La vicenda del MdF si può distinguere mediamente in 4 parti temporali.

Una prima parte può essere circoscritta dall’inizio della vicenda al momento in cui le indagini furono tolte ai Carabinieri per passare alla SAM.

Un secondo periodo è quello della SAM che termina con i processi Pacciani.

Un terzo periodo si accavalla fra i processi Pacciani e le indagini successive ad opera di Giuttari e del GIDES fino alla conclusione delle indagini perugine.

Infine un quarto periodo che va dalla “chiusura” del GIDES e dal termine delle indagini perugine, ad oggi.

Ognuno di questi periodi raccoglie in se una serie di dati che fanno riflettere non sulla conduzione delle indagini in senso lato, ma su una serie di episodi che hanno falsato la strada alle stesse indagini. Episodi che hanno fatto percorrere strade sbagliate, che hanno limitato la loro concentrazione, che hanno rallentato e complicato le espansioni successive. Ed ancora oggi, sfruttando il lavoro depistatorio di ieri, distraggono gli astanti dai ragionamenti e forse gli inquirenti dalle opportune valutazioni.

Il primo periodo vede ormai assodato il depistaggio alla pista sarda, una miriade di anni persi ad inseguire personaggi e situazioni che non hanno portato a nulla se non ad una marea di convinti assertori, ancora ai giorni nostri, che in quella pista si dibattano come pesciolini spiaggiati. Come è nata la pista sarda è storia, il cittadino amico, il Fiore, Olinto Dell’Amico, il 1968, la segnalazione mai vista da nessuno, mai recuperata dalla Procura. Nasce e muore all’interno delle stanze di Borgo Ognissanti. Le conseguenze sono note a tutti, gente che entrava e usciva di galera, nessun processo e la sentenza Rotella a conclusione. Anni e anni fatti di una sola pista inconcludente. Non anni qualsiasi, gli anni degli eventi e delle indagini sul campo. Non è depistaggio? Vogliamo dire che erano tutti una massa di incompetenti? Come preferite voi.

Il secondo periodo vede la SAM come protagonista, una squadra antimostro nata perchè i media e il mondo intero stavano “perculando” direttamente o indirettamente il mondo investigativo italiano e fiorentino. Ci voleva una svolta e un colpevole. Il colpevole è arrivato ed era sempre nell’ottica del serial killer unico, principio che si è mantenuto inalterato rispetto al primo periodo investigativo. Uno doveva essere ed era Pacciani. Soggetto perfetto per scaricare il barile sulle spalle di qualcuno che non solo era perfettamente calzante, ma possessore di informazioni che potevano minare altri. E’ stato processato e condannato in primo grado solo su temi indiziari, di cui molti si sono sgretolati in aula ed altri si sono dimostrati talmente strani da determinare perizie e indagini successive. Il famigerato proiettile “coltivato” nell’orto di casa Pacciani. Limitare le indagini ad un unico soggetto, non parlante, se non in un secondo periodo, e probabilmente confortato, post sentenza di primo grado, da un’azione romana che lo salvava in secondo grado. In Pacciani si aveva un soggetto perfetto per stampa ed opinione pubblica, perfetto per far passare altri anni di depistaggio marginale. Però non c’erano più i Carabinieri a indagare, ma la Procura fiorentina.

