Alessandra Vanni, 29 anni fa il delitto della tassista: la lettera in latino, l’amico somalo, la svolta finita nel nulla. «Chi ha fermato Siena 22?»

Nella storia della cronaca italiana ci sono stati tanti delitti che sono rimasti irrisolti per mancanza di piste, e può succedere per tanti motivi: superficialità nelle indagini, errori in fase di raccolta degli indizi, depistaggi da parte di chi ha interesse perché non vengano scoperti i responsabili. Ma il caso di cui parliamo stavolta ha il problema opposto: le piste erano tante, anche troppe, ma nessuna ha mai retto fino in fondo.

Alessandra Vanni, la 29enne tassista uccisa davanti al cimitero: il cold case riaperto nel 2020

L’omicidio della tassista

La vicenda è l’omicidio di una donna e risale all’estate del 1997: a morire è Alessandra Vanni, una ragazza di 29 anni. Le indagini vanno avanti per 28 anni, con due riaperture e decine di testimoni ascoltati e riascoltati, ma senza esito: nessuna delle persone finite sotto accusa finisce per essere condannato. L’ultimo capitolo della storia, meno di un anno fa.

Chi era Alessandra Vanni

Come detto, Alessandra Vanni ha 29 anni, quasi 30. Vive a Siena, dove è cresciuta, in una famiglia semplice. Chi la conosce la descrive come una ragazza pragmatica, poco incline ai capricci, che ha iniziato a lavorare appena finite le scuole medie. Alle spalle un matrimonio già concluso: dopo la separazione è tornata a vivere con i genitori, ricominciando da dove aveva iniziato. Ha una nuova relazione, con Stefano, tassista come lei nella cooperativa senese. E ha una passione ereditata da suo zio Onorio, storico tassista della città: le auto bianche, il centralino, le corse per le vie di Siena.

Non è ancora tassista di professione. Lavora come centralinista al Consorzio Taxi di Siena, smistando le chiamate ai colleghi in servizio — ma da qualche mese ha preso la licenza per guidare, e lo zio le lascia spesso l’Alfa Romeo 155 targata «Siena 22» quando lui non può lavorare. L’8 agosto 1997 è uno di quei giorni. Onorio è in Ungheria, per il Gran Premio di Formula 1 perché è un grande appassionato di motori. Alessandra prende il suo posto: alle 21 in punto la sua voce saluta i colleghi via radio e passa il turno al centralino automatico: «Buonanotte a tutti». Poi torna a casa, cena con la famiglia. Alle 23 è di nuovo in cooperativa. Sale su «Siena 22», ma non sa che è l’ultima volta.

La corsa che non torna

Quella notte Siena, nonostante il Palio, è quasi deserta: le luci accese sono poche e i clienti si diradano in fretta. Alessandra fa tre corse su chiamata: una famiglia di turisti inglesi, una coppia di militari diretti alla caserma dei parà, un paio di studenti verso piazza Gramsci. Poi torna al posteggio di piazza Matteotti, ma poco dopo le 23 risale in auto. Imposta il tassametro sulla tariffa 2, quella extraurbana. Non ha il cellulare (lo ha lasciato a casa) ma non si preoccupa: quella sera Stefano è al lavoro nelle stesse contrade, ed è a portata di chiamata radio. Alessandra immagina che, in caso di problemi, può chiamarlo.

La giovane guida fino a Quercegrossa, un paesino a pochi chilometri dalla città, e lì gira più volte intorno a un isolato, come se cercasse qualcuno o aspettasse un passeggero: dal bar del paese qualcuno la nota fare manovra nel buio. Poi riparte, imbocca la Chiantigiana, arriva fino a Castellina in Chianti e parcheggia in una strada sterrata, tra una discarica abusiva e il piccolo cimitero del paese: un posto decisamente isolato, dove pochi minuti dopo la mezzanotte, il tassametro si ferma. Dalla radio, Stefano prova a raggiungerla: «Siena 22, Siena 22». Nessuna risposta.

Chi ha fermato Siena 22?

