Il 15 Luglio 2005 il Sostituto Procuratore della Repubblica Giuliano Mignini, a seguito della richiesta del 30 giugno 2005 da parte della Procura di Firenze, ed in procinto di inviare una richiesta di chiarimento in data 17 giugno 2005, invia al Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione di Roma una richiesta sulla competenza delle procure relativamente all’indagine su Narducci n. 2782/05 R.G.N.R. Procura di Perugia.
Questa la richiesta di chiarimento: 15 luglio 2005 richiesta di decisione di competenza
Questa la trascrizione:
Procura della Repubblica presso il Tribunale di P E R U G I A
***
CONTRASTO POSITIVO TRA PUBBLICI MINISTERI
INFORMATIVA AL PROCURATORE GENERALE
E
CONTESTUALE RICHIESTA DI TRASMISSIONE DEGLI ATTI
A DIVERSO UFFICIO PROCEDENTE PER LO STESSO FATTO
– artt. 54 bis commi 2 e 1 c.p.p. –
Al Sig. Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di CASSAZIONE
ROMA
Al Sig. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
FIRENZE
e, per conoscenza,
Al Sig. Procuratore
Sede
Al Sig. Procuratore Generale
Sede
OGGETTO : Procedimento n. 2782/05 R.G. N. R. Mod. 21 Procura della Repubblica di Perugia e richiesta in data 30.06.2005 della Procura della Repubblica di Firenze
PREMESSA
Con atto in data 30 giugno 2005, a firma del Procuratore Dr. Ubaldo Nannucci e dei sostituti Dr. Paolo Canessa e Alessandro Crini, la Procura della Repubblica di Firenze, in relazione al procedimento n. 1277/03 R.G.N.R. Mod. 21 dello stesso ufficio giudiziario fiorentino, formulava, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 54 bis c.p.p., in relazione all’art. 54, primo comma c.p.p., formale richiesta di trasmissione degli atti pendenti a Perugia, per lo stesso fatto per il quale la Procura di Firenze aveva in corso indagini, trattandosi di procedimenti connessi ai sensi dell’art. 12, lett. c) e 16 c.p.p.
Nella richiesta, infatti, i colleghi fiorentini riferivano di avere appreso dell’iscrizione di Francesco Calamandrei come indagato nel procedimento n. 2782/05 R.G.N.R. Procura di Perugia, relativo alla morte di Francesco Narducci e di avere sollecitato in data 1 marzo 2005 la trasmissione degli atti del procedimento relativo alle indagini sulla morte di Francesco Narducci, al fine di riunirli a quello n. 1277/03 R.G.N.R., pendente a Firenze, a carico dello stesso CALAMANDREI. A sostegno della richiesta di trasmissione degli atti, i colleghi della Procura di Firenze invocavano:
1. i numerosi elementi di collegamento emersi, nel corso delle indagini, tra l’indagato CALAMANDREI Francesco e NARDUCCI Francesco;
2. le significative dichiarazioni, recentemente raccolte da Mario Vanni, sentito quale persona già condannata in procedimento connesso, a conferma della conoscenza e, soprattutto, della frequentazione, in San Casciano Val di Pesa e Firenze, all’epoca degli ultimi delitti, tra lo stesso Vanni, Pietro Pacciani, Calamandrei Francesco e Narducci Francesco.
3. a seguito dell’annotazione in data 01.04.2005 del G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali Firenze – Perugia) del Dipartimento di P. S. del Ministero dell’Interno, diretta anche al sottoscritto magistrato, la Procura della Repubblica di Firenze aveva provveduto anch’essa ad iscrivere CALAMANDREI Francesco, nell’ambito del procedimento n. 1277/03 R.G.N.R. Procura Firenze, relativo ai duplici omicidi di coppie appartate in auto in Provincia di Firenze tra il 1968 e il 1985, anche quale indagato per l’omicidio del NARDUCCI, commesso in Perugia (in realtà, invece, nell’area del Lago Trasimeno, rientrante nella Provincia di Perugia, quasi sul confine con quelle di Arezzo e Siena), nell’ottobre 1985, trattandosi di reato evidentemente connesso con quelli accertati in precedenza in Provincia di Firenze e in relazione ai quali il CALAMANDREI è indagato sin dal gennaio 2003, in relazione ai reati di cui agli artt. 575, 577, 61 nn. 2) e 5), 416 c.p.
Allegata alla richiesta della Procura di Firenze, vi è l’istanza dei Signori Kraveichvili Serge (difeso dall’Avv. Prof. Fabrizio Corbi), Irene Kraveichvili (difesa dall’Avv. Vieri Adriani), Mauriot Maryse (difesa dall’Avv. Prof. Fabrizio Corbi), Panciotti Estelle (difesa dall’Avv. Vieri Ariani), Mauriot Georges (difeso dall’Avv. Lisa Gamberi), cioè dei prossimi congiunti di Jean Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (l’ultima coppia uccisa, nel delitto degli Scopeti), nonché del difensore della madre di Pia Rontini, Avv. Pellegrini, che, in relazione al diverso procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Procura della Repubblica di Perugia (relativo alle attività di occultamento dell’ipotizzato omicidio in danno del NARDUCCI), hanno sollecitato la Procura di Firenze a richiedere a questa Procura la trasmissione degli atti relativi al procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, per riunione a quello n. 1277/03 R.G.N.R. Procura di Firenze, considerata l’evidente connessione probatoria e addirittura ex art. 12, lett. c) c.p.p., poiché i reati di cui al procedimento n. 8970/02 sarebbero stati commessi per eseguire od occultare l’omicidio in danno del Narducci, pacificamente connesso alla vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”.
LA VICENDA
Precisata la richiesta della Procura di Firenze, occorre ricapitolare la vicenda “NARDUCCI” e le sue vicissitudini procedurali, utilizzando per lo più il materiale già depositato in occasione della richiesta di misura cautelare nel proc. n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, che ha dato luogo all’ordinanza del Tribunale d’Appello cautelare che si allega in copia e dell’incidente probatorio già ammesso dal G.I.P., sempre nello stesso procedimento n. 8970, unitamente agli atti più salienti del presente procedimento e di quello connesso n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21.
Per accelerare i tempi di trattazione e risoluzione del conflitto, si trasmettono, pertanto, le informazioni necessarie (art. 54 bis, 2° comma c.p.p.), unitamente a copia degli atti salienti del procedimento, dovendosi sottolineare che, comunque, l’ungente mole del materiale è a disposizione di codesta Procura Generale, per quanto di competenza, specie per quanto concerne la fondamentale e monumentale informativa del G.I.De.S. n. 133/05 G.I.De.s. del 2.03.05.
Si precisa, inoltre, che, sempre allo scopo di favorire la risoluzione del conflitto, si riportano, per intero o in parte, le testuali dichiarazioni di persone informate sui fatti, nonché stralci di intercettazioni già espletate o in corso, poiché codesta Procura Generale deve essere posta a conoscenza, quantomeno tendenzialmente, di tutto il materiale d’indagine e specialmente degli sviluppi più recenti della stessa, per poter risolvere il contrasto, senza che venga meno, per questo, l’obbligo di cui all’art. 329 c.p.p.
Il Prof. Francesco Narducci, in atti generalizzato, affermato gastroenterologo perugino (figlio del Primario ginecologo dell’Ospedale di Foligno, Prof. Ugo Narducci, fratello, Francesco, di altro ginecologo, il Prof. Pier Luca Narducci (o Pierluca), nonché, sempre Francesco, marito di Francesca Spagnoli, figlia dell’industriale Gianni Spagnoli che, all’epoca, era titolare di un’impresa dolciaria a Sambuca Val di Pesa), nel corso della giornata di martedì 8 ottobre 1985 (una giornata in cui si raggiunsero temperature pressoché estive e in cui il sole tramontò alle 17,20 circa), grosso modo al termine della mattinata lavorativa trascorsa nel “Reparto” di Gastroenterologia del Policlinico di Monteluce, decide di modificare il solito programma lavorativo e di recarsi al Lago Trasimeno, tornando prima a casa.
Sui motivi che spingono il gastroenterologo a recarsi al Lago, è emerso che, mentre il gastroenterologo era impegnato in una Commissione d’esami o di specializzazione, qualcuno entrò nell’aula e disse a Francesco Narducci che lo desideravano al telefono, senza precisare chi fosse. Lasciata l’aula, Francesco rientro’ poco dopo, e rivolgendosi al prof. Antonio Morelli, responsabile della gastroenterologia e diretto superiore del Narducci, disse che doveva andare via, suscitando la sorpresa dello stesso Prof. Morelli perche’ Francesco non era assolutamente il tipo da lasciare una sessione di esami per motivi futili.
Il Morelli, da parte sua, ha sostenuto di essere stato informato dell’esistenza della telefonata dall’infermiere Giuseppe Piferotti che, da parte sua, ha affermato che la chiamata sopraggiunse verso la fine della mattinata lavorativa e nel corso di un esame (coloscopico o gastroscopico).
Il Dr. Giovanni Battista Pioda (oggi in servizio come medico alla Questura di Perugia) incontra il Narducci proprio mentre questi sta allontanandosi dal Policlinico, descrivendo, in data 4.05.2002, l’incontro in questi termini:
“incontrai il Professor Narducci, alla fine dell’attività di reparto, in tarda mattinata, nel corridoio di piano terra che conduce all’uscita o ai laboratori; io lo salutai perché me ne stavo andando ma il Professore non mi rispose ed appariva pensieroso. La cosa era abbastanza inconsueta per lui perché era sempre corretto nel rapporto con i colleghi e rispondeva al saluto. In quest’occasione il professore guardava dritto davanti a se, come se fosse sopra pensiero; se ben ricordo dovevano essere le ore 11,30 – 12,00. Io rimasi stupito perché ci siamo incrociati in un momento in cui non passava nessuno nel corridoio e, sapendo che non era una persona maleducata, pensai che era assorto nei suoi pensieri. Non indossava il camice ma aveva, mi sembra, un giubbotto scamosciato; era diretto verso i laboratori ma non si esclude che potesse sia andare nel suo studio che uscire dalla porta laterale secondaria. Ricordo che era una giornata particolarmente calda anche se eravamo ad Ottobre…”.
Vi sono altri colleghi che lo incontrano proprio all’esterno.
Il Prof. Franco Aversa, nel verbale in data 29.05.2002, recita:
“quel giorno e cioè l’8 ottobre 1985 vidi Francesco nel Piazzale d’ingresso del Policlinico. Posso affermare con certezza che l’orario in questione, verso le ore 13,30-14,00, coincideva con il cambio della guardia medica, turno che personalmente iniziai alle ore 14,00 circa. Francesco era uscito dall’Istituto e quando mi vide iniziammo a parlare, poi mi chiese se volessi accompagnarlo al lago a fare un giro in moto vista la bella giornata; mi pare che proprio davanti all’Istituto vi fosse parcheggiata la mia moto. Io, che indossavo la divisa prevista per la guardia medica, gli dissi che non potevo andare con lui perché iniziavo il turno. Ricordo con certezza che mandai bonariamente a quel paese Francesco perché pensavo volesse prendermi in giro atteso che iniziassi proprio allora a lavorare ed era evidente la mia impossibilità a seguirlo. Qualcuno… ci invitò a prendere un aperitivo al bar, cosa che avvenne. Francesco, dopo aver consumato assieme a noi la bevanda, mi salutò e si diresse verso il parcheggio di Monteluce dove dì solito teneva la moto o la macchina”.
Il Dr. Claudio Cassetta, assunto a informazioni il 12.04.03, ha anch’egli dichiarato di avere incontrato quel giorno il Narducci e di avere notato il suo desiderio di parlare con lui, come se avesse bisogno di confidarsi con qualcuno, tanto che uscirono insieme dalla clinica. Il Cassetta, che ricorda che Francesco indossava una maglietta, aggiunge che, avendo dimenticato qualcosa ed essendo dovuto rientrare in Clinica, al suo ritorno all’esterno, non trova più il collega.
E’ possibile che il Narducci si sia allontanato una prima volta, nell’orario indicato dal Pioda (e in stato di turbamento), dopo avere ricevuto una prima telefonata, abbia fatto rientro in Ospedale, abbia fatto l’esame con il Piferotti, sia stato di nuovo chiamato e si sia allontanato nell’orario indicato sia da quest’ultimo che dall’Aversa.
Quello che è certo è che il Narducci (dopo aver cercato la compagnia di colleghi che lo accompagnassero al Lago) si reca dapprima nella sua abitazione dove la moglie (che non lo attende per il pasto) gli prepara un pranzo frugale e dove il medico fa un giro di telefonate sicuramente ai suoi congiunti (verosimilmente alla madre e alla sorella), preleva qualcosa dal suo studio e se ne va, dicendo alla moglie che torna in Ospedale e tacendole, quindi, la puntata al Lago, dopo aver preso accordi con la stessa per la serata.
Il Narducci si dirige in moto dapprima nella villa di San Feliciano. Alberto Buini, un vicino di casa rispetto alla villa di San Feliciano, dichiara, in data 4 dicembre 2002 e 12 marzo 2003, di avere appreso dalla sua domestica Emma Magara, che è anche la moglie del defunto Luigi Stefanelli, che è un po’ il custode della villa (mentre la donna vi svolge spesso lavori domestici), che quest’ultimo, recatosi nella villa verso le 14 dell’8 ottobre 1985, per farvi depositare del legname, aveva preso una lettera, lasciata dal gastroenterologo, che lo Stefanelli aveva consegnato al Prof. Ugo il giorno dopo.
La Magara, assunta a informazioni il 01°.10.2002, riferisce di essersi recata col marito nella villa verso le 14, dopo aver visto le tracce della moto del medico, vicino all’ingresso e di avere visto, sul davanzale della finestra del salone, un foglio scritto a penna con grafia illeggibile e che, venuta a sapere della scomparsa del Narducci, il giorno successivo, verso le 17, aveva avvertito il marito che, recatosi nella villa, non vi aveva più trovato la lettera.
Un racconto più dettagliato e preciso viene fatto da Cesare Agabitini, all’epoca custode dell’Isola Polvese, di cui era proprietaria l’Amministrazione Provinciale e nella quale lavorava anche lo Stefanelli, che, come s’è detto, si occupava anche della manutenzione della villa dei Narducci, di cui era l’unico estraneo (insieme alla moglie) ad avere le chiavi. L’Agabitini, in data 7.05.2002, riferisce che lo Stefanelli, il giorno 8 ottobre 1985, lasciò il lavoro prima del solito (verso le 16) perché doveva sistemare della legna nella villa dei Narducci e precisa che lo Stefanelli gli riferì di essersi recato nella villa nel pomeriggio e di avere visto, poggiato su un tavolo, un foglio della grandezza “A 4”, scritto fitto su entrambi i lati, con la grafia di un medico, foglio non più ritrovato, quando lo Stefanelli ritornò durante la notte nella villa, venuto a conoscenza della scomparsa del medico. L’Agabitini aggiunge di avere saputo che il fratello del gastroenterologo, il Prof. Pier Luca, aveva fatto una puntata nella villa, la sera, per partecipare alle ricerche.
Della lettera lasciata dal Narducci parla anche il Maresciallo CC. a riposo Giuliano Bambini, già comandante del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Perugia, poi passato al SISMI, che, in data 28.11.2003, ha raccontato di averne parlato con l’Ispettore della Polizia di Stato Luigi Napoleoni, all’epoca in forza alla Squadra Mobile della Questura di Perugia, che gli aveva fatto capire di non gradire di trattare dell’argomento, gli aveva detto che il medico si era suicidato e comunque gli aveva confermato l’esistenza della lettera di cui parlano anche numerose altre persone.
Francesco Narducci lascia la villa e, a grande velocità (lo dice Alberto Buini, riferendo quello che gli hanno narrato i vicini), si dirige verso la Darsena di Giuseppe Trovati, dove tiene ricoverata la sua imbarcazione e dove giunge verso le 15 – 15,30, come dichiarato da Giuseppe Trovati il 24.10.2001 che aggiunge che, con 5 litri di carburante, era possibile percorrere tutto il Lago e che, nel serbatoio di scorta, vi erano 10 – 12 litri di carburante. Nelle indagini svolte dai Carabinieri della Stazione di Magione, all’epoca, il Trovati aveva precisato di avere ricevuto la telefonata con cui il Narducci lo avvisava di preparare la barca alle 14 dell’8; aveva aggiunto che alle 15,30 il Narducci era arrivato con la moto Honda e l’aveva parcheggiata. Trovati aveva riferito anche di aver detto al Narducci che nel serbatoio il carburante era metà, ma il Narducci gli aveva risposto che era sufficiente anche perché nel serbatoio vi era una scorta di 6 – 7 litri. Salito sull’imbarcazione da 70 CV, tipo Grifo Plaster siglata PR – 3304, il Narducci si dirige verso l’Isola Polvese o verso il centro del Lago.
E’ pacifico che il medico fosse un ottimo nuotatore, dedito, tra l’altro, allo sci nautico e al windsurf, come dichiarato, tra l’altro, dalla moglie, Sig.ra Francesca Spagnoli, in data 8.02.02.
Va precisato che il fascicoletto di partenza (contenente i sommari accertamenti compiuti all’epoca dai Carabinieri di Magione) è il n. 1868/85 C dell’Uff. Istruzione del Tribunale di Perugia, acquisito agli atti del procedimento.
In sintesi, nel fascicolo si precisa quanto segue:
1) I CC. di Magione vengono avvisati della scomparsa del Narducci alle 23,15 dell’8.10.1985.
2) Allertano la centrale operativa del Gruppo CC. per i soccorsi.
3) I VV.FF. di Perugia non localizzano l’imbarcazione.
4) L’imbarcazione viene rinvenuta alle 0,30 circa del 9.10.1985 da Ugo Mancinelli presso l’Isola Polvese; l’imbarcazione ha le chiavi inserite e il cambio in folle e tutto è in ordine. Dalle stesse dichiarazioni del Mancinelli emerge, invece e costantemente, un orario di rinvenimento dell’imbarcazione di molto antecedente quello considerato nell’originario fascicoletto. Il Mancinelli ricorda, infatti, perfettamente di avere rinvenuto l’imbarcazione verso le 21,30, mentre era insieme al Prof. Alberto Ceccarelli, di averla riportata nella Darsena di Giuseppe Trovati (da cui il Narducci era partito) verso le ore 22,00 – 22,15 e di essere poi tornato a casa.
5) L’imbarcazione era partita dal molo di Trovati Giuseppe.
6) Il 12.10.1985 anche la Squadra Mobile (diretta dal Dr. Speroni) informa Procura Generale e Procura di Perugia della scomparsa. Precisa che verso le 18, il Trovati aveva dato l’allarme. I CC. vengono avvertiti, però, come s’è detto, alle 23,15 dello stesso giorno, con cinque ore di ritardo e il Trovati ha avvertito prima il fratello dello scomparso che gli comunica che sarebbe arrivato, alle 18,45, poi qualcuno, forse Ugo, avverte la Questura, che non ha avvertito il comando Stazione competente per territorio. Precisa anche che tra i canneti, nelle prime ore del giorno successivo, viene rinvenuta la barca. Poche ore dopo veniva avvertita la Squadra Mobile. I primi a intervenire sono stati i CC. di Perugia e i VV.FF. di Arezzo e Perugia. Dalle dichiarazioni del M.llo Bruni emerge, invece, che il Comandante della compagnia lo avvertì della scomparsa del Narducci nel pomeriggio dell’8 poco prima dell’imbrunire, cioè delle 17,20.
7) Con fonogramma a seguito di quello del 9.10.1985, i CC. di Magione comunicano che alle 7,20 del 13 ottobre 1985, su segnalazione dei pescatori della Coop.va “Alba”, era stato rinvenuto il corpo del Narducci. Indossava jeans con giubbotto di pelle, camicia (ma il Ferri, che afferma di aver visto il cadavere del 9, dice che ha una maglietta e lo dice anche la moglie) e mocassini marrone. Aveva macchie ipostatiche e segni di macerazione nella cute delle mucose. Non aveva lesioni al tronco. Agli arti superiori aveva segni di macerazione della cute, agli arti inferiori non aveva lesioni. Nel rapporto, i Carabinieri riferiscono che il 12 era stata battuta inutilmente la Polvese e che interviene il natante dei CC. di Castiglione del Lago “Perugia”. Il cadavere viene deposto sul pontile e la Dott.ssa Seppoloni, su delega del PM, constata trattarsi di “asfissia” da annegamento da probabile episodio sincopale”. Viene dato un nulla osta verosimilmente verbale e il corpo viene riconsegnato ai familiari. Va osservato, a questo punto, che, nel corso delle indagini, Enzo Leonardi, all’epoca autista del Questore Trio, ha dichiarato, in data 5.03.2003 (confermando poi le stesse dichiarazioni, sul punto, in data 29.04.2004, dinanzi ai PM delle indagini collegate) che il Questore Dr. Francesco Trio lo fece chiamare alle 7 – 7,15 del mattino della domenica 13 ottobre 1985 e gli aveva ordinato di raggiungerlo nella Frazione di Sant’Arcangelo di Magione, dove, alle 7,20, su segnalazione di due pescatori, i Carabinieri di Magione avevano rinvenuto il cadavere, allora riconosciuto per quello del Narducci. Sempre nel corso delle indagini, il Prof. Ferruccio Farroni, amico del gastroenterologo e uno dei due sanitari che riconobbero il cadavere di Sant’Arcangelo come quello del Narducci, dichiara il 7.03.2003, di essersi recato con Pier Luca Narducci da un sensitivo nella zona di Monte Tezio (nei pressi di Perugia), sia nella giornata dell’11 ottobre che la sera del 12 ottobre, verso le ore 22,30 e che il sensitivo riferì loro che il Narducci era morto e che il cadavere sarebbe riaffiorato l’indomani nelle acque antistanti il pontile di Sant’Arcangelo. Lo stesso Farroni ha aggiunto di essersi portato nelle prime ore del mattino successivo nella zona indicata e di avervi trovato Pier Luca. Secondo Gianni Spagnoli, nell’interrogatorio in data 26.05.2004 (nel connesso procedimento n. 917/2004 R.G.N.R.), i due avrebbero dormito nella villa di San Feliciano la notte tra il 12 e il 13 ottobre, così come lo stesso Gianni aveva pernottato nello stesso luogo insieme al Prof. Ugo Narducci la notte della scomparsa di Francesco, tra l’8 e il 9 ottobre, secondo quanto riferito da Gianni Spagnoli in data 21.02.2002 che ha aggiunto che, da lì, il Narducci chiamò il Questore che gli mise a disposizione l’Ispettore Luigi Napoleoni). A penna, c’è poi appuntato che il M.llo Bruni ha comunicato alle 8,30 del 16 ottobre (giorno del n.o. scritto) che il decesso risaliva a 110 ore prima del rinvenimento, avvenuto alle 7,20 del 13, secondo quanto riferito dalla Dott.ssa Seppoloni, quindi alle ore 17,20 dell’8 ottobre, quando stava tramontando il sole;
8) Nel rapporto del 19.10.1985 dei CC. si precisa che, secondo quanto riferito dal Trovati, questi aveva ricevuto la telefonata con cui il Narducci lo avvisava di preparare la barca, alle 14 dell’8; alle 15,30 il Narducci era arrivato con l’Honda e l’aveva parcheggiata. Trovati ha riferito anche di aver detto al medico che nel serbatoio il carburante era metà, ma il Narducci gli aveva risposto che era sufficiente anche perché nel serbatoio vi era una scorta di 6 – 7 litri ed era salito sull’imbarcazione da 70 CV, tipo Grifo Plaster siglata PR – 3304. Sempre secondo quanto riferito ai Carabinieri dal Trovati, questi, alle 18,45, aveva avvertito Pierluca che gli aveva detto che sarebbe arrivato (ma, nel corso delle indagini, Pierluca dice che lo chiama alle 19,45 e lui arriva alle 20,15). Sempre secondo quanto riferito ai Carabinieri dal Trovati, questi aveva fatto un giro intorno alla Polvese ma non l’aveva trovato. Il Trovati precisa di avere avvertito anche i CC. di Castiglione alle 19,30 che mandarono la motovedetta. Poi, sempre secondo il titolare della darsena, sopraggiungono i VV.FF. e le Guardie del Lago. Alle 0,30 trovano l’imbarcazione. Mancinelli (l’uomo che rinviene l’imbarcazione) ha dichiarato ai Carabinieri di Magione, in sintesi, quanto segue: Viene a sapere della scomparsa dal Trovati, alle 20,15 dell’8. Con la sua barca e Ceccarelli Alberto, trovano l’imbarcazione a sud ovest dell’Isola Polvese. L’imbarcazione ha il cambio in folle, le chiavi sono nell’accensione, in posizione spento, vi sono sigarette e occhiali sul sedile a fianco della guida. Il pescatore Ugo Baiocco (che, insieme ad altro pescatore, il Budelli, ritrova il cadavere dell’uomo di Sant’Arcangelo) ha dichiarato ai Carabinieri di Magione quanto segue che alle 7,20, mentre era in barca con Arnaldo Budelli, nello specchio in loc. “Arginone”, avevano visto un cadavere galleggiare in posizione supina, con le braccia rivolte verso la Cooperativa e i piedi verso Castiglione. Il cadavere era tutto vestito.
9) Il p.v. di riconoscimento e descrizione del cadavere è delle 9,50 del 13.
10) Il 24.10.1985, il sostituto di turno Dr. Federico Centrone chiede al giudice istruttore il decreto ex art. 74 c.p.p. previgente (di impromovibilità dell’azione penale) che interviene il 7 novembre 1985.
Sempre al fine di una migliore comprensione del periodo che va dalla scomparsa al rinvenimento di quello che allora viene riconosciuto per il Narducci, va segnalato l’inesplicabile mutamento d’atteggiamento che interviene la sera stessa della scomparsa del Narducci (e si protrarrà sino ad oggi), tra Pier Luca, il fratello dello scomparso e la cognata e la famiglia di questa, insieme ad un comportamento del nucleo familiare del Narducci (soprattutto il padre e il fratello) oggettivamente incomprensibile, perché caratterizzato da un radicale pessimismo sulla sorte del congiunto, dato in pratica per spacciato sin dalle prime ore della scomparsa, quando ancora dovevano essere poste in essere le necessarie ricerche del giovane gastroenterologo e quando mancavano cinque giorni al rinvenimento ufficiale del cadavere.
La vedova Sig.ra Francesca Spagnoli, secondo quanto riferito nella prima assunzione a informazioni, viene informata della scomparsa del marito poco dopo i Carabinieri della Stazione competente, cioè alle 23,30 circa, dal cognato, a circa cinque ore dalla chiamata fatta dal Trovati al ginecologo. Sempre secondo quanto riferito dalla vedova, questa, giunta sul posto insieme alla madre Sig.ra Bona Franchini, cerca di informarsi sugli ultimi movimenti del marito e chiede se, per caso, questi fosse giunto da solo alla Darsena. A questa domanda, Pier Luca, il cognato ginecologo, reagisce in modo singolare, esclamando: “ Non cominciate a infangare la memoria di Francesco! “, rivolto alla cognata e alla madre di questa.
Maria Bona Franchini, la suocera del gastroenterologo scomparso, nel suo primo verbale di assunzione a informazioni, in data 21 febbraio 2002, ricorda di essere stata avvertita della scomparsa di Francesco alle 02,00 della notte tra l’8 e il 9 ottobre, ad opera della figlia Benedetta; di essersi recata nella Darsena del Trovati ma di essersi poi portata a casa del Prof. Ugo Narducci che le chiede di essere vicina alla moglie Sig.ra lisetta Valeri che, sconsolata, ripeteva di vedere il figlio già in fondo al Lago. La Bona ha aggiunto che il giorno dopo, cioè il mercoledì 9 ottobre, parlando con Pier Luca della possibilità che Francesco si fosse portato al Lago per un appuntamento, nota la stessa inspiegabile reazione nel fratello dello scomparso che tronca il discorso, esclamando ancora: “ Non usciamo fuori con questi discorsi, non infanghiamo la memoria di Francesco! “, andandosene, poi e lasciandola interdetta. La Bona ha poi riferito che, parlando col Trovati, quest’ultimo le aveva confidato che Francesco era giunto alla Darsena “molto pallido e agitato”, aveva molta fretta e che, all’osservazione del Trovati sulla scarsità del carburante nell’imbarcazione, gli aveva detto che tanto avrebbe fatto presto e sarebbe subito rientrato.
La Bona ha aggiunto, poi, che il pomeriggio del 9 ottobre, trovatasi nella casa del Prof. Ugo, insieme ad altre persone, era stata invitata dallo stesso Ugo ad appartarsi con lui in uno studio, dove il ginecologo le disse testualmente: “Mi sono messo d’accordo con il Questore per non far fare l’autopsia a Francesco”.
Nell’arco di tempo che va dalla scomparsa del gastroenterologo, cioè dall’8 ottobre, al ritrovamento ufficiale del cadavere, cioè il 13 ottobre, debbono essere segnalati episodi dell’invio di strani oggetti, che non si confacevano certamente all’atmosfera di preoccupazione e di ansia della cerchia di conoscenti delle famiglie Narducci e Spagnoli e a quella, assolutamente sconsolata e incline al più cupo pessimismo, dei componenti la famiglia Narducci.
In un giorno imprecisato, o compreso tra la scomparsa del Narducci e il suo (ufficiale) ritrovamento o poco dopo, la Sig.ra Elisa Zelioli Lanzini, come riferirà nel verbale di assunzione a informazioni del 10.09.2002, trovandosi all’interno di un negozio di fiori nei pressi dell’abitazione dei Narducci, vede entrare un uomo, alto circa m. 1,80, sui 45 anni, stempiato, con viso ovale, parlante con inflessione non perugina (che, per la signora, poteva riferirsi, peraltro, anche a una località vicina, ma collocata in un’area linguistico – dialettale sensibilmente diversa, di tipo centro – meridionale, come accade per le zone poste a oriente del Tevere e, in particolare, a Foligno). La Signora descrive poi il comportamento dell’uomo in questi termini:
“Fece preparare un mazzo di fiori e di seguito dopo aver richiesto di mandarli ai Narducci, uscendo disse una frase che mi ha colpito e che è la seguente: ” d’altronde quando una persona frequenta certi ambienti è possibile che possa succedere qualcosa”. Più o meno…sicuramente questo è il senso. Ricordo anche che specificò che il mazzo di fiori doveva andare dalla famiglia Narducci. Ricordo che quest’uomo sembrava essere un po’ eccitato e teso”.
Orbene, a parte l’invio di un mazzo di rose rosse da parte di uno sconosciuto che indica il mittente in “Bruno”, di cui hanno parlato i giornali dell’epoca e che viene confermato dal Dr. Alberto Speroni nel verbale in data 5 aprile 2002 (in cui precisa che, nei giorni delle ricerche del medico, una parente dei Narducci ricevette un mazzo di fiori da uno sconosciuto, per conto di un certo Bruno, mentre l’Isp. Luigi Napoleoni afferma in data 25.01.2002, che i fiori furono consegnati alla vedove da uno sconosciuto in tuta che le avrebbe detto: “ Sono dei fiori di suo marito, li manda Bruno”, baciandola, poi, alle guance e alla mano), Gianni Spagnoli, nel verbale in data 21.02.2002, ha dichiarato testualmente:
“Debbo anche aggiungere che in uno dei giorni fra la scomparsa e il ritrovamento del cadavere, mentre ci trovavamo nell’abitazione dei Narducci nei pressi di via Savonarola, qualcuno bussò alla porta e consegnò alla domestica o ad una amica un pacco che conteneva dei fiori di campo tipo margherite spezzati in due, ed uno scopetto del gabinetto, con il manico di colore giallo, spezzato per metà in due. Il pacco era confezionato disordinatamente quando venne aperto il pacco la madre di Francesco si mise a piangere e qualcuno disse che erano i soliti che portano male, che fanno le fatture. Io rincorsi l’uomo che aveva portato il pacco che mi venne descritto come un “ornino” ma questi si era dileguato”.
La Sig.ra Ornella Servadio, in data 31.05.2002, ha riferito che in uno dei giorni compresi tra la scomparsa ed il ritrovamento di Francesco, mentre si trovava nel pomeriggio, a casa dell’ amica Lisetta, madre di Francesco ed insieme parlavano della scomparsa di suo figlio, si presentò un ragazzo sui 25 – 30 anni che consegnò alla signora Lisetta un pacchetto contenente una cravatta, probabilmente di colore giallo, e forse anche un mazzetto di fiori.
Baldassarri Giordana, infermiera al Reparto di Ginecologia dell’ospedale di Foligno, ha riferito testualmente in data 18.09.2002:
“Mi sono sentita telefonicamente con il Prof. Ugo Narducci circa due mesi fa. Lo stesso mi ha chiamata sulla mia utenza di casa. Nella circostanza mi ha chiesto di incontrarmi personalmente perché voleva parlarmi di qualcosa e non ha aggiunto altro. Credo che fosse i primi di luglio. Ci siamo incontrati a casa sua a Perugia in Via San Bonaventura che ho raggiunto in macchina. Mi ha ricevuto il Prof. Ugo NARDUCCI in persona… Poi ha iniziato un discorso sul figlio deceduto; in particolare mi ha chiesto se mi ricordassi di tale BORDIGHINI Bruno. Io gli risposi che BORDIGHINI, marito della ZENOBI, era morto e che era la persona che aveva portato di persona a Perugia, durante la scomparsa del figlio, i bulbi e la cravatta. Io lo seppi all’epoca dallo stesso Professore e da altre persone. Saputo ciò il Professore mi ha chiesto se poteva fare il mio nome alla magistratura in ordine alla persona che aveva consegnato quei bulbi e la cravatta. Voglio aggiungere che quando mi è arrivata la convocazione ho pensato che poteva essere per le cose di cui sopra. Ovviamente per questioni di onestà e di principio non ho fatto parola con nessuno di tale invito. Da quel momento non l’ho più visto né sentito.”
Quindi, l’uomo che portò la cravatta e i bulbi (e, probabilmente, i fiori e lo scopettino del water rotto) era Bordighini Bruno, singolare figura di infermiere folignate, ammalatosi di AIDS, secondo quanto rivelato dalla figlia Bordighini Ilaria in data 28.09.2002 ed è lui che, nell’acquistare i fiori per la famiglia Narducci, pronuncia la frase riferita dalla Sig.ra Zelioli Lanzini.
In relazione al rinvenimento del cadavere del 13 ottobre, si sono riscontrate evidenti contraddizioni tra quanto esistente nel minuscolo fascicolo “Atti relativi” (che condensava gli accertamenti dell’epoca) e gli accertamenti svolti dal “G.I.De.S.” in data 4.06.04, specie per quanto concerne le dichiarazioni dell’elicotterista Mauro Cioni, all’epoca responsabile operativo del Nucleo Elicotteri del Comando Prov. dei Vigili del Fuoco di Arezzo, con giurisdizione su Toscana e Umbria, che ha indicato l’ora dell’avvistamento del cadavere in un arco cronologico compreso tra le 09.00 e le 10.30 del mattino, mentre, secondo la versione ufficiale, consacrata nel fascicolo del Tribunale, acquisito agli atti, i Carabinieri intervennero alle 7.20, su segnalazione di due pescatori.
Va anche segnalato che, mentre sono state rinvenute le schede d’intervento dei VV. FF. nei giorni 9, 19, 11 e 12, manca quella più importante, cioè quella della domenica 13 ottobre, inspiegabilmente, non è stata rinvenuta e questo nonostante il carattere permanente delle schede stesse. Non basta, da quanto risulta dall’annotazione di servizio del G.I.De.S. “Firenze – Perugia” in data 5.09.2003, tutta la documentazione inerente agli interventi effettuati dal Comando Prov. di Perugia dei VV.FF. è stata successivamente sottratta, come risulta anche dalle dichiarazioni dell’addetto all’archivio.
Per quanto concerne l’esame del cadavere, le condizioni in cui si svolse e il fatto che fosse stata chiamata la Dott.ssa Seppoloni, non la Prof.ssa Francesca Barone, medico legale di turno, basta riportare alcuni passi delle dichiarazioni rese dalla Seppoloni stessa in data 24.10.2001:
“…Non ricordo come venni a sapere che il Dr. Narducci era scomparso, ricordo solo che fui chiamata dal centralinista dell’ospedale di Castiglion del Lago nel primo pomeriggio, forse intorno alle ore 14,30 – 15,00 di un giorno di Ottobre di molti anni fa; mi venne detto dal centralinista che c’era una chiamata urgente dal molo di S. Arcangelo in quanto era stato rinvenuto un cadavere nel lago. Sono arrivata sul molo di S. Arcangelo……il molo era pieno di gente; c’erano le forze dell’ordine, i vigili del fuoco ed altri; verso la metà del molo mi venne incontro il Dr. Trippetti che mi disse che era stato ritrovato il cadavere del Dr. Narducci. Ricordo che il cadavere si trovava in fondo al molo, vicino alle scalette di risalita. Al momento mi dissero che non erano presenti i genitori ma c’era il Dr. Morelli ed il fratello del Dr. Narducci, nonché un altro gastroenterologo, o Dr. Ferroni o Dr. Farroni, colleghi del Narducci… (il cadavere) era sdraiato in posizione supina sul molo, nelle vicinanze delle scalette ed era vestito interamente; mi pare che portava le scarpe, una camicia e, se ricordo bene, un giubbotto sopra la camicia. Mi sembrava che fosse vestito normalmente. Il cadavere del Narducci si presentava gonfio, edematoso e di un colore violaceo, aveva un notevole gonfiore al viso alle braccia e all’addome…..Dalla bocca si vedeva uscire un rivolo schiumoso rosato; il cadavere era stato recuperato dai Vigili del Fuoco, `che in seguito mi avevano anche dato una mano per allontanare la gente che stava intorno e che rendeva difficile il mio lavoro. Ricordo che la gente che stava intorno faceva dei commenti circa il possibile dispiacere del padre e si chiedeva come potesse essere accaduto il fatto….ricordo che si trattava di una giornata tempestosa, molto grigia, con tantissimo vento sul molo di S. Arcangelo. Il vento fastidiosissimo mi sembra che venisse dalla zona di Castiglion del Lago…..io dovevo fare solo una constatazione di morte e redigere il conseguente verbale; ricordo che la visita si svolse sul molo, dove avevo visto per la prima volta il cadavere. Il cadavere non fu spogliato perché non serviva ai fini della constatazione di morte. Ricordo che sia il fratello, che il Dr. Morelli ed il Dr. Farroni o Ferroni, mi giravano continuamente intorno e questo mi dava piuttosto fastidio, tant’è che chiesi ai vigili di tenermi lontano queste persone, fra cui vi erano anche i giornalisti con macchine fotografiche. Ricordo che ad un certo punto sopraggiunse una Autorità, non so se della Questura o della Procura, che mi chiese di fare una ispezione cadaverica; intorno a me c’erano i Carabinieri credo della Stazione di Magione. Questa Autorità che era intervenuta, era di corporatura robusta, con una divisa scura con dei gradi sulle spalle e qualcosa anche sulle maniche. Preciso che ciò avvenne quando stavo cercando di redigere il certificato di morte e cercavo un posto di appoggio dove scrivere con calma, non pressata dalla gente e non disturbata dal forte vento. Ricordo in particolare che la folla, all’arrivo dello sconosciuto, faceva ala a questa persona, circondata dai Carabinieri…..io di solito redigevo solo i certificati di morte perchè non avevo la competenza professionale per effettuare le ispezioni cadaveriche. Questa persona comunque mi chiese di fare quest’ispezione ed io dissi che non ero in condizioni di poterla fare sul molo e quindi il cadavere doveva essere trasportato nella camera mortuaria dell’ospedale di Castiglion del Lago, che era la più vicina. Qui iniziarono purtroppo delle insistenze e delle pressioni per fare immediatamente l’ispezione sul posto poiché si trattava di un caso urgente, vi erano i familiari affranti e comunque non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Vi fu un minimo di contraddittorio, perché, io insistevo ad avere un ambiente adeguato che non ottenni perché mi si ribadì la necessità e l’urgenza di effettuare l’ispezione, senza sapere se questo fosse disposto dall’Autorità Giudiziaria; quindi mi rimboccai le maniche e grazie all’ausilio dei Vigili del fuoco che mi aiutarono anche nell’ispezione, mi accinsi a questa operazione, dopo aver invitato i Carabinieri ad allontanare la gente. Feci comunque presente alla persona in divisa che la mia ispezione sarebbe stata del tutto sommaria perché non avevo né i mezzi né la competenza professionale per procedere ad ispezioni di quel tipo…..Ricordo che il cadavere del Dr. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccati ma i Vigili recuperarono delle forbici e con questo attrezzo iniziammo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassammo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavano giù. Chiesi al Vigile di girare il cadavere ed osservammo una parte delle schiena fino alla vita, ma non la parte alta delle spalle; non ricordo se gli abiti furono tagliati o solamente alzati. Prima di rigirarlo, alzammo i pantaloni fino a dove era possibile, comunque sotto il ginocchio. Il colore era particolarmente violaceo, nel volto, nel collo e negli arti inferiori, in particolare nelle caviglie. Quando girammo il cadavere, uscì dalla bocca dello stesso del liquido acquoso, leggermente schiumoso, tinteggiato di un colore rosso cupo; il quantitativo corrispondeva grosso modo a quello che ha una persona che abbia un conato di vomito. Io continuavo a ripetere che in quelle condizioni non potevo visionare tutto il corpo e tra l’altro il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo, per cui continuavo a ripetere che non era possibile fare una ispezione in quelle condizioni, ma la persona in divisa insisteva, ribadendo l’urgenza di provvedere. Ricordo che il volto era tumefatto e violaceo, appariva gonfio edematoso… esaminai quindi la scatola cranica nella parte esterna, il volto, il collo ed il resto e notai che non vi erano lesioni o altri segni particolari….. devo ammettere che non avevo esperienza di ispezioni cadaveriche e di redazione del relativo verbale…..io dovevo limitarmi ad accertare la morte ma non le cause della stessa. Ricordo che il cadavere fu segnalato dai pescatori, ma non ricordo bene in proposito. Ricordo che c’erano voci che parlavano di una possibile presenza in acqua del Narducci perché vi erano delle ricerche…..il verbale di riconoscimento di cadavere non è stato da me redatto. Il verbale fu redatto materialmente in un locale, credo della cooperativa dei pescatori di S. Arcangelo, dove mi recai assieme ai Carabinieri i quali provvidero a redigere il verbale che io firmai nella parte relativa alla ricognizione del cadavere, ma non ricordo che mi vennero fatte domande circa l’orario della morte od altro, anche perché non potevo stabilire l’orario della morte del Dr. Narducci ed escludo di avere detto che era morto da 110 ore perché non avevo un minimo di competenza per affermarlo. Voglio aggiungere che c’erano delle forti pressioni intorno a me perché più io allontanavo le persone, con l’ausilio dei Carabinieri, più la gente mi pressava anche all’interno del locale. Queste persone che premevano di più erano i colleghi del Dr. Narducci, in particolare il Prof. Morelli e il Dr. Ferroni o Farroni, unitamente al fratello del defunto; ricordo che queste persone protestavano continuamente contro quello che io stavo facendo, dicendo che era uno schifo e, mentre effettuavo l’ispezione del cadavere, dicevano che era una profanazione di cadavere ed una cosa immorale. La persona in divisa mi sollecitava a fare alla svelta. Non posso avere certificato che la morte risaliva a cento dieci ore prima e ricordo che redassi il certificato di morte, di mio pugno, nel quale mi limitavo a constatare la morte ed a formulare una probabile causa della stessa; anche sulla causa della morte vi furono identiche forti pressioni perché persone di cui ho parlato non volevano che la causa della morte fosse “probabile” ma che certificassi senza quella riserva la morte per annegamento. Mi dicevano continuamente “è chiaro, non ci sono problemi, questo è morto annegato”. Volevo scrivere anche che era assolutamente necessaria l’autopsia perché 1’ispezione era del tutto carente ma a questo punto la pressione fu fortissima da parte del Dr. Morelli e del fratello del defunto. Anche i carabinieri si trovavano al centro di queste pressioni e ci sentivamo come accerchiati e costretti a concludere il tutto rapidamente, come ci si diceva. Ricordo che ci trovavamo in una stanza abbastanza – piccola, con una vetrata da dove vedevo anche la persona in divisa e tante altre persone. Mi sono trovata intimidita psicologicamente e pur avendo insistito nello scrivere “verosimilmente” ho desistito dall’indicazione della necessità dell’autopsia. Ricordo che queste persone non erano assolutamente contente di quello che avevo fatto e venne anche il Dr Trippetti perché io continuavo a dire che necessitava l’autopsia ed egli fece leva soprattutto sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. A quel punto terminai l’operazione. Specifico che il certificato di accertamento di morte che mi viene mostrato non è quello che io redassi né tanto meno firmato. Nella firma che è apposta in calce riconosco quella della Dr.ssa Luciana Mencuccini, che non aveva partecipato alle operazioni…..fui costretta a fare l’ispezione in quel luogo. Ricordo che parlai con il responsabile di medicina legale, Dr. Pietro Giorgi, al quale esternai le mie proteste e questi mi disse che avevo perfettamente ragione…..circolava la voce che il morto facesse uso di sostanze stupefacenti, verosimilmente eroina….”.
Il cadavere viene comunque immediatamente restituito ai familiari, dopo un colloquio telefonico tra il sostituto di turno Dr. Federico Centrone (che non si trova sul posto e che deve decidere sulla base di ciò che gli viene riferito) e la Dott.ssa Seppoloni che viene passata al primo dal Dr. Alberto Speroni.
Si forma una sorta di colonna, composta dal carro funebre dell’impresa Moretti con a bordo un “ufficiale della Polizia di Stato”. Va aggiunto, in proposito, che il titolare dell’impresa funebre di Magione, Nazzareno Moretti, in atti generalizzato, in data 9.11.2001, ha riferito che la Dottoressa Seppoloni non gli rilasciò alcun documento per il trasporto della salma, che l’”ufficiale della Polizia di Stato” gli “ordinò” di dirigersi a Perugia (forse all’abitazione dei Narducci) ed ha poi narrato che la colonna di auto, giunta al bivio di San Feliciano, fu fermata da una giovane donna (probabilmente Giovanna Ceccarelli, moglie di Pier Luca Narducci), che, rivolta all’”ufficiale”, gli avrebbe detto: “ Ha detto mio suocero di portarlo a casa”, alludendo alla villa di San Feliciano, cosa che avvenne prontamente, anzi, il Moretti racconta che fu proprio l’”ufficiale” a guidarlo alla villa.
Qui il cadavere viene “scaricato” dal carro funebre e posto sul garage (come ha precisato il Moretti) e, a questo punto, una diversa agenzia funebre subentra a quella lacustre, vale a dire l’impresa Passeri di Perugia, il cui rappresentante Nazzareno Morarelli, insieme ad altre persone, si incarica di rivestire il cadavere gonfio e sfigurato che era stato ripescato di lì a poco.
