Il 24 ottobre 2001 rilascia testimonianza la Dott.ssa Daniela Seppoloni.

Per redigere il certificato di morte del cadavere sul pontile di sant’Arcangelo, identificato come Francesco Narducci, viene convocata la Dott.ssa Daniela Seppoloni medico della USL di turno all’ospedale di Castiglione del Lago.

La chiamano per “un’urgenza sul molo di Sant’Arcangelo, dove era stato rinvenuto un cadavere” come ebbe poi a dire la stessa Dott.ssa Seppoloni.

Giunta sul posto la Dott.ssa si rese conto che la situazione si presentava anormale rispetto al ripescaggio di un annegato, troppe persone, troppe autorità. Notò la presenza del dr Pier Luca Narducci e dei dott.ri Farroni, e Antonio Morelli. Al momento di iniziare a percorrere il pontile gli si fa incontro immediatamente il medico condotto, il dottor Alberto Trippetti, che le comunica che si tratta sicuramente di Narducci.

Questi sono stralci della sua testimonianza in parte del verbale del 24 ottobre 2001, forse alcuni di altro verbale di cui non abbiamo originale. Nel caso venga acquisito verranno divise le dichiarazioni secondo verbale. La ricostruzione del verbale può quindi essere imprecisa.

Domanda: Conosceva il Dott. Narducci?

Risposta: “Conoscevo la persona da quando frequentavo l’università e in particolare da quando effettuare il tirocinio di medicina interna e quindi, per quanto riguardava la gastroenterologia…  Sono arrivata sul molo di Sant’Arcangelo e vi trovai Dott. Alberto Trippetti, giovane, che non aveva potuto fare la certificazione perché non poteva più esercitare le funzioni di medico necroscopo.  L’unico medico abilitato ad effettuare l’attività di necroscopia ero io e, quando arrivai, il molo era piena di gente; c’erano le forze dell’ordine, i vigili del fuoco ed altri; verso la metà del molo mi venne incontro il Dott. Alberto Trippetti che mi disse era stato ritrovato il cadavere del Dottor Narducci.

Domanda: Come si presentava il cadavere?

Risposta: “Era sdraiato in posizione supina sul molo, nelle vicinanze delle scalette ed era vestito interamente; mi pare che portava le scarpe, una camicia e, se ricordo bene, un giubbotto sopra la camicia. Mi sembrava che fosse vestito normalmente. Il cadavere del Narducci si presentava gonfio, edematoso e di un colore violaceo, aveva un notevole gonfiore al viso alle braccia e all’addome.

Domanda: aveva segni di vegetazione lacustre o lacci addosso?

Risposta: No, non ricordo per quanto riguarda la vegetazione ma lacci sicuramente non ne aveva. Dalla bocca si vedeva uscire un rivolo schiumoso Rosato; il cadavere era stato recuperato dai vigili del fuoco, che in seguito mi avevano anche dato una mano per  allontanare la gente che stava intorno e che rendeva difficile il mio lavoro.” 

Domanda: la visita fu effettuata tutta all’esterno o il cadavere fu portato in qualche luogo chiuso?

Risposta: “Io dovevo fare solo una constatazione di morte e redigere il conseguente verbale; ricordo che la visita si svolse sul molo, dove avevo visto per la prima volta il cadavere. Il cadavere non fu spogliato perché non serviva ai fini della constatazione di morte.  Ricordo che a un certo punto sopraggiunse una notorietà, non so se dalla questura o dalla procura, che mi chiese di fare una ispezione cadaverica; intorno a me c’erano i carabinieri credo della stazione di Magione.

Domanda: Lei di solito faceva le ispezioni o si limitava a redigere i certificati di morte?