Alle 7.30 del mattino del 9 agosto 1997, un pensionato si avvicina alla vecchia discarica di Castellina per gettare un materasso e vede un’auto bianca ferma, sola, davanti al cimitero. Si avvicina, bussa al finestrino e vede l’orrore: dentro c’è una ragazza con la testa reclinata sul volante. Sembra dormire, ma non risponde alle sollecitazioni dell’uomo, che chiama subito i carabinieri: arriva anche un’ambulanza, ma il responso è terribile. Alessandra Vanni è morta strangolata.

La scena del crimine è ordinata quanto inquietante: i vestiti della vittima sono intatti, i polsi sono legati dietro la schiena con un nodo fatto con dello spago da pacchi, assicurato alla sbarra di ferro del sedile come se chi l’ha uccisa avesse voluto tenerla eretta, seduta, anche da morta. Sul cruscotto, l’impronta di una scarpa. Nessun segno di colluttazione sul corpo: sembra quasi che non abbia opposto resistenza, o non ne abbia avuto il tempo.

Il tassametro segna ancora la cifra della corsa da Siena a Castellina: manca l’incasso della serata – poche decine di migliaia di lire – così come il suo borsello. Gli inquirenti restano con un dato tecnico che sarà poi fondamentale: l’omicidio è stato compiuto da almeno due persone, con una rapidità e una perizia che escludono l’improvvisazione totale. Chi indaga poi esclude da subito la premeditazione: quella sera, al volante di «Siena 22», ci sarebbe dovuto essere Onorio, non Alessandra. Chi avesse voluto colpirla di proposito, difficilmente avrebbe potuto saperlo in anticipo. Ma chi è salito su quel taxi, e perché è sceso proprio lì in piena notte, davanti a un cimitero?

Le piste nel nulla

Le piste che si susseguono negli anni, come detto, sono tante e in più direzioni, ma col passare dei mesi e degli anni ognuna di esse si esaurisce. Si parte dalla rapina finita male, sebbene l’ammontare dell’incasso portasse ad escludere questa ipotesi: in più quel nodo, elaborato e quasi professionale, non sembrava il gesto di chi agisce nel panico per un furto improvvisato. E questa pista infatti non porta a nulla.

Poi c’è un nome che spunta, quello di Steve: un cliente abituale di 48 anni, di origini somale, che Alessandra spesso accompagnava al lavoro al mattino e con cui aveva un rapporto di conoscenza e forse di fiducia. Sul sedile posteriore di «Siena 22» viene trovata l’impronta di un pacco pesante. Il nastro usato per legarla e strangolarla potrebbe provenire proprio da lì. È possibile che quella sera Alessandra si sia fermata a ritirare qualcosa per lui? Gli accertamenti sulla sua posizione, però, non portano a nessun riscontro concreto. Nel 2014, quando ormai Steve è morto da tempo, il suo corpo viene riesumato per un confronto del DNA maschile trovato sulla corda del delitto. L’esito è negativo: non è compatibile.

Una terza pista, più suggestiva che concreta, chiama in causa il sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, tenuto prigioniero in quello stesso periodo proprio nelle campagne senesi, la cosiddetta «pista sarda». Anche questa si rivela infruttuosa. Qualcuno, negli anni, prova persino ad accostare il caso al Mostro di Firenze, complice l’omonimia tra il cognome della vittima e quello di uno dei celebri «compagni di merende» di Pietro Pacciani. Ma è solo una suggestione, nulla di più.

La lettera in latino

Come in tutti i gialli che si rispettino, c’è poi un elemento che ha alimentato per anni le pagine più inquietanti della cronaca locale: l’imperdibile lettera anonima arrivata ai giornali, spedita dal Friuli. Contiene una sola frase, in latino: «Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?». Ovvero: «Chi è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli?». I carabinieri la portano al parroco del paese perché la traduca, e lui ne rivela la fonte: è una citazione dell’Apocalisse di Giovanni, il passo del sacrificio dell’Agnello. Gli inquirenti collegano così la frase al nodo complicato con cui la vittima era stata legata al sedile.

La stampa dell’epoca rincara la dose e rivela un dettaglio a dir poco macabro: nella radura davanti al cimitero di Castellina – dove era stato trovato il taxi con Alessandra senza vita – c’era stata una croce, ritrovata poi spezzata in due parti sull’altare della chiesa. Tra la lettera e la croce, si alimenta perciò sui giornali la solita “pista satanica”, spesso tirata in ballo negli omicidi in quell’epoca, specie se inspiegabili. E anche in questo caso infatti la pista non porta da nessuna parte: nessun rituale, nessun movente esoterico. E col tempo emergerà che quella lettera, molto probabilmente, era solo opera di un mitomane.