Il Morarelli, nelle dichiarazioni del 13 gennaio 2003, conferma l’aspetto “negroide” e il gonfiore del cadavere, precisa gli fecero indossare una camicia chiara (che dovettero tagliare posteriormente per farla indossare al cadavere) e una giacca o un golf blu scuro, senza aver prima apposto alcun panno attorno all’addome del cadavere stesso (panno rinvenuto invece in sede di autopsia, svoltasi nel giugno 2002) e sottolinea il maggior volume del cadavere rivestito nel 1985 rispetto a quello riesumato (il Morarelli ha partecipato, infatti, alle operazioni relative ai recenti accertamenti autoptici sul cadavere del Narducci.) Nelle dichiarazioni del 28 febbraio 2003, lo stesso Morarelli ha precisato che il cadavere aveva l’aspetto di un negro, anche per la protuberanza delle labbra e che la bara fu sigillata la sera della domenica 13 ottobre o la mattina successiva prima delle 10.
Ora, occorre fare un passo indietro, al 10 settembre 1985, perché ciò rileva ai fini del rapporto tra la “vicenda Narducci” e quella fiorentina, relativa ai duplici omicidi di coppie.
E’ risultato che, alla notizia dell’ultimo delitto del “Mostro”, personale della squadra mobile di Perugia autonomamente svolse indagini sul conto del Narducci Francesco proprio in relazione alla vicenda del “Mostro di Firenze”.
Si intende fare riferimento più nello specifico alla attività svolta dall’ispettore Luigi Napoleoni, che addirittura si recò anche in Firenze per poter individuare l’appartamento in uso al Narducci ed ivi rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime.
Di detta attività è stata trovata traccia inequivocabile agli atti della Questura di Perugia.
Infatti, è stata rinvenuta varia documentazione, tra cui:
– un foglio, recante la data del 30 settembre 1985, su cui risultava annotato: “Mostro di Firenze – ufficio postale – bar Jolly – via stretta – città – seduto fuori – colore di capelli castani – occhi – occhiali scuri – vestito maglietta bianca, blu jeans – un po’ di barba – niente orologi – bracciale”. Sull’altro lato del foglio c’era scritto: “Timberland – solo al bar – soldi dove sono – in tasca della maglietta”. Di traverso ancora: “Jach’o (forse la discoteca) – no macchina – sembra che…lettere sigillate pubblico presente – raccomandata – occhiali nel cassetto dell’ufficio pistola – soldi in barca (o banca)…ore 14 – lui no…finire il suo lavoro…21.00 oggi pizzeria in taxi (FI)…telo marrone mancante in una casa disabitata lontana dall’…taxi colore azzurro”;
– i brogliacci del lavoro dei dipendenti con le ore di straordinario effettuate, dai quali risultava che il predetto ispettore ed altri dipendenti, che lo avevano coadiuvato, avevano svolto attività “straordinaria” in relazione al “Mostro di Firenze” anche a Foligno (centro presso cui il Narducci aveva uno studio privato). L’esame di quell’incartamento consentiva di accertare (si riporta testualmente le annotazioni relative all’incartamento):
– 10.9.1985: ore 18/20 e 22/04 Indagini relative al Mostro di Firenze – Servizi di p.g. e sicurezza pubblica in Foligno;
– 11.9.1985: ore 17/20 Indagini relative al Mostro di Firenze;
– 27.9.1985: ore 21/03 Servizio di ordine e sicurezza pubblica – prevenzione dei reati nella città di Foligno;
– 1.10.1985: ore 14/20 e 21/01 Indagini omicidio Gabriella Caltabellotta – servizio per segnalata ingente refurtiva;
– 7.10.1985: ore 17/20 Rientro suppletivo per ricerche abitazioni Poli Paolo;
– 8.10.1985: ore 21/24 Indagini p.g. in Foligno per duplice omicidio Firenze;
– 9.10.1985: ore 6/8 e 16/20 ricerche persona scomparsa – dott. Francesco Narducci – Lago Trasimeno;
– 10.10.1985: ore 16/19 ricerche sul Lago Trasimeno con le relative isole per la scomparsa di cui sopra; ore 19/22 servizio presunto pagamento riscatto Guglielmi Isabella Lante Della Rovere;
– 12.10.1985: ore 16/19 e 20/24 ricerche sul Lago Trasimeno – permanenza per servizio sequestro Guglielmi;
– 13.10.1985: idem (con una freccia corrispondente che riporta al giorno precedente alla voce ricerche sul Lago Trasimeno);
– 15.10.1985: ore 21/01 servizio riservato città di Foligno;
– 18.10.1985: ore 21/02 servizio riservato a Foligno e sorpresa bisca clandestina di via dei Filosofi;
– da altro elenco risulta: 1.10.1985 Sardara Giampiero ore 14/20 Indagini relative all’omicidio Caltabellotta Gabriella; 9.10.1985 Tardioli Antonio ore 21/24 Indagini relative agli omicidi di Firenze.
Dai documenti acquisiti e dai dati sopra riferiti, le attività di p.g. dell’ispettore Napoleoni possono quindi riassumersi come segue:
Il giorno della notizia relativa alla scoperta dei cadaveri dei due turisti francesi in località Scopeti di San Casciano (10 settembre 1985) l’ispettore svolge indagini sul “Mostro di Firenze” e servizi di p.g. a Foligno e non è chiaro se le indagini sul “Mostro” furono eseguite a Foligno ovvero in altra località.
L’11 settembre l’ispettore proseguì le indagini sul Mostro di Firenze.
Notizie afferenti la vicenda del Mostro di Firenze risultano contenute nell’appunto manoscritto del 30 settembre 1985 su un foglio di carta intestata “S & B – Salute e Bellezza – Centro Scienza estetica”, che si presenta con una scrittura apparentemente veloce.
Al fine di acquisire notizie utili, l’ispettore Napoleoni è stato assunto a verbale più volte.
In data 25 gennaio 2002, tra l’altro, riferiva:
“…la notte tra l’otto ed il nove ottobre 1985 venni informato telefonicamente dal questore Trio di recarmi subito nei pressi del lago Trasimeno in quanto era scomparso il dr. Narducci Francesco. Rimasi sorpreso da questa chiamata perché il questore avrebbe dovuto, a mio avviso, avvisare prima il dirigente, dr. Speroni …durante i tre giorni in cui rimasi sempre al lago, chiesi al questore di poter interrogare la moglie ed i familiari, e comunque di effettuare degli accertamenti approfonditi, ma il questore mi ripeteva che non erano necessari perché tanto si trattava di una disgrazia. Ciò avvenne prima ancora che fosse rinvenuto il cadavere. Il giorno del ritrovamento, che era di domenica, fui avvertito dalla sala operativa che era stato rinvenuto un cadavere nel lago Trasimeno; immaginando che si trattasse del Narducci, insieme all’agente Tardioli andai sul posto…ricordo che il cadavere era gonfio e di colore marrone scuro, un po’ saponato…ricordo anche che, dopo il ritrovamento del cadavere, non ricordo con precisione quando, andai a Firenze nell’abitazione che poteva essere stata utilizzata dal dr. Francesco Narducci per ricercare parti di corpo femminili sotto alcol o sotto formalina; non ricordo l’ubicazione di questo appartamento, ricordo solo che si trattava di una costruzione non recente a più piani, non ricordo se relativa ad un condominio. Non ricordo neppure la zona dove si trovava l’abitazione; a me sembra, ma non ne sono sicuro, che siamo entrati dentro Firenze. Di quella casa ho solo un ricordo di un corridoio; non ricordo chi mi ci abbia mandato né con chi fossi, ma probabilmente si trattava di un collaboratore della Squadra Mobile. La ricerca dette esito negativo…”;
In data 26 giugno 2002, in relazione all’appartamento fiorentino, l’ispettore faceva riferimento alle notizie ricevute da tale Edoardo Frivola sulla vicenda del Mostro di Firenze, a seguito delle quali, a suo dire, si era recato in questo centro.
Dichiarava, infatti:
“Ricordo che quest’uomo (il Frivola) ci disse un sacco di cose e a fronte di questo ci recammo a Firenze per la ricerca di un appartamento che il Frivola aveva individuato quale immobile in uso al presunto mostro nella Firenze vecchia, caratterizzata da una strada stretta con i palazzi antichi. Andammo quindi a Firenze ed individuammo la strada, ricordo che entrammo in un appartamento con un corridoio lungo; la speranza era quella di rinvenire reperti corporali femminili del tipo di quelli asportati alle vittime del cosiddetto mostro. Non ricordo come entrammo in quella casa e se chiedemmo aiuto alla mobile fiorentina, come si fa sempre in queste occasioni, né tantomeno se avvisammo l’A.G…”.
Nella circostanza nulla sapeva dire in relazione ai servizi straordinari a Foligno e sul Mostro di Firenze che risultavano dalle annotazioni nel registro degli straordinari.
Certo è che appare quanto mai singolare anche la circostanza che la notte della scomparsa del Narducci (8 ottobre 1985) il Napoleoni si fosse recato a Foligno per svolgere indagini sui delitti del Mostro di Firenze. Ancor più singolare ove si consideri che l’ispettore, proprio quella notte, fu avvisato dal questore dell’epoca, dott. Francesco Trio, della scomparsa del professionista e che fu invitato a recarsi al lago per partecipare alle ricerche.
Come pure singolare è il fatto che l’agente Tardioli Antonio il 9 ottobre (quando quindi erano nel pieno le ricerche del Narducci) abbia svolto servizio straordinario con orario 21/24 in relazione ai delitti del Mostro di Firenze.
Appare, quindi, plausibile che, per il personale della “Mobile” di Perugia, che stava indagando sulla scomparsa del medico perugino, quella scomparsa fosse in qualche modo riconducibile alla vicenda del “Mostro di Firenze”.
Da ultimo, si rileva che dalla nota della Questura di Perugia del 13 settembre 1985, a firma del dirigente della Squadra Mobile, dott. Speroni, con cui furono trasmesse alla Mobile di Firenze le prime dichiarazioni del Frivola insieme all’identikit, non c’è traccia di servizi svolti a Firenze da quel personale.
Appare, pertanto, verosimile che l’ispettore Napoleoni, ancor prima della scomparsa del Narducci, avesse collegato – e non si sa come, né lo stesso l’ha saputo o voluto spiegare (invitato per ben due volte ritualmente negli uffici del G.I.De.S., per essere sentito su delega di questo P.M., l’ispettore non si è presentato adducendo motivi di salute) – i delitti del Mostro di Firenze alla persona di Francesco Narducci, svolgendo una attività d’indagine, anche fuori della giurisdizione di competenza, della quale non c’è traccia neppure agli atti della Autorità Giudiziaria, che doverosamente avrebbe dovuto essere comunque avvisata. Attività d’indagine, peraltro, molto specifica ove si consideri che l’ispettore addirittura si recò a Firenze per individuare l’appartamento del Narducci e poter rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime che sarebbero state tenute sotto formalina o alcol, come dallo stesso affermato.
Il dott. Alberto Speroni, dirigente all’epoca dei fatti dell’ispettore Napoleoni, sentito in data 5 aprile 2002 dal P.M. di Perugia, dichiarava di non essere stato a conoscenza che i suoi dipendenti Napoleoni e Sardara si fossero recati a Firenze per quelle indagini.
A questo punto, non può sottolinearsi il fatto che l’attività di p.g., svolta d’iniziativa dal citato ispettore, non solo non è chiara sulle sue origini, ma addirittura è quanto mai fumosa anche sui riferimenti territoriali in Firenze, dove sarebbero stati svolti accertamenti mirati per individuare l’abitazione del Narducci.
E che il Narducci avesse avuto all’epoca un’abitazione o comunque dei punti di riferimento ben precisi nel territorio fiorentino e, in particolare, nella zona di San Casciano, è un dato ormai acquisito con le attuali indagini, come si vedrà, sulla base di assunzioni a informazioni di persone informate sui fatti e dell’attività d’intercettazione telefonica e ambientale. Come pure è un dato ormai acquisito la conoscenza delle frequentazioni del Narducci su questo territorio proprio nelle zone dei delitti e proprio in quegli anni.
Persone assolutamente attendibili, come, ad esempio, la Sig.ra Teresa Miriano, assunta a informazioni il 20 febbraio 2003 (e il marito, il Prof. Ezio Moretti l’ha confermato il giorno successivo), hanno riferito, nel corso delle indagini, di essere state nella villa dei Narducci a S. Feliciano nel pomeriggio di un giorno lavorativo, quindi, il lunedì 14 ottobre, perché il 15 mattina vi furono i funerali a Perugia. Ciò che va sottolineato è che la Sig.ra Miriano afferma di aver visto il cadavere del medico, riconoscendolo perfettamente e descrivendo in termini assolutamente normali, senza le caratteristiche “enfisematoso – putrefattive” e la facies negroide del cadavere rivestito dal Morarelli che provvide a sigillare la bara o la sera stessa della domenica o la mattina del 14, prima delle ore 10. Inoltre, la Sig.ra Miriano ha riconosciuto il “cadavere di Pavia” e gli indumenti rinvenuti al momento dell’apertura della bara, totalmente diversi da quelli coi quali fu vestito quello che potremo chiamare l’”uomo di Sant’Arcangelo”. La stessa ha, inoltre, riferito, circa la probabile esistenza di un’abitazione in uso al Narducci, nella zona di Scandicci.
I funerali del giovane gastroenterologo si svolgono a Perugia, nella chiesa parrocchiale, il giorno 15 ottobre 1095, il giorno prima del formale rilascio del nulla osta al seppellimento che reca la data del 16 ottobre.
Per completare il quadro dell’arco cronologico che va da un mese prima della scomparsa del Narducci al giorno del rinvenimento del cadavere, vanno segnalate le vistose anomalie esistenti nella documentazione relativa alla morte del Narducci e in particolare la presenza di due distinti certificati di accertamento della morte, uno, il n. 788, recante il timbro di un ufficio giudiziario, la dicitura “copia” e i numeri di sequenza “200/1” e “17”, con indicazione del luogo, dell’ora e della data di morte nei seguenti termini: “Magione, 8.10.1985, acque Trasimeno, a firma della Dott.ssa Mencuccini, l’altro, il n. 786, con vistose cancellature, recante l’annotazione (3-II-B), recante le indicazioni: “ Magione, 8.10.1985, acque Trasimeno – (frazione S. Arcangelo), annegato Lago Trasimeno”, soprascritte su “9.10.1095, Spiaggia S. Feliciano”.
Coi funerali in data 15 ottobre 1985 cessa l’interesse ufficiale per la vicenda e si diffondono persistenti dicerie sulla vita e sulla morte del medico, di cui hanno parlato pressoché tutte le numerosissime persone informate sui fatti assunte nel corso delle indagini e, tra gli altri, a titolo di esempio il Prof. Mario Bellucci, testimone di nozze di Francesca, stimato radiologo e uomo di cultura e persona ai vertici del Grande Oriente perugino, che, in data 26 febbraio 2003 si esprime, in proposito, in questi termini:
“….mi sono convinto probabilmente Francesco potesse avere dei legami con un gruppo fiorentino ben determinato e potente, coinvolto in attività criminose. Questo l’ho sentito dire anche prima della scomparsa di Francesco, in particolare nell’ultimo mese di vita dello stesso…..un giorno….un contadino…..fece delle allusioni ad un medico perugio che avrebbe avuto un’abitazione vicina ai luoghi dei duplici omicidi attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze”. Ho saputo che la proprietaria di questo appartamento sarebbe andata a denunciare alla locale Caserma dei Carabinieri la scomparsa dell’inquilino che non pagava più il canone. Questa confidenza mi fu fatta da una persona autorevole, quanto a serietà, di cui non ricordo il nome, a cui a sua volta la cosa sarebbe stata riferita da persona di origine fiorentina, e più precisamente nella zona in cui avvennero parte dei duplici omicidi, in particolare la zona di Scandicci – San Casciano. Debbo aggiungere che Francesca mi ha anche detto che il marito era molto turbato negli ultimi tempi, vale a dire nelle ultime settimane prima della scomparsa e questo sembrava strano a Francesca…..A me sembrava sembrava un ragazzo supponente e che aveva spesso dei gesti di sfida…”.
Il Col. dei Carabinieri a riposo Antonio Colletti, in data 3.05.2002, ha dichiarato:
“Comandavo all’epoca il Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di Perugia, alle dirette dipendenze del Procuratore Generale di Perugia e gerarchicamente dal Comandate della Legione CC di Perugia. Ricordo che qualcuno nel corso delle indagini mi indicò il professor Francesco Narducci come il “capo” di un gruppo di persone coinvolte nella vicenda cd. mostro di Firenze. Non ricordo se mi venne detto che era proprio il “capo” oppure colui che materialmente eseguiva le mutilazioni. La cosa mi fu detta a livello di diceria popolare….sicuramente la notizia mi fu data da una persona che io conoscevo come fonte confidenziale perché all’epoca avevo a disposizione una buona rete di informatori. Potrebbe essere stato anche un militare dipendente o non dipendente a darmi la notizia che comunque – mi sembrò degna di essere verificata ed approfondita tanto che interessai, mi sembra, il maresciallo Maglionico”.
E’ interessante, a questo punto, richiamare, in relazione al periodo di poco successivo all’ottobre 1985, un episodio a dir poco singolare ed estremamente significativo dal punto di vista delle indagini e della questione relativa alla competenza, episodio avvenuto pochi mesi dopo la morte del Narducci. L’episodio viene descritto da Michele Baratta, all’epoca fidanzato della sorella del gastroenterologo, Elisabetta Narducci. Il Baratta, assunto una prima volta il 31.05.2002, riferisce, nei termini che saranno illustrati, il suo rapporto con Elisabetta, le dicerie che circolavano sul conto del Narducci a pochi mesi dalla sua morte e l’atteggiamento che la sorella aveva nei confronti di questa sinistra fama che aveva cominciato ad aleggiare sul defunto fratello. Di fronte a pesantissime insinuazioni fatte in proposito da un amico del Baratta, certo Stefano Capitanucci, dedito a pratiche magiche, secondo cui il Narducci era coinvolto nei delitti del “Mostro di Firenze”, Elisabetta non solo non reagisce minimamente alle parole di quest’ultimo, ma ne segue fedelmente i consigli “magici”, tesi a liberare dalle sue colpe l’anima del fratello defunto, nell’ultimo luogo dove si era recato, cioè nella villa di San Feliciano. Dice il Baratta il 31 maggio 2002 (e avrebbe confermato tali dichiarazioni, tutte le volte che sarebbe stato sentito, il 26.11.2002 e il 3.02.2003 (anche in sede di confronto con l’ex fidanzata):
“Sono stato fidanzato della sorella di Francesco, Elisabetta; la nostra storia è iniziata nel mese di Febbraio 1985, ed è durata fino al 1991. Francesco non lo conoscevo bene perché dopo poco tempo che frequentavo la famiglia avvenne la disgrazia; ricordo che Elisabetta era ” innamorata” verso di lui, nel senso che era molto legata al fratello. Io ho incontrato Francesco sotto casa pochissimi giorni prima della sua scomparsa e mi sembrò normale ma fu un incontro fugace. Seppi della scomparsa di Francesco da Elisabetta perché quella sera dovevamo vederci e non potemmo farlo per quel motivo. Nei giorni della scomparsa io ed Elisabetta ci sentivamo quotidianamente al telefono e quando fu ritrovato il cadavere fu come se Elisabetta si sentisse liberata da quella snervante attesa. A.D.R. Circa i rapporti tra Elisabetta e Francesca Spagnoli, posso dire che Elisabetta odiava ferocemente Francesca, ed anche prima della scomparsa di Francesco i loro rapporti erano piuttosto freddi perché Elisabetta soffriva per la mancata riuscita del matrimonio di Francesco. Dopo la sua morte Elisabetta se la prendeva con Francesca dicendo che era colpa sua perché non gli aveva voluto mai bene. Ribadisco che una sera Elisabetta prese a calci e graffiò con una chiave la macchina di Francesca; ciò avvenne in Piazza Piccinino. Ricordo anche che alcuni mesi dopo la morte di Francesco, portai Elisabetta da un mio amico, tale Capitanucci Stefano che abitava all’Elce. Nel corso del nostro incontro Elisabetta volle farsi leggere le carte da Stefano e questi gli disse che bisognava liberare l’anima irrequieta di Francesco, implicato nei delitti del mostro di Firenze e che per far questo bisognava affidarsi a dei rituali magici, nel corso dei quali il venerdì, mi pare, di tre settimane consecutive bisognava bruciare mi pare dei chiodi di garofano o incenso o comunque spezie nella villa dei Narducci a San Feliciano. Mi sembra che il Capitanucci spiegò il motivo della scelta del luogo alludendo al fatto che era l’ultimo luogo che Narducci aveva visitato prima di morire. Accompagnai Elisabetta nella villa dove lei compì i rituali prescritti, sempre la sera dopo cena, all’insaputa dei genitori. Stando al buio lei metteva dei chiodi di garofano ed altre essenze, non esclusa la rosa canina, in una ciotolina che appoggiava per terra. Ricordo che quando il Capitanucci fece quelle allusioni al coinvolgimento di Francesco nelle vicende del cosiddetto mostro di Firenze, Elisabetta non fece strane reazioni e comunque non ebbe reazioni che mi sarei aspettato e cioè quella di chi insorge nei confronti di una affermazione calunniosa nei confronti di una persona cara. lo avrei reagito molto diversamente, Tanto più che a quei tempi già si parlava di questo coinvolgimento di Francesco nelle vicende fiorentine.”
Mentre Elisabetta ha cercato di smentire solo il riferimento “fiorentino”, contenuto nelle parole del Capitanucci, confermando, però tutto il resto e collegando il rito alla necessità di contrastare la “negatività” di cui sarebbe stata portatrice la vedova (non comprendendosi, però, al di là di ogni altra considerazione, perché mai il rito sia stato eseguito nella villa di San Feliciano e non nella casa perugina, questa sì abitata dalla Spagnoli), il Capitanucci, invocando un suo passato di alcolista, ha affermato di non ricordare esattamente il riferimento “fiorentino”, ma ha confermato di avere suggerito il rito, di essersi recato, insieme alla Narducci e al Baratta, nella villa di San Feliciano ed ha affermato che usò, per il rito, l’incenso di sandalo, perché intuiva che l’anima di Francesco fosse infelice.
Il 18 giugno 2002, il Capitanucci afferma testualmente:
“Ricordo che andammo nella villa di S. Feliciano perche’ Elisabetta mi disse che li’ avevano portato il corpo di suo fratello. Mi chiese di accendere l’incenso di sandalo perche’ quello toglie le negativita’, cioe’ serve a scontare le colpe degli altri. L’incenso di gelsomino serve invece a dare pace e armonia. In quella circostanza ho usato l’incenso di sandalo perche’ sentivo quell’anima era infelice. Ho acceso questo incenso con una candela.”
L’unica cosa che il Capitanucci non ricorda (lasciando impregiudicato il problema se si tratti effettivamente di un mancato ricordo, dovuto alle condizioni del Caputanucci ovvero a reticenza) è il riferimento fiorentino, ma tutto il resto concorda perfettamente con quanto affermato dal Baratta, soprattutto in relazione al “soggetto” portatore di “negatività” e di sofferenza.
Significative e analoghe dichiarazioni sono state rese dal Giornalista Andrea Pucci, allora inviato de “Il Giornale”, che ha intervistato il Prof. Ugo Narducci.
