La serie sul Mostro di Firenze è una grandissima delusione

Giulio Zoppello

Una delusione tremenda. “Il Mostro”, la serie tv di Stefano Sollima dedicata ai tristi fatti di Firenze, presentata  Venezia 82, arrivava con tante attese e speranze, la promessa di un taglio differente sugli eventi che tennero una città e un paese col fiato sospeso per anni ed anni. Invece il regista stavolta il cineasta romano inciampa in una costruzione artificiosa, una direzione stentata, una narrazione confusa e priva di un vero centro. 

“Il Mostro” – La trama 

“Il Mostro” parte dal duplice omicidio di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini, avvenuto il 19 giugno del 1982, presso Baccaiano di Montespertoli, poco fuori Firenze. Loro che si appartano in macchina, una figura che si avvicina, li crivella di colpi, poi si allontana. Gli inquirenti brancolano nel buio, non ci sono prove per identificare l’assassino che ormai da tempo semina il panico. Le ricerche infine stabiliscono un collegamento con un delitto passionale di diversi anni prima, quello commesso da Stefano Mele (Stefano Bullitta), muratore di origini sarde, ai danni della moglie Barbara (Francesca Olia) e del suo amante, Antonio Lo Bianco (Claudio Vasile). Per quel delitto Mele era stato condannato, ma ciò che conta è che l’arma del delitto è la stessa: una Beretta calibro 22. Da quel momento, per il Procuratore (Liliana Bottone) e il suo team, comincerà una ricerca della verità dove passato e presente cozzano, fino ad arrivare al nome di Francesco Vinci (Giacomo Fadda) e poi persino del fratello Salvatore (Valentino Mannias). Ma tra segreti, bugie, reticenze, trovare il colpevole appare veramente un miraggio. 

Non occorre certo approfondire qui i fatti del Mostro di Firenze, hanno tenuto banco per decenni, ancora oggi sono uno dei misteri più controversi della nostra storia, con una quantità di piste, ipotesi e fatti processuali probabilmente senza precedenti. Stefano Sollima, esperto di crime e costruzioni seriali, che ha contribuito a rinnovare profondamente nel nostro paese, sceglie una ricostruzione che mette al centro una visione disturbante, misteriosa, inquietante non solo e non tanto dei fatti e del processo, ma dell’origine di quel male. La “pista sarda” è il cuore, con la descrizione dell’osceno universo culturale e familiare arretrato traslatosi in Toscana, una cultura patriarcale violenta, ipocrita, oscurantista. La sceneggiatura è corposa, articolata, insegue un’analisi dettagliata dell’origine dei delitti come fatto umano, degenerazione morale connessa al corpo della donna, da possedere, martoriare, mutilare. Santa e peccatrice, amante e moglie, schiava e vittima, essa diventa tutto e il contrario di tutto nella mani di Sollima. C’è solo un problema: all’atto pratico la serie non funziona.  

Tante buone intenzioni, ma mancano profondità e ritmo

“Il Mostro” ha una struttura narrativa che vorrebbe aggirare il problema dell’eccesso di linearità, ma tutto ciò che ottiene è confondere lo spettatore, mentre cerca di intrattenerlo senza dare certezze. Siamo sballottati dagli anni ‘80 agli anni ’60, poi si fa il viaggio di ritorno, ci si alterna tra i vari personaggi, con questo matrimonio medioevale imposto, questo piccolo gruppo di sardi che mentre il mondo va avanti, ancora vivono come 100 anni prima. Al centro lei, Barbara, con una Francesca Olia che diventa simbolo della volontà di rivalsa del mondo femminile, schiacciata da un corpo maschile che è tutto, senza esclusioni, marcio e violento. La dimensione privata affonda nel melodramma familiare, nelle dinamiche di un mondo degradato, il sottoproletariato, la provincia, che il nostro cinema ha trattato più e più volte. “Il Mostro” alla fine non è che mostri nulla di nuovo o di così inaspettato, la stessa ricostruzione dei delitti, delle mistificazioni, della confusione generata da Mele, non sorprendono, sono un vicolo cieco in una miniserie che ha immediatamente il fiatone, arranca, perde consistenza di minuto in minuto.

La direzione di Stefano Sollima è insufficiente, il ritmo è sfilacciato, pesante. Una sorpresa per un regista che ha sempre dimostrato una capacità unica di disegnare atmosfere e far empatizzare con i diversi personaggi. Qui invece non ne rimane quasi nessuno impresso, spesso ci si trova costretti a seguire un sentiero della prevedibilità in cui i dialoghi stessi sono un macigno, non portano nulla. L’essenza crime sparisce, rimane quella socio-culturale, che non può bastare a riempire quattro puntate che girano in tondo, con un overacting costante, innaturale, che toglie spesso verosimiglianza all’insieme. “Il Mostro” non regge il confronto con la serie del 2009 come prodotto di genere neppure alla lontana, sa di algoritmico da un miglio di distanza a dispetto del taglio narrativo voluto da Sollima, con un Procuratrice armata più di retorica che altro, una grossolana analisi della violenza di genere che snatura quello che dovrebbe essere anche un viaggio nell’Italia di allora. Un’occasione persa, per un prodotto che pare anche realizzato in modo frettoloso dal punto di vista formale.

https://www.today.it/film-serie-tv/netflix/serie-mostro-firenze-recensione.html

5 Settembre 2025 Stampa: Today – La serie sul Mostro di Firenze è una grandissima delusione
Tag:                             

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *