa il potere di Francesco, mi risulta che lo stesso fosse legato alla Massoneria Fiorentina, anche se non sono in grado di essere più precisa sul punto. Di questo però ne sono sicura per avermelo confidato lo stesso Francesco durante la nostra convivenza, oltre che, come accennato, per averlo appreso dalla mia amica Tamara…nel breve periodo in cui siamo stati insieme, lui cercò di apparire normale ma non ci riuscì e si ricalò nella sua dimensione di assuntore di alcool e di psicofarmaci.”

Ed ancora appare utile ricordare le dichiarazioni rese da Guerrieri Patrizia, ex moglie di Ciulli Pietro, che tra l’altro dichiarava: “non ho mai frequentato Francesco Calamandrei né la sua famiglia, tranne che nelle normali ricorrenze di parentela, non c’è mai stato comunque un rapporto di amicizia e di frequentazione. Questo perché probabilmente nella famiglia d’origine di mio marito non era visto di buon occhio. In pratica non si era presentato nel modo migliore, anche perché aveva il vizio di alzare il gomito con l’alcol. Le due famiglie non si frequentavano” e quelle rese da altra compagna del farmacista, VIVOLI Alessandra, sentita il 26 settembre 2003, la quale, circa la personalità del Calamandrei, tra l’altro, dichiarava: “I nostri rapporti sessuali erano inesistenti. Lui non riusciva ad avere erezioni e faceva uso di punture che si faceva sul pene ma nonostante questo non riusciva comunque ad avere erezioni. Ricordo che una volta, dopo l’ennesimo fallimento, mi disse che se volevo potevo fare l’amore con un’altra persona. Rimasi colpita da questo fatto perché dentro di me pensai che lui non avesse moralità.”

Recentemente poi ulteriori emergenze investigative consentivano di rafforzare le dichiarazioni della Ciulli.

Infatti, il dott. Giorgio Gagliardi (esperto di esoterismo e sentito mesi fa da quest’ufficio nell’ambito delle indagini in corso), inviava a mezzo e-mail un verbale di dichiarazioni a lui rese negli uffici della squadra mobile di Pistoia il giorno 2 febbraio 2005 da Caramelli Mario di Quarrata. Costui gli aveva raccontato alcune confidenze ricevute dalla signora Mariella, moglie del farmacista Calamandrei di San Casciano in relazione alla vicenda del Mostro di Firenze.

Una ricerca agli atti d’ufficio consentiva di appurare che il nominato Caramelli non era altro che il marito della Sani e che risultava a suo tempo non essere stato ascoltato.

Contattato telefonicamente, il Gagliardi spiegava che si trovava a Pistoia per una consulenza su una setta e, nell’ambito dell’incarico, aveva avuto modo di ascoltare il Caramelli il quale gli aveva riferito dichiarazioni che avrebbero potuto interessare le indagini di quest’ufficio per cui aveva ritenuto di redigere un verbale e di trasmetterlo.

In data 17 febbraio 2005 si procedeva pertanto a sentire il Caramelli nell’ambito dei procedimenti penali 17869/01 e 8970/02 del P.M. di Perugia.

In tale sede l’uomo affermava che:

– nel mese di dicembre 2004 era stato contattato da una certa Reali, giornalista de “Il Tirreno” e abitante a Quarrata, che le aveva chiesto notizie sulla moglie di Francesco Calamandrei, Ciulli Mariella, probabilmente perché aveva saputo che la propria moglie Caramelli Morella, deceduta nel 1997, aveva frequentato lui e la propria moglie;

– nel 1987 la propria moglie aveva effettivamente conosciuto la Ciulli e da quel momento si erano frequentati tanto che la Ciulli li andava a trovare al bar che possedevano in via Colli Alti a Signa;

– la Ciulli aveva confidato alla moglie, e anche a lui, i suoi sospetti sul marito in relazione alla vicenda del Mostro di Firenze (sostanzialmente l’uomo confermava il racconto della Sali fatto a suo tempo e di cui si è riferito);

– lui aveva accompagnato dopo la prima metà del 1988 la Ciulli a Castelletti di Signa in quanto questa voleva rivedere il luogo di cui aveva parlato e intendeva mettere a fuoco meglio i suoi ricordi;

– la Ciulli gli aveva raccontato che, oltre alle due pistole, il marito possedeva anche una piccola macchina da scrivere con la quale avrebbe scritto alcuni messaggi di sfida alla polizia;

– la conoscenza fra la Ciulli e il marito era avvenuta tramite una donna che abitava nella zona di Pistoia e che era sposata con l’ingegnere Borchi, dal quale poi si era separata allacciando una relazione col dottor Vigna. Durante questa relazione era nata l’amicizia con Mariella Ciulli alla quale gli venne presentato il futuro marito Francesco Calamandrei;

– non era stato mai sentito in merito alla vicenda del Mostro di Firenze ad eccezione dei primi giorni del mese di febbraio 2005 allorché, convocato dalla squadra mobile di Pistoia, fu ascoltato come persona informata dei fatti e gli era stato chiesto se sulle confidenze della Ciulli avevano scritto qualche appunto;

– la Ciulli, sempre a dire di questa, aveva raccontato i suoi sospetti anche al Vescovo di Firenze e al procuratore Vigna, il quale sempre a dire della Ciulli la prendeva in giro tanto che, durante le visite a casa di Silvia, veniva apostrofata “ecco…la moglie del Mostro”;

– la Ciulli in quel periodo di frequentazione (1988/1989) era molto lucida e molto simpatica tanto che con lei si parlava bene (sulla lucidità della donna non sembra che possano esserci dubbi se dovesse essere vero che la stessa frequentava la famiglia e l’abitazione del dottor Vigna perché è impensabile che il procuratore avesse fatto frequentare la propria casa da una persona con turbe psichiche);

– durante la visita a Castelletti la Ciulli le aveva indicato un casolare che, a suo dire, era quello in cui si trovava nel 1968 nell’occasione dell’episodio del bambino. Il teste si dichiarava disponibile a accompagnare personale dipendente.

In sede di sopralluogo, eseguito lo stesso giorno 17 febbraio 2005, subito dopo l’espletamento dell’atto di assunzione d’informazioni, il Caramelli indicava un gruppo di case vecchie e apparentemente disabitate, che si trovano su un terreno su cui insiste anche l’hotel COUNTRY di Borgo Villa Castelletti. Il Caramelli spiegava che si trattava di quei luoghi a lui indicatigli dalla Ciulli e che, seconda le dichiarazioni della donna, era il posto in cui ella si trovava la notte del delitto del 1968. Nella circostanza l’uomo aggiungeva di ricordare che la Ciulli gli aveva riferito che la casa dove si trovava la notte del delitto aveva un particolare del tetto o delle grondaie che l’aveva colpita.
[Si precisa che si tratta di un gruppo di immobili ubicato sulla sinistra all’interno del cancello di entrata del citato hotel composti da una struttura principale di colore “ vinaccia” avente numerazione civica 11 e 15 e un fienile staccato, il tutto ormai in evidente disuso verosimilmente da diversi anni e completamente disabitato e che all’epoca, pertinenze di Villa Castelletti, erano abitati dalle famiglie Sarti e Piccini, almeno secondo prime informazioni acquisite sul posto da personale dipendente (vedasi foto n. 1 e 2)].

FOTO NR. 1


FOTO NR. 2

Detto complesso di immobili si trova a una distanza di circa 200/300 metri dal posto in cui la notte del 21 agosto 1968 furono uccisi Locci Barbara e Lo Bianco Antonino, tanto che da tale posizione è ben visibile la Villa Castelletti (FOTO NR. 3, 4 e 5).


FOTO NR. 3

FOTO NR. 4


FOTO NR. 5

Successivamente il personale operante chiedeva al CARAMELLI di essere condotti nel luogo a suo tempo indicatogli dalla CIULLI dove, secondo quanto riferito alla donna dal marito, costui la notte del delitto del 1968 aveva accompagnato in bicicletta il bambino. Percorrevano così tutta la strada in direzione della SS 66 (strada che collega Firenze a Prato, Quarrata e Pistoia, e che dal punto ove si trovava la macchina delle due vittime dista circa 2500 metri, nel punto di intersecazione con la SS 66), e il CARAMELLI indicava una palazzina di due piani ubicata al civico 154 e la trattoria “IL CACCIATORE” che si trova leggermente spostata sulla destra per chi proviene da via Castelletti. (FOTO NR. 6 e 7).

FOTO NR. 6


FOTO NR. 7

Sul posto il personale prendeva contatti con la signora MANETTI Marcella, titolare unitamente ai propri familiari della trattoria “IL CACCIATORE”, la quale riferiva di abitare e di gestire detta attività sin dal 1927.
La predetta, in relazione alla sera della vicenda in questione, raccontava che intorno alle ore 23.30/24.00, il bambino (Natalino Mele) era stato trovato fuori dal civico 154, dopo che era stato suonato il campanello di tale De Felice, abitante al piano terra di quello stabile. La donna precisava però che il bambino si trovava senza scarpe, solo con le calze che non erano assolutamente sporche e che era talmente piccolo che a suo giudizio non arrivava nemmeno ai campanelli (FOTO NR. 6). In questo contesto e a richiesta del personale la donna precisava che i campanelli si trovano ancora tutt’oggi, nella stessa posizione di allora.
Continuando nel suo racconto la MANETTI spiegava che immediatamente dopo il ritrovamento del bambino, il DE FELICE aveva chiamato l’inquilino del primo piano, fratello della MANETTI, ed entrambi si erano recati dai Carabinieri e successivamente con quest’ultimi sul posto ove si trovava l’autovettura delle vittime.
La donna ribadiva il concetto che il bambino non sarebbe potuto arrivare da solo alla palazzina abitata dal DE FELICE, senza avere quantomeno dei segni ai piedi per la lunga camminata effettuata al buio e in una strada che all’epoca era poco più di un viottolo.

Quindi il personale si recava presso gli uffici dell’Anagrafe del Comune di Signa, per effettuare un accertamento teso ad individuare i residenti presso gli immobili indicati dal CARAMELLI.

Sul posto veniva accertato quanto di seguito meglio specificato:

– al civico 11 abitava la famiglia PICCINI, facente capo a PICCINI Silvio, di Paolo e CORSI Daria, nato a Signa il 25.05.1909, trasferito in data 4.8.1989 a Signa via Fratelli Cervi nr. 3 ed emigrato a Carmignano in data 22.02.2000;

– al civico 15 di via Castelletti di Signa abitava la famiglia SARTI, facente capo a SARTI Dino, di Guido e SARTI Maria, nato a Signa in data 31.10.1911, vedovo dal 31.05.1984 e deceduto in data 8.5.1995.

Nel contesto dell’accertamento anagrafico, al personale veniva indicato il signor Vittorio Ciardi Ciardino, nato il 17.04.1921 a Signa ed ivi residente in via Degli Arrighi nr. 4, ex fattore dei Conti CROFF, proprietari dal 1954 al 1982 di villa Castelletti e di tutta la proprietà annessa.

Costui, sentito informalmente, confermava che presso le due abitazioni ubicate ai civici 11 e 15 di via Castelletti di Signa, vi risiedevano le famiglie PICCINI e SARTI, precisando che invece in una casa proprio alle spalle del luogo ove era avvenuto l’omicidio della LOCCI Barbara e del suo amante, vi abitava un terzo nucleo familiare facente capo a PICCINI Attilio (FOTO NR. 7).


FOTO NR. 8

Il CIARDI riferiva altresì che i Conti CROFF, commercianti di tappeti, originari del Nord Italia, in un primo tempo avevano adibito la villa a residenza di campagna, trasformandola successivamente in un istituto per orfani. La famiglia CROFF si era estinta in seguito alla mancata proliferazione del Conte Aldo e di sua moglie Angela. La proprietà quindi veniva acquisita dagli eredi, i quali dopo averla frazionata l’avevano venduta.

Il giorno 22 febbraio 2005 in questi uffici venivano assunte formalmente più circostanziate informazioni da parte del nominato Ciardi.

In questa sede, il teste dichiarava che:

– nel 1950, provenendo dalla provincia di Pisa, si era trasferito a Castelletti di Signa lavorando come fattore presso la tenuta di villa Castelletti, che all’epoca apparteneva alla famiglia CABRINI. Nel 1954, nella proprietà era poi subentrata la famiglia dei Conti CROFF per i quali aveva continuato a lavorare;

– la proprietà era composta di circa 220 ettari di terreno, sul quale erano dislocate anche alcune case coloniche, magazzini e stalle per gli animali. In una casa, ubicata al civico 3 di via Castelletti abitava lui con la sua famiglia, ai civici 4, 5 e 6 vi abitavano tre famiglie di operai che si chiamavano NOCI Alfredo, coniugato con tale Giuseppina GALLI Emilio, coniugato con Assunta BARDAZZI, e GALLERINI Ruggero, coniugato con Zeara NOCI, tutti con le rispettive famiglie. Precisava che di costoro adesso non ci abitava più nessuno e che le tre case, dopo il 1985, avevano preso una numerazione unica. Aggiungeva che tutti avevano dei figli che forse abitavano nella zona e di esser certo che l’unico ancora vivo era il Gallerini Ruggero;

– Villa Castelletti aveva la numerazione civica 7 e 8, e precisamente al civico 7 vi era un istituto fondato dai CROFF, dai quali prendeva anche il nome per bambini orfani. Negli anni 60 ricordava che i bambini oscillavano fra i 40 e 50 bambini più circa 7 o 8 persone addette ai servizi. Al civico numero 8 invece si trovava la residenza dei CROFF. Al civico numero 9 si trovava un’altra casa, che attualmente era sommersa dal lago, e lì all’inizio ci abitava il giardiniere, ma negli anni 60 vi abitava Dino GIOVANNELLI, coniugato con Giulia GIORGETTI, attualmente entrambi deceduti ed il figlio. La casa era stata sommersa nel 1970/1972. Al civico 10 abitava la famiglia di Guido SARTI, che si componeva di 8 elementi. Al civico 11 vi abitava la famiglia di Luigi PICCINI, che si componeva di 8 persone. Al civico 12, vi abitava la famiglia di Vittorio SARTI, che si componeva di 3 persone. Al civico 13, vi abitava la famiglia Bruno BANCI, che si componeva di 4 persone. Al civico 14 vi abitava la famiglia Attilio PICCINI, e la casa si trovava dall’altra parte della strada e proprio davanti al luogo ove era avvenuto l’omicidio. Spiegava che dai suoi ricordi l’unica famiglia che era stata interrogata dopo il delitto del 1968 era stata proprio quella del PICCINI Attilio e che non era stata sentita alcun’altra persona;

– del delitto del 21 agosto 1968 aveva appreso la notizia da un operaio, Piero CAFAGGI, che gli aveva riferito che la mattina mentre transitava in bicicletta dalla strada aveva notato una macchina ferma lungo il Vingone e la presenza vicino all’auto dei Carabinieri. Aggiungeva però di ricordare che, dopo un paio di giorni, erano intervenuti anche i pompieri per effettuare ricerche nel fiume. Per quanto riguardava le due persone uccise, ricordava che non erano stati fatti commenti fra gli operai e che aveva appreso che si trattava di due persone che abitavano a Lastra a Signa e che non erano conosciute, in quanto non native del luogo;

– l’autovettura era rimasta sul posto piantonata dai Carabinieri per un paio di giorni è poi era stata portata via. Ricordava con precisione che l’autovettura era rimasta sul posto forse anche per tre giorni e che sicuramente era lì quando i Vigili del Fuoco avevano effettuato la bonifica del luogo;

– la strada ove era successo l’omicidio era stata fatta costruire dai Conti CROFF nel 1967 e la stessa costeggiava tutto il Vingone, fino a ricongiungersi alla SS 67, chiamata Pistoiese. Precisava che nel 1968 era tutta sterrata a ciottoli di fiume;

– in via della Beccheria (non ricordava il civico preciso ma si dichiarava disponibile a accompagnare personale dipendente) all’epoca vi abitava un colono, che era alle sue dipendenze, tale Egidio LENZI, il quale era coniugato con Ernesta MARRETTI, la quale era conosciuta nella zona in quanto si diceva che fosse capace di levare il malocchio. Aggiungeva che la casa dove abitavano i coniugi LENZI, si trovava, provenendo dal cimitero di Signa, in direzione di Villa Castelletti, prima di arrivare alla villa, subito dopo il calzaturificio sulla destra e che la particolarità di quell’ immobile era che anche nel 1968 aveva il tetto a embrici, e un’altra parte in tegole normali, tanto che la cosa certamente colpiva chi la vedeva. La casa prima di arrivare a quella dove abitavano i LENZI, distante circa 300 metri invece aveva un tetto molto particolare in quanto era composto da più tetti piccoli, dando così una forma particolare al tutto. Quest’ultimo immobile era abitato dalla famiglia di Giovanni BUZZEGOLI, che era vedovo ed aveva tre figli maschi, Giuseppe, Giampiero e altro di cui non ricordava il nome;

– la famiglia del LENZI Egidio si componeva, oltre che della moglie Ernesta, del figlio Luciano, dello zio Ermindo, di sua moglie Isolina MACARELLI, dalle loro tre figlie Fiorenza, Loredana e Graziella. Fiorenza era deceduta circa dieci anno orsono all’età di 60 anni circa, mentre Loredana, di circa 65 anni, abitava in centro a Signa ed era coniugata con tale BAMBAGIONI; infine Graziella anch’essa residente a Signa aveva circa 60 anni ed era coniugata. Non ricordava se costoro nel 1968 fossero già sposate. LENZI Egidio, invece, aveva un figlio, di nome Luciano che all’epoca aveva circa 25/30 anni. Anche lui comunque era deceduto;

– la moglie di Lenzi Egidio, MARRETTI Ernesta, era molto conosciuta da tutti sia come una grande “bacchettona”, in quanto frequentava assiduamente sia la parrocchia di San Miniato di Signa, sia la parrocchia di Signa, sia perché levava il malocchio, sia agli animali che agli uomini. Aggiungeva che capitava che se si trattava di persone della zona, l’Ernesta andasse a casa loro, altrimenti se si trattava di persone che venivano da fuori li riceveva a casa sua, e che per quanto era a sua conoscenza la stessa per le sue pratiche non percepiva alcun compenso. Precisava che la donna era deceduta circa 15 anni orsono.

Dopo l’assunzione di informazioni, il Ciardi mostrava a personale di quest’ufficio le abitazioni delle famiglie Lenzi e Buzzegoli di cui aveva parlato.

Si è così accertato che:

– in via della Beccheria si trovano ubicati i due immobili in questione, nei quali abitavano all’epoca le famiglie LENZI e BUZZEGOLI;

– a circa 200 metri dall’inizio della via, è situata la villetta dei BUZZEGOLI che é su due piani, con tetti costruiti su livelli diversi, recintata da mura con due cancelli in ferro e dà su un grande cortile. Da quel cortile si accede all’entrata della villetta, che dà su di una sorta di veranda chiusa, al di sopra della quale vi sono due piccole finestre (vedi foto nr. 1 – 4).

Foto nr. 1

 

Foto nr. 4

Nella porzione di immobile che si affaccia sulla via, si trovano quattro finestre (vedi foto nr. 3) e nella porzione laterale (vedi foto  nr. 2) si trovano due piccoli capanni adibito per deposito degli attrezzi. Su tutta la porzione laterale (vedi foto nr. 5), vi sono tre finestre a piano terra, una finestra grande al piano superiore e sullo stesso piano altre due finestre di piccole dimensioni.

Foto nr. 3

Foto nr. 2

Foto nr. 5

A circa 200 metri dalla villa dei BUZZEGOLI è situato l’immobile dei LENZI che si presenta su tre piani (vedi foto nr. 6 – 7 – 8 – 9 -), piano terra con due porte finestra d’ingresso, al piano primo ci sono due finestre a forma d’arco, corredate di due balconcini in ferro ed al piano mansarda, due piccole finestre. La porzione opposta dello stabile (vedi foto nr. 14) presenta nr. 4 finestre di dimensioni ed altezze diverse.

Foto nr. 6

Foto nr. 7

Foto nr. 8
Foto nr. 9

Foto nr. 14

L’immobile sembra che sia composto da tre porzioni distinte con il tetto della porzione centrale e più basso delle due porzioni laterali.
Si accertava che i due immobili posti sulla stessa via distano circa 300/400 metri dal luogo dove è avvenuto l’omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco (Foto nr. 10 e 12).

Foto nr. 10
Foto nr. 12

Il 23 febbraio 2005 personale dipendente ritornava sul posto per localizzare il numero civico 22 di Castelletti che risultava indicato a suo tempo dalla Ciulli. Al Comune veniva loro riferito che il numero era inesistente e nella occasione veniva mostrata una richiesta del Calamandrei dello stesso contenuto con la risposta negativa (evidentemente l’indagato sta svolgendo propri accertamenti sul memoriale dell’ex moglie). Il personale quindi di riportava sul posto dell’abitazione Lenzi e constatava che in un manufatto adiacente e facente parte sempre della stessa casa figurava il numero civico 22 (foto 13).

Foto nr. 13

Come pure si constatava che i tetti di tutto lo stabile, compreso quelli che proseguono sulla via Beccheria, sono posti su vari livelli sui quali spiccano numerosi comignoli che attirano l’attenzione di chi guarda per la loro particolarità (foto nr. 14).

Foto nr. 14

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Gli accertamenti svolti dal personale sui luoghi e presso gli uffici anagrafici competenti portava a ritenere che l’abitazione di cui aveva parlato la Ciulli fosse quella abitata all’epoca del delitto dalla famiglia Lenzi – Marretti, sia per la vicinanza al posto del delitto, sia per la caratteristica dei tetti, sia per l’esistenza del numero civico 22 (attualmente sul citofono esiste una targhetta coi cognomi Lenzi e Belmonte), sia soprattutto per il fatto che la Marretti Ernesta era notoriamente dedita a sedute per togliere il malocchio e la Ciulli aveva fatto proprio riferimento a questo tipo di pratica riferendosi alla donna, amica di Piero Magi, che abitava nella casa in cui era stata ospite.

Gli accertamenti anagrafici, in particolare, consentivano di appurare che sia il Lenzi Egidio che la moglie, Marretti Ernesta, erano deceduti nell’anno 1981 a distanza di pochi mesi uno dall’altro e che avevano un figlio, Luciano Lenzi, nato a Signa il 3.1.1932, emigrato nel comune di Sesto Fiorentino, deceduto in data 3.1.1990. Risultava altresì che presso la stessa abitazione all’epoca abitava anche la famiglia di Lenzi Ermindo, nato a Signa il 20.6.1904. deceduto l’1.2.1977, coniugato dal 1931 con Macarelli Dina, nata a Signa il 28.5.1905, deceduta il 9.2.2005, che avevano procreato tre figlie: Fiorenza, nata a Signa il 22.3.1932, coniugata dal 1957 con Tarocchi Renato, emigrata nel comune di Lastra a Signa il 21.10.1957, deceduta nel 1994, Loredana, nata a Signa il 13.4.1935, coniugata dal 1961 con Bambagini Sauro, nato a Signa il 29.12.1934, trasferitasi a Signa nel 1961 e ivi residente in via Leonardo da Vinci n. 32 int. 6, Graziella, nata a Signa il 4.3.1940, coniugata dal 1963 con Gargani Roberto, nato a Firenze il 31.12.1937, residenti a Signa Piazza Domenico Michelacci 19, trasferitasi a Varese nel 1963 e Giuliano, nato a Signa il 13.1.1942 emigrato nel 1967 nel comune di Lastra a Signa.

Dalla ricostruzione anagrafica risulta che i vecchi Lenzi che nel 1968 abitavano nella casa di Castelletti sono tutti deceduti e così pure l’unico figlio di Lenzi Egidio e di Marretti Ernesta, che è deceduto nel 1990, mentre gli unici familiari viventi risultano i figli di Lenzi Ermindo e Mocarelli Dina, ad eccezione di Fiorenza che è deceduta, che però alla data del 1968 risultano domiciliati in altre località.

Ad ogni modo, in data 25.2.2005 venivano assunte informazioni da Lenzi Giuliano, nipote dei coniugi Lenzi Egidio e Marretti Ernesta, che dichiarava di essere vissuto a Castelletti di Signa dalla nascita fino al 1967 (non era quindi residente all’epoca del delitto). Lo stesso, alla domanda se fosse a conoscenza che la propria zia, Marretti Ernesta, avesse capacità per togliere il “malocchio”, rispondeva affermativamente dicendo “come spesso in campagna accade, ci sono soprattutto donne che si tramandano l’arte di curare il malocchio e mia zia era una di queste”. E poi ancora: “la zia Ernesta non lo faceva di professione, non percepiva alcuna ricompensa, per quanto ne sia a conoscenza e comunque era una pratica stretta alle conoscenze del posto. Non escludo che tramite amicizie da mia zia si siano rivolte persone anche a lei sconosciute….ricordo che la zia Ernesta usava un’ampolla d’olio che versava in un piatto di acqua e a seconda di come si scomponeva l’olio significava avere il malocchio o meno. Quando la persona risultava colpita dal malocchio, mia zia gli faceva dei segni di croce sulla fronte e recitava delle parole che non si capivano”. Sul nome di Magi, poi, il teste dichiarava: “per quello che ne so è un cognome che conosco ma credo abbiano avuto una fabbrica credo di scarpe a Signa. Non sono a conoscenza se questi avevano un’abitazione a Castelletti”.

Nella stessa data veniva sentita anche Gensini Carla, coniugata con Lenzi Luciano e quindi nuora di Lenzi Egidio, ma nulla sapeva dire sui suoceri se non che non si trovava bene con loro tanto che li aveva frequentati pochissimo.

CONCLUSIONI

In conclusione, alla luce delle risultanze investigative acquisite, è possibile affermare con certezza o, per taluni aspetti, con alto margine di certezza, quanto appresso:

1. Francesco Calamandrei (tossicodipendente secondo le sue stesse annotazioni) ha una personalità che presenta gravi turbe psichiche e sessualmente fortemente deviata, nonché è amante della pornografia più spinta come si evince dalle video cassette sequestrate e da alcuni disegni contenuti nei quaderni, dove viene disegnato più volte il viso di una donna con un pene di grosse dimensioni in bocca [il soggetto in realtà dovrebbe essere periziato da esperti];

2. Francesco Calamandrei ha frequentato, sicuramente negli anni dei duplici omicidi in danno delle coppiette fiorentine, il gastroenterologo fiorentino Francesco Narducci, così come emerso da puntuali dichiarazioni testimoniali rese peraltro da persone che non si conoscevano tra di loro (Pellecchia Marzia, Ghiribelli Gabriella, Nesi Lorenzo, Pucci Fernando). Entrambi inoltre frequentavano quanto meno Vanni Mario e Lotti Giancarlo (dichiarazioni di Pellecchia, Ghiribelli e Pucci). La frequentazione, oltre che al bar e al ristorante, è stata segnalata anche in occasione di festini sessuali così come spiegato in particolare dalla Pellecchia che ha descritto anche le problematiche sessuali del personaggio [Francesco Narducci, addirittura ancor prima che morisse, era stato sospettato di essere coinvolto nei duplici omicidi del “Mostro di Firenze” tanto che in Perugia la voce pubblica lo indicava quale “Mostro”. A tal riguardo, tra le altre, si citano le seguenti testimonianze, nonché i seguenti fatti molto significativi:

– E’ risultato che, alla notizia dell’ultimo delitto del “Mostro”, personale della squadra mobile di Perugia, nella persona in particolare dell’ispettore capo Luigi Napoleoni autonomamente aveva svolto indagini sul conto del Narducci Francesco proprio in relazione alla vicenda del “Mostro di Firenze”, tanto che si recarono in questo capoluogo per individuare l’appartamento in uso al Narducci ed ivi rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime, senza documentare l’attività di P.G. a chi di competenza. E di tale attività veniva trovata traccia inequivocabile agli atti della Questura di Perugia (- un foglio, recante la data del 30 settembre 1985, su cui risultava annotato: “Mostro di Firenze – ufficio postale – bar Jolly – via stretta – città – seduto fuori – colore di capelli castani – occhi – occhiali scuri – vestito maglietta bianca, blu jeans – un po’ di barba – niente orologi – bracciale”. Sull’altro lato del foglio c’era scritto: “Timberland – solo al bar – soldi dove sono – in tasca della maglietta”. Di traverso ancora: “Jach’o (forse la discoteca) – no macchina – sembra che…lettere sigillate pubblico presente – raccomandata – occhiali nel cassetto dell’ufficio pistola – soldi in barca (o banca)…ore 14 – lui no…finire il suo lavoro…21.00 oggi pizzeria in taxi (FI)…telo marrone mancante in una casa disabitata lontana dall’…taxi colore azzurro”;

– i brogliacci del lavoro dei dipendenti con le ore di straordinario effettuate, dai quali risultava che il predetto ispettore ed altri dipendenti, che lo avevano coadiuvato, avevano svolto attività “straordinaria” in relazione al “Mostro di Firenze” anche a Foligno (centro presso cui il Narducci aveva uno studio privato), tra cui lo stesso giorno della notizia relativa alla scoperta dei cadaveri dei due turisti francesi in località Scopeti. L’ispettore, sentito più volte, forniva dichiarazioni quanto mai inverosimili;

Elisabetta Maria Narducci, sorella della vittima, (sentita il 3.2.2003), dichiarava che alcuni mesi dopo la morte del fratello Michele Baratta (all’epoca suo fidanzato) l’aveva accompagnata da un certo Stefano Capitanucci per farsi leggere le carte; – BARATTA Michele (sentito il 31.05.2002) dichiarava di ricordare che dopo la morte del Narducci aveva accompagnato Elisabetta da Capitanucci Stefano, veggente, e questi le aveva detto che bisognava fare dei rituali perché l’anima di Francesco era irrequieta perché era coinvolto nei delitti del MOSTRO di FIRENZE. Le aveva spiegato il tipo di rito che avrebbe dovuto fare e così lui l’aveva accompagnata alla villa del lago per metterlo in pratica;

– CAPITANUCCI Stefano (sentito il 18.6.2002), amante della cartomanzia e del culti dei morti, come egli stesso precisava, affermava di ricordarsi bene quello che aveva detto a Elisabetta Narducci confermando il racconto del Baratta. Spiegava di essersi recato anche lui alla villa del lago dove aveva acceso un incenso di sandalo perché aveva avvertito che l’anima di Francesco non era in pace;

Antonio Colletti, ufficiale dei carabinieri in congedo (sentito il 3.5.2002), dichiarava di ricordare che nel corso delle indagini qualcuno aveva indicato il Narducci quale capo di un gruppo di persone coinvolte nella storia del Mostro di Firenze. Lo stesso (sentito il 31.8.2004) confermava le precedenti dichiarazioni e precisava: “oggi ricordo fatti nuovi per come si svolse la vicenda di allora, ovvero ricordo che all’epoca feci presente all’allora Comandante della Legione Carabinieri di Perugia, colonnello Giuseppe Vecchio, ora deceduto, e al procuratore generale, mi pare dr. Marco Di Marco, credo anch’egli deceduto, che quale comandante dell’allora nucleo di p.g. carabinieri di Perugia, essendo venuto a conoscenza di notizie degne di approfondimento della vicenda Mostro di Firenze, era mia intenzione svolgere delle indagini più approfondite. Questo mi fu sempre precluso, poiché mi fu detto che del “caso Narducci” si stava già interessando l’Arma territoriale. Nonostante ciò, io insistetti più volte, sia verso i miei superiori diretti che verso il procuratore generale dell’epoca, dal quale dipendevo funzionalmente, per svolgere indagini in tal senso, ma nonostante le mie insistenze, ciò mi veniva sempre precluso adducendo quanto sopra detto”;

Lorenzo Bruni, maresciallo CC, comandante stazione Magione dal 1981 (sentito il 26.10.2001) tra l’latro, dichiarava di aver saputo che il Narducci aveva una casa a Fiesole che era stata ispezionata dalla P.G. che seguiva le indagini sul Mostro di Firenze;

Antonio De Blasi, ispettore dell’Arma (sentito il 5.6.2002) tra l’altro dichiarava di aver ricevuto confidenze dal collega Salvatore De Mattia relativamente al fatto che c’erano collegamenti tra la morte del Narducci e i delitti del Mostro di Firenze. Aveva saputo anche che il medico era proprietario di un appartamento a Firenze o nei dintorni e che di questa disponibilità nessuno dei suoi familiari ne era al corrente. A tal proposito aveva appreso che il De Mattia con suoi colleghi si era recato in quella casa allo scopo di rinvenire le parti anatomiche femminili escisse in occasione dei delitti, ma l’esito della perquisizione era stato negativo poiché erano stati preceduti da qualcuno (forse il padre del medico);

Andrea Pucci, giornalista (sentito il 22.2.2002) dichiarava di avere svolto nel 1988 un’indagine giornalistica sulla morte del Narducci poiché aveva appreso che potesse essere collegata ai delitti fiorentini. Spiegava di aver appreso da un giornalista del Corriere dell’Umbria che una sera del mese di settembre 1985 i giornalisti erano stati allertati dal direttore che aveva ordinato di fermare le macchine perché aveva ricevuto la notizia che il cosiddetto Mostro di Firenze era un medico perugino e sarebbe stato catturato di lì a poco. Le ore però erano passate inutilmente e così il direttore aveva ordinato di continuare il lavoro interrotto. Lo stesso (sentito il 7.11.2003) confermava le precedenti dichiarazioni. Tra l’altro nell’occasione precisava di aver saputo da una sua fonte del Ministero della difesa che la procura di Firenze aveva aperto un’indagine sul Narducci accertando che questi era stato per un mese alla scuola di sanità interforze di Firenze nel periodo coincidente col delitto del 1974. Precisava anche che al Corriere dell’Umbria aveva appreso dal giornalista De Masi il particolare del blocco delle rotative da parte del direttore Mastroianni e che un giorno o due dopo quell’episodio il Narducci era scomparso. Aggiungeva anche di aver saputo (forse dal padre della vittima) durante la sua inchiesta che il Narducci si allenava al poligono (forse quello di Umberide) con una Beretta calibro 22;

Sante Beccaccioli, autista del tribunale di Perugia (sentito il 30.5.2002) dopo che si era presentato spontaneamente al P.M. di Perugia, dichiarava: “sono stato per 32 anni in servizio come autista e scorta al Presidente del tribunale di Perugia e ricordo che una mattina, alcuni mesi dopo la morte del prof. Francesco Narducci, l’allora Presidente Raffaele Zampa, deceduto nel 1997, mi confidò che la sera prima, durante una cena, una persona che aveva incontrato quella sera, ma che comunque conosceva, gli riferì che in quei giorni, o poco prima, i proprietari di un appartamento di Firenze di cui era locatario il prof. Francesco Narducci, insospettiti dal mancato pagamento del canone di locazione, avevano cercato di mettersi in contatto con il professore non sapendo che era morto e poi erano riusciti a contattare i familiari di quest’ultimo che gli avevano procurato un mazzo di chiavi dell’appartamento. Sempre secondo il racconto dell’amico del dottor Zampa la porta era stata aperta e, una volta entrati nell’appartamento, avevano rinvenuto all’interno di un frigorifero dei reperti genitali femminili verosimilmente provenienti dai delitti del cosiddetto Mostro di Firenze e comunque corrispondenti alle parti notoriamente asportati in questi delitti cioè area del pube e seni. Io rimasi colpito da questo racconto anche perché il presidente dava la massima credibilità alla persona che glielo aveva riferito. Chiesi al presidente se non fosse il caso di avvertire gli organi di polizia, ma lui stringendosi le spalle disse: “ormai è morto, Sante, che vuol fare?”…”

Antonietta Vetriani, (sentita il 31.1.2002), tra l’altro, dichiarava: “Ricordo che nel 1990 feci amicizia con Anna Maria Bevilacqua in Alessandro, moglie del vecchio presidente del Tribunale di Perugia, dr. Mario Alessandro, entrambi sono deceduti…nel corso della conoscenza con Anna la stessa mi parlò circa 9/10 anni fa della morte di questo medico e mi disse che il Narducci faceva parte di un gruppo di persone che si erano rese responsabili dell’uccisione delle coppie del territorio fiorentino attribuite al cosiddetto Mostro di Firenze…secondo la signora avrebbe goduto di forti coperture istituzionali…il gruppo frequentato dal Narducci era composto da gente altolocata e ben protetta dalle Forze dell’Ordine”;

Mario Bellucci (sentito il 26.2.2003) tra l’altro dichiarava: “Ricordo anche che un giorno, non ricordo se prima o dopo la morte di Francesco, un contadino che era venuto da me a portare dei prodotti e con il quale stavo parlando del più e del meno, fece delle allusioni ad un medico perugino che avrebbe avuto un’abitazione vicina ai luoghi dei duplici omicidi attribuiti al cosiddetto Mostro di Firenze. Ho anche saputo che la proprietaria di questo appartamento sarebbe andata a denunciare alla locale caserma dei carabinieri la scomparsa dell’inquilino che non pagava più il canone. Questa confidenza mi fu fatta da una persona autorevole quanto a serietà di cui non ricordo il nome a cui a sua volta la cosa sarebbe stata riferita da persona di origine fiorentina e più precisamente nella zona in cui avvennero parte dei duplici omicidi, in particolare la zona di Scandicci – San Casciano;

3. Francesco Narducci si è incontrato a Firenze con Filippa Nicoletti e alla stessa ha riferito di essere di Prato, così come “medico di Prato” era stato presentato alla Pellecchia;

4. Le puntuali plurime dichiarazioni testimoniali rendono inverosimili le affermazioni fatte da Mario Vanni in occasione dell’incidente probatorio del 28 dicembre 2004 relative al mancato riconoscimento fotografico del Narducci, che invece deve aver necessariamente conosciuto (a meno che la foto mostrata, secondo quello che si è appreso, non era proprio utile per un’individuazione fotografica ritraendo essa il Narducci in epoca giovanile e senza capelli);

5. Il Calamandrei frequentava Jacchia Gian Eugenio, medico ortopedico, secondo il riconoscimento fotografico di più testi. [Pacciani aveva parlato con l’avv. Fioravanti anche di un medico “che non era buono a trombare” e che faceva l’ortopedico].

6. Pacciani aveva indicato il Calamandrei come dedito alla magia (e la circostanza è provata) e in combutta con Corsini facendo chiaramente riferimento alla vicenda “Mostro di Firenze”.

7. Inspiegabili appaiono le preoccupazioni manifestate al telefono dal Calamandrei per l’andamento dell’inchiesta perugina (nella quale non è formalmente indagato) a meno che non trovino una motivazione nella sua consapevolezza di poter rimanere coinvolto nell’inchiesta sulla morte del Narducci, che al telefono l’ex farmacista si ostina di affermare di non aver mai conosciuto negando così i fatti e le circostanze certe emerse nel corso delle indagini. L’atteggiamento dell’uomo diventa ancor più sospetto ove si considerano le dichiarazioni testimoniali di Secondo Sisani, secondo cui in relazione alla morte del Narducci, circolava già all’epoca il riferimento a un farmacista fiorentino e che lasciano supporre

– a questo punto ragionevolmente – che il Calamandrei possa in qualche modo essere coinvolto anche nella morte del Narducci. Peraltro bisogna considerare che negli ultimi tempi nel gruppo probabilmente deve essere successo qualcosa se è vero – ma non vi sono motivi per dubitarne

– che il Narducci camminava con la pistola nel cruscotto dell’auto (la Citroen CX), come puntualmente riferito dalla moglie, Francesca Spagnoli. Qualcosa che, stando almeno alle risultanze scientifiche e investigative perugine, ha portato all’omicidio del Narducci [dopo l’ultimo delitto si sono verificati i seguenti episodi del tutto nuovi rispetto al passato: – l’invio al sostituto procuratore dottoressa Silvia Della Monica di un lembo di pelle risultata appartenere al corpo della Mauriot Nadine (la busta con timbro 9.9.1985 veniva imbucata in una cassetta postale di San Piero a Sieve la stessa notte del delitto); l’invio (il 1.10.1985) ai sostituti procuratori Vigna, Fleury e Canessa di una busta, in ognuna delle quali c’era: un ritaglio di articolo di stampa dal titolo “Altro errore del Mostro” con le foto dei tre magistrati, il dito di un guanto da chirurgo, all’interno del quale vi era un proiettile cal. 22, a sua volta custodito in un foglietto di carta bianca piegato in due e fissato con graffette metalliche. In un pezzo di carta all’interno, scritto a macchina, c’era la seguente frase: “Poveri Fessi – Vi bastano uno a testa”. Gli esami, a suo tempo esperiti sulle buste, dimostravano che le tre buste ai dottori Vigna, Fleury e Canessa morfologicamente e cromaticamente erano identiche tra loro, simili alla busta indirizzata alla dottoressa Della Monica e provenivano dalla medesima industria cartaria di quest’ultima, come si poteva rilevare dal marchio di fabbrica che figurava all’interno delle stesse. Le prove sui reperti sottoposti alla ricerca della saliva consentivano di accertare la mancanza di tracce di saliva nella busta indirizzata alla dottoressa Della Monica, mentre sui lembi delle buste, indirizzate agli altri sostituti procuratori, venivano evidenziate tracce di saliva, che, opportunamente analizzate per individuare il gruppo sanguigno, davano esito positivo per il gruppo “A” ( che è lo stesso gruppo sanguigno di Narducci Francesco); in data 1.10.1985 giungeva alla Procura della Repubblica di Firenze altra missiva indirizzata “Ill.mo Signor Dottor Pier Luigi Vigna – Sostituto Procuratore – Procuratore della Repubblica – 51100 Firenze – regolarmente affrancata e con timbro di spedizione “Perugia – 28.9.1985”. L’indirizzo era scritto a macchina. Al suo interno c’era un foglio, dattiloscritto nella sua parte superiore, mentre in basso erano stati fotocopiati due annunci del seguente tenore: “Autoritaria e bellissima amante calze nere e giarrettiere si esibisce privatamente per generosi intenditori. Scrivere indicando indirizzo ed affrancando con L. 700. Fermo posta Firenze centrale. Passaporto n. F623965” e “Signora bellissima amante calze nere e giarrettiere si esibisce privatamente per generosi intenditori. Scrivi ti invierò una foto. Fermo posta Firenze centrale Passaporto n. F 623965”.
Il contenuto del testo della lettera era il seguente: “Ill.mo Signor Magistrato, l’annuncio di cui mi sono permesso di inviarle una copia appare ormai con irritante periodicità da almeno sei sette mesi sul giornale di annunci gratuiti Cerco e trovo di Perugia. Io per carattere sono una persona molto tollerante e che se ne frega altamente di ciò che fanno gli altri, ma quando la gente eccede troppo allora non sopporto più. E’ ben ora che questa signora che sarà pure bellissima, la smetta di rompere i c…ai lettori di Perugia! A ben vedere poi questa non è altro che una puttana che sfrutta i “generosi intenditori” che altro non sono se non i ricchi scemi…Io per guadagnare (onestamente) un milione e poco più devo lavorare sodo per un mese; questa per far vedere il c…a degli imbecilli psicopatici fa i soldi a palate in poche ore e la storia va avanti da mesi. Non crede signor Magistrato che sarebbe ora di farla smettere ???Io credo di sì. Ora decida lei se intervenire o no! Distinti ossequi da un intenditore non…generoso!” (Su tale missiva ancora non sono stati seguiti gli accertamenti di laboratorio); la perquisizione – con esito negativo – presso l’ospedale di Ponte a Niccheri, nel cui parcheggio dopo il delitto era stato rinvenuto un proiettile calibro 22 con la lettera “H”. A proposito di tale perquisizione si richiama un articolo a firma di Mario Spezi pubblicato su La Nazione il 1.10.1985 dal titolo “Mostro: scoperta inquietante negli armadietti di Ponte a Niccheri”, nel quale si legge: “ la pista dell’Ospedale dell’Annunziata a Ponte a Niccheri è confermata, ma nella maniera più strana e interlocutoria che gli investigatori potessero aspettarsi. Durante la perquisizione di giovedì notte in un armadietto è stata trovata una strana lista di nomi: sono quelli delle persone sospettate in occasione dei precedenti delitti del Mostro ma che mai finirono sui giornali. Nomi di medici, di professionisti, di uomini al di fuori della professione medica con annotato accanto indirizzo e numero di telefono. Chi ha compilato questa lista che poteva essere nota solo agli investigatori e perché? Come ha fatto l’autore a conoscere quei nomi?…”. A tal proposito si rileva che agli atti dell’ex Sam non esiste alcun rinvenimento di tale elenchi nel citato ospedale, ma va rilevato anche che in effetti esistevano gli elenchi delle persone sospette che in caso di nuovi delitti avrebbero dovuto essere perquisiti e controllati e che in uno di tali elenchi, come noto, era inserito anche il nominativo di Francesco Narducci (nella nota cat. M/1/87/Sam del 14.7.1987 avente a oggetto “Duplici omicidi commessi in danno di coppiette…” al n. 181 risulta: “Narducci Francesco nato a Perugia il 4.10.1949 già ivi residente deceduto per annegamento sul lago Trasimeno nel 1985). Inoltre nel faldone delle auto transitate nei giorni 8/9 settembre 1985 esiste un’annotazione manoscritta riferibile al Francesco Narducci].
Ora è chiaro che tutti gli elementi di cui sopra devono comportare tutti gli approfondimenti investigativi possibili sull’uccisione del Narducci, perché questa potrebbe rappresentare la chiave di volta per fare finalmente luce – anche se a distanza di tanti anni – dell’intera vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. In quest’ottica – a giudizio di quest’ufficio – appare opportuno da parte del P.M. di Perugia un’ulteriore attività ancor più mirata e insistente nei confronti del Calamandrei. Come pure appare meritevole di approfondimenti la posizione dell’avvocato Jommi, che sicuramente ha dichiarato il falso negando di non aver conosciuto il Narducci e così ha adottato un comportamento del tutto simile su tale punto a quello del Calamandrei. Nei confronti del predetto Jommi peraltro esistevano elementi molto significativi che avrebbero meritato più mirati approfondimenti;

8. Inspiegabile appare altresì il comportamento del Calamandrei relativamente al fatto che lo stesso, così come risulta chiaramente da alcune telefonate intercettate, si adopera per procurarsi una certificazione medica attestante una malattia allo scopo di ritardare un eventuale interrogatorio dopo la perquisizione subita;

9. Inspiegabile appare altresì il comportamento tenuto dall’indagato in relazione all’arma ereditata dal padre (arma regolarmente denunciata da questi) che non ha volturato a proprio nome o a nome di altri familiari ovvero ancora non ha consegnato alla stazione dei carabinieri del posto, preferendo invece gettarla in mare dopo che erano insorti sospetti a suo carico in relazione ai duplici omicidi fiorentini. E nella circostanza si sarebbe disfatto anche della seconda pistola che, come riferito dalla Sani sarebbe stata – guarda caso! – proprio una Beretta calibro 22 a canna lunga;

10. Inspiegabile appare il fatto che in entrambe le perquisizioni eseguite nella casa del Calamandrei non siano state rinvenute fotografie e documentazione cartacea antecedente al 1989 (anno, tra l’altro, che coincide con l’epoca in cui la Ciulli incominciava a esternare i suoi sospetti sul marito a terzi, quali il Caramelli e la moglie e anno in cui veniva archiviata la pista sarda e le indagini si focalizzavano su Pacciani), come se l’indagato abbia voluto distruggere la vita precedente testimoniata da foto ricordo, dalle agende e da ogni altro appunto o scritto riferibile a quegli anni;

11. E’ risultato che il Calamandrei abbia frequentato prostitute (così come dichiarato dalla Pellecchia, dalla Giovagnoli e dalla Ciulli);

12. Il Calamandrei ha continuato a partecipare a “festini” sessuali e questo è emerso chiaramente dalle recenti telefonate intercettate e intercorse con gli amici Franco Jatta e Valeriano Raspollini (quest’ultimo, come è stato spiegato, fu sospettato a suo tempo di essere coinvolto nei duplici omicidi);

13. Il Calamandrei è possibile, alla luce delle nuove emergenze, che abbia svolto un qualche ruolo nel delitto del 1968, in occasione del quale, così come dichiarato dall’ex moglie, si è potuto impossessare dell’arma del delitto, che poi comparirà in tutti i duplici omicidi fiorentini e che porterà per tanti anni a indagare l’ambiente sardo a suo tempo rimasto coinvolto in quel lontano episodio.

Infatti, la Ciulli, in epoca in un certo senso non sospetta (erano lontani i tempi delle nuove emergenze testimoniali e investigative!), oltre ad aver delineato perfettamente la personalità del marito, aveva raccontato episodi e circostanze molto significative, tra cui:

– il fatto che il marito avesse in qualche modo a che fare col delitto del 1968, in occasione del quale il Calamandrei si sarebbe impossessato dell’arma del delitto. La donna aveva indicato la casa dove si trovavano quella notte e dove avevano udito gli spari, il particolare del bimbo accompagnato dal marito sul manubrio della bicicletta in una casa che poi dallo stesso marito gli era stata indicata, la presenza di una specie di ruscello nel posto in cui si trovavano;

– il fatto che il giorno dopo, tornata sul posto col marito, aveva notato tre carabinieri in divisa;

[Oggi, si è potuto accertare, tramite le preziose testimonianze del Caramelli e del Ciardi che la casa era o una pertinenza della Villa Castelletti, posta a poche centinaia di metri dal luogo del delitto e ben visibile da questo o più verosimilmente lì nelle immediate vicinanze; che era a due piani (così come spiegato a suo tempo dalla donna); che la casa dove il marito aveva accompagnato il bambino è quella all’epoca abitata dalla famiglia De Felice dove in effetti il piccolo Natalino Mele si era presentato accompagnato non si sa ufficialmente da chi e sicuramente comunque non è andato da solo perché era senza scarpe e non presentava segni di camminata sul terreno, così come confermato anche dalla titolare della trattoria “IL Cacciatore”, Manetti Marcella, il cui fratello all’epoca abitava nello stesso stabile dei De Felice e che si era adoperato a accompagnare il piccolo dai carabinieri insieme al De Felice; che accanto al luogo del delitto scorre una specie di ruscello, così come dichiarato dalla Ciulli].

Ora è chiaro che già questi particolari, anche se le dichiarazioni della Ciulli, rese in più tempi e probabilmente in uno stato di emotività, possono presentarsi in qualche modo confusionarie, tuttavia dimostrano che la Ciulli effettivamente deve esserci stata in quei posti e che effettivamente il marito a suo tempo le aveva indicato la casa dove aveva accompagnato il piccolo che, guarda caso, è risultata proprio quella reale. E’ altrettanto chiaro che nella rivisitazione del delitto del 1968 si riscontra una grande confusione nella spiegazione dei fatti da parte del marito della Locci, Stefano Mele (unico condannato definitivamente e oggi defunto), e questo probabilmente anche perché i fatti si erano svolti diversamente e – oggi si può affermare – probabilmente proprio come raccontato dalla Ciulli quantomeno per quanto concerne l’episodio del piccolo Natalino Mele e il particolare del rinvenimento dell’arma, che poi sarà utilizzata nei veri omicidi del cosiddetto Mostro di Firenze e che, mai rinvenuta, per tanti anni ha spostato l’obbiettivo delle indagini verso il mondo dei sardi, amici e frequentatori della famiglia Locci – Mele. Ipotesi, questa, che fin dal 1982 ha rappresentato l’ipotesi privilegiata – anzi l’unica possibile – del giornalista Mario Spezi (che solo nelle nuove indagini si scoprirà essere un amico di vecchia data del Calamandrei!), che non ha perso occasione nel tempo per riproporla con servizi giornalistici e televisivi criticando, anche aspramente, le indagini ufficiali e addirittura le sentenze definitive.

[La rilettura degli atti del delitto del 1968 e, in particolare, di quelli relativi ai sopralluoghi, consentono di fare la seguente ricostruzione storica:

 il primo sopralluogo fu eseguito alle ore 3.30 del 22 agosto 1968;

 il 22 agosto alle ore 9.30 fu redatto il verbale di sequestro dell’auto delle vittime dando atto di aver eseguito i rilievi fotografici prima di rimuoverla e che per quanto rinvenuto a bordo che costituiva corpo di reato o comunque prova di reato sarebbe stato redatto verbale a parte;

 il 22 agosto alle ore 11.30 nel cortile della caserma carabinieri di Lastra a Signa fu eseguita un’ulteriore minuziosa ispezione all’interno dell’auto e furono trovati due bossoli calibro 22 con la scritta “H” sul fondello;

 il 24 agosto dalle ore 8.30 alle ore 14.30 fu bonificata dai carabinieri, con l’ausilio dei vigili del fuoco, la località “Castelletti” e precisamente “all’altezza della strada poderale Castelletti per una lunghezza di metri 100 circa in profondità partendo dalla strada comunale per Lecore e 20 metri circa di larghezza compreso il letto del canale Vintone nel tratto suddetto, per la ricerca di un’arma da fuoco” La bonifica venne eseguita a mano e mediante il taglio di alcuni arbusti nella zona e diede esito negativo;

 il 24 agosto alle ore 16.30 i carabinieri facevano il percorso dall’auto delle vittime fino alla casa del De Felice insieme al piccolo Natalino Mele al fine di verificare le dichiarazioni del minore non credendo che avesse potuto compiere l’itinerario da solo in una notte buia e senza scarpe, trovate sull’auto, e con i piedi senza graffi o segni di camminata a piedi; (dopo un po’, alla contestazione dei carabinieri che non era possibile senza scarpe percorrere quella strada piena di sassi, il piccolo affermava che quella notte l’aveva portato il padre a “cavalluccio”. Proseguivano e raggiungevano “un ponticello intersecante con una strada rotabile comunale in terra battuta che dai Colli Bassi di Signa porta a S. Angelo a Lecore. In quel punto il Mele Natale indicava di essere ivi stato deposto dal suo babbo e che il suo babbo era tornato indietro…e che lui da quel punto da solo aveva raggiunto la casa bianca che si intravedeva illuminata sulla strada statale S. Angelo a Lecore”;

 il 18 marzo 1970, alle ore 19, furono sequestrati ora per allora i seguenti oggetti e documenti rinvenuti sull’autovettura: un fazzoletto da donna, un pettine da uomo, un portacarte in pelle, una carta d’identità, una fotografia, un biglietto da visita, un calendario tascabile del 1968, un porta patente in plastica, una patente di guida (non risulta sequestrata una coperta che si nota sotto il cadavere della Locci; la Ciulli dichiarava di essersi impossessata di una coperta e il marito di un beauty);

 dal rapporto giudiziario n. 34/354 del 21.9.1968, si rileva tra l’altro che: -la Locci si trovava seduta al posto di guida in posizione semi sdraiata con il capo reclinato verso la spalla sinistra, mentre l’uomo era sdraiato in posizione supina; -all’interno dell’auto veniva trovata una cartuccia esplosa calibro 22 e nei pressi dell’auto tre bossoli con la scritta sul fondello “H”; dopo il sopralluogo l’autovettura veniva rimossa, sequestrata e trasportata nel cortile della caserma di Signa, dove veniva poi ispezionata meglio e venivano trovati altri due bossoli con la stessa lettera “H”; -veniva bonificata la zona per cercare l’arma del delitto e altri eventuali bossoli con esito negativo;

 dalla sentenza n. 6/71 R.S. del 4.3.1971 della Corte di Assise d’Appello di Firenze, tra l’altro si evince che: – dopo i primi interrogatoti, nel corso dei quali Mele Stefano aveva indicato, prima Francesco Vinci, e poi Salvatore Vinci quali amanti gelosi della moglie, il Mele aveva finito per confessare di essere stato lui l’autore del duplice omicidio commesso con la complicità di Vinci Salvatore e descriveva minutamente tutte le modalità esecutive. Egli infatti ripeteva che la moglie e il figlio Natalino la sera del giorno 21 erano usciti in macchina con “ l’Enrico”, e che egli era rimasto a casa perché indisposto. Alle ore 23,30 però, stanco di stare solo, era uscito per fare una passeggiata in paese e, giunto in Piazza 4 Novembre, aveva incontrato Vinci Salvatore, vecchio amico di famiglia ,già amante della moglie, il quale aveva chiesto notizie della Barbara e di Natalino. Egli aveva risposto che i due erano usciti con l’Enrico precisando che erano andati al cinema di Signa. Al che il Vinci Salvatore, conoscendo le vicende amorose della donna, aveva consigliato: “ Perché non la fai finita? ”, ed egli di rimando: “ Come faccio senza nulla in mano, sapendo che Enrico fa praticamente la boxe? ” Il Vinci aveva replicato: “ Io ho una piccola arma”. A questo punto, i due , di comune accordo, erano saliti sulla Fiat 600 del Vinci e si erano recati a Signa, ove notavano parcheggiata avanti ad un locale cinematografico la Giulietta di Enrico. Avevano aspettato l’uscita dei tre dal cinema e li avevano seguiti (erano le ore 24 o le 00,30) per una strada in ripida salita che dalla piazza di Signa porta al locale cimitero. Quindi, dopo qualche centinaia di metri, il veicolo del Lo Bianco aveva imboccato una strada di campagna posta sulla destra e si era fermato a circa cento metri dal bivio. Anche il Vinci , avendo visto il posto occupato dalla Giulietta, aveva fermato la sua auto, e , tirata fuori da una borsa una pistola, gliel’aveva data in mano dicendogli: “ Guarda che ci sono otto colpi ”. Egli allora, con la pistola impugnata, si era avviato carponi verso l’autovettura del Lo Bianco, l’aveva aggirata dal fianco destro, si era portato sul lato sinistro e, constatato che il finestrino della portiera posteriore era abbassato, aveva fatto fuoco, facendo esplodere tutti i colpi che conteneva il caricatore, sulla moglie e sul Lo Bianco che erano adagiati, la prima sul secondo, sul sedile anteriore di destra, con lo schienale abbassato, in atto di congiunzione carnale. Si era soffermato poi ad aggiustare i corpi scomposti dei due amanti ed, all’uopo, aveva aperto la portiera anteriore sinistra del veicolo, aveva tratto la moglie ormai esamine sul sedile davanti al posto di guida, ne aveva ricomposto alla meglio le vesti, le aveva tirato su le mutandine che erano abbassate fino alle ginocchia; poi aveva ripetuto la stessa operazione nei confronti del Lo Bianco, dopo aver aperto la portiera anteriore destra, e nel ricomporre i vestiti, aveva involontariamente azionato, poggiando la mano destra sul cruscotto, il lampeggiatore che rimase acceso, ed aveva fatto anche cadere, tirando la gamba sinistra che si trovava posta di traverso sul sedile di sinistra, al di sotto della gamba della donna, la scarpa del piede sinistro vicino allo sportello anteriore di sinistra. Intanto Natalino, che dormiva sdraiato sul sedile posteriore con la testa verso la portiera di sinistra, si era svegliato ed aveva esclamato: “ babbo “. Egli , sentendosi chiamare e ritenendo che il figliuolo lo avesse riconosciuto, preso dal panico era scappato via immediatamente. Nell’ allontanarsi si era disfatto della pistola, lanciandola lateralmente alla strada ove era parcheggiata l’autovettura. Aveva quindi raggiunto Vinci Salvatore, che nel frattempo era rimasto ad aspettarlo in macchina, e gli aveva detto: “ Sono belli e sistemati”, rassicurandolo anche circa la salvezza del bambino. Era stato poi accompagnato dal Vinci in auto fino al ponte di Signa e da qui aveva proseguito a piedi verso la propria abitazione. Il Mele precisava, infine, che la pistola usata, pur non conoscendone il tipo, aveva la canna molto più lunga di quella della “ Beretta calibro nove “ , ed affermava di aver ammazzato la moglie e l’amante perché era stanco di essere continuamente umiliato e tradito: “ ….uno può sopportare e sopportare e poi arriva il momento che la testa gli gira”. Per la esatta ricostruzione del delitto, il Mele, subito dopo la sua confessione, veniva fatto salire su un’auto ed accompagnato sul posto; dopo avergli fatto ripercorrere, secondo le sue stesse indicazioni, la strada seguita per andare dietro i due amanti, gli veniva chiesto di ripetere, tenendo una pistola scarica in pugno, tutte le mosse da lui compiute nel compiere il duplice omicidio. Un’ altra auto Giulia Alfa Romeo 1300 di colore bianco era al posto della Giulietta del Lo Bianco. Il Mele eseguiva fedelmente come raccontato tutte le modalità dell’azione, precisava la posizione dei due amanti ( due militari si erano prestati a rappresentarli ) e quindi sistemava i due corpi nella maniera esatta nella quale questi furono trovati. Anzi, nella manovra involontariamente accendeva il lampeggiatore proprio come aveva descritto e notava ad alta voce questa coincidenza: “ Anche la notte è capitato così, ho messo la mano su questo posto e si è accesa la luce”; – in successivi interrogatori il Mele, pur mantenendo sostanzialmente ferma la descrizione relativa alle modalità di esecuzione anziché Vinci Salvatore accusava il fratello Vinci Francesco spiegando che il figlio era stato lasciato da questi nella casa di De Felice. Poi, però, appreso che Natalina aveva dichiarato che era stato lui a averlo accompagnato “a cavalluccio” confermava questa circostanza. Quindi il altro interrogatorio accusava Cutrona Carmelo, altro amante della moglie, per poi scagionarlo in altri interrogatori nei quali accusava di nuovo Vinci Francesco; a seguito delle reiterate chiamate di correo erano state esperite ulteriori indagini per accertare l’eventuale partecipazione di terzi alla commissione del duplice omicidio, ma senza che emergessero nei cloro confronti elementi di rilievo; si era accertato che il Mele ( che non aveva altri mezzi di locomozione) era in possesso di una bicicletta di colore rosso e che dall’abitazione di costui al cinema nel quale si erano recati i due amanti prima di essere uccisi intercorrevano Km. 2,900 mentre dal cinema al luogo del delitto c’era una distanza di Km. 2,500 e dal luogo del delitto alla casa del De Felice km. 2,100; accertamenti psicologici sul piccolo Natalino Mele concludevano per la possibilità che il ricordo dei fatti da parte del bambino potesse non essere obiettivo; la identificazione del Mele quale sicuro autore del crimine trovava fondamento nella sua confessione e, in particolare, nella ricostruzione dell’esecuzione materiale dallo stesso fatta e che dimostrava che il Mele effettivamente era stato l’esecutore materiale; circa il mezzo di cui il Mele avrebbe dovuto servirsi per seguire le due vittime dal cinema al luogo del delitto non era affatto indispensabile un veicolo a motore, ma poté benissimo far uso della sua bicicletta ovvero poté raggiungere il posto a piedi [ a proposito di queste risultanze processuali, giova rilevare che se da un lato effettivamente è provata la colpevolezza del Mele Stefano nell’esecuzione materiale del duplice omicidio, dall’altro lato, non c’è la prova di quello che effettivamente si è verificato subito dopo la consumazione del delitto e, al riguardo, giova evidenziare che fin dalle prime dichiarazioni confessorie l’uomo dichiara di aver gettato l’arma nel torrente lì vicino (arma che non verrà trovata nonostante una minuziosa bonifica anche con speciali attrezzature eseguita il 24 agosto, per cui deve evincersi che qualcuno tra la data del delitto e quella della bonifica deve esserne venuto in possesso andandola a cercare) e di aver lasciato il figlio sul posto e solo in un secondo momento, quando gli viene contestato che il figlio aveva fatto riferimento a lui, dopo aver parlato in caserma col figlio, aveva ammesso la circostanza.
Giova rilevare altresì che, così come rilevato dai giudici, l’uomo poté raggiungere benissimo il posto con la bicicletta della quale non c’è alcun riferimento obbiettivo nelle fasi successive al delitto e che, quindi, potrebbe essere stata lasciata dall’assassino sul posto nella foga di fuggire a piedi, così come dichiarato nella prima confessione].

Inoltre, in relazione sempre a questo lontano delitto del 1968, giova rilevare che non è per nulla chiaro come sia avvenuto il suo collegamento con i delitti del cosiddetto “Mostro” e soprattutto come sia poi avvenuto il rinvenimento di quei proiettili e di quei bossoli, che sarebbero stati trovati addirittura nel fascicolo processuale (dove non si sarebbero dovuti trovare) di un caso da lunghi anni definito [Si è cercato di approfondire questo aspetto e gli unici documenti trovati sono:

– la nota n. 357/81° del 17.7.1982 del G.I. dottor Tricomi alla Cancelleria della Corte di Appello di Perugia con la quale veniva chiesta la trasmissione, tramite un sottufficiale del reparto Operativo CC di Firenze, del fascicolo relativo al duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, nonché il corpo di reato al fine di effettuare le comparazioni balistiche tra i bossoli repertati in occasione di quel delitto con quelli del Mostro (da una annotazione sul retro di tale nota si evince che gli atti processuali in data 1.4.1974 erano stati restituiti dalla cancelleria della Corte di Assise di Perugia a quella di Firenze). Il dottor Tricomi in data 20 luglio 1992 richiedeva gli atti alla cancelleria della Corte di Assise di Firenze (non è stata rinvenuta traccia documentale dei successivi passaggi, ma sicuramente il reperto è stato consegnato perché i proiettili e i bossoli furono successivamente periziati per raffrontarli con quelli degli altri delitti). Nel corso della perquisizione domiciliare a carico di Mario Spezi veniva rinvenuta una dichiarazione datata 15.1.2002, a firma, a dire dello Spezi, del magistrato dott. Vincenzo Tricomi, nella quale risulta scritto: “In ordine all’episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito e incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell’inverno 1982 venne il maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile”. Dall’esame delle perizie tecnico – balistiche del Col. Zuntini in relazione al delitto Locci. Lo Bianco e dei periti Arcese – Iadevito si evince che per quanto riguarda il proiettile estratto dal corpo del Lo Bianco ci sono state diverse valutazioni. Infatti, il col. Zuntini indica che sul proiettile in questione vi sono n. 6 rigature destrorse, mentre gli altri periti, in merito allo stesso proiettile, individuano solo n. 2 frammenti di impronte di rigatura con andamento destrorso (vedasi relazione del V. Sovr. Natalini del 1.3.2005)].

Ora, alla luce di quanto sopra si è esposto e di tutti quegli avvenimenti che si sono verificati in momenti, senza dubbio topici, dell’inchiesta “Mostro di Firenze” [uccisione di Francesco Vinci e del suo servo pastore, uccisione di Milva Malatesta e del figlioletto Mirko, uccisione di Milva Mattei, la stessa morte – non proprio chiara – di Pietro Pacciani] non appare affatto peregrina l’ipotesi che in quel vecchio episodio del 1968 – e in particolare nella consapevolezza della reale destinazione dell’arma del delitto, non rinvenuta sul posto nonostante meticolose ricerche e che secondo le confessioni del Mele, dopo il delitto, sarebbe stata dallo stesso gettata lì vicino – possa rinvenirsi il movente di quelle morti (rimaste tutte a opera di ignoti).

Infatti, Francesco Vinci (i cui rapporti tra l’altro con il condannato Vanni sono documentati dalla testimonianza di Lotti Giancarlo e col gruppo di pervertiti partecipanti ai “festini” dalle puntuali dichiarazioni della Pellecchia, che lo ha riconosciuto affermando anche di aver fatto sesso con lui), detenuto all’epoca del delitto dei due tedeschi per gli omicidi del “Mostro” veniva scarcerato dopo quest’uccisione, eseguita – e qui sono puntuali le dichiarazioni del Lotti – per fare in modo che venisse scagionato (cosa che in effetti si verificava) e tale esigenza probabilmente era scaturita dal fatto che i veri assassini temevano che altrimenti il detenuto potesse in qualche modo fare dichiarazioni compromettenti per loro (giova ricordare anche che il Calamosca, intimo amico del Vinci, ebbe a dichiarare che questi era stato ammazzato perché ricattava chi era entrato in possesso dell’arma dei delitti e, poiché aveva incominciato a bere, non era considerato affidabile). Lo stesso Vinci poi, durante le indagini a carico di Pietro Pacciani che non perdeva occasione per gridare di non essere lui il “Mostro”, nell’agosto del 1993 veniva ucciso e il suo corpo bruciato mentre si trovava col proprio servo pastore. A distanza di dieci giorni veniva uccisa anche Milva Malatesta e il suo figlioletto, anche loro bruciati (giova ricordare che da risultanze investigative è emerso che la donna era stata amante di Francesco Vinci – dichiarazioni di Calamosca -, figlia di Antonietta Sperduto (che aveva avuto ripetuti rapporti sessuali, anche piuttosto violenti, con Vanni e Pacciani), nonché era stata una delle partecipanti ai “festini” con orgie che si svolgevano a casa del mago Indovino (dichiarazioni di Ghiribelli e di Nesi Lorenzo, che aveva appreso ciò dall’amico Vanni). I rapporti intimi della donna con personaggi coinvolti nelle vicende dei delitti del “Mostro” non è da escludere che l’avessero portata a sapere notizie compromettenti per i veri assassini. Milva Mattei, invece, veniva uccisa nell’aprile 1994 (in costanza del processo di primo grado a carico di Pacciani), anche lei bruciata nel suo letto, e all’epoca presso di lei abitava il figlio di Francesco Vinci, Fabio Vinci.]

Tutte coincidenze? Sembrano proprio troppe!
La verità invero sembra un’altra! E non si può non rilevare che l’inchiesta “Mostro di Firenze” fino a quando si è trattato di indagare sulla pista cosiddetta “sarda” o ancora su Pietro Pacciani (unico serial killer, ipotesi questa – rivelatasi poi un grossissimo errore – che – bisogna pur ammetterlo oggi – non poteva star bene al rozzo contadino di Vicchio che in quel modo avrebbe pagato anche per altri) o fino a quando si è trattato di indagare sui complici di Pacciani (Vanni Mario e Lotti Giancarlo) non ha fatto registrare alcun fatto o episodio per così dire anomalo, per non dire di ostacolo (bisogna però ammettere che nel tempo si sono registrati comportamenti incomprensibili, al limite di vere e proprie omissioni, in relazione specificatamente alla morte di Francesco Narducci e al suo collegamento ai delitti del Mostro, così come risulta in particolare dalla superficialità con cui venne liquidato il dettagliato rapporto del Valerio Pasquini, nonché dalla superficialità con cui vennero considerate le dichiarazioni e il memoriale della Ciulli, che non furono sottoposte a complete obbiettive verifiche mediante l’individuazione dei posti indicati e delle persone citate). E’ vero che ci sono state delle critiche, anche dopo la sentenza di condanna dei “compagni di merenda”, ma queste critiche venivano dalla parte di coloro che aveva sposato in pieno l’innocenza di Pacciani (il cosiddetto pool difensivo) o, a livello di stampa, da parte del giornalista Mario Spezi, il cui vero ruolo però è emerso successivamente grazie all’articolata attività svolta dalla Procura di Perugia.

Le anomalie – continuiamo a chiamarle così – si verificavano invece nel momento in cui la Procura di Firenze, prima, avviava le indagini per identificare i possibili “mandanti” e, dopo – e in questa fase temporale si moltiplicavano -, nel momento in cui la Procura di Perugia apriva il caso della morte del medico Francesco Narducci. La situazione, che di volta volta si è venuta a creare, sicuramente ha comportato come minimo un turbamento delle attività in corso con conseguente rallentamento nello sviluppo investigativo.

