Delitto Vanni: 28 anni e nessuno ha ancora rotto i suggelli
Gianni Svaldi
Anche il 9 agosto del 1997 era un sabato, come oggi che siamo nel 2025. “Siena 22” è fermo come una nave incagliata sul margine di una strada di campagna della città toscana, il muso rivolto verso un cumulo di immondizia. Dentro, Alessandra Vanni — avrebbe fatto 30 anni pochi giorni dopo — centralinista e, a volte, tassista (come quella sera) è al posto di guida, con il volto rivolto verso il cruscotto. Morta per strangolamento. I vestiti integri; nessun segno di colluttazione o di violenza. Un lavoro duro, pericoloso che Alessandra faceva negli anni – e a poche decine di chilometri – del mostro di Firenze.
E poi il nodo. Non un groviglio qualunque, ma uno spago da pacchi passato dietro lo schienale, annodato con una cura che richiede tempo: i polsi legati dietro il sedile, la corda assicurata a una barra di ferro, il busto mantenuto eretto contro lo schienale. Chi ha fatto quel gesto non ha semplicemente immobilizzato la giovane tassista: ha costruito una posa, come si sistema un feticcio. Chi ha ucciso voleva che il cadavere restasse esposto a guardare.
Intorno a quel gesto avvenuto nella Siena di quasi 30 anni fa si è accumulata la narrazione di chi tenta di spiegare e non ci è ancora riuscito. A complicare la cronaca qualche giorno dopo l’omicidio arriva una lettera in latino, anonima: «Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?» — un verso dall’Apocalisse. Per alcuni, un indizio; per altri, un depistaggio, una firma teatrale che trasforma il crimine in messaggio. Nessuna delle due letture elimina il vuoto. Per decenni, ancora oggi, viene riportata solo la frase scritta sul bigliettino, ma se si legge il resto del versetto, e quello successivo, l’ombra si fa più cupa:
5:2 Et vidi angelum fortem praedicantem voce magna: Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius? – E vidi un angelo potente che bandiva con gran voce: Chi è degno d’aprire il libro e di romperne i suggelli?
5:3 Et nemo poterat in caelo neque in terra neque subtus terram aperire librum neque respicere illum. – E nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro o guardarlo.
5:4 Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum nec videre eum. – E io piangevo forte perché non s’era trovato nessuno degno d’aprire il libro o di guardarlo.
Un mitomane? Una traccia dell’assassino, o degli assassini? Conoscenti della vittima? Una coppia? Forse (ndr è il parere di chi scrive): spiegherebbe perché Alessandra si sarebbe fidata di accompagnare i passeggeri in un luogo isolato in quegli anni e in quella zona.
Dal punto di vista forense, il paradosso è questo: indizi che suggeriscono una rapina o una violenza e, insieme, dettagli che sembrano messinscena. È un enigma che chiede di essere letto come un testo. Ma i fascicoli, le analisi — prima sui sospetti vicini a lei, poi su un extracomunitario — e persino il recente ricorso al DNA non hanno offerto una lettura definitiva.
A guardare una delle pochissime foto di Alessandra circolate, viene in mente la Gioconda di Leonardo da Vinci: un volto enigmatico che si beffa della nostra incapacità di dare risposte. Il nodo resta la chiave che nessuno è riuscito a capire. “Chi è degno d’aprire il libro e di romperne i suggelli?”