Sempre a proposito della fama che accompagna la morte del Narducci, è interessante riportare i punti salienti delle dichiarazioni dell’allevatore Attilio Piselli, rese in data 27.05.2004 (per citare solo la più dettagliata delle diverse dichiarazioni, tutte concordi sul punto, rese dal Piselli), nelle quali quest’ultimo racconta quanto ebbe a riferirgli il Maresciallo dei Carabinieri Enzo Baldoni, nel corso di un viaggio alla volta del Mugello:
”Domanda:” Ripeta esattamente quello che le disse il maresciallo Baldoni , giunti in prossimità di Scandicci.”// Risposta: ” Ricordo perfettamente che alla nostra destra vi era l’area di parcheggio Scandicci con la scritta “Area di parcheggio Scandicci”. Io ero completamente sveglio e, a quel punto, il maresciallo Baldoni esclamo’, con un’espressione di rammarico:” Eravamo arrivati a mettere le mani addosso al “Mostro di Firenze” e poi, invece, tutte le nostre fatiche sono andate in fumo perché la Massoneria ha fatto archiviare ogni cosa !”. Io rimasi incuriosito dall’osservazione del Baldoni, perché avevo seguito la vicenda del “ Mostro di Firenze” alla televisione e sui giornali, e gli chiesi:” Ma dimmi allora… chi è il “mostro di Firenze”! ” e il Baldoni rispose testualmente:” Era il figlio del professor Narducci, che era uno degli esponenti della Massoneria. Il professore ha fatto ammazzare il figlio dal garzone sulla barca sul lago Trasimeno, quando si è accorto di quello che il figlio stava combinando. Gli faceva comodo trovare un coglione e l’hanno trovato!”. Io rimasi sbalordito da quello che stava dicendo il Baldoni. Mi sembrava di avere assorbito un peso nella coscienza. Tornai di nuovo a chiedere all’amico, quasi incredulo:” Ma che cavolo mi dici?” e lui, serio, rispose:” Guarda che è proprio così !”. Io rimasi ancora piu’ sconcertato e non ricordo cos’altro ci siamo detti.”
Va precisato che le indagini sulla morte del Narducci sono state collegate, sin dall’inizio, con quelle sui mandanti dei duplici omicidi di coppie, pendenti presso la Procura di Firenze, proprio su richiesta di quest’ultima.
Infatti, dopo la richiesta di collegamento delle indagini (tra gli allora 6402/01 RGNR e 3212/1996 R.G. Mod. 44 Proc. FI e 9144/01 RGNR proc. PG) del 9.11.01 e la nota di trasmissione del 28.01.2002, nell’ambito delle indagini collegate, la Procura fiorentina ha trasmesso a questo ufficio una serie di atti riguardanti il Narducci, raccolti da vari organismi dell’Arma dei Carabinieri, sia fiorentini che perugini.
La documentazione può sintetizzarsi come segue.
1) C’è un primo appunto, datato 30 aprile 1986 (allegato dall’SM – Ufficio OAIO del Comando Reg. CC. Toscana del 4.01.2002, indirizzato alla Sez. PG CC. della Procura di Perugia, al Comando Prov. CC. di Firenze e per conoscenza alla Procura di Firenze), in cui si fa la cronistoria della vicenda del “Mostro” e le indagini svolte.
2) Appunto del M.llo Salvatore Oggianu, delle ore 10 circa del 3.02.1987, con cui il Maresciallo riferisce della telefonata dell’Ispettore Sirico della Squadra Mobile di Firenze che voleva sapere se i CC. di Firenze fossero informati sul suicidio avvenuto “pochi giorni orsono nel Lago Trasimeno” (ma è il 1987….). I CC. di Firenze rispondono di non saperne nulla e si rivolgono al Nucleo Operativo CC. di Perugia e in particolare al Brig. Fringuello che li informava del suicidio avvenuto l’8.10.1985, al Trasimeno, del Prof. Francesco Narducci, coniugato con Francesca Spagnoli. Il Fringuello riferisce anche che alcuni giorni prima era stato contattato da un familiare del medico che gli aveva riferito che lo stesso aveva uno studio medico in Firenze e che negli ultimi tempi prima del suicidio si era comportato in modo molto strano. Il Fringuello non ha ritenuto di spingersi oltre nei particolari, sia per motivi di riservatezza sia per timore di essere intercettato, ma si è riservato di riferire i fatti solo sul posto, cioè a Perugia. Ciò corrisponde all’annotazione di servizio, depositata il 24.01.2004 e redatta (NdR: redatta il 25 marzo 1987 giorno e mese sono fittizi) dal Lgt. CC. Mario Fringuello, ora in forza alla Sezione di PG (Aliquota CC.) sede, trasmessa recentemente a codesta Procura, in cui si riferisce che dopo la morte del Narducci, si presentarono al R.O. del Gruppo CC. due Marescialli provenienti dal R.O. CC. di Firenze, tra cui, forse, l’Oggianu e altro non identificato, di origine umbro – settentrionale, che riferirono al Fringuello che stavano procedendo ad accertamenti, nell’ambito delle indagini sui delitti del “Mostro di Firenze”, in merito al rinvenimento di bossoli o munizioni calibro 22, trovati presso una Clinica fiorentina, dove aveva operato il Narducci. Nell’appunto vi sono poi annotazioni vergate a mano, indicanti: “Morani”, “Marciana Marina (o Marna o Marna) LI” ,“Domenica”, “Cucinella”, “Nigiano (?) Magione”.
3) Vi è poi un appunto del Nucleo di PG di Firenze, Borgo Ognissanti n. 48, in data 5.02.1987, in cui si dice di essere venuti a conoscenza che verso la fine del 1985, nelle acque del Trasimeno, sarebbe stato rinvenuto il corpo di Narducci Franco, medico di Perugia. Poi si dice che, dalle indagini espletate, si era accertato che il medico era Narducci Francesco (generalizzato come il nostro), che l’8 ottobre il medico era scomparso, che nei giorni successivi era stato rinvenuto il motoscafo, senza nessuno a bordo e che il 13 ottobre 1985 era stato rinvenuto da due pescatori il cadavere del Narducci, in acqua “nei pressi della riva del lago, in Comune di Magione”. Si parlava degli accertamenti effettuati allora e si diceva che, dopo la morte, erano circolate voci insistenti secondo cui l’uomo si sarebbe suicidato perché era proprio lui il “Mostro di Firenze”. Nel documento si precisava che la voce che lo indicava come “il Mostro di Firenze” circolava anche prima della sua morte. Viene poi tracciato un quadro del personaggio e si parla del rinvenimento con i pesi.
4) Lo stesso appunto (come da annotazione in calce) viene consegnato dal Comandante del Nucleo di PG di Perugia al Comandante della Legione di Perugia che, a sua volta, lo consegna al Procuratore Gen. di Firenze, al Comandante della Brigata CC. di Firenze e al Comandante della Legione di Firenze. Lo scrivente (l’Oggianu ?) ne ha fatto avere copia al Comandante del Gruppo CC. di Firenze. L’appunto nasce nel Nucleo di PG CC. Perugia ed è stilato da Maglionico.
5) Il 13.02.1987 l’ufficio OAIO CC. Firenze chiede alla Staz. di Magione (e per conoscenza all’ufficio OAIO di Perugia e al Nucleo PG di Perugia) di trasmettere copia del rapporto sulla morte del Narducci, precisando che ciò ha attinenza col “noto appunto” (che è quello sub 1, ma più verosimilmente, quello di Maglionico che, assunto a informazioni, ha precisato, tra l’altro, che era stato individuato un appartamento nella disponibilità del Narducci, a Fiesole);
6) Con nota in data 13.03.1987, l’ufficio OAIO di Firenze (Col. Francesco Valentini) trasmette alla Procura di Firenze l’appunto loro consegnato dal Ten. Col. Antonio Colletti, Comandante del Nucleo di PG di Perugia. Si fa presente che il Ten. Col. Colletti ha precisato che avrebbe attivato le indagini se fosse stato richiesto dall’AG. Viene allegato il rapporto dei CC. di Magione, la nota negativa circa il possesso di appartamenti fiorentini intestati al Narducci.
7) Il 19.3.1987 l’Ufficio OAIO gira l’appunto (quello sub 3, redatto verosimilmente da Maglionico) al Gruppo CC. FI, al Nucleo PG FI, al NO CC. FI. (NdR: secondo i due documenti allegati alla data del 19 marzo 1987 le trasmissioni avvengono ambedue il giorno 19 marzo 1987)
8) Vi è successivamente una richiesta di accertare i periodi di permanenza all’estero del Narducci, previo accertamento sul passaporto (prese le opportune intese col Questore di Perugia), mandata da Vigna (Proc. Agg.) e Canessa al Comandante Nucleo di PG dei CC. di Firenze in data 23.03.1987 (in cui si richiama una nota 19.3.1987 dell’Ufficio OAIO della Legione CC. di Firenze).
9) Con richiesta in data 29.05.1987, relativa al proc. n. 5475/86 R.G., il Proc. Agg. Vigna e il sostituto Canessa (con firma per ricevuta Dr. Federico) scrivono al Comandante Gruppo CC. di Firenze, chiedendo di redigere (trasmettendone un esemplare) “un elenco aggiornato di tutte le persone – che saranno indicate per ordine alfabetico – oggetto di segnalazioni con riferimento ai duplici omicidi accertati il 29 luglio 1984 in agro di Vicchio di Mugello ed il 9 settembre 1985 in agro di S. Casciano V. Pesa….”, invitando gli organi destinatari a valutare l’opportunità di predisporre “una coordinata attività volta alla verifica della posizione di tali persone, o di quelle fra esse che appaiano più rilevanti, per l’ipotesi che abbia a ripetersi un episodio come quelli in passato verificatisi”.
10) Risponde la Squadra Mobile, con sigla “b” (Bernabei ?), con nota (indirizzata alla Procura e ai due magistrati e, per conoscenza, al Comando Gruppo CC. di Firenze) in data 14.7.1987, Categ.M/1/87 Sq.Mob.SAM., All. 1, Riservata a mano, in cui, in risposta alla richiesta e facendo seguito alla nota 17.06.1987 (comprendente altro distinto elenco di sospettati) si trasmette altro elenco di “tutte le persone, segnalate, da anonimi e non, dopo i duplici omicidi del 29.07.1984 e, a Vicchio di Mugello, e del 9.9.1985, a S. Casciano V. di Pesa”. L’elenco è intitolato “Elenco di tutte le persone segnalate da anonimi e non dopo il duplice omicidio Stefanacci – Rontini del 29.7.1984, trattate da questo ufficio, escluse quelle segnalate con elenco compilato in data 17.6.1987:”. Sono esattamente 254 nomi e al n. 181 è indicato: “NARDUCCI Francesco, nato a Perugia il 4.10.1949, già ivi residente, deceduto per annegamento sul Lago Trasimeno; nel 1985”. E’ l’unico, dell’elenco, deceduto dopo il delitto del 1985 (l’altro, certo Tamponi, è deceduto nel 1970). Sembrerebbe, pertanto, che il Narducci fosse stato segnalato, come persona sospetta, sin dal delitto di Vicchio, del 29 luglio 1984.
11) Il Comandante del Nucleo di PG di Firenze, Col. Rotellini risponde alla richiesta sub 8), il 4.07.1988, precisando che presso l’ufficio Passaporti della Questura di Perugia non erano stati rinvenuti documenti validi per l’espatrio da cui si potesse rilevare la permanenza all’estero del Narducci. Si precisava che in data 17.07.1984 aveva rinnovato la validità del passaporto. Si precisava anche che presso l’Università di Perugia era stato rinvenuto il decreto 14.08.1981 con cui il Narducci veniva autorizzato a un congedo straordinario per motivi di studio dal 16.09.1981 al 31.12.1981, dovendo il Narducci frequentare un corso di specializzazione a Philadelphia (USA) presso il Gastrointeslinae Section Departement of Medicine Hospital of University of Pennsylvania – Philadelphia, dal Prof. William Snape Jr. e, nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 1981 (un giovedì), è avvenuto il delitto di Cadenzano. Nell’informativa si riferiva anche, attraverso l’Interpol, si era accertato che il Narducci aveva soggiornato in Philadelphia, presso la International House, dal 16 settembre 1981 al 13.12.1981 e che aveva partecipato a tutte le lezioni che si tenevano il lunedì e il mercoledì; si diceva anche che non era risultato che fosse possessore di armi, che non era stato rinvenuto con le cinture con piombi per subacquei; che nessuno degli automezzi di sua proprietà era stato notato nei servizi “antimostro”; che non aveva svolto il servizio militare, pur avendo fatto domanda di partecipare al 58° corso AUC come ufficiale (era stato riformato). Si escludeva che potesse essere il “Mostro”.
12) Le indagini richieste dall’Interpol erano state condotte dal detective Diegel Frank della Divisione Omicidi che aveva ottenuto il 25.01.1988, con l’aiuto del Detective Supervisor Michael Carroll, Università di Pennsylvania, Divisione di Pubblica Sicurezza (215-898-4485) il fascicolo personale del Narducci, consegnato dall’addetta d’Amministrazione Sig.ra Goldstein, Sezione di Gastroenterologia, Dipartimento di Medicina. Dai moduli risultava che il Narducci aveva frequentato l’Università dal 01°.09.1981 al 30.06.1982 (ma non era dal 16 settembre 1981 al 13.12.1981 ?), come uditore, senza il titolo di studente o di dipendente stipendiato. Il Narducci svolgeva la sua attività sotto la direzione del Prof. William Snape Jr., come ricercatore presso il Laboratorio di Gastroenterologia dell’Università. All’epoca lo Snape era Direttore della Sezione di Gastroenterologia del Centro Medico Harbor – UCLA – 1000 W. Carson, Torrance, California, 90509 (213-533-2471). Il Narducci era arrivato il 16 settembre, aveva preso alloggio alla International House, 3701 Chestnut Street, Philadelphia, Pa., una struttura ricettiva con possibilità di pernottamento per uditori stranieri presso l’Università. Dai registri risultava che il Narducci vi aveva abitato dal 16 settembre 1981 al 13 dicembre 1981, occupando da solo una stanza doppia (C-42) a un prezzo simbolico. Si era accertato anche che presso la INTERNATIONAL HOUSE non vi erano registri né di ingresso né di uscita, né per annotare le telefonate in arrivo o in partenza. Da una lettera scritta dal Narducci al Dr. Cohen in data 1.06.1982 risulta che il Narducci era tornato in Italia prima di quella data (non è chiaro quale). Il detective Diegel aveva avuto un colloquio con una collega del Narducci, certa Dr. Ann Ouyang, 37 0/F, 14, Lynne Circe, Paoli, Pennsylvania (647-7334) che in quel periodo lavorava sotto la direzione del Dr. Snape. Secondo la Ouyang il Narducci partecipò a tutte le lezioni, del lunedì e del mercoledì. La stessa ha detto anche che lo venne a trovare a Perugia nel Settembre 1983. e poi venne a sapere della sua morte. Anche lo Snape ha confermato la frequenza.
Circa il possesso di una pistola, escluso dai CC. di Firenze, la vedova, confermando, sul punto, precedenti dichiarazioni rese alla Squadra Mobile della Questura di Perugia, sentita dai Carabinieri del R.O.N.O. il 17 maggio 2003, riferisce, invece, che il Narducci le manifestò il desiderio di acquistare una pistola, forse insieme al fratello Pier Luca (o Pierluca) che fece altrettanto. La Sig.ra Spagnoli ha riferito, in particolare, di aver visto la pistola, di colore nero e semiautomatica, nel vano portaoggetti dell’autovettura Citroën CX del marito. La Signora ha escluso che la pistola, vista nell’auto del marito fosse di suo padre, e ha concluso di essere stata sempre a conoscenza del possesso dell’arma, da parte di suo marito, che l’acquisto avvenne durante il matrimonio (quindi tra il 20 giugno 1981 e la data della morte del Narducci) e di non sapere dove l’arma fosse finita.
Vi è un altro momento, a quanto è dato comprendere, allo stato, in cui il Narducci viene di nuovo posto all’attenzione degli inquirenti fiorentini ed è in occasione della presentazione, da parte di un investigatore privato, certo Valerio Pasquini, residente a Impruneta (FI), Via Volterrana n. 1, abitante di fronte a Via di Giogoli, proprio di fronte alla villa “La Sfacciata”, nei pressi del luogo dove furono uccisi i due turisti tedeschi, nel settembre 1983, di un memoriale sul personaggio, alla Procura della Repubblica di Firenze. Il Pasquini, assunto a informazioni da questo PM, nella sede del G.I.De.S., in data 29 agosto 2003, ha precisato di avere svolto indagini a Perugia sul medico, accertando, tra l’altro, che:
Dopo la morte del Narducci, a Perugia correva voce che quest’ultimo fosse il “Mostro di Firenze”, come ebbe a dirle una impiegata dell’anagrafe, certa signora Emilia, che gli aveva confidato che i Carabinieri della Compagnia di Perugia aveva svolto indagini sul gastroenterologo ancor prima della sua morte e che lo stesso era “tallonato” pesantemente ancor prima dell’ultimo delitto, a Via degli Scopeti (come gli aveva anche detto la moglie di certo Claudio Mazza, conosciuto all’Argentario, secondo la quale la telefonata anonima ricevuta dal Narducci in Ospedale, il giorno della scomparsa, lo aveva avvertito delle indagini dei Carabinieri), ma che le indagini erano state poi bloccate;
Una domenica di poco successiva alla morte del Narducci, era apparsa una locandina de “Il Corriere dell’Umbria”, in cui il Narducci veniva indicato come il “Mostro di Firenze”;
L’Ispettore della Polizia di Stato Luigi Napoleoni, confidava al Pasquini che il Questore aveva mostrato un particolare interessamento alla vicenda e che lo aveva dissuaso dallo svolgere sopralluoghi nell’abitazione del medico;
Il giornalista Mauro Avellini, de “Il Corriere dell’Umbria”, che si era occupato del caso, gli aveva confidato che non lo trattava più, per avere subito pesanti minacce. Il giornalista, ancora intimorito, aveva confidato al Pasquini che uno dei Vigili del Fuoco, intervenuti nel recupero della salma portata nella villa di San Feliciano, aveva visto nello scantinato “un barattolo di vetro con dei reperti umani”.
Il Dr. Pierluigi Vigna, a cui il Pasquini portò il memoriale, era in procinto di recarsi a un interrogatorio, ma lo invitò a illustrargli il contenuto del memoriale, dicendogli, poi, che erano state fatte ricerche e che il Narducci era risultato estraneo alla tragica vicenda fiorentina, ma invitandolo, comunque, a mettere per iscritto le sue dichiarazioni;
da allora, cioè dal 1993, non era stato più richiamato sino al 2002, quando aveva riferito del contenuto del memoriale al Dr. Vinci, della Questura di Firenze.
Si giunge così all’autunno 2001, quando, da un’indagine relativa a singolari minacce telefoniche, ricevute da una estetista di Foligno, una certa Dorotea Falso, minacce poste in essere da un uomo e una o più donne, con voce travisata, che si presentano come affiliati ad una sorta di congrega di tipo “satanista”, emergono, dapprima reiterati riferimenti alla morte di Pietro Pacciani, poi alle “Colline del Mugello” e “Colline di Firenze” e, successivamente, “all’amico di Pacciani…..del Lago Trasimeno”, al “Dottore amico di Pacciani” e, infine, all’esplicita menzione del Narducci (oltreché della vicenda dei duplici omicidi fiorentini) che si afferma essere stato ucciso, come Pacciani, perché entrambi sarebbero stati “traditori di Satana”.
I primi riferimenti a Pacciani e alla vicenda fiorentina determinano lo stralcio e la trasmissione a Firenze dei relativi atti e il 9 novembre 2001, come s’è detto, inizia il collegamento delle indagini tra il proc. n. 9144/01 R.G.N.R. Procura Perugia e quelli nn. 6402/01 R.G.N.R. e 3212/1996 R.G. Mod. 44 Procura Firenze, poi confluiti nel n. 1277/03 R.G.N.R. Procura Firenze.
Tale collegamento, particolarmente intenso e protrattosi sino al giugno 2005, ha portato addirittura alla costituzione, nella primavera 2003, di uno speciale organismo investigativo per le indagini collegate delle due Procure, il G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali) “Firenze – Perugia”, posto sotto la responsabilità del Dr. Michele Giuttari che aveva lasciato il suo incarico di Dirigente della Squadra Mobile di Firenze, ricoperto sin dal 1995.
Nell’ambito delle indagini relative al procedimento n. 9144/01 di questo ufficio, la Squadra Mobile della Questura di Perugia formula un’ipotesi di collegamento tra i personaggi che si celano dietro alle telefonate e la vicenda della morte del gastroenterologo perugino, fondata sia sulla persistente fama che ha accompagnato la morte del medico, sia sul fatto che in entrambe le vicende vi è il non trascurabile punto di contatto costituito dall’ambiente di Foligno, città dove risiede la persona offesa delle minacce telefoniche, dove il padre del medico era Primario di Ginecologia del locale Ospedale, dove il gastroenterologo era a lungo vissuto prima di trasferirsi a Perugia e dove erano state fatte indagini dall’Ispettore Napoleoni subito dopo il delitto degli Scopeti, anche sul delitto Caltabellotta (anch’esso commesso a Firenze e verosimilmente connesso, in ipotesi, alla vicenda oggetto delle indagini collegate, come anche quello di Elisabetta Ciabani).
Nell’alveo delle indagini sul procedimento n. 9144, iniziano così accertamenti sulla morte del Narducci, con l’audizione, tra gli altri, del medico legale di turno, all’epoca, Prof.ssa Francesca Barone, che non era stata, però, interpellata.
Dalle indagini emergono subito consistenti anomalie nella vicenda della morte del gastroenterologo ed elementi che portano a ritenere la stessa frutto di un omicidio, anziché, come era stato affermato dal Giudice istruttore dell’epoca, di fatti privi di carattere penale.
Ciò porta alla nascita dell’ex procedimento n. 17869/01 R.G. Mod. 44, per omicidio pluriaggravato, a carico di ignoti, passato nell’attuale procedimento noti.
Inizia così una serrata attività d’indagine, nella quale emerge, tra l’altro, quanto riferito dall’Avv. Claudio Caparvi, circa le continue confidenze, fattegli in epoca non sospetta, dall’amico, il gastroenterologo Prof. Ferruccio Farroni, uno dei due medici che riconobbero il cadavere di “Sant’Arcangelo”, a proposito della morte dell’amico, riferendo circostanze estremamente gravi. Il 9.04.2002, l’Avv. Caparvi, presentatosi spontaneamente, dichiara testualmente:
“…divenuto casualmente amico del Prof. Ferruccio Farroni attraverso amici comuni, quest’ultimo mi confidò circa tre anni fa in occasione di una cena che aveva dei dubbi sulla morte di Francesco. Proseguendo nelle sue confidenze Ferruccio mi disse che per motivi professionali Francesco era venuto in contatto con dei personaggi fiorentini potenti, che ritenni essere medici, che avevano costituito una sorta di “loggia di finocchi coperti” come si espresse testualmente. Costoro, secondo Ferruccio che è stato sempre assolutamente certo, avevano organizzato i delitti attribuiti al cosiddetto mostro di Firenze ma Francesco essendone venuto a conoscenza era divenuto pericoloso per il gruppo, che aveva deciso di eliminarlo inscenando un finto suicidio. Il Ferruccio mi disse testualmente che l’avevano narcotizzato, gli avevano messo una cintura da sub con i piombi alla vita e l’avevano immerso nel lago Trasimeno. Questo racconto Ferruccio me lo ha ripetuto in molteplici occasioni, senza alcuna variazione e quando i giornali recentemente hanno dato notizia dell’indagine sul presunto “secondo livello” dei delitti del cosiddetto mostro di Firenze e su una presunta pista “esoterica”, mi chiamò al telefono esclamando: “hai visto che avevo ragione?…”.
