Barbara Locci, la prima preda del Mostro: dalle nozze combinate al figlio con l’amante, i misteri dell’estate ‘68
Nella serie Netflix l’ape regina è interpretata da Francesca Olia: fu uccisa in auto con Antonio Lo Bianco. Condannato il marito Stefano Mele: “Disonorato”, scrissero i giudici. Il figlio sopravvissuto Natalino (che dormiva nella Giulietta) è di Giovanni, uno dei tre fratelli Vinci: c’è il Dna
Stefano Brogioni
Firenze – L’avevano soprannominata l’Ape Regina, per via degli uomini che ronzavano intorno a lei. Certo, a chiamare così Barbara Locci contribuì anche la circostanza in cui trovò la morte. Uccisa, a colpi di pistola nella notte tra il 21 e il 22 agosto del 1968 mentre amoreggiava in una macchina parcheggiata vicino al cimitero di Signa, con un uomo che non era suo marito, Antonio Lo Bianco, e suo figlio Natalino, che dormiva sul sedile posteriore.
Stefano Mele unico condannato per il duplice omicidio
In una serie, quella sul Mostro lanciata da Netflix, in cui il regista Stefano Sollima, è voluto ripartire dall’inizio, Barbara Locci (interpretata da Francesca Olia) assume un aspetto assai più contemporaneo rispetto alla donna che, con il suo comportamento, avrebbe scatenato l’istinto assassino del marito Stefano Mele, l’unico condannato – seppur con tanti dubbi che ancora oggi persistono – per il primo duplice omicidio della scia del Mostro di Firenze.
Chi è Barbara Locci: nata a Cagliari nel 1936, l’emigrazione in Toscana
Nata in provincia di Cagliari nel 1936, assieme ai genitori e ai tre fratelli, Barbara si trasferì in Toscana. Prima la famiglia si stabilì a Castelnuovo Val di Cecina, in provincia di Pisa, e successivamente in provincia di Firenze.
Fu a Scandicci che conobbe il futuro marito Stefano, manovale di quasi vent’anni più vecchio di lei. Forse un matrimonio figlio di un accordo fra famiglie sarde emigrate in “continente”. Nonostante la nascita del figlio Natale, il 25 dicembre del 1961, mai la donna fu davvero felice per quella scelta.
Chi è il marito Stefano Mele
Stefano Mele, interpretato nella serie Netflix da Marco Bullitta, nacque in provincia di Oristano nel 1919, emigrò in Toscana all’inizio degli anni ’50 assieme alla sua famiglia. I Mele si stabilirono nella campagna tra Scandicci e Lastra a Signa, dove Stefano, che aveva fatto il pastore in Sardegna, iniziò a lavorare prima come bracciante poi come manovale edile. Conobbe Barbara Locci nel 1958 e la sposò l’anno successivo. La coppia visse a Capannuccia, alla Romola di San Casciano, e a Scandicci a casa del padre Palmerio Mele. Per dissidi interni, forse dovuti alla ‘disinvoltura’ di Barbara con altri uomini, la coppia si trasferì in via XXIV Maggio a Lastra a Signa. Qui Stefano e Barbara ospitarono prima Francesco e poi Salvatore Vinci, uomini che, come il terzo fratello dei Vinci, Giovanni, avranno una relazione con Barbara. Un’indagine condotta sul dna nel 2024, ha stabilito che Natalino è figlio proprio di Giovanni Vinci.
I fratelli Giovanni, Salvatore e Francesco Vinci tra i suoi amanti
Barbara Locci divenne l’”Ape Regina”, che inanellava amanti – i più “famosi” saranno proprio i tre fratelli Vinci, Giovanni, Salvatore e Francesco, gli ultimi due anche sospettati di essere il Mostro – e con loro “sperperava” anche le poche disponibilità economiche della modesta famiglia Mele, e “disonorando” il marito, come scrissero i giudici in un’epoca in cui essere stati traditi rappresentava un’attenuante.
L’ultima notte: il cinema, la Giulietta, gli 8 colpi di pistola e le 26mila lire nel borsellino
Nell’ultima notte della sua vita, si recò al cinema (l’arena Michelacci di Signa) assieme all’amico Antonio Lo Bianco, pure lui di Lastra a Signa. Pagò lei il biglietto per entrambi, è stato ricostruito, facendo il conto con le 26mila lire che vennero ritrovate nel suo borsellino.
Otto colpi di una calibro 22, già allora vecchia e usurata, vennero sparati dal finestrino posteriore sinistro della Giulietta, abbassato per il caldo, mentre i due amanti erano uno sopra l’altro, sul sedile del passeggero anteriore.
L’indagine sul delitto, la pistola sparita, la condanna e le calunnie
I sospetti si concentrarono subito su Stefano Mele, il marito tradito, che secondo le testimonianze dell’epoca aveva però sempre tollerato le avventure della moglie anche dentro casa. La pistola che aveva sparato non venne mai trovata e il manovale, che aveva dato una ricostruzione del fatto incerta e lacunosa, non aveva neanche un mezzo di locomozione, ad eccezione di una bicicletta. Giudicato seminfermo di mente, Stefano Mele fu condannato a 13 anni di carcere e ad altri due per aver calunniato i due fratelli Vinci, avendoli accusati dell’assassinio avvenuto a Signa, prima di chiedere loro perdono.
Il ricovero nella struttura per ex detenuti, la morte nel 1995
Al termine della pena, Stefano Mele passò gli ultimi anni della sua vita in una struttura per ex detenuti a Ronco dell’Adige, nel Veronese. A partire dal 1982, quando venne collegata la pistola del Mostro al duplice omicidio del 1968 e fu rimessa in discussione la sua responsabilità per quel delitto, venne nuovamente sentito dagli inquirenti, ma non seppe mai dare un concreto contributo alla soluzione del caso. Morì il 16 febbraio del 1995.