E’ inutile richiamare qui tutte le vicissitudini professionali di questo responsabile, arcinote, riconducibili esclusivamente all’impegno profuso nell’inchiesta, ma non si può fare a meno di ricordare alcuni episodi specifici – chiamiamoli anche questi anomali – e cioè: – la relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del procuratore generale f.f. di Firenze, dottor Gaetano Ruello, tenuta il 18.1.2003 e ripresa dalla stampa nei successivi giorni 19, 20 e 21 [Nella relazione, a proposito degli omicidi, si legge: “A Firenze sono stati compiuti ben 16 omicidi. Per 9 vi è l’iscrizione di indagati a registro generale mentre 7 risultano allo stato a carico di ignoti. E si continua ad indagare sui delitti del Mostro di Firenze e su fatti che sembrano ad esso connessi: con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne”]; – le dichiarazioni pubbliche del Presidente del Tribunale di Minori, dott. Tony, già Sost. Procuratore Generale, in occasione della presentazione dell’ultimo libro dello Spezi presso la libreria Feltrinelli di via Cerretani, in Firenze [Il dott. Pietro Tony, così come riportato in un articolo de “La Nazione”, pubblicato il giorno 8.12.2003, avrebbe riferito che secondo lui il Mostro è una sola persona e che “sarebbe aria fritta l’ipotesi investigativa secondo cui i delitti sarebbero stati compiuti da un gruppo di criminali inviati da oscuri mandanti”]; – gli sfregi su alcune salme che si trovavano nelle Cappelle del Commiato di Firenze verificatisi nell’estate del 2002 in occasione dei quali il procuratore Nannucci revocava la delega d’indagine a questo responsabile, all’epoca dirigente della Squadra Mobile [alla revoca faceva seguito l’inoltro di un esposto querela alla Procura di Genova e la querela veniva poi rimessa dopo che il dr. Nannucci faceva pervenire una lettera chiarificatrice. [Le cappelle del Commiato non erano nuove nell’inchiesta sul “Mostro” essendo stato rinvenuto agli atti un appunto manoscritto dal funzionario della Sala Operativa della Questura di Firenze dell’epoca, dottor La Sorte, del seguente tenore: “Caro Sandro (Trattasi del dottor Sandro Federico, dirigente della Squadra Mobile dell’epoca), per quella faccenda di cui ti ho parlato delle Cappelle del Commiato mi è stato detto che l’unica persona in gradi di fornire qualche particolare sarebbe il superiore dei Padri Cappuccini che gestiscono le stesse Cappelle e che dovrebbero essere gli stessi di Trespiano. La data è confermata per sette o otto anni fa”. (Il dottor La Sorte, interpellato in merito, riconosceva la propria calligrafia, ma non ricordava i dettagli dell’appunto, che però era riconducibile a una notizia relativa ai delitti del Mostro di Firenze). C’era poi un appunto dattiloscritto in risposta a quell’appunto nel quale si diceva che il responsabile dei Cappuccini, Padre Gesualdo, si trovava in ferie e altro appunto dattiloscritto “Da controllare Cappelle del Commiato Padre Gesualdo”. Recentemente da un articolo di stampa, inviato alle SS.LL. con nota n. 590/04 del 10.12.2004, si apprendeva che “agli ispettori del garante il Comune ha spiegato che l’attivazione del sistema era stata originariamente ordinata in relazione ad alcuni vergognosi episodi di sciacallaggio compiuti su alcune salme”, che lasciano; affermazione, questa, che lascia ipotizzare che non si sia trattato di morsi di topi come pare che sia stata conclusa quell’inchiesta proseguita dalla Guardia di Finanza almeno in base a notizie di stampa pubblicate all’epoca.
Un riferimento agli episodi degli sfregi sulle salme delle Cappelle del Commiato, come noto, sembrava emergere anche nell’inchiesta perugina nel contesto delle telefonate minatorie ricevute da Falso Dorotea, vittima di ripetute minacce da parte di membri di una sedicente setta satanica, alla quale tra l’altro, era stato detto che le avrebbero fatto fare la stessa fine che avevano riservato al Nannucci e al Pacciani, definiti in più occasioni “traditori”, e tale evenienza si registrava dopo alcuni giorni che il P.M. di Perugia aveva disposto la riesumazione del cadavere del Narducci (Si citano a tal proposito le seguenti telefonate: – n. 12: tuo figlio…finirà come Pacciani che ha tradito; n. 15: tuo figlio con quella bella testolina tutto rosso per il nostro signore Satana verrà sacrificato sulle colline del Mugello; n. 32: la sua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze dove c’è anche quel bastardo di Pacciani; n. 113: presto prenderemo la testa e verrà sepolta con un nostro rito per satana nella terra di Pacciani; n. 115: i vostri corpi pezzi di merda finiranno sepolti e bruciati sulle colline dove c’è quel vigliacco di Pacciani, stai sicuro; n. 166: verrai uccisa e seppellita come l’amico di Pacciani…inc…del lago Trasimeno; n. 167: tu ricorda il dottore amico di Pacciani; n. 180: non è il tuo perché tu sei puttana e tuo figlio ce lo prendiamo noi in nome di Satana e sempre in nomadi Satana maledetta verrai uccisa come i traditori Pacciani e il grande medico; n. 183: finirai come i traditori di Firenze Pacciani e il grande dottore; n. 192: noi abbiamo parlato molte volte del grande dottore del lago ucciso…il dottore…il grande dottore Narducci…lui è un traditore come Pacciani si Satana ed è morto; n. 194: sarai sacrificato in nome di Satana come il grande dottore Narducci come tutti gli amici di Pacciani; n. 216: sarai sfregiata anche con la polizia che non fa nulla…ricorda che quando uscirai da quella officina potrai essere sfregiata proprio come i morti di Firenze…e ricorda gli sfregi prima o poi li avrai bottana; n. 236: e ricorda ancor prima di essere uccisa e verrà questo tempo è possibile che qualche nostro adepto venga utilizzato a farti un bel sfregio come i morti di Firenze…sei brutta come una scimmia anche se verrai sfregiata verserai un po’ di sangue per Satana…forse qualcuno ti verrà a fare un piccolo sfregio e non ti servirà a strillare…che cosa fai se qualcuno ti viene e ti sfregia?; n. 245: la tua vagina verrà spaccata proprio come le vittime di Firenze e dei traditori Pacciani Narducci che tradirono il nome di Satana; n. 248: tini presente sempre il dottor Nardu…Pacciani i suoi amici traditori si Satana; n. 264: il tuo sangue verrà versato per i nostri riti e la tua vagina sarà completamente spaccata come i sacrifici di Pacciani; n. 305: ricorda i traditori Pacciani il grande professor Narducci; n. 306: la tua vagina sarà spaccata così come fcero i traditori di Pacciani e il grande professore Narducci finito nel lago strangolato; n. 328: lo sanno tutti a Foligno che sei bottana cornuta e maledetta dal demonio così come era maledetto dal demonio il grande professore Narducci ammazzato come Pacciani e i suoi amici medici hanno tradito). Anche se non è proprio chiaro se il riferimento agli sfregi ai morti di Firenze si riferisca a quelli eseguiti alla Cappelle del Commiato ovvero alle vittime del Mostro, è però sufficientemente evidente il collegamento delle morti di Pacciani e Narducci, definiti traditori, alle vicende dei delitti del Mostro. Ed è altrettanto evidente che il Narducci, a dire dei telefonisti, era stato ammazzato mediante strangolamento].

Inoltre, come sopra si è accennato, anche con l’inchiesta perugina (soprattutto nei momenti in cui diventavano palesi i risultati a carico degli indagati) si verificavano situazioni anomale con cui gli indagati cercavano evidentemente di creare ostacoli alla prosecuzione delle indagini [vedasi interventi di Alfredo Brizioli e soprattutto quelli di Francesco Trio, ex Questore di Perugia, presso il Dipartimento della P.S. per screditare questo responsabile. Come pure vedasi i comportamenti del giornalista Spezi – a dir vero anche pregressi, ma mascherati dalla sua attività di giornalista scrittore – che è diventata palese e spregiudicata proprio in occasione delle indagini sulla morte del Narducci, tanto da essersi subito attivato per demolire tutto e per screditare personalmente e professionalmente questo responsabile con comportamenti meschini quanto improntati a falsità, così come risulta dalle conversazioni registrate sui telefoni del Calamandrei, e che non ha esitato, dopo aver subito la perquisizione, a rivolgersi all’amico procuratore per ottenere un interessamento alla sua vicenda giudiziaria; cosa, questa, che si è verificata e che lo ha portato a renderla pubblica in occasione di un dibattito a Fiesole al quale partecipava. Ogni altra considerazione sul punto è inutile anche perché l’episodio si commenta da solo.

Vanno anche ricordati i due episodi di danneggiamento di cui questo responsabile è rimasto vittima e che non possono avere avuto altro scopo se non quello di una palese intimidazione per l’impegno profuso nell’inchiesta [il primo caso si verificava il 13.6.2002 (all’epoca lo scrivente era dirigente della Squadra Mobile) quando nottetempo in via Fratelli Rosselli 11 a Firenze ignoti foravano verosimilmente con un punteruolo le quattro gomme della propria autovettura, mentre il secondo episodio si verificava il 22.12.2003 sempre a Firenze quando ignoti foravano verosimilmente con un punteruolo la gomma anteriore destra della propria autovettura.

Certo è che tutti questi episodi, oltre alle attività criminali messe in atto in occasione della morte del Narducci e a tutti i depistaggi che nel tempo si sono susseguiti, per la loro molteplicità, gravità e persistenza, contribuiscono a rendere unica, anche sotto tale visuale, la vicenda “Mostro di Firenze”, una delle pagine più tristi – se non addirittura la più grave e inquietante dal dopoguerra nel nostro Paese -;

– il fatto che il marito possedeva due pistole, una del padre che non aveva provveduto a volturare a suo nome dopo la morte del genitore, e altra, una Beretta calibro 22 (pistole che ella aveva visto nel cruscotto della macchina e nel comò della stanza da letto e delle quali il marito si sarebbe disfatto gettandole in mare dopo l’ultimo duplice omicidio quando aveva capito di essere sospettato). In effetti, il padre del Calamandrei (deceduto nel 1971, così come peraltro affermato in maniera precisa dalla Ciulli) risultava titolare di una pistola marca Beretta calibro 92 regolarmente denunciata che dopo la sua morte nessuno aveva consegnato ai carabinieri né aveva provveduto a volturarla e pertanto risultava arma da ricercare. Certo è che appare quanto mai strano che un professionista quale era il Calamandrei non avesse provveduto a regolarizzare il possesso dell’arma, ovvero a denunciarne il rinvenimento.
[Sull’episodio delle armi gettate in mare ci sono più testimoni che l’hanno confermato, dicendo però di averlo saputo dalla Ciulli, ma c’è anche la testimonianza della Mascia che ha riferito di aver saputo proprio dal Calamandrei che questi per non avere noie burocratiche aveva gettato in mare la pistola del padre!];

– il fatto che il giornalista Mario Spezi all’epoca aveva una casa a Sant’Angelo in Vado, circostanza, questa, risultata vera. Si trattava, infatti, della casa di proprietà dei genitori dello Spezi, e della sua esistenza il farmacista sicuramente ne era al corrente essendo stato trovato in una sua agenda l’indirizzo e il nome di un albergo con un periodo di tempo estivo segnato, che lascia ragionevolmente presumere che, così come dichiarato dalla Ciulli, la coppia ci sia effettivamente stata [in quella località la Ciulli, dopo un litigio col marito, si sarebbe impossessata della pistola custodita nel cruscotto dell’auto consegnandola poi allo Spezi che l’avrebbe restituita dopo 2/3 mesi al Calamandrei. Quest’ultima circostanza fa sorgere spontanea una domanda: se si trattava della cal.22, anziché della calibro 9, lo Spezi, senza chiaramente saperlo, ha allora custodito l’arma del “Mostro”? Che il Calamandrei conoscesse l’esistenza della casa paterna dello Spezi questo è provato dall’appunto trovato nella sua agenda del 1989 dove c’è annotato anche il nome di un albergo, effettivamente esistente in quella località che lascia presumere ragionevolmente che l’ex farmacista ci sia effettivamente andato insieme alla moglie];