Anche la vedova Sig.ra Francesca Spagnoli si presenta spontaneamente sin dall’8 febbraio 2002 e inizia una lunga e articolata serie di dichiarazioni, ponendo soprattutto l’accento sul fatto che, negli ultimi due mesi di vita, il marito era divenuto depresso e molto preoccupato.
In relazione a quanto dichiarato dall’Avv. Caparvi (non smentito sostanzialmente dal Farroni che ha sempre invocato una sua particolare perspicacia nel comprendere gli avvenimenti, motivando così le sue confidenze), è interessante riportare quanto dichiarato da Laura Berrettini, che è stata un po’ una sorta di istitutrice delle figlie di Gianni Spagnoli, in data 22.05.2002:
“Durante il fidanzamento con la Peirone, nell’estate del 2001 (tra luglio e agosto, ricordo che faceva molto caldo), una sera, a cena, sul terrazzo della casa della Peirone, in Via Diaz, in un attico all’ultimo piano, presenti anche i figli di Cristina, il prof. Ferruccio Farroni tornò a parlare di Francesco con me. Il Ferruccio Farroni uscì con affermazioni molto forti: del tipo che la situazione era ingarbugliatissima, che c’erano dei notabili che non dovevano apparire, che c’era un’attività d’indagine e che lui sapeva chi aveva ucciso Francesco. Io gli chiesi perché non l’aveva detto prima e lui mi rispose che l’aveva già fatto e che, pertanto, si andava a smuovere una situazione……lasciandomi intendere che la situazione riguardava personaggi intoccabili. Alla discussione si unì anche il figlio di Cristina, Simone Ramadori, che accusò il Farroni di non aver parlato prima e lui, per tutta risposta, disse che non era ancora il momento. Disse che c’erano collegamenti con Firenze. Nella fattispecie il prof. Farroni alluse ad una ipotesi di coinvolgimento tra la scomparsa di Francesco Narducci e i delitti riconducibili al cd “mostro di Firenze”. Il Prof. Farroni disse che Francesco era entrato in un giro più grande di lui. Era una pedina di una situazione più grande di lui, che aveva a che fare con le sette, le messe nere e il cd. “Mostro di Firenze”. Raccontò di avere ritrovato il corpo di Francesco, perché nottetempo erano stati da un sensitivo abitante tra Umbria e Toscana che gli avrebbe indicato il luogo dove l’indomani avrebbero ritrovato il corpo. Lui andò con un’altra persona e trovò il corpo di Francesco. Il sensitivo abitava in una zona di campagna. Il sensitivo era una persona trasandata a cui erano stati indirizzati, viveva in una specie di catapecchia. Il Farroni mi disse che il sensitivo gli aveva detto che: “ il corpo viene fuori lì “, disse che il cadavere era gonfio e irriconoscibile. Quando raccontò tutto questo, fu molto ricco di particolari. Lui mi disse che c’era di ché riaprire il caso e sottolineo questo aspetto, di questo ne sono certissima. Mi disse che era in possesso di informazioni che io non avevo. Ho anche saputo dalla mia amica Cristina Peirone, sua attuale compagna, che Ferruccio è “in sonno” massonico e non escludo che Ferruccio possa aver recepito tali notizie in ambienti massonici. Lui mi disse, ritornando al ritrovamento del cadavere, che i Narducci avevano fatto diversi tentativi, tutti inutili, per il ritrovamento di Francesco, per ciò era andato al Lago il giorno 13 ottobre, nelle prime ore del giorno, alludendo al chiarore dell’alba perché aveva parlato col sensitivo nella notte tra il 12 e il 13 ottobre e questi gli aveva riferito quanto sopra già detto ovvero che il corpo sarebbe riapparso in un posto preciso. Ho avuto la netta sensazione, visto il fervore con cui il Farroni sosteneva le sue convinzioni che le notizie in suo possesso le aveva apprese da fonti autorevoli. Ebbi la netta sensazione che il prof. Farroni avesse anche delle informazioni riservate che non voleva o non poteva dire. Ricordo ad un certo punto che la mia amica Cristina ebbe a dire di finirla a quel punto perché la situazione poteva divenire per me molto imbarazzante.
Il prof. Farroni, della quale sono amica, tornò in argomento circa tre o quattro mesi dopo allorquando uscirono delle notizie sulla stampa sulla questione relativa alla scomparsa di Francesco Narducci. Eravamo in campagna nella zona di Collazzone o Pantalla e stavamo andando a cena forse dalla sorella e ricordo che disse: “hai visto che avevo ragione e che il caso è riaperto?”.
A.D.R. Lei mi chiede se il periodo in cui ebbi la discussione di cui sopra con Ferruccio Farroni fosse luglio o agosto del 2001 ed io le rispondo che sono assolutamente sicura che il periodo fosse luglio o agosto e non settembre poiché in quel mese dal 9 al 21 ero in Sardegna in vacanza con due amiche tra l’altro nella casa in multiproprietà della dottoressa Peirone…”;
Nell’ambito delle indagini preliminari, è iniziata anche una massiccia attività d’intercettazione telefonica e ambientale che ha fornito numerose conferme alle ipotesi investigative formulate e che è in corso di trascrizione. I brani che saranno riportati sono stati depositati in sede di richiesta di misura cautelare nel connesso procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, culminato nella citata ordinanza del 7.12.2004 del Tribunale d’Appello cautelare. Tra ciò che è emerso, in sede d’intercettazione, per citare solo alcuni casi nella grande massa di materiale raccolto, vi sono i continui riferimenti alla presenza del Narducci a Firenze. Vi è, per esempio, la telefonata n. R.I.T. 425/03, n. brano 2150, del 12.05.2004; poi la fondamentale telefonata intercorsa tra Gianni Spagnoli e la figlia Luisa, in data 23.01.2004, n. 656,h. 20,35, intercettata presso il G.I.De.S., nella quale lo Spagnoli, commentando con la figlia le notizie apparse su “Il Corriere della Sera” dello stesso 23 gennaio, racconta alla figlia che la notizia pubblicata sul rinvenimento dei “feticci” in un’abitazione in uso al Narducci, nei pressi di Firenze, corrisponde a verità, precisando che non si trattava di un appartamento, ma di una “vecchia casa colonica”, in località “Sanpa…(forse San Pancrazio) e che la proprietaria, non ricevendo più il canone da Francesco, aveva chiamato il Prof. Ugo che vi si era precipitato insieme a Pier Luca e ad elementi della Polizia, trovando in un frigorifero le parti asportate delle vittime.
Va sottolineato, a questo punto, che lo Spagnoli, contestatogli il contenuto della telefonata, ha cercato di appellarsi alle notizie di stampa, ma, com’è stato accertato dai CC. del R.O.N.O. CC. Perugia, nessun articolo, tantomeno de “Il Corriere della Sera”, ha fatto riferimento alla “vecchia casa colonica” di cui ha parlato lo Spagnoli, ma ha parlato di “casa”, di “appartamento”, di “abitazione”. Solo nell’articolo pubblicato il 25 gennaio 2004, si parla di qualcosa di simile ad una casa colonica, cioè ad una “cascina”, ma l’articolo è di due giorni dopo la telefonata. Un’altra telefonata nella quale si dà atto dell’esistenza di una casa in Toscana, nella disponibilità del Narducci è quella n. 67 del 18.11.2003, h. 17,06, tra Daniela Cortona e l’amica Rita, nella quale quest’ultima, conversando con l’amica, la informa di essere stata convocata dai Carabinieri ma che lei non intende “sbilanciarsi”, esortata in questo anche dall’amica e le confida di essere stata più volte a feste, organizzate da Francesco, in una casa della madre del Narducci in Toscana. Interrogata dai Carabinieri, la Cortona ha solo detto di sapere dell’esistenza di quella casa ma di non esserci mai stata, finendo così con l’essere incriminata.
Sulla disponibilità di una casa del Narducci a Firenze, va citata anche la telefonata 218 del 21.06.02 (tra Ornella Servadio e Bona Franchini). Si parla della casa di Firenze e che una certa Cecilia sapeva della casa e Francesco ce l’aveva da quando era fidanzato con Marcella Mecatti che studiava a Firenze. Quest’ultima, interrogata sul punto in data 22.06.02, ha escluso di avere studiato a Firenze, precisando, però, che vi aveva studiato Architettura suo cugino Mecatti Cesare. Va precisato, sul punto, che la sede fiorentina era quella dove tradizionalmente si iscrivevano gli studenti di Architettura perugini.
In un’altra telefonata (che è allegata con omissis alla presente richiesta), la n. 226, h. 17,37, del 17 ottobre 2002, tra Giovanna Ceccarelli (cognata del Narducci) e la madre Adriana, quest’ultima si sofferma preoccupata per le notizie su violenze e “riti satanici”, avvenuti a Pescara e la figlia commenta: “ Eh ma era tutto l’mi cognato che faceva casino no ? “.
Vi è un’altra telefonata (anch’essa depositata in sede di richiesta di misura) che richiama chiaramente quella n. 656, relativamente al rinvenimento dei “feticci”: è la n. 1507 (G.I.De.S.) del 22.01.2004, sull’utenza n. 075/38284, tra l’Isp. Napoleoni e la figlia Monica. Si riportano i passi più significativi della telefonata, sottolineando il fatto che il Napoleoni afferma di parlare per cognizione diretta e che l’articolo de “Il Corriere della Sera” che si è soffermato sul rinvenimento dei feticci è del 23 gennaio 2004, cioè di un giorno dopo la telefonata:
“L’ho letto l’articolo, Monica, parla del farmacista Calamandrei!
M: Come si chiama?
L: Calamandrei!
M: Calama!
L: Calama! Come ca… senza… non Talama! Ca! Ci a!
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M: Calama… Andrea?
L: Calamandrei!
M: Ah! Calamandrei!
L: (N.s.c.)… che fa Calamandrei!
M: Ebbene…
L: Fa parte di una Setta Esoterica, anche lui… lui è uno di quelli che mandava…
M: Eih!
L: E poi, insomma sto Narducci sembrerebbe che… fosse de… fosse colui il quale… questo lo dico io!
M: Umh!
L: Che tenesse umh… i macabri resti… delle donne uccise eccetera!
M: Il Narducci!?
L: Il Narducci! Poi… a un certo momento, sicuramente questo forse voleva uscire dal giro eccetera… e l’hanno amma… insomma il mandante anche dell’omicidio di Narducci, si… si presume!
M: Mamma mia, ba!
L: Quando esce fori Trio…
M: Si!
L: E…
M: Voglio dire… è un tipo di delitti, quelli la del “Mostro”…
L: Eh?”.
Va ricordato, in proposito, quanto dichiarato il 30.05.2002 da Sante Beccaccioli, all’epoca autista del Presidente del Tribunale:
“Sono stato per 32 anni in servizio come autista e scorta al Presidente del Tribunale di Perugia e ricordo che una mattina , alcuni mesi dopo la morte del prof. Francesco Narducci, l’allora Presidente Raffaele Zampa, deceduto nel 1997, mi confido’ che la sera prima, durante una cena, una persona che aveva incontrato quella sera, ma che comunque conosceva, gli riferì’ che in quei giorni, o poco prima, i proprietari di un appartamento di Firenze di cui era locatario il prof. Francesco Narducci, insospettiti dal mancato pagamento del canone di locazione, avevano cercato di mettersi in contatto con il professore non sapendo che era morto, e poi erano riusciti a contattare i familiari di quest’ultimo che gli avevano procurato un mazzo di chiavi dell’appartamento.
Sempre secondo il racconto dell’amico del dott. Zampa la porta era stata aperta e, una volta entrati nell’appartamento, avevano rinvenuto all’interno di un frigorifero dei reperti genitali femminili verosimilmente provenienti dai delitti del cosidetto “Mostro di Firenze” e comunque corrispondenti alle parti notoriamente asportati in questi delitti cioe’ area del pube e seni. Io rimasi colpito da questo racconto anche perche’ il presidente dava la massima credibilita’ alla persona che glielo aveva riferito. Chiese al Presidente se non fosse il caso di avvertire gli organi di Polizia, ma lui stringendosi le spalle disse:” Ormai e’ morto Sante, che vuol fare?”.
Altre telefonate confermano la conoscenza tra l’ortopedico fiorentino Prof. Jacchia e il Narducci.
Non può non sottolinearsi, a questo punto, una caratteristica assolutamente peculiare della presente vicenda giudiziaria, che ha accompagnato la stessa sin da quando gli organi di informazione ne hanno dato notizia, cioè da circa due – tre mesi dopo l’apertura del procedimento, una caratteristica che presenta un profondo interesse e significato ai fini delle indagini e che ha portato all’apertura di vari procedimenti penali a carico di persone note (tra cui i più stretti congiunti del defunto, ad eccezione della moglie), poi confluiti in quello n. 8970/2002 R.G.N.R. Ci si riferisce all’ atteggiamento dei componenti della famiglia Narducci, oltreché dei loro legali dello Studio Brizioli e in particolare dell’Avv. Alfredo Brizioli (che ha assunto il mandato difensivo e ha ripreso l’attività forense, proprio in coincidenza con le prime notizie sull’indagine), legato da un forte rapporto d’amicizia e di frequentazione col defunto e la cui attività è stata esercitata con modalità spesso improprie, particolarmente emotive, aggressive e ostruzionistiche rispetto all’attività d’indagine, contro cui il legale si è vantato spesso di “ergere muri od ostacoli insormontabili”, come se fosse lecito ostacolare le indagini giudiziarie, il tutto a protezione di un teorema privato, quale quello della morte per annegamento o “in subordine” per suicidio (peraltro non spiegato) del medico e come se le vicende di quest’ultimo fossero un fatto privato su cui non fosse lecito indagare.
In linea con le primissime, singolari reazioni alle comprensibili osservazioni e domande sugli ultimi movimenti del Narducci (quando soprattutto il fratello del gastroenterologo ha troncato le domande della cognata e della madre di questa sulla possibile esistenza di un appuntamento al lago, perché “offensive della memoria dello scomparso”), la famiglia Narducci ha ritenuto la stessa, doverosa attività d’indagine una sorta di lesione della memoria del defunto e, anche contro le stesse risultanze della Consulenza del Prof. Pierucci, ha cercato di difendere una sorta di teorema privato, come si è detto e cioè che il gastroenterologo doveva essere morto, nell’ordine di gradimento decrescente, o per malore, o per disgrazia o, in estremo subordine, per suicidio (in questo caso, senza, però, fornire minimamente dei motivi che potessero giustificare un tale gesto) e tutto questo, non in virtù di una affermata, diretta conoscenza dei fatti (a parole smentita), ma in forza di una sorta di certezza morale (o, meglio ancora, forse di un auspicio, rivestito con le forme di un giudizio) secondo cui l’ipotesi omicidiaria non dovesse essere presa neppure in considerazione, perché nessuno, secondo loro, poteva avere interesse a uccidere il Narducci. In definitiva, le indagini su questa morte dovevano cessare quanto prima, tanto che i componenti la famiglia Narducci, pur essendo formalmente persone offese del procedimento per omicidio, hanno immediatamente e reiteratamente presentato numerose richieste di archiviazione, hanno presentato due istanze di avocazione delle indagini alla Procura Generale (la prima respinta, la seconda dichiarata inammissibile e comunque infondata nel merito), hanno attaccato l’attività di indagine sino a sollecitare interrogazioni o interpellanze parlamentari che non hanno, poi, avuto alcun esito. In ultimo, dall’attività d’indagine nel procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R., è emersa un’attività dell’Avv. Alfredo Brizioli (insieme ad altri coindagati nel procedimento) che ha portato (secondo modalità da accertare in dettaglio) ad una trasmissione televisiva di una delle reti pubbliche, che avrebbe dovuto “demolire” l’indagine, utilizzando la morte di un medico, certo Dr. Puletti, vittima di debiti, avvenuta nei pressi del Lago Trasimeno, alcuni anni dopo, per accreditare l’ipotesi che “la telefonata” che aveva contribuito alla riapertura del caso si riferisse, in realtà, a questa vicenda e non a quella del Narducci, nonché ad un’attività giornalistica diretta contro il Responsabile del G.I.De.S. Primo Dirigente della Polizia di Stato Dr. Michele Giuttari.
Prima dello scadere del semestre è intervenuta l’autorizzazione a proseguire le indagini da parte del G.I.P. (e numerose altre ne sarebbero seguite).
Dopo una consulenza tecnica preliminare svolta ex art. 359 c.p.p. dal Prof. Giovanni Pierucci, Direttore del Dipartimento di Medicina Legale dell’Università di Pavia, resasi necessaria per la totale assenza di rilievi fotografici sul cadavere di Sant’Arcangelo, per accertare l’epoca e la causa di morte del Narducci, i fenomeni cadaverici, la posizione dei cadaveri sommersi, la correttezza delle precedenti conclusioni sanitarie su epoca e causa di morte, nonché sulla fattibilità dell’esumazione, a tanta distanza dalla morte, per precisare i punti oscuri della vicenda (consulenza nella quale il Prof. Pierucci sollevava, tra l’altro, il problema dello scarto esistente tra l’elevato livello di trasformazione raggiunto dal cadavere, caratterizzato da una “facies negroide” e dal livello enfisematoso – putrefattivi di tale processo, a fronte di una asserita permanenza in acqua, in un mese autunnale, di circa cinque giorni e riteneva necessaria una tempestiva autopsia), il 28 maggio 2002 questo PM nominava CT lo stesso Prof. Pierucci al fine di accertare le cause della morte del medico previa autopsia (non effettuata all’epoca), con l’ordinaria procedura in contraddittorio dell’art. 360 c.p.p. e il conferimento dell’incarico avveniva il 4 giugno 2002. Veniva nominato anche un CT in materia tossicologica, la Prof.ssa Montagna, dello stesso Dipartimento. L’ampia, articolatissima ed esauriente CT veniva depositata il 20 dicembre 2002 e in essa il CT dava atto della coincidenza tra il cadavere esaminato a Pavia con il Narducci; prospettava, viceversa, dubbi sulla coincidenza tra il cadavere ripescato il 13 ottobre 1985 e quello oggetto della CT (sia per problemi di compatibilità dimensionale e gli indumenti indossati dal “cadavere di Pavia”, sia per la presenza di capelli nel cadavere del Narducci, a fronte di una perdita segnalata in quello di Sant’Arcangelo, sia per lo stato di conservazione soprattutto viscerale, di fronte a quello che ci si sarebbe dovuto attendere da un cadavere in fase di florida putrefazione, come quello di Sant’Arcangelo); l’individuazione della data della morte risentiva, secondo il CT, delle incertezze circa la compatibilità tra i cadaveri, ma poteva coincidere con l’8 ottobre con “possibilità di una notevole escursione di anni, in più od in meno”; non erano state riscontrate tracce di annegamento, anche se il dato negativo, di per sé, non poteva escluderlo; era stata riscontrata meperidina in diversi organi – tessuti del cadavere ed era stata accertata la “frattura del corno superiore sinistro” della cartilagine tiroidea, che si riteneva avvenuta in vita e ciò rendeva “quanto meno probabile” che la causa di morte del Narducci risiedesse in una “asfissia meccanica violenta prodotta da costrizione del collo (manuale – strozzamento; ovvero mediante laccio – strangolamento), secondo una modalità omicidiaria”.
Con successive CT, una di carattere antropometrico (a cui si affiancava, sul piano “esoterico – culturale”, come esperto chiesto in ausilio dalla Dott.ssa Carlesi, il Prof. Massimo Introvigne che sottolineava il carattere “massonico arcaicizzante” della ritualità del telo apposto sui fianchi del cadavere del Narducci e un possibile significato rituale “punitivo”), una di confutazione di uno studio di un consulente di parte dei Narducci e l’ultima, depositata il 25 giugno 2004, contenente sofisticati accertamenti, la Dott.ssa Gabriella Carlesi concludeva per la coincidenza del cadavere esumato con il Narducci e, viceversa, per l’assoluta incompatibilità tra il cadavere ripescato il 13 ottobre 1985 e quello oggetto dell’autopsia, svoltasi a Pavia.
Altra consulenza, quella dell’ematologo Prof. Previderè sulla saliva con cui furono incollate le buste indirizzate ai magistrati Dr. Vigna, Dr. Fleury e Dr. Canessa, ha portato alla individuazione di una coincidenza tra il gruppo sanguigno del Narducci (A+) e quello della persona la cui saliva è stata utilizzata nelle buste, ma non ha potuto dare risposte in merito al DNA, stante la degradazione subita dalla saliva stessa in un così prolungato lasso di tempo.
Circa l’individuazione dei possibili autori dell’omicidio, si procede a carico di Francesco Calamandrei e di possibili altri complici, in corso d’identificazione, che non risultano indagati nel procedimento fiorentino n. 1277/03. Va precisato che, come s’è detto, l’atteggiamento della famiglia Narducci (quella che ha “gestito” quanto meno tutta la vicenda, dal tardo pomeriggio dell’8 ottobre sino ai funerali, avvenuti il 15 e oltre) è di chiusura totale, persino sulla stessa esistenza dell’omicidio. Non va trascurato, sul punto, quanto emerso circa la presenza in loco (cioè nell’area del Lago Trasimeno) di alcuni dei più stretti congiunti del Narducci che entrarono in allarme e si precipitarono al Lago molto tempo prima di quanto hanno dichiarato nei primi pp. vv. di assunzione a informazioni e, quindi, a prescindere dall’approssimarsi dell’imbrunire e dal mancato rientro del congiunto, ciò che aggrava la loro posizione e che è oggetto di approfondite indagini. Non può essere taciuto, infatti, quanto sostenuto da alcune persone informate sui fatti, come Attilio Piselli, secondo cui a uccidere il gastroenterologo fu il padre, avvalendosi dell’azione del “garzone”. Se la cosa venisse confermata, si potrebbe addirittura ipotizzare una convergenza d’interessi nell’eliminazione del Narducci tra chi aveva interesse ad eliminare un elemento troppo pericoloso per la sua sfrontatezza e inaffidabile e chi aveva motivo di eliminare la radice dello scandalo.
