Mostro di Firenze, tra fiction e realtà…. Serie TV presentata al festival a Venezia.
Paolo Cochi sul Mostro Netflix e sul cold case
Tecnicamente impeccabile, ma priva valore storico e investigativo, la serie di Netflix. Senza contare che il pur bravo regista Sollima già autore di serie TV di successo come Suburra e Gomorra, si va a cimentare su una strage realmente accaduta con nomi e cognomi e con tanto di parenti alla ricerca della verità, sia storica che giudiziaria.
Gli omicidi dal 1974 al 1981 non hanno nemmeno un giudicato.
Qui siamo a raccontare una storia vera . E questo va fatto con la massima cautela e soprattutto senza influenze di qualsivoglia natura e convinzione personale.
Non mi pare siamo state raccontate tutte le varie tesi , come annunciato… specialmente quelle di recente indagine proposte da alcuni parenti delle vittime.
Soprattutto la serie presentata a Venezia, strizza l’occhio ad una tesi morta e sepolta e senza validi e contenuti di indagine nuovi.
Insomma i presupposti per un flop non mancano….almeno tra gli addetti ai lavori. Il mainstream dell’informazione generalista , invece ci ha offerto tutta una serie di “notizie” che evidenziano appunto il totale disorientamento sulla vicenda , sia da parte inquirente che da parte dei giornali.
La revisione a Mario Vanni e pista sarda: due flop.
Ritenuta inammissibile dalla corte d’appello di Genova.
E il rilancio a furor di media…della pista sarda. In particolare nella serie TV di Netflix, oltre che sui giornali fiorentini.
Si continua a parlare del Mostro di Firenze stavolta anche in serie tv. La serie di Netflix al centro di critiche molto severe , anche per le dichiarazioni del regista Sollima il quale ha dichiarato ” i delitti del mostro sono femminicidi” considerazione aberrante in considerazione del fatto che furono uccise coppie di ragazzi (soprattutto uomini vedi delitto del 1983 in cui le vittime erano due uomini.)
Inoltre , La seria strizza l’ occhio alla “pista sarda” , chiusa ormai dal 1989 dal g.i. Rotella, in quanto tutti i fratelli Vinci ed i vari amanti della vittima femminile avevano alibi nei giorni degli omicidi.
Insomma , presenti nella ricostruzione inesattezze che nei documenti originali non corrispondono. (Vedi i calzini strappati del bambino del primo delitto Natalino Mele e perizia balistica del delitto)
Quindi gli autori si “accodano” a quanto ultimamente la Procura recentemente ha indirizzato (senza risultati) le indagini .
Indagini svolte , con l’analisi dei vari dna dei vecchi e scagionati sardi , ed operando riesumazioni e indagini ancora su fatti già ampiamente discussi e accertati.
Retrodatazione: quale novità….?
Come già ampiamente anticipato e previsto , elementi vecchi e già valutati di cui mi occupai personalmente con un reportage-documentario ed un libro nel 2015 sulla retrodatazione del delitto di scopeti. Infatti e’ stata recentemente dichiarata inammissibile dalla Corte D ‘appello di Genova, richiesta di revisione del processo “compagni di merende” dal giudice, che respinto la richiesta dei legali Mazzeo e Biscotti (revisione già formulata all’epoca dei processi dai legali di Mario Vanni nel 2004 sulle stesse basi).
Lo dissi: Non può bastare , come unico elemento ,una revisione una perizia fatta sulle fotografie. Ci vogliono degli elementi probatori a supporto.
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Dopo l’inammissibilita’ riprosta dai legali di Paolo Vanni circa l’innocenza di suo Zio Mario dai legali Antonio Mazzeo e Valter Biscotti, di cui ero consulente fino allo scorso anno e che si oppose alla richiesta di revisione del processo, ritendo giudiziariamente insufficenti gli indizi portati a Genova.
A quarant’anni dall’ultimo delitto sembra ripartire – tutto da un accertamento genetico condotti dal professor Ugo Ricci. Che , avrebbe stabilito che Natalino – il bimbo di sei anni e mezzo sopravvissuto al primo degli otto duplici omicidi attribuiti al serial killer – non sarebbe figlio di Stefano Mele, di uno dei fratelli Vinci, Giovanni, Francesco e Salvatore, indagati (e poi prosciolti da ogni accusa) nell’ambito della cosiddetta “pista sarda” in quanto avevano tutti degli alibi ( CON ESCLUSIVO, foto verbali alibi e audio di chi lo ha fornito ). Infatti la pista sarda fu chiusa nel 1989 dal G.I. Rotella.
