Mostro di Firenze, ultimo atto: la Cassazione boccia la revisione. No alla richiesta del nipote di Mario Vanni
La decisione degli Ermellini ricalca quella della corte d’appello di Genova: La «nuova prova» dell’entomologia forense non convince i giudici. Il postino era stato condannato all’ergastolo
Stefano Brogioni
7 febbraio 2026 – Dopo Genova anche Roma: la Suprema Corte di Cassazione pone la parola fine al tentativo di revisione della condanna all’ergastolo di Mario Vanni, il compagno di merende, scomparso nel 2009 che, secondo le sentenze definitive, colpì assieme a Pietro Pacciani e a Giancarlo Lotti, nei duplici omicidi del mostro di Firenze dal 1982 al 1985. Il ricorso dei legali del nipote di Vanni, Paolo, è stato infatti rigettato.
La «nuova prova», rappresentata dai risultati di un esperimento sulle larve cadaveriche compiuto a Scopeti che retrodatava di 56 ore l’ultimo delitto del serial killer – e avrebbe inficiato quindi le dichiarazioni del testimone oculare Lotti, che disse di aver visto Pacciani e Vanni in azione la domenica sera – non ha superato il vaglio dei giudici.
Un analogo tentativo era naufragato nel 2004, sempre davanti al tribunale competente, Genova. Anche se stavolta i progressi della scienza e il lavoro dei due consulenti – la dottoressa Fabiola Giusti e il professor Stefano Vanin – inducevano all’ottimismo gli avvocati Antonio Mazzeo e Valter Biscotti.
All’inizio del 2025, erano stati loro (Mazzeo aveva difeso il postino di San Casciano anche nei processi dinanzi alla corte d’assise) a promuovere l’istanza per conto del nipote di Vanni.
Dopo un primo «no» dinanzi alla corte d’appello di Genova, i legali avevano fatto appello alla Suprema Corte, nella speranza che la «nuova prova» – caratteristica fondamentale per l’ammissione dell’istanza – venisse riconosciuta e fosse ammessa la discussione in aula.
In questo caso, la novità che avrebbe dovuto far rivedere le responsabilità di Vanni nei quattro duplici omicidi in cui era stato riconosciuto colpevole era fornita dall’entomologia forense, scienza che nel 1985 praticamente non esisteva ma che oggi ha raggiunto indiscussa affidabilità.
L’esperimento teneva conto delle larve fotografate sul cadavere della vittima, Nadine Mauriot, a poche ore di distanza dal ritrovamento dei corpi nella piazzola. Al contrario del fidanzato, Jean Michel Kraveichvili, nascosto nella boscaglia dall’assassino, la donna era rimasta nella tenda esposta al sole di una giornata calda di settembre. Le perizie medico-legali dell’epoca, incrociate anni dopo con la testimonianza di Lotti, collocarono il delitto la domenica notte (il ritrovamento delle vittime avvenne nel primo pomeriggio di lunedì) ma l’esperimento dei giorni nostri associato ai tempi di sviluppo delle uova dell’insetto che avrebbe colonizzato il cadavere (la lucilia) facevano arretrare la morte, secondo i consulenti, addirittura al venerdì sera.
La tesi non ha però attecchito presso i giudici della corte d’appello di Genova, che ha contestato alcuni dati della consulenza, come la ricostruzione postuma del valore della temperatura dentro la tenda e la qualità della fotografia scattata al tavolo autoptico da cui i consulenti hanno ricavato la specie dell’insetto presente sul corpo femminile.
Per gli avvocati, le considerazioni dei giudici erano andate troppo oltre la mera valutazione degli elementi sull’ammissibilità dell’istanza e avevano puntato sul ricorso che avrebbe fatto tornare gli atti in un altro tribunale, quello di Torino. Ma ora anche la Cassazione (Quinta sezione) ha posto la pietra tombale sulle speranza di rifare, oltre vent’anni dopo l’ultimo, un processo per i delitti del mostro di Firenze.
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