Sulla data della morte del Narducci, va segnalata l’informativa della Squadra Mobile della Questura di Perugia in data 16.12.2003, che riprende e conferma quanto dichiarato dall’Ispettore Capo Leonardo Mazzi, ora in quiescenza, secondo cui la notizia del rinvenimento del Narducci giunse alla Squadra Mobile durante un pomeriggio in cui il Mazzi si trovava in ufficio per espletare il turno di servizio e l’Isp. Napoleoni si recò in fretta e furia al Lago unitamente ad altro personale, mentre lui (cioè il Mazzi) rimase in servizio sino alle 20 circa e non vide rientrare i colleghi portatisi al Lago. Nell’informativa si precisa, infatti, che, dalla consultazione del registro dei servizi, si era accertato che nella settimana dalla domenica 6 ottobre alla domenica 13 ottobre 1985, l’unico giorno in cui il Mazzi effettuò il turno di reperibilità corrispondeva a mercoledì 9 ottobre 1985, in cui erano presenti in ufficio, secondo il registro, l’Isp. Napoleoni, il Vice Ispettore De Fusco Walter, l’Assistente Sardara Giampiero e l’Ag. Ranauro Sergio, mentre la domenica 13 ottobre (il giorno del rinvenimento dell’uomo del Lago), il Mazzi non era in ufficio, perché a riposo, mentre erano presenti l’Isp. Napoleoni, il Sov. Malafarina Bruno e l’Ag. Tardioli, che (oltre a recarsi al Lago, il primo e il terzo) presenziarono, per dovere d’ufficio, anche alla partita di calcio del campionato di serie B “Perugia – Campobasso”. Ciò collima con la data della morte del Narducci, apposta sulla bara, come emerso in sede di esumazione e con le dichiarazioni di Ferri Giancarlo, che, in data 23 febbraio 2004, dinanzi a questo PM, nella Stazione CC. di Magione, ha detto testualmente:
“Viene mostrata a questo punto al Sig. FERRI le foto di cui al nr. 1-B datata 10.06.2002, che raffigura un pontile, un cadavere disteso sul bordo sinistro del pontile, guardando verso il lago, e un gruppo di persone tra cui Carabinieri in divisa….Domanda: “ Riconosce il cadavere da lei visto in quello che vede nella foto che le mostro? E riconosce comunque l’immagine che lei vede in questa foto come quella relativa al ritrovamento del cadavere a cui lei ha fatto riferimento? “Risposta: “ Assolutamente no. Il cadavere che vedo nella foto mi sembra piuttosto gonfio, mentre quello che ho visto io era snello e asciutto. Inoltre l’uomo che vedo nella foto sembra indossare una camicia, mentre quello che ho visto io, aveva una maglietta marroncina. Infine, l’uomo che io vidi non aveva pantaloni tantomeno con una cintura chiare come quella che vedo nella foto“.-// Viene mostrata a questo punto al FERRI, la foto nr. 4 32-A/33, raffigurante un gruppo di persone intorno al cadavere tra cui un Ufficiale dall’Arma e un Brigadiere, entrambi in divisa estiva, con il cadavere sulla sinistra di cui si scorge il capo e il volto…//Domanda:Conferma di non riconoscere quel cadavere?“// Risposta: “ Escludo al cento per cento che il cadavere da me visto sia quello che vedo raffigurato nella foto. Questo cadavere che vedo nella foto ha il volto nero in modo impressionante, ma il cadavere che vidi io era normalissimo ed era bianco pallido “…Viene poi mostrata la foto nr. 2 14A-15, raffigurante un molo, sul Lago Trasimeno, con una imbarcazione sulla sinistra del pontile e un gruppo di persone tra cui due militari dell’Arma che adagiano, sul pontile stesso, un cadavere // Domanda: “ Riconosce l’imbarcazione che vede come quella che trasportò il cadavere da lei visto? “ Risposta: “ No, assolutamente. Il cadavere che io vidi era su una barca da pescatore, a motore. “ Vengono mostrate a questo punto al FERRI, le foto dell’album fotografico nr. 2/2003 del G.I.DE..S. di Firenze, rovesciate per simulare il modo in cui lo stesso FERRI vide il cadavere da lui descritto.Domanda: “ Trova una rassomiglianza fra l’uomo che lei vide cadavere e qualcuno degli uomini di cui alle foto che le mostro, iniziando dalla pagina finale?” Risposta:” Trovo una certa rassomiglianza tra il cadavere che io vidi e l’uomo di cui alla foto che lei mi dice corrispondere alla numero 0041 e che raffigura un uomo in giacca e cravatta. Una qualche rassomiglianza la trovo nella foto che lei mi dice corrispondere alla numero 0019, raffigurante un uomo in camicia o maglietta azzurra, ma la rassomiglianza più forte la trovo nelle foto che lei mi dice corrispondere ai numeri 0004, 0003, 0002 e 0001. Eccolo al cento per cento, soprattutto nelle foto che raffigurano il giovane a torso nudo, con un maglione e una pipa e in giacca e cravatta ! Anche la foto 0003 mi ricorda moltissimo il cadavere che io vidi, soprattutto trovo una forte rassomiglianza nelle braccia. Inoltre la maglietta indossata dal giovane di cui alla foto nr. 0003, assomiglia a quella indossata dal cadavere.”. // Si dà atto che la foto nr. 0041 corrisponde a VITTA Johanan, la foto nr. 19 corrisponde a POLI Paolo, mentre le foto 0001, 0002, 0003 e 0004, corrispondono a Francesco NARDUCCI. Si dà altresì atto che il FERRI esclama ripetutamente, guardando le prime quattro foto 0001, nr. 0002, nr. 0003 e nr. 0004:” Eccolo è lui !”. A questo punto vengono mostrate al FERRI le foto nr. 0001, 0002, 0003 e nr. 0004, in posizione non rovesciata// Domanda:” La foto che lei vide al Telegiornale, nell’ottobre 1985, a quale delle quattro poteva assomigliare di più? ”Risposta:” A quella in cui l’uomo ha camicia, giacca e cravatta. Per questo mi sembrava diverso dal cadavere che avevo visto e che era in maglietta, non perché non somigliasse a quel cadavere, ma perché era ben vestito. Invece la foto che mi ricorda più quel cadavere, è quella nr. 0001 in cui il giovane è raffigurato a torso nudo. Domanda:” Lei ha riconosciuto soprattutto l’uomo di cui alle foto dal nr. 0001 al nr. 0004 perché ha visto, recentemente, quel volto in televisione, oppure perché quel volto rassomiglia molto a quello del cadavere che lei vide a San Feliciano?” Risposta:” L’uomo che vidi cadavere è uno di quelli che ho indicato dal nr. 0001 al nr. 0004 e, guardando meglio le foto, quello che me lo ricorda di più è il giovane di cui alla foto nr. 0003, sia perché indossa una maglietta pressoché identica a quella del cadavere che vidi a San Feliciano, sia per la robustezza delle braccia. Inoltre l’uomo che corrisponde a queste quattro foto, ha lo stesso volto del cadavere che io vidi a San Feliciano ”. Domanda:” Ha potuto guardare con attenzione il collo del cadavere e se sì, ha notato qualche segno?” Risposta:” Non ho fatto caso a questi particolari, data anche l’eccitazione del momento. // A.D.R. Gli uomini che hanno portato il cadavere erano pescatori, ma non sarei in grado di riconoscerli perché potrebbero anche non essere stati di San Feliciano. Aggiungo che, quando vidi quel cadavere, saranno state le 15,30 e le condizioni di luce erano ottime. Fino alle 17,00 ci si vedeva bene. ” //A.D.R. Il tempo era bello, non c’era vento e il lago era calmo”.// A.D.R.: “A quanto ricordo, la televisione fece vedere le immagini del ritrovamento qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Sant’Arcangelo e, quando vidi quelle immagini, esclamai, rivolto a mia moglie: “ Ma questo non può essere perché io l’ho visto qualche giorno fa a San Feliciano, non a Sant’Arcangelo! “. Non ricordo se avevo raccontato a mia moglie Cavoli Maria di aver visto il cadavere a San Feliciano. Quando, però, vidi le immagini del ritrovamento a Sant’Arcangelo, non potei fare a meno di manifestare il mio stupore”.
Le conclusioni in questione sembrano confermate da quanto dichiarato dalla Dott.ssa Spanu Giuliana Anita il 14.02.2004, che ha riferito che: “…qualche giorno fa, trovandomi nel negozio “GAD” di generi alimentari, tra via Torelli e via Piervittori, nei pressi di via Annibale Vecchi, dopo un’edicola, e ascoltando il giornale radio che parlava della morte del Narducci, la cassiera, una signora biondina, con capelli corti, sui 50 anni, mi riferì che conosceva la sorella del morto perché sua figlia andava a scuola da lei e che un giorno, portando la figlia a scuola, nel pomeriggio, così mi sembra, il personale dell’istituto le disse testualmente: “la signora non c’è. Hanno ritrovato il cadavere del fratello che forse è il mostro di Firenze”. La cassiera, commentando le notizie, aggiunse che a Perugia tutti lo sapevano da tempo”, nonché dal comportamento tenuto dal padre e dal fratello del morto che il giorno dopo la scomparsa del Narducci, davano per scontata la morte di quest’ultimo, tanto che il primo avvertì Bona Franchini che si era organizzato per non far fare l’autopsia al figlio. Va ricordata anche la dicitura “9.10.1095, Spiaggia S. Feliciano”, sul certificato n. 786, recante vistose cancellature, con l’annotazione (3-II-B) e con la dicitura soprascritta sulla precedente: “ Magione, 8.10.1985, acque Trasimeno – (frazione S. Arcangelo), annegato Lago Trasimeno”.
Il ritrovamento del Narducci in un giorno lavorativo è stato confermato anche dall’allora Comandante dei VV. FF. di Perugia.
Per quanto concerne i rapporti fiorentini del personaggio (e ciò rileva, per l’indagine perugina, in ordine al movente del delitto), la più volte richiamata “Nota sullo stato delle indagini” (prot. n. 362/03 G.I.De. S.) del 17 novembre 2003, ha, sintetizzando al massimo, identificato diverse persone che ebbero rapporti con il Narducci soprattutto nel territorio di San Casciano Val di Pesa e, talune di queste, hanno addirittura avuto rapporti sessuali col Narducci, che si presentava generalmente come “medico di Prato” e che, oltre ad essere riconosciuto con chiarezza dalle sottoindicate persone, presentava caratteristiche del tutto compatibili o addirittura peculiari col Narducci.
Marzia Pellecchia, in atti generalizzata, assunta a informazioni il 4 e il 7 febbraio 2003, ha riferito di avere frequentato a “festicciole a luci rosse” in un cascinale nelle campagne di San Casciano, nell’estate del 1982 ed ha riconosciuto, oltre a Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Gian Eugenio Jacchia, il Dr. Francesco Calamandrei e il Dr. Francesco Narducci, presentatosi come “medico di Prato”, con cui ebbe un rapporto sessuale, descrivendolo in termini assolutamente sovrapponibili al Narducci (altezza 1,80, fisico sportivo, capelli chiari, elegante, diverso dagli altri, viaggio in Thailandia e sport acquatici). La donna era stata portata in quell’ambiente da Angiolina Giovagnoli che, da parte sua, aveva avuto rapporti sessuali col Calamandrei.
Gabriella Ghiribelli, in atti generalizzata, assunta a informazioni il 28 febbraio, il primo e il 5 marzo 2003 e il 5 giugno 2003, ha anch’essa riconosciuto la foto del Narducci, che frequentava la zona insieme all’orafo Fabio Filippi, al dermatologo Achille Sertoli, esperto di malattie tropicali, con studio medico a San Casciano, negli anni ’80 (il cui nominativo era stato rinvenuto nelle agende del Calamandrei e indicato, dalla moglie di questi, come uno degli amici più intimi del marito) e un medico svizzero. Riferiva di una certa Marisa di Massa che si prostituiva e portava minorenni, anche maschi, nella villa dello svizzero, per festini. Si accertava che la villa in questione era “La Sfacciata”, proprio accanto al luogo ove nel 1983 furono uccisi i due giovani turisti tedeschi. Altri festini si svolgevano, secondo la Ghiribelli, nella casa del mago Salvatore indovino, a cui partecipava anche Milva Malatesta e il capo degli “Hare Krishna”. Il 5 giugno la Ghiribelli riconosceva, tra le persone che aveva visto al bar di San Casciano, Nathanel Vitta, Francesco Narducci e l’orafo Filippi. Secondo la Ghiribelli, il Sertoli si accompagnava al medico svizzero e al “medico di Perugia”.
In data 11 luglio 2003, la Ghiribelli confessava di aver avuto quattro o cinque rapporti sessuali con il Narducci, in un albergo a San Casciano, ubicato nella piazza dove si teneva il mercato il lunedì, ogni fine settimana, percependo dal Narducci lire 300.000 a prestazione, precisando che una volta lei e il gastroenterologo andarono a pranzo in compagnia di Filippa Nicoletti e del Lotti, al Ristorante “La Lampara”, a Firenze, Via Nazionale. La donna confermava, poi, quanto riferito da Mario Vanni, nel corso di un’intercettazione ambientale, a Lorenzo Nesi (secondo cui nei delitti, oltre al Pacciani e al Lotti, era implicato un nero americano di nome Ulisse che si era ucciso), il quale, secondo la Ghiribelli, viveva alla “Sfacciata”, ospite fisso del medico svizzero che in precedenza aveva indicato come dedito a pratiche mummificatorie sulla figlia defunta. La Ghiribelli riconosceva, poi, il nero americano in Mario Robert Parker e ammetteva che lo stesso faceva parte di un gruppo dedito a particolari “festini”, composto dall’orafo, dal dermatologo, dal medico di Perugia, che lei vide, in alcune occasioni, parlare e andarsene insieme al Parker.
Filippa Nicoletti, assunta l’11 settembre 2003, ha anch’essa riconosciuto il Narducci, descrivendolo come:
“..una persona molto fine, elegante, che parlava bene e che non era di Firenze….Lo vidi una sola volta alla trattoria di Via Nazionale, credo proprio “La Lampara” e mangiai insieme a lui…..Era sicuramente il 1981, forse nel periodo in cui Salvatore si trovava in galera. Nella mia mente io abbino in qualche modo questa persona da me riconosciuta nella foto nr. 15 alla Gabriella…..Era una persona con un fisico alto, curato, atletico….si trattava di una persona diversa da quelle che normalmente frequentavo. Diversa comunque per ceto sociale, sia per i suoi modi di comportamento molto fini, gentili e mi rimase impresso il modo con cui rideva che è proprio come sorride nella foto nr. 15…aveva un modo di fare molto vanitoso….Aveva all’incirca la mia stessa età….non ricordo come si sia presentato, ma ho un vago ricordo del nome Giuseppe o Pino ed anche ho un vago ricordo che mi abbia detto che era calabrese, ma dal parlare non mi sembrava affatto. Si esprimeva in perfetto italiano. Sicuramente non mi disse la verità. Ho…un ricordo che mi abbia detto che abitava a Prato e che faceva dei film e delle foto, tanto che mi propose se volessi andare con lui per farmi fare delle foto”. La foto n. 15 del Narducci deve aver colpito particolarmente la Nicoletti che, prima di chiudere il verbale, ha spontaneamente dichiarato: “ Mi sembra di vederlo anche ora”.
Il Narducci è stato riconosciuto persino dal cognato del Dr. Calamandrei, Pietro Ciulli, fratello di Mariella Ciulli, che, sentito in data 23 luglio 2003, riconosce il Narducci come una persona vista insieme al farmacista di San Casciano, o al matrimonio di sua sorella con quest’ultimo o in farmacia. Anche il Ciulli sottolinea la finezza e l’eleganza del gastroenterologo perugino, dicendo: “Era una persona molto distinta, sembrava quasi un Conte”.
Del Narducci aveva parlato il Pacciani al suo legale Avv. Pietro Fioravanti (assunto a informazioni il 5 e il 17 dicembre 2002 e, dinanzi a questo PM, il 22.01.2003), riferendogli che aveva una casa in affitto a Vicchio o San Casciano e che la morte del Narducci era da ricollegare alla morte del conte Roberto Corsini, per cui fu condannato tale Marco Parigi. Secondo il Fioravanti, il Pacciani si era lamentato delle mancate indagini sulla morte del Narducci, precisava che quest’ultimo e il Corsini erano “in combutta” (cioè ad “attività di tipo magico sessuale violento”) e aggiungeva che le riunioni le facevano a San Casciano, vicino alla chiesa sconsacrata e a un’azienda vinicola.
Lorenzo Nesi, in atti generalizzato, assunto a informazioni il 4 e l’8 aprile 2003 e il 22 maggio 2003, ha confermato le dichiarazioni della Ghiribelli, della Pellecchia e del Fioravanti. Anche il Nesi ha riconosciuto il Filippi e il Narducci, che abitava in una grossa casa colonica (coincide tale riferimento con quello di cui alla suaccennata telefonata tra Gianni Spagnoli e una delle figlie) lungo la strada che da San Casciano va verso Cerbaia, vicino alla chiesa di San Martino, aggiungendo che non era una persona del posto, che correva voce che fosse omosessuale e che l’aveva vista insieme al Calamandrei, alla sorella e al cognato dello stesso, oltre che con un “omone” di nazionalità straniera, vestito in modo stravagante, anche lui forse omosessuale e abitante nella stessa zona del Narducci e ciò negli anni dal 1975 al 1982, poi riconosciuto dal Nesi in Nathanel Vitta, l’unico, sino al 1985, a disporre di campi da tennis privati nel Comune di San Casciano. A questo proposito, il fatto di aver visto, nella zona in questione, il Narducci, descritto in termini assolutamente compatibili con il medico morto, con una borsa e racchette da tennis, rivelava i rapporti di conoscenza e di frequentazione tra il Vitta e il Narducci.
Anche Pucci Lorenzo (NdR: Fernando Pucci ), in atti generalizzato, riconosceva le foto del Narducci (descritto come “alto e magro, un tipo finocchino”) e del Vitta, precisando di averli visti insieme, nonché quella dello Jacchia, descritto come uno che prendeva in giro “Giancarlo”, cioè Lotti.
Martellini Tamara, ex moglie dell’Arch. Gianni Beccatelli, amico di Francesco Calamandrei, sentita in data 17 settembre 2003, conferma la presenza del Parker a San Casciano negli anni ’80 e quella del Narducci all’interno della Farmacia del Calamandrei, da lei visto proprio intento a parlare col farmacista e con altre persone. La Martellini, anch’essa colpita dal Narducci, ricorda di averlo visto con gli stivali da equitazione e con indosso una maglietta “Lacoste” bleu, appoggiato al bancone della farmacia, intento a parlare col Calamandrei. Il particolare degli stivali da equitazione (piuttosto insolito ed esclusivo) collima in modo impressionante con quanto riferito dal Dr. Paolo Aglietti, che, assunto a informazioni il 4.05.2002, ricorda di averlo visto indossare degli “stivali da cavallerizzo”, come evidenziato anche dalla foto 0025. Il Narducci era, inoltre, solito portare magliette Lacoste bleu, come riferito dal collega Carlo Clerici (in data 18 settembre 2003) e Ferruccio Farroni (in data 26 giugno 2002).
Nel corso delle indagini, si accertava invece che ad abitare la villa “La Sfacciata” era il tedesco Rolf Reinecke, unitamente alla fidanzata Francoise Yolanda Walther, interessata alla magia e frequentatrice di maghi ed astrologi ed entrambi si erano allontanati dalla villa nel 1984. E’ certamente il Reinecke la persona descritta come “medico svizzero”, amico e frequentatore del Narducci, come lo era anche il nero americano Parker.
Va aggiunto che, benché risulti ormai acclarata la conoscenza del Narducci con lo Jacchia (come risulta da una importante telefonata tra Maria Bona Franchini e una sua amica, confermata da Gianni Spagnoli), lo Jacchia ha negato di conoscere il Narducci.
Sulla frequentazione di Firenze da parte del Narducci, aveva parlato anche Jorge Alves Emilia Maria, sentita il 6.11.2001 e precedentemente il 4.7. 1990 e il 17.11.1990, che si era interessata al Narducci, avendogliene parlato l’Avv. Giuseppe Jommi (la cui moglie Ada Pinori era locatrice dell’appartamento ubicato in Firenze, Via B. Marcello n. 45, ove abitava la famiglia Cambi, a cui apparteneva la ragazza uccisa in loc. “Le cartoline” di Cadenzano, il 23 ottobre 1981), che spesso andava a trovare amici a San Casciano e che la donna aveva sospettato come persona che avesse rapporti con qualcuno coinvolto nel delitto degli Scopeti. La donna riferiva, poi, di aver visto lo Jommi alla guida di una Citroën Pallas di colore verdolino, come quella in uso al Narducci.
Infine, Francesco Giuntini, assunto a informazioni il 1.10.2003, ha anch’egli confermato la presenza del Narducci, conosciuto come medico, nella farmacia del Calamandrei, mentre anche Beccatelli Giovanni, assunto in data 8.10.2003, ha riconosciuto la foto del Narducci e ha riferito di associarla ad una persona vista insieme al Calamandrei a Viareggio, in occasione dell’esame di una barca che il Calamandrei aveva intenzione di acquistare.
Un’importante conferma a quanto accertato dal G.I.De.S., è venuta dal giornalista del settimanale “L’Espresso”, Davide Vecchi, che, sentito da questo PM in data 3 marzo 2004, ha fornito interessanti particolari su una ferita al braccio, vista dall’infermiera Lilli Gianlaura, circa un mese prima della scomparsa, mentre la sorella della stessa, Lilli Mariella, vide il Narducci con un occhio arrossato e dei punti all’arcata sopracciliare sinistra, anch’essa circa un mese prima della scomparsa. Lo stesso ha inoltre riferito particolari importanti circa le assenze del Narducci dal lavoro e, soprattutto, circa la sua frequentazione di San Casciano e i suoi rapporti col Calamandrei.