L’omicidio di Milva Malatesta

Dopo che per 23 anni il caso resta fermo, nel 2020 è la Procura di Siena, su impulso del pm Nicola Marini, che decide di riaprire il fascicolo e rileggere carte e testimonianze. E spunta una possibile svolta: due uomini finiscono nel registro degli indagati. Tutto parte (forse) da un altro omicidio: quello di Milva Malatesta, trovata morta carbonizzata il 20 agosto 1993 – quattro anni prima di Alessandra – a Barberino Val d’Elsa, insieme al figlioletto Mirko di tre anni.

Quella sera la vittima aveva appuntamento con un artigiano, Nicola Fanetti: è lui il trait d’union tra le due storie, anche se il tempo dirà che lui, con entrambi gli omicidi, non c’entra niente. Fanetti, artigiano di Castellina in Chianti, raccontò di essere uscito fuori strada con il suo Ape lungo la Provinciale, prima di arrivare all’appuntamento, e di essere stato soccorso da una coppia di passanti.

C’era tra l’altro poi un dettaglio che per anni aveva alimentato accostamenti inquietanti: la madre di Milva, rimasta vedova dopo lo strano suicidio del marito, frequentava Pietro Pacciani: era lei la donna con cui il contadino ballò il tragicomico “salto del capretto”, tanto che l’omicidio di Milva e del figlio venne accostato ai misteri del mostro di Firenze. Sottoposto all’esame del dna dalla procura di Siena, il profilo genetico di Fanetti non risultò compatibile con quello trovato sotto le unghie di Alessandra: fu scagionato.

La svolta nel 2020, anzi no

Il nome di Fanetti riemerge poi appunto nel 2020, quando viene indagato per l’omicidio insieme a un altro uomo, il cui nome non viene mai reso noto: il padre si occupava proprio dell’area della discarica accanto a cui fu trovato il taxi di Alessandra: un dettaglio che sembra riaccendere le speranze di una svolta. Già nel novembre 2020, però, il confronto del DNA smorza l’entusiasmo: i profili genetici dei due indagati non corrispondono a quelli trovati sotto le unghie della vittima e nell’abitacolo di «Siena 22».

La procura, nonostante l’esito negativo, continua ad approfondire — nuove testimonianze, la presunta presenza di Fanetti in una discoteca senese proprio la sera dell’8 agosto 1997, la sua abilità con le corde da lavoro, da falegname abituato a legare mobili sull’Ape Car. Nessun riscontro regge. Il 7 ottobre 2025 il gip di Siena, Chiara Minerva, firma l’archiviazione definitiva. Nel provvedimento scrive che gli elementi raccolti non sono sufficienti a fondare «una ragionevole possibilità» di condanna, e che per Fanetti – descritto da chi lo conosce come un uomo mite, «un ottimo artigiano amante degli animali» – non è stato possibile ipotizzare alcun movente.

Ventotto anni dopo quella notte d’agosto, quindi, il fascicolo di Alessandra Vanni torna, ancora una volta, al punto di partenza. E ora, 29 anni dopo i fatti la famiglia, che non ha mai smesso di chiedere verità, resta con la stessa domanda della mattina del 9 agosto 1997: chi ha fatto salire qualcuno su «Siena 22», e perché ha scelto di farlo scendere proprio lì, davanti a un cimitero, nel cuore della notte? Una domanda che resta senza risposta, e che rende quello della tassista senese uno dei casi di cronaca più intricati e misteriosi della nostra storia recente.

https://www.leggo.it/schede/17_agosto_2026_alessandra_vanni_omicidio_tassista_siena_indagini_killer_ricostruzione-l_omicidio_di_milva_malatesta-7-9709272.html

17 Agosto 2026 Stampa: Leggo – Alessandra Vanni, 29 anni fa il delitto della tassista: la lettera in latino, l’amico somalo, la svolta finita nel nulla. «Chi ha fermato Siena 22?»
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