La sentenza stessa di primo grado, in cui si nominava terze persone fiancheggiatrici, fa fare il salto dal serial killer unico al gruppo seriale, ma però composto da avvinazzati; si apre il terzo periodo di indagini, l’arrivo di Giuttari e l’approfondimento ai Compagni di Merende. Un approfondimento applaudito da tutti e celebrato in un processo con esito scontato; si continua a menare il can per l’aia. Un periodo di indagine iper-approvato quello dei Compagni di Merende, sino a che il lodato Giuttari non va oltre e redige la nota del 2001. Da quel momento qualcosa cambia nell’approvazione verticistica e più si indaga e più crescono le complicazioni per coloro che indagano. Un periodo turbolento in cui alle indagini fiorentine si sommano le indagini perugine. Ciò che si delinea è un gruppo, non più di avvinazzati, ma di borghesi legati fra loro da “fili associativi” masso-sessuali. Una combriccola dove qualcuno poteva “cedere” ed aprire bocca, qualcuno come il medico perugino che probabilmente non si sentiva più a suo agio in quell’ambiente. Ciò che succede in questo periodo è storia, i tentativi di trasferimento di Giuttari, le deleghe negate, talune ritirate, il contrasto tra Firenze e Perugia, le denunce d’abuso d’ufficio che si sono concluse in nulla, le prove che si perdono, la violazione degli uffici al Magnifico, il trasferimento di Giuttari, e via dicendo. Si chiude cosi il terzo periodo fatto di indagini a on/off, momenti di indagine e stop da “burocrazia” interferente. Fatto sta che nessuno ha ceduto e nessuno ha parlato.

Infine il quarto periodo, quello dei mostrologi. Una massa di astanti che pendono dalle labbra di pochi auto incensati oratori. Personaggi che riescono a negare l’evidenza con voli pindarici e omissioni e che rievocano piste morte e sepolte o personaggi, magari coinvolti, ma marginali all’interno del gruppo. Riescono a spiegare tutto con tutto e a negare tutto con niente. Un mondo ancora depistante ad opera di belanti amplificatori umani che riportano il “verbo” del capobranco sempre ben defilato. Quelli che ascoltano tutti, ma poi pensano da soli si contano sulle dita di due mani. Un depistaggio storico, costante, amplificato dai social e puntualmente fiancheggiato anche da azioni sul territorio. Azioni che si estricano con “potenze” nascoste e Mata Hari. Dobbiamo ammettere che sono stati talmente bravi che ormai nessuno si fida di nessuno.

Questi i quattro periodi storici con relativi depistaggi; il tutto per non ampliare la vicenda ad una visione più organica e inserita nel contesto storico, dove le azioni non sono slegate fra loro ne tantomeno prive di uno scopo.

Ad ogni epoca i suoi depistatori
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2 pensieri su “Ad ogni epoca i suoi depistatori

  • 18 Luglio 2022 alle 19:33
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    Bell’articolo. Mi piacerebbe sentire il vostro autorevole parere sulla vicenda del MDF, ma prendo atto della vostra volontà di non formulare ipotesi. Posso però chiedervi cosa non vi convince del pensiero del documentarista Paolo Cochi in merito alla pista del cosiddetto “rosso del Mugello”? Grazie

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    • 18 Luglio 2022 alle 20:48
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      Salve
      Che probabilmente ha un senso collocando il soggetto in un gruppo. Se lo si affronta dal punto di vista del serial killer unico a nostro parere restano inspiegate molteplici situazioni che non si possono spiegare semplicemente con “errori” vari.
      Se esiste un depistaggio significa che “qualcuno” all’interno delle istituzioni faceva il tifo per la squadra avversaria. Se questi depistaggi si verificano ina ere diverse della vicenda MdF significa che non solo uno fra gli inquirenti faceva il tifo per la squadra avversaria. Quindi, è si interessante sapere chi deteneva la pistola, chi il coltello, e chi li adoperava, come sarebbe interessante sapere chi intercettava e pedinava la coppia, ma ancora più interessante sarebbe capire quale organizzazione era alle spalle di questo gruppo. Organizzazione esistente dati proprio i depistaggi. O vogliamo affermare che un soggetto da solo era in grado di intercettare la coppia, seguirla, liberare l’area dai guardoni, intimorire testimoni che hanno involontariamente visto, far comparire la pista sarda dal nulla, incastrare Pacciani, incasinare le inchieste di Giuttari e Mignini, cercare di riaffermare la pista sarda morta e sepolta, ed ancora oggi raccontare di tutto e di più pur di non parlare di certe circostanze e luoghi.
      Su, credere ancora a Babbo Natale è simpatico, ma anche da sprovveduti.

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