Risposta: “Io di solito redigevo solo i certificati di morte perché non avevo la competenza professionale per effettuare le ispezioni cadaveriche. Questa persona comunque mi chiese di fare quest’ispezione ed io dissi che non ero in condizioni di poterla fare sul molo e quindi il cadavere doveva essere trasportato nella camera mortuaria dell’ospedale di Castiglion del Lago, che era la più vicina. Qui iniziarono purtroppo delle insistenze e delle pressioni per fare immediatamente l’ispezione sul posto poiché si trattava di un caso urgente, vi erano i familiari affranti e comunque non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Vi fu un minimo di contraddittorio, perché, io insistevo ad avere un ambiente adeguato che non ottenni perché mi si ribadì la necessità e l’urgenza di effettuare l’ispezione, senza sapere se questo fosse disposto dall’Autorità Giudiziaria; Qui iniziarono insistenze con pressioni fortissime dicendo che si trattava di un caso urgente e doveva essere fatta sul posto. I familiari erano affranti e non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Provai a suggerire di portare il corpo in un ambiente più idoneo, ma le pressioni diventano ancora più forti. Non importava nemmeno il fatto che questa ispezione fosse stata o no disposta dall’autorità giudiziaria, la esigevano subito e cosi sotto pressione cedetti. Quindi mi rimboccai le maniche e grazie all’ausilio dei Vigili del fuoco che mi aiutarono anche nell’ispezione, mi accinsi a questa operazione, Dopo aver invitato i Carabinieri ad allontanare la gente. Feci comunque presente alla persona in divisa che la mia ispezione sarebbe stata del tutto sommaria perché non avevo né i mezzi né la competenza professionale per procedere ad ispezioni di quel tipo. Chiesi quindi al Maresciallo Lorenzo Bruni di farmi da segretario per l’ispezione cadaverica. Ricordo che il cadavere del Dott. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccato ma i vigili recuperano delle forbici e con questo attrezzo iniziamo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassarlo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavamo giù. Chiesi al Vigile di girare il cadavere ed osservammo una parte delle schiena fino alla vita, ma non la parte alta delle spalle; non ricordo se gli abiti furono tagliati o solamente alzati.
Prima di rigirarlo, alzammo i pantaloni fino a dove era possibile, comunque sotto il ginocchio. Il colore era particolarmente violaceo, nel volto, nel collo e negli arti inferiori, in particolare nelle caviglie. Quando girammo il cadavere, uscì dalla bocca dello stesso del liquido acquoso, leggermente schiumoso, tinteggiato di un colore rosso cupo; il quantitativo corrispondeva grosso modo a quello che ha una persona che abbia un conato di vomito.
Io continuavo a ripetere che in quelle condizioni non potevo visionare tutto il corpo e tra l’altro il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo, per cui continuavo a ripetere che non era possibile fare una ispezione in quelle condizioni, ma la persona in divisa insisteva, ribadendo l’urgenza di provvedere. Ricordo che il volto era tumefatto e violaceo, appariva gonfio edematoso.

Ricordo che Pier Luca Narducci e i dottori Antonio Morelli e Ferruccio Farroni mi giravano continuamente intorno e questo mi dava fastidio. Pressavano, commentando pesantemente il mio operato mentre effettuavo l’ispezione. Dicevano che «era uno schifo», che si trattava «di profanazione di cadavere, una cosa immorale». Furono cosi pressanti che a un certo punto chiesi espressamente di farli allontanare.” Dopo breve la Dott.ssa ebbe contatto con una persona in divisa, non meglio identificata dalla stessa che con voce perentoria ordinò che procedesse all’ispezione cadaverica, questo il suo ricordo: “In quel momento davanti a me si presentò un’autorità, di corporatura robusta, con una divisa scura, dei gradi sulle spalle e qualcosa sulle maniche. Questa persona mi chiese di fare una ispezione cadaverica.

Domanda: c’erano lesioni sul corpo?

Risposta: “Per la parte che ho potuto vedere ed ispezionare, cercando appositamente lesioni o segni di iniezione, esaminai quindi la scatola cranica nella parte esterna, il volto, il collo ed il resto e notai che non vi erano lesioni o altri segni particolari.

Domanda: come è giunta alla diagnosi della morte, come nel caso specifico di “asfissia da annegamento”, senza esame autoptico?

Risposta: “Io dovevo limitarmi ad accertare la morte ma non le cause della stessa.

Il verbale di riconoscimento di cadavere non è stato da me redatto. Il verbale fu redatto materialmente in un locale, credo della cooperativa dei pescatori di S. Arcangelo, dove mi recai assieme ai Carabinieri i quali provvidero a redigere il verbale che io firmai nella parte relativa alla ricognizione del cadavere, ma non ricordo che mi vennero fatte domande circa l’orario della morte od altro, anche perché non potevo stabilire l’orario della morte del Dr. Narducci ed escludo di avere detto che era morto da 110 ore perché non avevo un minimo di competenza per affermarlo. Voglio aggiungere che c’erano delle forti pressioni intorno a me perché più io allontanavo le persone, con l’ausilio dei Carabinieri, più la gente mi pressava anche all’interno del locale. Queste persone che premevano di più erano i colleghi del Dr. Narducci, in particolare il Prof. Morelli e il Dr. Farroni, unitamente al fratello del defunto; La persona in divisa mi sollecitava a fare alla svelta. Mi dicevano continuamente “è chiaro, non ci sono problemi, questo è morto annegato”.   Volevo scrivere anche che era assolutamente necessaria l’autopsia perché l’ispezione era del tutto carente ma a questo punto la pressione fu fortissima da parte del Dr. Morelli e del fratello del defunto. Anche i carabinieri si trovavano al centro di queste pressioni e ci sentivamo come accerchiati e costretti a concludere il tutto rapidamente, come ci si diceva. Ricordo che ci trovavamo in una stanza abbastanza- piccola, con una vetrata da dove vedevo anche la persona in divisa e tante altre persone.

