Mostro di Firenze – L’estate della pista sarda
Carmen Gueye
Ogni anno, soprattutto in periodo estivo, esce qualche dibattito sul cosiddetto Mostro di Firenze la star criminale top in Italia e forse non solo. Tuttavia il dibattito, negli ultimi tempi, batteva la fiacca, diciamolo pure. Sì, certi parenti, ormai minimo settantenni, provano, con l’aiuto di improvvisati criminologi, a far riaprire il caso, sa Iddio come e perché. Riassumiamo per i più giovani. Dal 1974 (qualcuno sostiene 1968) nelle campagne fiorentine venivano periodicamente uccise coppie di morosi in intimità, spesso con mutilazioni genitali delle ragazze. Gli anni di interesse, oltre al citato e controverso 1968, sono:1974, 1981 (due volte), 1982 (niente mutilazioni), 1983 (due uomini anziché uomo e donna), 1984, 1985 (due turisti francesi).
Dopo una serie di processi farseschi si decise, perfino contro il parere del procuratore in ultima istanza, di condannare solo per gli ultimi quattro (dal 1982 al 1985) i cosiddetti “compagni di merende, prima in cinque, scesi a quattro perché uno di loro negò venendo creduto sulla parola; poi ridotti a tre più uno (Fernando Pucci), così sveglio che gli sarebbe occorso un cane per ciechi per accompagnarlo anche da vedente perfino a Firenze. Solo che Pietro Pacciani, assolto da vivo, morì nel frattempo (nel 1998, a 73 anni) e rimase nel limbo dei non sentenziati; Mario Vanni, (1927/2009) un pover’uomo alcolizzato e inerme sessualmente da quando la moglie si era ammalata e la figlioletta era morta di malattia, nemmeno si rendeva conto di cosa gli stava succedendo: e l’ambiguo e losco collaboratore di giustizia con poteri speciali Giancarlo Lotti, l’unico al limite coinvolto in una certa ottica, si .godette ben poco le promesse di bella vita in cambia delle fanfaluche sparate in aula, morendo misteriosamente in carcere nel 2002, a 62 anni, due dopo la sentenza definitiva.
Un gruppo di inquirenti, usciti non si sa da dove, ritenne di rinverdire il caso, descrivendo un complotto di ricchi viziosi, che sembravano uscii da un film di Carlo Lizzani, con il seguente teorema: costoro, per alimentare orge selvagge, commissionavano i delitti ai tre buzzurri merendari, coordinati da un certo medico perugino, Francesco Narducci, morto annegato nel 1985 e con la compagnia del sodale farmacista Francesco Calamandrei, di San Casciano, il paese da cui provenivano Pacciani, Lotti e Vanni. Questo nuovo processo fu “corroborato” dalle dichiarazioni di prosseneti, fattucchieri e alcune meretrici così malmesse che quasi pagavano per avere qualche cliente, a cui non sembrò vero diventare star per un giorno. Risultato: sonora bocciatura, nel 2008, di tutto il teorema accusatorio, con lo strascico della sua cornice: anche i compagnucci di merende non entravano bene nel racconto, rammendato col metodo “peggio la toppa del buco”.
Con l’era web si sono formati clan, accrocchi, bande, cupole di fan assatanati e qualche volta non del tutto a posto di capoccia, con le teorie più assurde e torbide che cervello umano possa immaginare: pochi hanno mantenuto la lucidità.
Oggi si torna alla prima pista battuta, quella del clan di sardi, uno più pestifero dell’altro, ritenuti responsabili, uno sparando, gli altri fiancheggiando, del primo duplice omicidio, quello di Barbara Locci, 32 anni, e Antonio Lo Bianco, 29, in località Castelletti di Signa, il 21 agosto 1968.
Barbara era sposata con un altro inane, corregionale sardo, e aveva un bambino che si portava in auto quando andava a far sesso con i numerosi amanti, dei quali il siciliano Lo Bianco era solo l’ultimo. Si dice fosse stata con il suocero e con tutti i fratelli Vinci, tre, uno dei quali cognato del Mele. La povera creatura era presente quando mamma e ultimo amico erano insieme quella sera.
Oggi, dopo, ci dicono, raffinate analisi di ultima generazione, sarebbe emerso che il padre biologico del bimbo, Natalino, oggi circa 65enne, una vita disagiata alle spalle, sarebbe Giovanni Vinci, il meno conosciuto del trio che si palleggiava Barbara, forse più una prostituta low coast che la ninfomane descritta poeticamente come “ape regina”.
Il filo conduttore che riporta in auge questa conventicola di pastori, a volta muratori, tutti sposati con prole a volte finita male, sarebbe la pistola Beretta calibro 22, ritenuta l’arma che sparò in tutti i delitti, con il corredo di proiettili Winchester H.
La vicendona, oggi declassabile a fattoide, non fosse per i morti reali, ha innalzato agli onori della notorietà magistrati, poliziotti, giornalisti, come Mario Spezi, che fu perfino sospettato di essere coinvolto nei crimini e tutta una serie di personaggi come il criminologo Francesco Bruno, collaboratore del Sisde e super esperto del caso.
Non sappiamo che valore possa rappresentare la scoperta della paternità naturale di Natale Mele, dinanzi a un pastiche che ha visto stravolgere ogni correttezza processuale e deontologia mediatica, oltre a diffondere nel mondo l’immagine di un Italia tribale, corrotta, incestuosa e maniacale. L’unico di cui serbiamo un buon ricordo, oltre al difensore di Mario Vanni, il facondo ed elegiaco avvocato Nino Filastò, sinceramente affezionato al suo assistito, è il commissario di Polizia Sandro Federico, primo incaricato di coordinare le indagini sul campo e presto in fuga dalla direzione operativa, ricordando la sua lapidaria affermazione: “gli psichiatri sono bravi con il soggetto davanti”. E tutto sommato egli fu ancora ottimista: ancora oggi si discute se Giancarlo Lotti, periziato a fondo da luminari della psiche, fosse o meno gay.
Noi vi ricordiamo due libri: “Il mostro di Firenze. John Doe in Toscana – la storia osservata da un passante” e “Il mostro del Firenze ritorna dal futuro”, entrambi a firma di chi scrive.
Troverete il primo in libera lettura sul sito dell’editore Arduino Sacco: un compendio asettico, ricco di riferimenti e di citazioni, per rileggersi la storia da cima a fondo; il secondo, dello stesso editore, in vendita, più stringato e conclusivo, un’analisi cartesiana, da cui emergerà un nome che chiunque può collocare come vuole: coi sardi (di cui era amico); con l’americano Joe Bevilacqua, ritenuto emissario di complottisti USA/Gladio, con i servizi segreti infiltrati nelle procure; con gli ex brigatisti partigiani o le falangi a che si combattevano ancora nel dopoguerra; o, se vi piace, anche con Pacciani, l’omaccio della Toscana agra e crudele, accusato di tutto, ma forse non più colpevole dei tanti che oggi guardano Onlyfans, senza che alcuno vi abbia da ridire. E dopo aver letto questi due libri, dimenticate un mostro che forse, nella forma in cui ce l’hanno venduto, non è mai esistito.