Il Vecchi ha dichiarato, infatti il 3 marzo 2004:
“ Domanda: ” E’ vero che, nel corso della sua attività giornalistica, è venuto a Perugia per un servizio sulla morte del prof. Francesco Narducci?”//Risposta: “Sì, effettivamente, martedì scorso sono venuto a Perugia per svolgere questo servizio giornalistico di grande attualità e ho avuto modo di parlare con diverse persone le cui informazioni ritengo utili per il mio lavoro. Preciso che, oltre a Perugia, mi sono recato a San Casciano Val di Pesa, San Feliciano, Sant’Arcangelo di Magione, Fiesole e Firenze. “//Domanda: ” Ha avuto occasione di parlare con una certa Laura, all’epoca assistente del prof. Francesco Narducci.?”// Risposta: ” Posso dire che ho parlato con sei persone diverse, di una delle quali conosco il nome che non posso fare, avvalendomi del segreto professionale. Gli altri, per lo più donne e lavoranti all’epoca e forse attualmente all’ospedale di Perugia, credo come infermiere. Due di queste sono sicuro che, all’epoca, fossero infermiere. Una delle due l’ho incontrata a San Feliciano per puro caso, mentre chiedevo indicazioni della cooperativa di pescatori del luogo, nel bar davanti al parcheggio della frazione. Tutte queste persone da me sentite separatamente e in momenti diversi mi hanno parlato di un’ impiegata che raccontava di conoscere tutta la storia relativa alla coincidenza delle ferie e comunque delle assenze del prof. Narducci con gli omicidi attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze”. Non mi dissero come si chiamasse questa signora. La persona di cui non posso fare il nome, che è una dottoressa dell’ospedale che ha fatto forse la specializzazione in gastroenterologia con il prof. Morelli, nel corso di una cena, sapendo che ero qui per il fatto Narducci, mi disse che c’era un’ impiegata del policlinico, che da vent’ anni, raccontava che il Narducci era assente dal lavoro nei giorni in cui venivano effettuati i delitti attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze” e che una volta si presentò al lavoro con una ferita al braccio. Ciò sarebbe avvenuto negli ultimi tempi di vita del prof. Narducci. Sul momento, la dottoressa non ricordava il nome di questa signora, così io, il giorno dopo, con una scusa, mi sono fatto dare i nomi delle segretarie del prof. Morelli, perchè la dottoressa mi aveva detto che questa Laura, tutt’ora lavorava presso la segreteria del prof. Morelli. Avuti i nomi, telefonai alla dottoressa, elencandoglieli e lei con certezza mi disse “sì, è Laura”. Io avevo solo i nomi di queste persone e quindi non conosco il cognome di questa Laura. Posso dire che, successivamente, un Ispettore di Polizia mi chiese se potessi dargli una descrizione di questa signora Laura, ed io, chieste informazioni alla mia amica dottoressa, riferii all’ispettore che si trattava di una persona sui 50/55 anni, di statura bassa e con i capelli castani. Tornando al giorno in cui venni a sapere che questa signora si chiamava Laura la dottoressa si disse disponibile a provare a mettermi in contatto con questa signora, tramite, credo un suo nipote. Dopo circa uno, due giorni, ricevetti una telefonata da parte di un signore che si qualificò come nipote della signora Laura e che mi ha passato una signora che non si è qualificata, ma posso dire che aveva un’ inflessione perugina. Questa signora mi ha confermato la coincidenza delle assenze del Narducci con i delitti attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze” e che, una volta, aveva visto il medico con un taglio e comunque una ferita ad un braccio e un’altra volta lo aveva visto con una fasciatura ad una gamba. Preciso che la signora Laura l’avevo cercata anche di mia iniziativa attraverso conoscenze ospedaliere, ma poi non ho più coltivato questo canale in quanto la mi informazione l’avevo ottenuta. Posso dire che, poco prima di entrare in quest’ufficio, ho scambiato una parola con la persona che attende fuori e che, alla mia domanda se fosse la sig. Laura, mi ha risposto affermativamente. La stessa mi ha detto che era giusto cercare la verità ma che quello che lei sapeva lo aveva saputo da persone, all’interno dell’ospedale, molto più vicine di lei al Narducci. La signora ha aggiunto, comunque, di non aver parlato con nessuno al telefono di questa storia “//Domanda: ” Ha fatto ultimamente ricerche in Toscana?”// Risposta: ” Sì, ieri pomeriggio, verso le 17.15. Era una bella giornata. Sono arrivato dal barbiere di San Casciano, nella via centrale, un uomo giovane, che mi ha dato una cartina perché gli avevo chiesto una serie di informazioni sull’ubicazione della villa dove aveva lavorato Pacciani, sull’abitazione del Calamandrei e se sapesse di una casa appartenente al Narducci. Di quest’ultimo, il barbiere non sapeva nulla, ma conosceva di fama il Calamandrei. Io gli chiesi come avessero vissuto la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze” e lui mi parlò di un pittore e di un geometra che aveva, quest’ultimo, dovuto lasciare San Casciano, perché accusato di essere coinvolto nella vicenda. Mi consigliò comunque di dirigermi verso la zona industriale di San Casciano perché gli sembrava che questo geometra si fosse colà trasferito. Non sono riuscito a trovare la zona industriale e sono arrivato al paese successivo, seguendo l’indicazione “Cerbaia”,, dopo circa otto, nove Km. da dove ero partito. Mi sono fermato da un barbiere situato sulla dx appena si entra in paese. Mi pare che, vicino allo stesso, ci sia un bar, sulla sinistra. Giunto dal barbiere, questi mi disse che l’unico geometra che conosceva e che non abitava più in quel luogo, abitava vicino ad una chiesa che era sulla strada per tornare verso San Casciano. Ho seguito il consiglio. Sono tornato indietro e oltrepassato un curvone con un cimitero e quattro case sulla dx. e un paio sulla sx, mi sono fermato. Ho bussato alle case sulla dx. e ho parlato con alcune persone, tra cui un signore che era nei campi vicino a degli ulivi con tre cani legati alla catena fuori di casa. Quest’ultimo mi ha detto che conosceva il geometra che viveva vicino ad una chiesa chiamata “San……” e non ricordo il resto; ha aggiunto che in questa casa, situata più avanti a sinistra, abitano ora degli extracomunitari in affitto. Questa casa, secondo l’indicazione datami, è situata dietro a una chiesa. A mia specifica domanda, infine, mi ha detto che conosceva il CALAMANDREI e, mostratagli la foto del NARDUCCI, pubblicata sul sito Internet di “chi l’ha visto”, lo ha immediatamente riconosciuto con certezza, sgranando anche gli occhi dalla sorpresa o come se l’avesse a qualcun altro, andato lì con la foto, in quanto la persona effigiata nella foto, a suo dire, frequentava quella zona. Di fronte alla mia incredulità per confermare la propria tesi, il signore, un uomo tra i 60/65 anni, alto circa 1.75 cm., con capelli radi e grigi e con una tuta da lavoro tipo officina, ha esclamato: “ME LO RICORDO…. ECCOME! PERCHE’ NON MI CREDE ? MI RICORDO ANCHE LA MACCHINA CHE AVEVA…… ERA UNA CITROËN PALLAS CHIARA, SUL VERDE…LA USAVA ANCHE IL CALAMANDREI PERCHE’ L’HO VISTO GUIDARLA !”. Tengo a precisare che, delle circostanze relative all’utilizzo dell’autovettura, da parte sia del Narducci che del Calamandrei, nonché della frequentazione della zona da parte del Narducci, mi ha parlato spontaneamente questo signore, quasi arrabbiato per la mia incredulità. Poi l’uomo mi ha congedato, mentre gli dicevo che lo avrei cercato nei giorni successivi e lui mi risposto affermativamente. Per quello che ho capito, quella macchina era di “casa” ed era sicuramente utilizzata anche da altre persone che non mi sono state indicate. Ho parlato poi con una signora che, appena qualificatomi, mi ha sbattuto la porta in faccia. Successivamente, ho mostrato la foto ad un altro uomo sempre sui 60 anni che però non lo ha riconosciuto anche perché si stava facendo notte. Circa l’auto, ho chiesto conferma a CAPUCCELLI Daniela, la quale mi ha detto che effettivamente Francesco Narducci, all’epoca, aveva una Citroën Pallas CX di colore celeste.”//
E’ appena il caso di aggiungere, a proposito delle ferite del Narducci proprio, grosso modo, circa un mese prima della scomparsa, cioè, grosso modo, intorno all’8 settembre 1985, che anche il Calamandrei fu visto ferito con graffi al volto e al braccio dalla ex moglie Mariella Ciulli, proprio la mattina dopo il delitto degli Scopeti, avvenuto un mese prima della scomparsa del Narducci (come risulta dall’informativa G.I.De.S. dell’8 marzo 2004 e da quella n. 134/2004 G.I.De.S.). E’ singolare non solo la coincidenza cronologica tra i due “infortuni” subiti dal Narducci e dal Calamandrei e il loro attestarsi all’epoca del delitto degli Scopeti, ma anche l’analogia nella distribuzione corporea delle ferite, al capo (per il Narducci, all’occhio e all’arcata sopracciliare) e a un braccio (che il Narducci deve farsi fasciare).
I collegamenti tra il Narducci e il Calamandrei (e gli altri) non finiscono qui. Nel corso dell’attività d’indagine, nel procedimento n. 17869/01 R.G. Mod. 44, è stata svolta un’attività di intercettazione telefonica sul Calamandrei, che a Perugia non è stato mai citato né, comunque, fatto oggetto di perquisizioni o sequestri o, comunque, di atti destinati ad essere portati alla sua conoscenza. Ebbene, nella telefonata n. 465 del 10 febbraio 2004, lo scrittore Mario Spezi (finito indagato nel proc. n. 8970/2002 R.G.N.R.) chiama l’amico Calamandrei e, dopo alcuni convenevoli, durante i quali gli riferisce di essere stato invitato al “Maurizio Costanzo”, gli preannuncia che stanno “preparando una trasmissione RAI in cui si demolisce tutto !!…Be, insomma si demolisce….te proprio ti si mette in guardia !!!”. L’amico scrittore comunica al Calamandrei di aver trovato bella roba e che è meglio che si parlino a voce. La trasmissione non è altro che una puntata di “Chi l’ha visto ? “, comparsa su RAI 3 il 29 Marzo 2004, in cui Giuseppe Rinaldi, detto “Pino”, dopo avere preso contatti con l’Avv. Alfredo Brizioli (legale dei Narducci e anch’egli indagato nel proc. n. 8970/2002), sostiene che la telefonata che avrebbe, a suo avviso, fatto riaprire il caso Narducci, si riferiva in realtà alla morte di un dentista con la passione del gioco. Dalla telefonata n. 465 del 30.03.2004 (proprio successiva alla trasmissione), intercettata dal G.I.De.S. sull’utenza cellulare del Col. Francesco Di Carlo (altro indagato nel procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R.), si desume, infatti, che il Brizioli era a conoscenza della trasmissione, che sapeva tutto e che vi era stata “una completa sconfessione”. Nella telefonata dello stesso giorno, la n. 76 (R.I.T. 144/2004), sull’utenza cellulare dell’ex Questore Dr. Francesco Trio (che era sul pontile di Sant’Arcangelo il giorno 13 ottobre 1985 e che è anch’egli indagato nel proc. 8970), quest’ultimo commenta con certa “Pinuccia”, con soddisfazione, della trasmissione del giorno precedente e le confessa che loro (cioè lui, il Brizioli e il Di Carlo) sapevano già tutto e che quel pomeriggio avevano fatto una riunione a tre, lui, l’Avvocato Brizioli e il Colonnello Di Carlo per concordare le mosse successive.
Non basta. Nella telefonata n. 1337 del 10.05.2004, h. 18,46, sulla linea fissa di Calamandrei, l’Avv. Gabriele Zanobini, suo difensore a Firenze, parla al cliente dell’imminente scadenza dei termini delle indagini a Perugia, nel procedimento n. 8970, nel quale sono confluite le notizie di reato contro persone “note”, emerse nel procedimento per la morte del Narducci. Dunque, lo Spezi, amico del Calamandrei e, come si è avuto modo di apprendere dalla lettura dell’edizione fiorentina del quotidiano “La Nazione”, conoscitore di Mario Vanni sin dalla fine degli anni ’60, è estremamente interessato all’indagine perugina, al pari del suo amico Calamandrei e dell’Avvocato di quest’ultimo, benché il farmacista neghi di conoscere il Narducci e non fosse affatto indagato, all’epoca, a Perugia.
Con informativa in data 27 luglio 2004 (prot. n. 344/04/Gides), il Gides riferiva a questa Procura che, in un faldone del vecchio archivio SAM, era stato rinvenuto quanto segue. Sul faldone è scritto: “Carteggio vario (a matita) – Anno 1985 – 85090809 PSB (sottolineato) – Auto transitate gg. 8 – 9/9785 provincia di Firenze (a pennarello in colore rosso)”, in superficie vi è un foglio, tipo modulo del Ministero dell’Interno per messaggio, ingiallito dal tempo, sul cui retro vergato a mano, con penna a biro di colore blu, vi è annotato quanto segue: “ dr Narducci Francesco – medico – Perugia via Savonarola 31 – ed era proprietario di un appartamento a Firenze (così almeno si legge) ove avrebbero trovato dei bisturi e fettici – si sarebbe suicidato buttandosi nel Trasimeno”. L’appunto non reca né la sigla del compilatore né la data della compilazione. All’interno dello stesso faldone, vi sono diversi fascicoli, tutti ingialliti dal tempo e all’interno di qualcuno di essi vi sono atti corretti a mano, verosimilmente con la stessa calligrafia e in particolare in un sottofascicolo sulla cui copertina è scritto “da identificare X Cardelli” e in un altro fascicolo con scritto “relazioni sui duplici omicidi”.
Altro riferimento al Narducci è nella nota cat. M/1/87 S.M./Sam del 14 luglio 1987, avente ad oggetto “Duplici omicidi commessi in danno di coppiette dal c.d. Mostro di Firenze – trasmissione elenco nominativo di persone segnalate”, diretta alla Procura di Firenze e, per conoscenza, al Comando Gruppo Carabinieri di Firenze. Nella nota si legge che trattasi di “persone segnalate da anonimi e non dopo i duplici omicidi del 29.7.1984 a Vicchio di Mugello e del 9.9.1985 commesso a San Casciano V. di Pesa”. Al n. 181 dell’elenco (composto da 254 nominativi) c’è: “ Narducci Francesco, nato a Perugia il 4.10.1949, già ivi residente, deceduto per annegamento sul lago Trasimeno nel 1985”. E’ l’unico, dell’elenco, ad essere morto poco dopo l’ultimo delitto e, comunque, prima della data dell’annotazione.
L’annotazione manoscritta di cui al faldone delle auto transitate nei giorni 8/9 settembre 1985, verosimilmente deve essere stata compilata in quell’epoca, anche perché, se successivo, avrebbe dovuto trovarsi nel fascicolo personale del Narducci formato il 21 marzo 1987, come risulta dal cartellino d’archivio, sul quale, oltre al nome, luogo e data di nascita, c’è scritto: “ Deceduto misteriosamente presso il lago Trasimeno – accertamenti svolti dai CC di Firenze perché sospettato quale Mostro – il decesso risale all’ottobre 1985 ?”.
Persona informata sui fatti, un pescatore di San Feliciano, certo Enzo Ticchioni, riferendo quanto ebbe a dichiarargli il Sovrintendente Emanuele Petri, ucciso da terroristi delle Brigate Rosse, in un conflitto a fuoco sul treno Roma – Firenze durante un controllo di routine insieme ad altri colleghi Bruno Fortunato e Giovanni Di Fronzo, il 2 marzo 2003, ha dichiarato, tra l’altro, in data 15.10.2004, quanto segue:
“Aggiungo anche che ero amico, all’epoca, di un poliziotto di Cortona, quello che è stato ucciso recentemente in treno dalle Brigate Rosse. Questo mi disse che il giorno in cui il Narducci era scomparso, era stato inseguito da lui e da un suo collega, in auto, ma lo avevano perso di vista, all’altezza di Terontola. Il poliziotto mi disse che il Narducci era in moto. Pensandoci meglio, ricordo che il mio amico poliziotto fece riferimento al giorno precedente alla scomparsa del medico. Il poliziotto era originario di Tuoro ed io lo conoscevo da tempo. Mi disse che pedinavano il Narducci da tempo perché avevano trovato i resti umani femminili dentro il frigorifero della sua abitazione di Firenze. Mi disse anche che era sicuro che lo avrebbero preso, ma purtroppo poi avvenne la disgrazia. Il poliziotto mio amico stava alla Stradale, ma non so se a Castiglione del Lago, a Camucia o a Cortona. Il poliziotto mi disse, come ho riferito, che avevano trovato i reperti umani femminili in una casa che il Narducci aveva a Firenze. L’amico poliziotto mi disse anche che avevano preparato un posto di blocco nella strada vecchia che viene da Firenze e passa attraverso Arezzo e Cortona, per giungere al Lago. Il Narducci, sempre secondo quanto mi disse il poliziotto, era riuscito a superare il posto di blocco e a scomparire nel nulla. Ripeto che si trattava del poliziotto ucciso dalle Brigate Rosse nel treno nei pressi di Terontola”.
Tali dichiarazioni sono state prodotte da questa Procura, nell’incidente probatorio nel procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, la cui udienza iniziale è fissata per il prossimo 7 ottobre.
Nel corso del secondo semestre del 2004, come si è detto, nel connesso procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R., è intervenuta una richiesta di misura cautelare nei confronti di alcuni indagati, in particolare l’ex Questore Francesco Trio, l’Avv. Alfredo Brizioli e il Colonnello CC. a riposo Francesco Di Carlo, richiesta dapprima respinta anche sotto il profilo dei gravi indizi da una pressoché immotivata ordinanza del G.I.P. Dott.ssa Marina De Robertis.
Sull’appello proposto da questo PM contro l’ordinanza, il Tribunale d’Appello cautelare ha emesso un’ordinanza non più impugnata, nella quale la richiesta di misura è stata respinta sotto il solo profilo delle esigenze cautelari, ma con il pieno e definitivo riconoscimento dei capisaldi dell’indagine e, implicitamente, della piena competenza territoriale di questa Autorità giudiziaria, mai contestata da chicchessia, nel procedimento n. 8970.
Vi sono state, per la verità, richieste di “informazioni” (così le qualifica il Procuratore Dr. Ubaldo Nannucci), in riferimento all’indagato Mario Spezi, con una nota del 20 novembre 2004, a cui ha fatto seguito un’altra nota del 22.11.2004 (che si allega, unitamente alla risposta del sottoscritto), sempre da parte del Dr. Nannucci e in riferimento all’indagato Mario Spezi.
Qualche giorno dopo, il 26.11.2004, nell’ambito dell’attività d’intercettazione sull’utenza fissa dell’indagato Mario Spezi, veniva intercettata la seguente telefonata:
L’utenza fissa monitorata in uso a Mario Spezi, viene raggiunta dall’utenza fissa 055/2604331 intestata alla Procura della Repubblica di Firenze. Agostino, segretario del Procuratore Capo Nannucci, chiama Eleonora e chiede di parlare con il sig. Spezi.
La conversazione viene di seguito trascritta in forma integrale e gli interlocutori vengono indicati come segue:
E = Eleonora Spezi –
A = Agostino (segretario Procuratore Nannucci) –
M = Mario Spezi –
P = Ubaldo Nannucci, Procuratore Capo Firenze
E: Pronto?
A: Si, buongiorno, volevo parlare con il sig. SPEZI per favore.
E: Con chi parlo?
A: Con la segreteria del Procuratore della Repubblica!
E: Si! Un attimo eh..
M: Pronto?
A: Signor SPEZI?
M: Si!
A: Buongiorno sono Agostino dalla segreteria del….(le voci si accavallano)…
M: Ah, buongiorno Agostino…
A: Senta io gli ho accennato il… la sua richiesta al Procuratore
M: Si! Si!
A: Il quale vorrebbe parlare con lei prima di…..
M: Si!
A: Fissargli un appuntamento!
M: Certo!
A: Glielo posso passare?
M: Certo! Grazie….
A: Un attimo solo!
….in sottofondo si sente la musica di attesa prima che, Agostino, passi al telefono il Procuratore al sig. Spezi…..
P: Pronto?
M: Ubaldo buongiorno!
P: Si!….(breve attesa)
M: Sono Mario!
P: Oh, ciao!
M: Ciao come stai?
P: ..bene, bene grazie!
M: Ehh… niente ti avevo cercato per un’incontro da cittadino.. ehh.. non….
P: Ma senti, no….io volevo dirti questo…che…se tu lo vuoi far sapere…che io ho chiesto…a Perugia di chiarire le ragioni della loro competenza! .. Tu…. hai… qualche osservazione da fare a questo riguardo?
M: Uhmmm…. in che senso, scusami?
P: Cioè…(inc.).. il reato che loro ti attribuiscono, e non so qual’ è…..
M: E’ favoreggiamento….
P: Il favoreggiamento, questo me l’hanno già detto!
M: Però in base… in relazione ai reati che vanno dalla lettera A alla lettera R!
P: Uhm… favoreggiamento… io gli ho chiesto di… di precisarmi… in….. a che titolo sono competenti loro! Hai capito?
M: Ahh… Ahh….!
P: Perchè io non so’ nulla di questo fatto…
M: Ah… ah…
P: E quindi… però ancora la risposta non l’ho avuta!
M: Perchè io ti dico, Ubaldo, io…. non…..
P: Perchè tu potresti anche…. non so cosa ne pensi… il tuo avvocato, ritiene che sia competenza di Perugia?
M: Noi non sappiamo niente…relativo ai reati di questi famosi reati che cominciano dalla lettera A e cominciano… e finiscono alla lettera R!
P: Uhmm..
M: Non sappiamo, ne io ne il mio avvocato, quali sono!
P: Ah!
M: Ehh… lui ha fatto un ricorso al Tribunale del riesame ….
P: Si!
M: Che viene presentato non so se oggi o domani…. questo….
P: Ricorso, perchè? (…colpi di tosse….)
M: Per cercare di….. per capire….. anche per cercare soprattutto di capire qualche cosa di più di che cos’è, insomma! Perchè non sappiamo nulla!
P: Uhmm… Ho capito!
M: Avere….(..ride…) più che altro quasi per avere…delle informazioni…. tieni presente che il mio telefono non credo che sia molto pulito… in questo momento!
P: No, no io ho chiesto…io ho chiesto a…coso…a….al Procuratore di Perugia perchè mi interessa sapere se è competente Perugia o è competente…o è competente …..Firenze!
M: Io credo….io credo ma non te le so dire assolutamente che alcuni di quei reati sono reati fiorentini, credo!
P: Va bene…..
M: Però non lo so! Non lo so!
P: Il tuo avvocato se ha dei problemi sotto il profilo della competenza, può fare…
M: Ho capito!
P: Ovviamente delle iniziative….prendere e sollevare anche lui una…questione!
M: Ho capito!
P: Io aspetto che…il collega mi risponda!
M: D’accordo!
P: Va bene!
M: Allora ok ti ringrazio…
P: Ciao!
M: Arrivederci!”
La vicenda ha dato luogo ad un processo, iscritto inizialmente da questo ufficio a Mod. 45 e trasmesso alla Procura di Genova che chiedeva ed otteneva, poi, l’archiviazione del procedimento.
Come precisato dalla Procura di Firenze, Mario Vanni, il condannato superstite nel processo ai cosiddetti “compagni di merende”, il 17.01.05 riconosceva il Narducci e ne confermava le frequentazioni con il Calamandrei, il Pacciani e lo stesso Vanni, all’epoca degli ultimi delitti.
Il Narducci è scomparso ed è morto, strozzato (così deve ritenersi in particolare dalla CT del Prof. Pierucci) a un mese esatto dall’ultimo duplice omicidio, quello degli Scopeti, dopo una serie di episodi che hanno caratterizzato questo delitto e che mancano in quelli che l’hanno preceduto, quali la decisione di ritardare la scoperta dei cadaveri, l’invio del lembo di seno alla Dott.ssa Silvia Della Monica previo attraversamento del tratto autostradale tra San Casciano e il Mugello e la conseguente segnalazione del transito dell’auto, lo smarrimento della cartuccia cal. 22 nell’area di parcheggio dell’Ospedale di Ponte a Niccheri (dove lavorava il Narducci, secondo quanto emerso dall’annotazione del Lgt. Fringuello), il rinvenimento di un foglio manoscritto con una lista di nomi di sospettati, in uno degli armadietti dell’Ospedale, a cui gli inquirenti dettero molta importanza all’epoca ma di cui non si è poi saputo più nulla e dopo il rinvenimento dei guanti da chirurgo, del relativo contenitore e del fazzoletto con tracce di sangue e capelli nella zona del delitto, rinvenimento di cui i giornali dettero notizia nei primi giorni di ottobre 1985 e del cui esame annunciarono l’esito per i giorni 8 e 9 ottobre 1985, che sono, guarda caso, quelli della scomparsa del Narducci.
Tutti questi episodi furono presentati dalla stampa di allora (si confrontino gli articoli del quotidiano “La Nazione” di Firenze, che era anche il più diffuso quotidiano di Perugia) come manifestazioni di errori commessi da quello che allora si chiamava “mostro” di cui veniva dato per imminente addirittura l’arresto. E’ troppo stringente il collegamento tra tutto questo e la scomparsa e la morte del gastroenterologo che, allo stato delle indagini, deve ritenersi coinvolto nei delitti e nella conservazione dei “ feticci” e caratterizzato da una sfrontatezza e da una imprudenza che potrebbero avergli fatto commettere alcuni (se non tutti) dei singolari episodi che caratterizzano l’ultimo delitto e che avevano messo in pericolo l’esistenza dell’organizzazione e l’impunità degli associati.
La sua uccisione, quindi, allo stato, non può ritenersi disgiunta da tali circostanze e non può non apparire come un’operazione criminosa, resasi urgentemente necessaria per evitare che la sfrontatezza del giovane gastroenterologo mettesse a repentaglio gli altri e non si può negare che l’operazione sia, allora, perfettamente riuscita.
L’altra chiave di lettura, quella per così dire “minimalistica”, propria della ricostruzione del Rizzuto, secondo cui il Narducci, frequentando ambienti particolari, sarebbe venuto a conoscenza di particolari segreti dell’associazione e dovesse essere, per questo, eliminato, pur apparendo meno probabile della precedente, non può, allo stato, essere esclusa, ma tutto ciò non sposta i termini della questione: Francesco Narducci era divenuto un intollerabile e imprevisto pericolo sia per l’associazione criminosa responsabile degli efferati delitti e di cui era stato componente di rilevante importanza, sia per la famiglia Narducci e un certo ”establishment” perugino (e fiorentino) che avrebbe potuto essere travolto dallo scandalo del coinvolgimento del medico nella tragica catena dei delitti.