Mi sono trovata intimidita psicologicamente e pur avendo insistito nello scrivere “verosimilmente” ho desistito dall’indicazione della necessità dell’autopsia. Ricordo che queste persone non erano assolutamente contente di quello che avevo fatto e venne anche il Dr. Trippetti perché io continuavo a dire che necessitava l’autopsia ed egli fece leva soprattutto sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. A quel punto terminai l’operazione.

Specifico che il certificato di accertamento di morte che mi viene mostrato non è quello che io redassi né tanto meno firmato. Nella firma che è apposta in calce riconosco quella della Dr.ssa Mencuccini Luciana, che non aveva partecipato alle operazioni.

Domanda: come mai né nel verbale di riconoscimento e descrizione del cadavere né nel verbale di ricognizione cadaverica né nel certificato di accertamento di morte lei non precisò in quale condizioni si svolse l’ispezione e soprattutto che il cadavere poté essere denudato solo parzialmente?

Risposta: “Per il certificato di morte non serviva ma per il resto devo ammettere che non avevo esperienza di ispezioni cadaveriche e di redazione del relativo verbale.”

Le pressioni ci furono anche affinché togliessi quel “probabile” e dessi per certa la causa della morte, dicevano, è chiaro questo è morto annegato. Il pressing aumentava ancora quando volevo scrivere anche che era necessaria l’autopsia, ma la pressione del Morelli e di Pier Luca Narducci fu talmente forte che mi trovai intimidita psicologicamente e pur avendo scritto “verosimilmente” ho desistito dal convincimento iniziale, quello di chiedere l’autopsia. Anche il Dott. Alberto Trippetti faceva leva sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. Ed aggiunge: “Di sicuro il verbale di riconoscimento del cadavere, dove c’era scritto che Narducci era morto da centodieci ore, non fu opera mia ma venne redatto materialmente nel locale cooperativa di pescatori “Alba”. Dall’ispezione cadaverica, evidenziai comunque macerazione e necrosi iniziale della cute e delle mucose, edema tissutale, emodiluizione con perdita di liquido organico dalla cavità orale e dagli orifizi nasali, assenza di lesioni esterne visivamente e obbiettivamente apprezzabili sul cadavere esaminato.

Domanda: Ebbe contatti con l’impresa delle pompe funebri?

Risposta: “No, avrei voluto contattarli per il trasporto all’obitorio ma, come detto, fui costretta a fare l’ispezione in quel luogo. Ricordo che parlai con il responsabile di medicina legale, Dr. Pietro Giorgi, al quale esternai le mie proteste e questi mi disse che avevo perfettamente ragione.

Domanda: sa se venne rinvenuto un appunto scritto dal dr. Narducci o se all’interno dell’imbarcazione vi erano siringhe?

Risposta: “Non ricordo. Però ricordo che chiesi se erano state trovate siringhe o medicinali anche perché circolava la voce che il morto facesse uso di sostanze stupefacenti, verosimilmente eroina.

Domanda: c’erano appartenenti alle Forze dell’Ordine provenienti da Firenze?

Risposta: “Ricordo che dopo la persona in divisa ne sopraggiunsero altre, sempre in divisa scura, credo che fossero altri Ufficiali dei Carabinieri, che parlavano molto tra di loro, ma non feci caso a quello che dicevano.

Domanda: ricorda se qualcuno alluse alla vicenda dei delitti del cosiddetto “mostro di Firenze”?

Risposta: “Altroché! Ma non in quell’occasione. Successivamente, dopo qualche mese ne sentii parlare molto, anche nell’ambiente della USL; le voci dicevano che il Dr. Narducci fosse il responsabile di quei delitti attribuiti al mostro di Firenze. Altra voce lo indicava come dedito a viaggi nella città di Firenze, dove sembrava avesse una casa.

24 ottobre 2001 Testimonianza di Daniela Seppoloni

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