– il fatto che tra gli oggetti del marito trovati subito dopo l’ultimo delitto aveva trovato una busta macchiata di sangue e un paio di guanti da chirurgo. [Come noto, sul luogo dell’ultimo delitto è stato trovato un paio di guanti da chirurgo, ben occultato sotto a un cespuglio vicino al luogo in cui fu rinvenuto il cadavere dell’uomo ucciso];

– il fatto che le parti escisse dal corpo della vittima femminile, trovati nel frigorifero, erano contenuti in un fagotto. [Lotti Giancarlo, spiegando l’ultimo delitto, aveva raccontato che, dopo l’uccisione delle vittime, Pacciani e Vanni si erano inoltrati nel bosco con un fagotto e si erano chinati per nasconderlo in un posto che aveva indicato e dove, anche a distanza di anni, fu poi effettivamente rinvenuta una buca];

– il fatto che subito dopo il delitto degli Scopeti, il Calamandrei presentava ferite che avevano insospettito la moglie [Sul luogo del delitto in effetti si era verificato l’inseguimento del giovane francese, dal fisico atletico che aveva evidentemente reagito nel tentativo di salvarsi con un’improvvisata fuga (nei pressi del suo cadavere a suo tempo fu trovato, oltre ai guanti di cui si è detto, anche un fazzolettino di carta intriso di sangue e quegli oggetti sia per il luogo del ritrovamento che per il tempo sono riferibili al delitto. Si richiamano a tal proposito le puntuali dichiarazioni rese dagli autori del rinvenimento, Valter Dubex, Catia Dubex e Benedetto Saputo – questi ultimi due mai sentiti in precedenza, ma solo nel 2004 da quest’ufficio (vedasi la relativa corrispondenza, tra cui la nota n. 172/04 del 14.4.2004), che raccontarono nei dettagli le modalità e i tempi precisando anche che in quella occasione sul posto c’era anche un’altra persona con una video-camera, di tipo professionale, che avevano ritenuto potesse trattarsi dell’operatore di qualche televisione, e che era impegnata a fare delle riprese (la circostanza è confermata da un verbale di interrogatorio di Spezi Mario reso al P.M. il 4.10.1985)];

– il fatto che il marito avrebbe inviato messaggi di sfida alla polizia scritti con una vecchia macchina da scrivere [ai sostituti dottori Vigna, Fleury e Canessa, dopo l’ultimo delitto, giunsero effettivamente dei messaggi con un significato evidente di sfida, che risultarono scritti sia sulle buste sia sul foglietto di carta interno con una macchina da scrivere, verosimilmente difettosa per come si rileva dalle caratteristiche delle lettere impresse e quindi con tutta probabilità vecchia. Le analisi biologiche su quelle buste portarono a rilevare che la saliva con cui le buste erano state chiuse apparteneva a un soggetto con gruppo sanguigno “A”, che è lo stesso gruppo sanguigno appartenuto al Narducci e al quale appartiene anche il Calamandrei (per completezza, si rileva che Vanni Mario risulta di gruppo “A”, Lotti Giancarlo di gruppo “0” RH negativo, Pacciani Pietro di gruppo “0” negativo, Sertoli Achille di gruppo “A” positivo)];

– il fatto che tra gli amici che il marito frequentava c’erano una serie di personaggi, la maggior parte dei quali – se non proprio tutti – dalla visione delle agende e degli appunti e dall’attività di intercettazione svolta, risultano effettivamente essere stati – o esserlo ancora – in rapporti amicali e di frequentazione col Calamandrei.

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Le risultanze investigative, di cui si è riferito in dettaglio nella presente nota, indubbiamente arricchiscono il quadro indiziario iniziale a carico di Francesco Calamandrei. E, al riguardo, appaiono particolarmente significative anche le dichiarazioni a suo tempo rese dalla sua ex moglie e che oggi devono essere rivalutate, tenendo presente che, in relazione ai fatti del 1968 (per i quali come è stato evidenziato sussistono riscontri), la donna aveva subito fatto presente che quella notte era stata forse drogata e che comunque le era stata somministrata una sostanza che l’aveva fatta star male. In pratica, le sue condizioni non dovevano essere state proprio perfette e, con tutta probabilità, tale stato ha potuto influire sulle sue capacità di memoria che hanno potuto far apparire discordanti alcuni dettagli del suo racconto. Ma, nella loro complessità, quel racconto e, in modo particolare, alcuni suoi dettagli, dimostrano che solo chi effettivamente si era trovato in quel posto quella notte li avrebbe potuti conoscere (quali, ad esempio, la vicinanza di casolari al luogo del delitto, e proprio di quello dove lei era stata ospite insieme al marito, la presenza di un ruscello o torrente, la presenza di un ponticello – effettivamente esiste ancora quel ponticello lì nei pressi che chiamano “Ponte alle Palle” e che risalirebbe all’epoca romana! -, la presenza dei carabinieri il pomeriggio del giorno dopo il delitto (dagli atti risulta che i carabinieri effettivamente sono stati sul luogo del delitto per più giorni consecutivi e in una circostanza con una macchina simile a quella delle vittime per fare un esperimento giudiziario con Mele Stefano), la presenza di una bicicletta con la quale il piccolo sarebbe stato accompagnato alla casa del De Felice, l’indicazione precisa di questa casa – a lei fatta a suo tempo dal marito – che corrispondeva esattamente a quella della famiglia De Felice.

Tali risultanze, pertanto, devono far riflettere per ulteriori approfondimenti a carico dell’ex farmacista (anche di natura psichiatrica a causa delle sue turbe psichiche, che anche se non si è medici tuttavia risultano evidenti dall’analisi dei suoi scritti, propri di una mente fortemente disturbata e che presenta forti compatibilità col profilo scientifico del “Mostro” tracciato da vari consulenti) e anche in relazione alla morte del medico perugino Francesco Narducci. Caso contrario, l’inchiesta non potrà che risultare incompleta e nel futuro potrebbero rimanere sempre delle ombre sulla persona del Calamandrei, – sicuramente più fosche del passato – anche nell’ipotesi in cui non dovesse aver svolto alcun ruolo nella vicenda “Mostro di Firenze” e nell’omicidio di Francesco Narducci.

Inoltre, le risultanze in questione comportano doverosamente l’effettuazione di ulteriori verifiche proprio nell’ottica di una più completa chiarezza della vicenda “Mostro di Firenze” (comprendendo in essa ormai anche l’omicidio di Francesco Narducci e tutte le attività criminali a questo evento connesse), oltre che per perseguire eventuali ipotesi di reato che sembrano essere emerse e che, anche per la grave vicenda in cui si sono registrate, non possono rimanere senza il necessario sfogo investigativo e giudiziario.

Più in particolare, a giudizio di quest’ufficio, è necessario:

– approfondire le modalità dell’accertato collegamento a suo tempo dei delitti del “Mostro di Firenze” al duplice omicidio del 1968; un collegamento, questo, che probabilmente ha rappresentato un gravissimo caso di depistaggio protrattosi per ben sette anni con notevole dispendio di risorse umane e finanziarie, da un lato, e con la sofferenza della carcerazione di innocenti, dall’altro. Un depistaggio che, anche negli anni futuri – e addirittura anche ai nostri giorni – qualcuno vorrebbe riproporre;

– approfondire i comportamenti omissivi e gli ostruzionismi, anche istituzionali, che si sono registrati nel tempo con conseguenti danni all’inchiesta e allo Stato;

– chiarire i reali motivi delle difficoltà operative che le inchieste sui mandanti e sulla morte di Francesco Narducci hanno fatto registrare e che hanno portato il P.M. di Firenze, suo malgrado, a dover fermare l’indagine per lunghi periodi di tempo.

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Si allega:
1) fotocopia di stralcio della nota della Sam del 28.2.1986;
2) fotocopia della lettera anonima con timbro 1.10.2001;
3) relazione del V. Sovr. Natalini dell’11.3.2002 con allegati;
4) n. 3 fotocopie di appunti sulle Cappelle del Commiato;
5) nota n. 590/04 del 10.12.2004;
6) fotocopia della nota n. 123/8693 del 18.9.1985 del Servizio di Polizia Scientifica di Roma;
7) fotocopia dell’articolo del 1.10.1985 a firma di Mario Spezi su “La Nazione” dal titolo: “Mostro – scoperta inquietante”;
8) fotocopia degli atti relativa alla perquisizione eseguita il 27.9.1985 nei locali dell’ospedale di Ponte a Niccheri (nota n. 167/7-1 del 1.10.1985 dei carabinieri di Firenze e nota Cat. M/1/85/S.M. del 30.9.1985 della Questura di Firenze);
9) appunto del 13.10.1985 del Servizio di Polizia Scientifica di Roma relativo all’analisi della saliva sulle tre buste recapitate ai magistrati;
10) copia della nota n. 1000/2/90 S.M. del 21.9.1990 relativa alla trasmissione di un’annotazione contenente gli accertamenti in merito alle dichiarazioni di Jorge Alves Emilia Maria;
11) nota n. 500/99/S.M. del 5.2.1999 con allegato un fascicolo processuale contenente sei anonimi giunti al P.G. dr. Tony in occasione della celebrazione del processo di secondo grado a carico di Pietro Pacciani;
12) elaborato dell’ausiliario di P.G. geom. Giovanni Calzoni, relativo alle telefonate ricevute da Dorotea Falso;
13) nota n. 1000/2/90/Sam del 5.7.1990;
14) nota n. 248/96-1 del 24.6.1987 dei carabinieri di Firenze;
15) nota n. 167/33-1 del 23.6.1987 dei carabinieri di Firenze;
16) atti della squadra mobile di Perugia relativi alle indagini sulle minacce patite da Falso Dorotea;
17) nota n. 1822/93 Mod. 45 del 3.11.1993 della Procura di Firenze diretta alla SAM relativa alla trasmissione del memoriale di Pasquini Valerio;
18) nota n. 500/93/Sam del 4.11.1993 diretta alla Procura di Firenze;
19) fotocopia della sentenza del 4.3.1971 della Corte di Assise di Appello di Firenze a carico di Mele Stefano;
20) nota n. 357/81° del 17.7.1982 del G.I. dottor Tricomi;
21) fotocopia di una dichiarazione del 15.1.2002 a firma verosimilmente del giudice Vincenzo Tricomi;
156
22) annotazioni della Cancelleria della Corte di Assise di Perugia e del dottor Tricomi datata 20.7.2002;
23) relazione del 25.2.2005;
24) relazione del 1.3.2005 del V. Sovr. Natalini;
25) relazione di servizio del 24.2.2005 dell’Ass. Davide Arena, relativa all’identificazione di Piero Magi;
26) verbale di interrogatorio di Spezi Mario del 4.10.1985;
27) e-mail di Gagliardi Giorgio del 3.2.2005;
28) sit di Caramelli Mario del 17.2.2005;
29) annotazione del 17.2.2005;
30) annotazione del 21.2.2005;
31) sit di Ciardi Vittorio Ciardino del 22.2.2005;
32) sit di Lenzi Giuliano del 25.2.2005;
33) sit di Genuini Carla del 25.2.2005;
34) annotazione del 23.2.2005;
35) annotazione del 23.2.2005;
36) attestati medici sul gruppo sanguigno di Calamandrei, Vanni, Lotti, Pacciani e Sertoli.

Solo per la Procura di Firenze, si allega, in due plichi sigillati, il materiale sequestrato a Francesco Calamandrei.

Il Responsabile
Dott. Michele Giuttari
Primo Dirigente della Polizia di Stato

2 Marzo 2005 Nota riassuntiva Nr.133/05/GIDES

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