Una “rivelazione” che riapre vecchi interrogativi e che pure per me, documentarista che da anni si occupa del cold case, ha il sapore di una “non-notizia”.
Natalino Mele, sopravvissuto al Mostro, figlio di uno dei fratelli Vinci?
“Già nel 1986 il generale dei carabinieri Torrisi aveva ventilato l’ipotesi che Natalino non fosse il figlio di Mele. Questo perché la madre, Barbara Locci – uccisa insieme all’amante Antonio Lo Bianco nel primo dei duplici omicidi attribuiti al Mostro – frequentava anche altri uomini, tra i quali Francesco e Giovanni Vinci e Salvatore, tutti fratelli. Sembrerebbe da quanto riportare da alcuni giornali locali che , uno di questi possa essere il padre del bambino”.
“Se anche fosse vero, non cambierebbe nulla. Cosa centea con i delitti…la paternita del bimbo..?” Il dato non sposterebbe l’impianto investigativo: né salvatore Vinci, né gli altri fratelli, né tantomeno Carmelo Cutrona – altro amante della Locci – sono mai stati collegati ai delitti avvenuti dopo il 1968. Anzi, tutti avevano alibi solidi, come accertato definitivamente nel 1989 con l’archiviazione della ‘pista sarda’”.
La ricostruzione del duplice omicidio di Signa, datato 1968
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco furono uccisi a colpi di pistola la notte tra il 21 e il 22 agosto del 1968 mentre erano appartati in auto a Signa, fuori Firenze. Con loro c’era Natalino, figlio di sei anni e mezzo della donna, che miracolosamente si salvò.
Ore dopo, il bambino arrivò a casa di un vicino. “Ho sonno”, gli disse. “Il mio babbo è ammalato. La mia mamma e lo zio sono morti”. “Per anni si è pensato che fosse stato accompagnato da qualcuno, ma non è vero”.
“Dai verbali originali ( FOTO IN ESCLUSIVA) emerge chiaramente che aveva i calzini strappati e sporchi, segno che aveva camminato tanto”. Per il delitto fu arrestato e successivamente condannato (con l’ipotesi che avesse agito per motivi passionali) il marito della Locci, Stefano Mele.
L’uomo, di professione manovale, arrivato in Toscana dalla Sardegna qualche anno prima, accusò prima i fratelli Vinci, poi confessò, “indicando però punti di sparo incompatibili con la scena del crimine”, secondo Cochi.
“Nel 1982, una lettera anonima indirizzata al giudice istruttore Mario Tricomi invitò a riconsiderare il caso alla luce dei nuovi omicidi seriali, e così anche quel duplice omicidio fu attribuito al serial killer che tutti conosciamo”.
La pista del “Rosso del Mugello”
Per quattro degli otto duplici omicidi sono stati condannati – con l’ipotesi di concorso – i “compagni di merende” Mario Vanni e Gianfranco Lotti, amici di Pietro Pacciani, accusato di essere il Mostro, ma morto prima di arrivare a sentenza.
Come altri esperti sono convinto che i due ubriaconi di paese, con i delitti che sconvolsero Firenze e dintorni, non c’entrino, e che, piuttosto, sia meritevole di attenzione la pista del “rosso del Mugello”, un cacciatore – morto nel 2009 – che viveva appunto nella zona e che avrebbe avuto contatti con la Procura e che a detta dei parenti lavorava con Pier Luigi Vigna.
Le motivazioni di diniego per una riapertura in tal senso , appaiono innanzitutto prive di “allegati” e quindi di documentazione di supporto a quanto affermato dalle Pm. E in secondo luogo inverosimili, in quanto sia nal livello di normativa che a quanto di mia conoscenza non esatte.
Di recente, mi son visto precludere – così come il legale di una dei familiari di una vittima – la possibilità di accesso agli atti, ed il rigetto di sulla riapertura indagini da parte delle pm Ornella Galeotti e Beatrice Giunti. “Non ci hanno fatto fare alcun confronto genetico , essendoci un DNA da confrontare del nostro sospettato ne tantomeno l’ accesso ai reperti per contronti testimoniali, antropometrici su foto sospettato-identikit, oltre che fonici e grafologici- lamenta comunque l’esperto ec consulente di parte – tante cose non tornano e lo dimosteremo. La verità non è ancora venuta a galla. L ‘ordinanza con le motivazioni per cui l’istanza e’ stata rigettata è priva di documentazione allegata e quindi non si affatto indagato a fondo per smentire questa ipotesi ricca di elementi indiziari”.
https://nocturno.it/mostro-di-firenze-tra-fiction-e-realta/