L’ormai acclarato collegamento tra la vicenda fiorentina e quella della morte del Narducci veniva rigorosamente ricapitolato in una dettagliata informativa del G.I.De.S. in data 2.03.05, indirizzata a entrambe le Procure procedenti, cui faceva seguito un’ulteriore informativa in data 01°.04.2005, anch’essa inviata a entrambe le Procure, nella quale, tra l’altro, il responsabile del G.I.De.S., Primo Dirigente della Polizia di Stato Dr. Michele Giuttari, segnalava a questa Procura l’”opportunità di valutare l’ipotesi di un possibile coinvolgimento di Francesco Calamandrei nell’uccisione di Francesco Narducci” e questa Procura procedeva all’iscrizione del Calamandrei nel R. G. N. R. in data 11.04.2005, per il reato di cui agli artt. 110, 575, 576, in relazione all’art. 61 n. 2), ultima parte c.p., in danno di Francesco Narducci e, quindi, dei prossimi congiunti: Francesca Spagnoli, Prof. Ugo Narducci, Prof. Pier Luca o Pierluca Narducci, Lisetta Valeri in Narducci, Maria Elisabetta Narducci.
Quindi, sulla base delle oggettive risultanze delle indagini, questa Procura ipotizza che l’omicidio in danno del Narducci sia stato commesso dall’indagato (e da altri concorrenti) allo scopo di conseguire l’impunità dei duplici omicidi di coppie per cui procede la Procura fiorentina, ciò che ha imposto il collegamento d’indagini a norma dell’art. 371, secondo comma lett. b) c.p.p., ma che non ha effetto sulla competenza territoriale.
Che il vecchio fascicolo ignoti, sulla morte del Narducci, iscritto in questa Procura sin dal 25.10.2001, fosse passato a Mod. 21 a carico di Francesco Calamandrei, la Procura fiorentina è stata da me informata, nel corso dei periodici contatti che ho avuto con il titolare del procedimento n. 1277/03, Dr. Paolo Canessa, con cui ho pressoché quotidianamente collaborato in questi anni e a cui, dall’inizio dell’anno è stato affiancato il Dr. Alessandro Crini. Inoltre, nell’ambito dello scambio di atti delle indagini collegate, la Procura fiorentina è stata formalmente resa edotta del passaggio del vecchio procedimento a noti, con il n. 2782/05 e, del resto, anche l’informativa G.I.De.S. del 01°.04.2005, contenente la segnalazione del coinvolgimento del Calamandrei nell’uccisione del Narducci, era formalmente indirizzata a entrambe le Procure.
Come ho detto, nel procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, connesso a livello probatorio e teleologico con quello n. 2782/2005 R.G.N.R. Mod. 21 (ex 17869/01 R.G. Mod. 44), è stato richiesto e ammesso un incidente probatorio per l’assunzione di n. 17 testimoni, tra cui l’Avv. Pietro Fioravanti, difensore di Pietro Pacciani, Enzo Ticchioni e Valerio Pasquini e la prima udienza è fissata per il prossimo 7 ottobre.
Va anche sottolineato che i ricorsi proposti da questa Procura avverso le ordinanze del Tribunale del Riesame di Perugia con cui è stato restituito quanto sequestrato a suo tempo all’Avv. Brizioli, al Dr. Trio e al Colonnello Di Carlo, in conseguenza di perquisizioni, disposte da questo PM, sono stati accolti e sono state annullate le ordinanze impugnate. Nel caso del Trio, il Tribunale del Riesame, in sede di rinvio dopo l’annullamento del provvedimento impugnato, ha respinto il ricorso del Trio, con ordinanza del 27.06.2005.
Il sequestro operato a carico di Mario Spezi, la cui posizione si è venuta sensibilmente ad aggravare, in conseguenza della perquisizione eseguita il 18.11.04, veniva, invece, confermato subito dal Tribunale del Riesame che respingeva il ricorso dello stesso Spezi.
Sempre al fine di chiarire quali gravissime attività siano state poste in essere non appena la vicenda Narducci è stata “disvelata” dalle indagini di questa Procura e che non risulta abbiano avuto precedenti a Firenze nelle indagini sui duplici omicidi, non può non segnalarsi l’incredibile episodio del Prof. Avv. Fabio Dean, valente legale del Foro perugino e allora difensore della famiglia Narducci, che, informato in seguito ad una fuga di notizie, della richiesta di misura cautelare nei confronti di tre indagati, tra cui l’Avv. Alfredo Brizioli, del Foro di Perugia, depositata qualche giorno prima da questo PM nella Cancelleria del G.I.P. del Tribunale di Perugia, cercava di contattare inutilmente il Sottosegretario alla Giustizia on. Valentino, perché, a fronte della richiesta di arresto di “avvocati perugini”, avanzata da questa Procura, intervenisse sui “giudici” perugini, richiesta addirittura reiterata (ma sempre inutilmente) alcuni giorni dopo, sempre in pendenza della richiesta di misura.
Sono in corso intense indagini, tra cui una richiesta di rogatoria internazionale su un breve periodo trascorso dal Narducci negli U.S.A. e in particolare nel Minnesota, nel mese di settembre, per un congresso medico.
In data 30.05.2005, certo Domenico Maria Rizzuto, detenuto nella Casa Circondariale di Lauro, rendeva spontanee dichiarazioni a questo PM e depositava un memoriale, nel presente procedimento n. 2782/05 R.G.N.R. Venivano delegate indagini cui il G.I.De.S. rispondeva, parzialmente il 12 luglio u.s. Ciò comportava l’iscrizione di altre sei persone, alcune compiutamente identificate, altre da identificare, come concorrenti del Calamandrei, unitamente all’individuazione dell’ipotesi di concorso di cui all’art. 112 n. 1) c.p., iscrizione segretata ex art. 335, comma 3 bis c.p.p.
Con atto in data 6 giugno 2005, a firma Dr. Ubaldo Nannucci, Dr. Paolo Canessa e Dr. Alessandro Crini, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze comunicava la scadenza dei termini d’indagine nel procedimento n. 1277/03 R.G.N.R. Mod. 21 e, quindi, la ipotizzata cessazione del collegamento d’indagini sino ad allora esistente tra la stessa Procura fiorentina che procede per i “mandanti” dei duplici omicidi di coppie verificatisi nel Circondario di Firenze e di Prato, dal 1968 al 1985 e questa Procura che procede per l’ipotizzato omicidio in danno di Francesco Narducci e faceva presente che, a suo avviso, avrebbero dovuto procedere separatamente. Va sottolineato che sino al 26 maggio 2005 sono stati anche compiuti atti d’indagine congiunti. La nota è allegata al contrasto.
Ho cercato di sintetizzare l’imponente materiale di indagine relativo ai due procedimenti principali, il n. 2782/05 R.G.N.R. Mod. 21 (già17869/2001 R.G. Mod. 44) e il n. 8970/2002 R.G.N.R., a cui bisogna aggiungere altri procedimenti che si sono originati dai precedenti.
SULLA COMPETENZA.
Nel corso dello scorso mese di giugno, quindi, la Procura della Repubblica di Firenze, dopo avere giustamente ritenuto che il lungo, intenso e fruttuoso collegamento d’indagini intervenuto tra le due Procure non potesse comportare spostamento della competenza, ha iscritto anch’essa il Calamandrei per lo stesso reato per il quale procede quest’ufficio dal 25 ottobre 2001 ed era stato iscritto, due mesi prima, a Perugia, lo stesso Calamandrei, ravvisando, poi, l’ipotesi della trattazione dello stesso procedimento, avente lo stesso oggetto, da parte di due diversi uffici del Pubblico Ministero. In pratica, l’ufficio richiedente ha consapevolmente duplicato a Firenze lo stesso procedimento pendente a Perugia dall’ottobre 2001, per il quale sin dal 09.11.01, la stessa Procura richiedente aveva chiesto il collegamento delle indagini.
Ha poi sostenuto che, per il procedimento per la morte del Narducci, dovesse procedere la Procura di Firenze, ipotizzando un caso di connessione in senso stretto, da continuazione, con il vecchio procedimento n. 1277/03, nel quale la recentissima iscrizione è stata operata verso la fine dello scorso mese di giugno.
Anticipando le conclusioni che saranno motivate di seguito, si premette subito che difettano gli estremi di cui all’art. 54 bis c.p.p., difetta l’unicità del disegno criminoso e, in ultimo, sono diversi i soggetti a carico dei quali si procede.
In dettaglio.
Ferma restando la necessità di una proficua collaborazione che ha contraddistinto i rapporti tra le Procure di Firenze e di Perugia, già espressasi nel lungo, intenso e fruttuoso periodo di collegamento delle indagini, si rileva che la norma di cui al primo comma dell’art. 54 bis c.p.p. presuppone la previa pendenza del procedimento in capo all’Autorità richiedente nel momento in cui quest’ultima ha, comunque, notizia della pendenza dello stesso procedimento in capo all’Autorità richiesta. In altre parole, nella fattispecie, nel momento in cui la Procura di Firenze ha preso cognizione della pendenza del procedimento per la morte del Narducci a Perugia, doveva essere già pendente a Firenze lo stesso procedimento.
Così non è, però, con chiara evidenza: la Procura richiedente ben sapeva che la Procura richiesta (cioè questa Procura) stava procedendo a indagini per la morte del Narducci, quantomeno sin dal 9.11.2001, tanto che in quella data ha richiesto essa stessa il collegamento tra le indagini sui mandanti dei duplici omicidi, in corso a Firenze e quelle sulla morte del Narducci, in corso a Perugia. Né può sostenersi una qualche influenza sull’iscrizione a Perugia dello stesso indagato fiorentino, perché, anche in tal caso, l’iscrizione perugina precede cronologicamente quella fiorentina (relativa alla morte del Narducci) di ben due mesi e sin dal 01°.04.2005 la Procura fiorentina era a conoscenza della segnalazione, fatta dal G.I.De.S., a questa Procura, del Calamandrei come persona in ipotesi coinvolta nell’uccisione del Narducci. Non era a conoscenza, peraltro, dell’iscrizione delle altre sei persone, avvenuta solo il 12.07.05, in riferimento al p. v. in data 30.05.u.s.
Non basta. Nel procedimento fiorentino n. 1277/03 R.G.N.R. le indagini sono terminate o in via di conclusione. Lo dice la stessa Procura di Firenze nella nota in data 6.6.05 che si allega. Proprio per questo, la Procura fiorentina, nel dare atto di questo, ha ritenuto cessato il collegamento delle indagini che sono, invece, tuttora in corso in entrambi i procedimenti pendenti presso questo ufficio: il diverso grado di sviluppo dei due procedimenti impedisce l’applicazione delle norme sulla connessione, poiché le norme sulla competenza per connessione sono operanti soltanto tra procedimenti pendenti nella medesima fase processuale (vds. 4444/1994 ì, rv 199663).
Non basta ancora. La Procura fiorentina, dopo avere duplicato a Firenze l’iscrizione di reato perugina (peraltro con l’indicazione di un luogo di commissione del reato evidentemente errato, essendo pacifico che l’ipotizzata uccisione del Narducci sia avvenuta non a Perugia ma nel Lago Trasimeno la cui superficie si suddivide tra diversi Comuni, tutti facenti parte del Circondario di Perugia), ha invocato la pendenza del doppio procedimento per poter chiedere la riunione del procedimento perugino, per connessione da continuazione, a quello, ormai conclusosi sui cosiddetti “mandanti” dei duplici omicidi di coppie.
Ma tra le due vicende difetta, all’evidenza, il vincolo della continuazione, perché non può non difettare l’identità del disegno criminoso: nell’una vicenda (quella fiorentina), infatti, tale disegno è caratterizzato dalla progettazione di una serie di omicidi di coppie appartate, in ora notturna, utilizzando un’arma da fuoco e armi “bianche”, impiegate entrambe sugli amanti, con le caratteristiche mutilazioni del corpo femminile (del pube e, poi, anche del seno) o accenni delle stesse (come nel delitto in cui è rimasta vittima Stefania Pettini, nel 1974); nell’altra vicenda (omicidio Narducci), invece, si è in presenza di un delitto, non programmato, resosi necessario per scongiurare il pericolo che l’avventatezza e l’inaffidabilità di uno dei personaggi coinvolti nei delitti o che comunque erano venuti a cognizione degli stessi, mettesse a repentaglio l’intera organizzazione. Nell’una, i delitti sono determinati da oscure motivazioni magico – erotico – feticistiche, nell’altra da una “connessione” occasionale a cui sono completamente estranee le motivazioni dei primi e nella quale sono presenti, viceversa, pressanti esigenze d’impunità, connessione teleologica “occasionale” che, in forza della riforma del 2001, non dà più luogo ad uno spostamento della competenza territoriale. Inoltre, l’ipotizzato delitto in danno del Narducci è stato commesso senza l’utilizzo di armi da fuoco o armi bianche, ma mediante “strozzamento” o “incaprettamento”, non di notte, ma in pieno giorno, non in auto, ma in area lacustre – insulare e senza mutilazioni femminili di sorta per la buona ragione che il Narducci non era intento ad un rapporto sessuale o ai preliminari dello stesso con una donna, ma se una compagnia l’aveva era quella di colui o di coloro che lo hanno ucciso.
Da qui non si sfugge.
Il vincolo della continuazione può essere ravvisato solo se la decisione di commettere i vari reati sia stata presa dall’agente (o dagli agenti) in un momento precedente alla consumazione del primo reato e si sia estesa a tutti gli altri, già programmati, sia pure nelle loro linee generali. Non possono, pertanto, rientrare nella previsione della norma di cui all’art. 81 c.p. tutti quei fatti costituenti reato che si trovino, rispetto al primo, in un rapporto di mera occasionalità che si ritrova ogniqualvolta il successivo reato venga commesso per effetto dell’insorgenza di fattori del tutto estranei, per loro natura, all’iniziale disegno criminoso (vds. Cass. Sez. VI, sent. 5216 del 20.05.1993 (ud. 10.03.1993) rv. 194018; Cass. Sez. I, sent. 5106 del 22.01.1994 (cc. 24.11.1993) rv. 196135). L’unicità del disegno criminoso postula che tutte le violazioni siano preventivamente deliberate e facciano parte di un unico piano: occorre, quindi, non soltanto l’unicità di ordine volitivo o cronologico, ma anche quella di ordine intellettivo (vds. 2432/1983; rv. 157995).
Neppure l’omogeneità delle imputazioni e il loro ambito temporale possono far presumere, in mancanza di altri elementi, che i reati stessi siano frutto di determinazioni volitive risalenti ad un’unica deliberazione di fondo, consistente nel fatto che i singoli episodi siano tutti previsti, programmati e deliberati, sin dall’origine, come momenti di attuazione di un programma unitario (vds. Cass. Sez. I, sent. n. 5597 del 3.02.1994 (cc. 20.12.1993) rv. 196239.
Non basta ancora.
E’ giurisprudenza costante che non si verifica spostamento della competenza per connessione, ex art. 12 c.p.p., lett. b) e c), qualora i reati siano stati commessi da soggetti diversi (vds. 13619/2003, rv. 224146; 1495/1999, rv. 212270; 1783/1998, rv. 210417; 84/1996, rv. 205124, per citare solo alcune pronunce). A quanto consta dalla richiesta fiorentina, il Calamandrei è l’indagato del proc. 1277/03 fiorentino (nel cui ambito è stato da meno di un mese indagato anche per l’omicidio Narducci).
Nel presente procedimento, invece, il Calamandrei non è l’unico indagato, perché, accanto a lui e in concorso con lo stesso, si trovano altri sei soggetti, quattro dei quali già compiutamente identificati e due in corso d’identificazione, in relazione ad un p. v. di assunzione a informazioni dello scorso 30 maggio 2005. L’iscrizione delle altre sei persone, disposta il giorno 12 luglio 2005 (solo a seguito della risposta del G.I.De.S. ad una delega sollecitata, proprio a riscontro delle dichiarazioni del Rizzuto), è coperta dalla segretazione di cui all’art. 335, comma 3 bis c.p.p., segretazione che, peraltro, viene meno di fronte a richiesta in proposito di codesta Procura Generale.
Il discorso, pertanto, si chiude inesorabilmente.
L’unico vincolo che sussiste tra gli episodi di omicidi di coppie per cui procede la Procura di Firenze e la morte del Narducci è quello della “connessione occasionale” di cui all’ultima parte dell’art. 61, primo comma n. 2) c.p. e al secondo comma, lett. b) dell’art. 371 c.p.p.: il delitto in danno del Narducci, commesso pacificamente nel Lago Trasimeno, cioè in un’area che è tutta all’interno del Circondario di Perugia, si è reso assolutamente indispensabile, per i soggetti coinvolti nei duplici omicidi, allo scopo di ottenere l’impunità da quei delitti, impunità messa in pericolo dall’avventatezza e dall’inaffidabilità del Narducci, nel periodo successivo all’ultimo delitto o, in ipotesi (e ciò, pur apparendo meno verosimile, non può, però, essere affatto escluso a priori ed è confortato dalle allegate dichiarazioni del Rizzuto) da un’ipotetica volontà del Narducci di denunciare i fatti.
Non è un caso che pesanti sospetti sul Narducci esistessero da prima della sua scomparsa e, come confidato dal Sov. Petri all’amico Ticchioni, lo stesso fosse tallonato dalla Polizia sin da prima della sua scomparsa.
La sua eliminazione, infatti, ha determinato, al di là delle omissioni investigative evidenziate nell’ultima informativa G.I.De.S., un evidente blocco delle indagini sul punto e, successivamente, solo con ritardo di anni, il coinvolgimento di Pietro Pacciani, poi morto in circostanze che l’informativa G.I.De.S. considera più che sospette, dopo la condanna in primo grado, l’assoluzione in appello e l’annullamento, operato dalla Suprema Corte, della sentenza d’appello e, infine, il processo ai cosiddetti “compagni di merende” e, dopo una lunga incubazione e singolari vicissitudini dell’allora Dirigente della Squadra Mobile di Firenze, alle indagini già collegate delle Procure di Firenze e di Perugia.
Sul versante perugino, poi, la morte per omicidio del Narducci è stata pesantemente coperta e occultata da un’incredibile operazione per la quale questo ufficio indaga nel procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, operazione nella quale sono coinvolte numerose persone, a cominciare dai familiari del Narducci, estranee alla sua morte e ai duplici omicidi fiorentini.
Poiché il procedimento n. 8970/2002 R.G.N.R. Mod. 21, per il quale è in corso un incidente probatorio, ammesso dal G.I.P. e a cui si riferisce la citata ordinanza del Tribunale d’Appello cautelare di Perugia, oltre che relativo a fatti commessi pressoché esclusivamente nel Circondario di Perugia, è inestricabilmente connesso con il presente procedimento (perché gli agenti hanno operato per occultare l’omicidio in danno del Narducci e i due procedimenti sono entrambi pendenti a Perugia e sarebbe inimmaginabile che il procedimento principale, quello n. 2782/05 (ex 17869/01 R.G. Mod. 44) venisse attratto dalla competenza fiorentina, mentre quello da esso derivato, cioè il n. 8970/2002 R.G.N.R., essendo commesso da soggetti diversi, dovesse rimanere a Perugia), è evidente che i due procedimenti perugini debbono procedere congiuntamente. Sarebbe, infatti, impossibile e assurdo che a Firenze si discutesse dell’omicidio Narducci e a Perugia si discutesse delle operazioni di favoreggiamento, “insabbiamento” e “depistaggio” dello stesso omicidio, reati questi anch’essi radicati irreversibilmente in questo Circondario e commessi sino ad oggi.
In definitiva, la nuova normativa procedurale sul “giusto processo” non annovera più, tra le ipotesi di cui all’art. 12, lett. c) c.p.p., il caso in cui, dei reati per cui si procede, gli uni siano stati commessi in occasione degli altri, ovvero per conseguire o assicurarne al colpevole o ad altri il profitto, il prodotto o l’impunità. Lo esclude, ormai, l’art. 1, comma 1, della l. 1° marzo 2001 n. 63.
La richiesta della Procura di Firenze in data 30.06.2005 costituisce notizia della sopravvenuta iscrizione (del Calamandrei anche quale indagato dell’omicidio in danno del Narducci) identica a quella per cui sta procedendo questa Procura e di cui si ignorava l’esistenza prima che pervenisse la richiesta in questione.
Va aggiunto che, per il giorno 13 luglio 2005, era stato fissato, presso questa Procura, l’interrogatorio del Calamandrei, svoltosi come da p. v. che si allega. L’invito a comparire reca la data del 14.6.2005.
Inspiegabilmente, dopo l’atto, il difensore dell’indagato, Avv. Gabriele Zanobini, accompagnato dal figlio, Avv. Nicola, conversando con i giornalisti, ha reso dichiarazioni sconcertanti, riportate dal quotidiano “La Nazione”, edizione perugina, del 14 luglio 2005, dalle quali si evidenzia, la conoscenza, in capo al legale, della pendenza dell’identico procedimento sulla morte del Narducci anche a Firenze e, soprattutto, la quasi certezza della presentazione del contrasto tra le due Procure in materia di competenza, ciò che presuppone, a sua volta, la cognizione, in capo al legale, della richiesta di trasmissione degli atti da parte della Procura di Firenze, atto questo assolutamente coperto dal segreto di cui all’art. 329 c.p.p. e di cui l’Avv. Zanobini non poteva avere legale cognizione.
Per tale motivo, quest’ufficio ha provveduto all’apertura di un procedimento penale a carico di ignoti per il reato di cui all’art. 326 c.p., accertato in Perugia il 13 luglio 2005.
Si allega copia dell’articolo giornalistico in questione.
Poiché questo ufficio (che sta procedendo sulla morte del Narducci dall’ottobre 2001) è venuto a conoscenza della recentissima apertura dell’identico procedimento a Firenze, per questa Procura e solo per questa, sussistono gli estremi di cui all’art. 54, bis c.p.p., primo comma e scatta, pertanto, l’obbligo di informarne la Procura di Firenze a cui si chiedono gli atti, relativi all’omicidio in danno di Francesco Narducci.
***
Si chiede, pertanto, che il Procuratore Generale presso la Suprema Corte, in accoglimento del presente contrasto, determini in questa Procura l’Ufficio del Pubblico Ministero che debba procedere in ordine ai fatti di cui al procedimento n. 2782/05 R.G.N.R. Mod. 21 Procura di Perugia (cioè della morte di Francesco Narducci), sulla base dell’ordinario criterio della competenza territoriale, di cui all’art. 8, secondo comma c.p.p., non ravvisandosi ipotesi di connessione di cui all’art. 12 c.p.p.
Alla Procura della Repubblica di Firenze, ferma l’assoluta disponibilità di questo ufficio a tutti gli scambi di informazioni che si renderanno necessari, si chiede la trasmissione degli atti relativi all’omicidio in danno di Francesco Narducci, poiché, per lo stesso, fatto sta procedendo questa Procura sin dall’ottobre 2001 e debbono applicarsi le ordinarie regole di competenza per la quale solo questa ha giurisdizione sull’episodio.
Si allegano, per la sola Procura Generale della Corte di Cassazione, gli atti come da separato elenco e si mettono, comunque, a disposizione della stessa Procura tutti gli atti che riterrà necessari.
Distinti saluti.
Perugia, 15 luglio 2005
IL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA f.f.
(Dr. Giuliano Mignini sost.)
