Mostro di Firenze, la pm che fece paura al killer: “Scrisse a me perché lo sfidai”
Silvia Della Monica, il magistrato che s’inventò un tranello: “Dichiarammo che una vittima aveva parlato prima di morire. Non riuscimmo a intercettare una telefonata all’ospedale: era l’assassino che chiamava”
Stefano Brogioni
Firenze, 22 ottobre 2025 – “Non parlo molto volentieri di queste vicende”, premette Silvia Della Monica, il magistrato che indagò sul mostro fino al 1983 e che, dopo l’ultimo delitto del settembre del 1985, ricevette un pezzo della pelle del seno della vittima, Nadine Mauriot: una lettera che poteva aver scritto soltanto il killer.
Dottoressa, ha visto la serie?
“L’ho vista e l’ho trovata fatta bene, una serie che riporta l’attenzione su quel periodo della pista sarda che portò all’individuazione e al collegamento dell’arma. E poi ho trovato molto ben individuato il movente. Li ho sempre considerati degli omicidi rivolti contro le donne. Mi ha colpito anche la ricostruzione di una società patriarcale, molto oppressiva nei confronti delle donne, di tutto questo ambiente sardo in cui ci trovammo a indagare. Ma con i mezzi a disposizione dell’epoca. Dunque merito a Sollima di riportare l’attenzione su allora anche se poi lascia molto spazio all’interpretazione”.
Perché lasciò l’indagine?
“La cosa più angosciosa di questa vicenda è che era molto difficile muoversi senza il ritrovamento dell’arma. Ogni volta che veniva arrestato qualcuno per un sospetto, inesorabilmante avveniva un omicidio ulteriore, che si apriva a varie interpretazioni: un aiuto a chi era indagato o come una sfida agli inquirenti. Era comunque inaccettabile il sacrificio di ulteriori vite, era un dolore che avevamo anche noi inquirenti di non poter dare una risposta alle famglie delle vittime. Era andata fare una rogatoria all’estero, ci trovavamo in Usa per la pista della droga dei clan mafiosi che giungeva in Italia. Sull’aereo, io e un gruppo di magistrati leggemmo dell’arresto di Mele e Mucciarini. Siccome erano persone che avevamo sentito anche noi e non li ritenevamo coinvolti, al ritorno chiesi al procuratore se fosse stata ritrovata l’arma. Mi disse di no. Non condividendo questa indagine dell’ufficio istruzione, dissi che non potevo continuare e abbandonai”.
E il mostro ammazzò di nuovo.
“Inesorabilmente venne un altro duplice omicidio e poi ci fu l’epilogo con la lettera”.
Perché il mostro scrisse a lei?
“E’ un’interpretazione che lascio agli altri. E’ un fatto storico che sia stata l’unico donna che ha indagato e che nel 1982 avessi lanciato l’appello fasullo. D’intesa con le famiglie, perché c’era molto rispetto, chiesi se potevo dare questa falsa notizia del Mainardi che era riuscito a parlare. Purtroppo, però, non riuscimmo a intercettare una telefonata importante che arrivò all’ospedale di una persona che s’informava sulle condizioni del ragazzo. Quel reperto avrei preferito non riceverlo. Non tanto per me ma per le ulteriori vittime che c’erano state. Perché io me lo aspettavo che avrebbe ucciso ancora. Non avere potuto dare una risposta alle famiglie è una cosa che ha sempre addolorato sia me, che Piero Vigna”.
Che pensiero ha dei traguardi giudiziari raggiunti?
“Non ce l’ho. Come dissi ai miei colleghi quando lasciai: Io di questo caso non mi voglio interessare più. Anche se poi ho dovuto interessarmene da procuratore a Perugia, anche se mi limitai a quell’atto. Non mi permetterei mai di dare un’indicazione sulle indagini dei miei colleghi. So che si sono applicati con tanta determinazione. I risultati sono quelli che sono, sotto gli occhi di tutti”.
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Non fece paura al killer ,era una donna e lui voleva impressionarla solo per terrorizzarla cosi come uccideva le donne sempre dopo sempre dopo aver ucciso luomo.Le lasciava in vita per qualche minuto.