Mostro di Firenze, il bimbo sopravvissuto è figlio di Giovanni Vinci: chi è il padre e perché riprende piede la pista sarda. Il criminologo Caruso: «Non c’entra con il serial killer»
Un test del dna ha confermato che il bambino che scampò al primo duplice delitto del Mostro di Firenze era figlio di un uomo originario della Sardegna. Ma siamo davvero a una svolta? Risponde l’esperto
Tamara Ferrari
E’ la notte tra il 21 e il 22 agosto del 1968. Un bambino di sei anni, solo, bussa alla porta di un casolare: «Aprimi, perché ho sonno. Il mio babbo è ammalato. La mia mamma e lo zio sono morti in macchina», dice all’uomo che si è affacciato per vedere chi era. Il piccolo si chiama Natalino Mele ed è appena scampato all’omicidio di sua madre, Barbara Locci, e dell’amante di lei, Antonio Lo Bianco, uccisi mentre erano appartati in auto con il piccolo che dormiva sul sedile posteriore dell’auto. Inizia così la terribile vicenda del Mostro di Firenze, il cold case italiano più misterioso di sempre, che oggi viene «rianalizzato» grazie a una scoperta: un accertamento genetico disposto dalla procura di Firenze ha stabilito che il padre biologico di Natalino Mele era un uomo di nome Giovanni Vinci, fratello maggiore di Francesco e Salvatore, entrambi coinvolti e poi scagionati nell’ambito della cosiddetta «pista sarda», un filone dell’indagine sull’autore degli otto duplici omicidi che hanno insanguinato le colline intorno a Firenze dal 1968 al 1985. «Ma si tratta di una pista che non c’entra con i delitti del mostro», dice il criminologo Sergio Caruso, esperto in vittimologia e crimini violenti, che studia il caso da anni.
Partiamo dall’inizio. Come si arriva a sospettare che Barbara Locci e il suo amante fossero stati uccisi dal Mostro di Firenze?
«Inizialmente per il delitto fu condannato a sedici anni il marito della donna, Stefano Mele, un manovale sardo emigrato in Toscana qualche anno prima. Per gli inquirenti l’uomo aveva agito per gelosia, a causa dei tradimenti di sua moglie. Lui accusò altri due amanti della donna, anche loro sardi, Francesco e Salvatore Vinci (Giovanni, l’uomo che in base a un test del dna sarebbe il padre di Natalino non è mai stato indagato per i delitti del serial killer, ndr). Poi li scagionò e si autoaccusò. Solo nel 1982 questo caso è stato collegato con i delitti del Mostro di Firenze, un serial killer che uccideva le coppiette che si appartavano nelle campagne intorno a Firenze. Il collegamento nasce dal fatto che alcuni bossoli repertati sul luogo del duplice delitto risultarono identici a quelli trovati sulle altre scene dei crimini del serial killer. La pistola Beretta calibro 22 e i bossoli marchiati con una H sono la sua “firma”».
Anche la modalità con cui fu commesso il duplice delitto era simile?
«Il Mostro si avvicinava alle auto dove erano appartate le coppiette, le illuminava con una torcia e poi sparava. Barbara Locci e il suo amante furono uccisi con otto colpi di pistola. Il killer risparmiò il bambino che dormiva sul sedile posteriore dell’auto. Tra il 1974 e il 1985 altre sette coppiette furono uccise e si capì che ad agire era un serial killer, il quale tra l’altro asportava il seno sinistro e il pube delle povere vittime».
Con la scoperta che Natalino era figlio di uno dei fratelli Vinci riprende piede la «pista sarda». Furono, dunque, questi uomini, o uno di loro, a uccidere le coppie?
«Ne dubito. Il discorso sulla presunta paternità di Vinci era già risaputo, hanno scoperto l’acqua calda. Inoltre, già nel 1989 l’indagine sui fratelli Vinci si era arenata. Gli investigatori iniziarono a sospettarli perché dopo l’uccisione della seconda coppia, nel 1974, Mele, che era in carcere, tornò ad accusare Francesco Vinci, un uomo violento il cui profilo non corrisponde con quello del mostro di Firenze. L’uomo fu poi scagionato dall’accusa di essere il Mostro, perché un’altra coppia fu uccisa mentre lui era in carcere. In seguito, Francesco Vinci fu ammazzato. Di recente è stato riesumato perché si sospettava che la sua morte fosse stata una messinscena e il corpo sepolto nella sua tomba in realtà non fosse il suo, ma l’esame del dna ha smentito questa ipotesi. Quanto a suo fratello Giovanni Vinci, quello che adesso risulta essere il padre di Natalino Mele, anche lui è morto».
Perché dice che il profilo di Francesco Vinci non corrispondeva con quello del Mostro?
«Perché Vinci era un soggetto violento, anche con le prostitute. Il che fa escludere categoricamente che possa essere stato il Mostro di Firenze, in quanto quest’ultimo manteneva un controllo comportamentale estremamente importante. Agiva on the road, come il serial killer americano Ted Bundy, e il suo profilo corrisponde a quello di serial killer missionario, come lo era Zodiac. Il Mostro sceglieva le coppie e le uccideva come se volesse punirle per le loro azioni. Salvò il bambino perché era un innocente, non aveva colpe da espiare».
La pista sarda non è stata l’unica. Per il delitto negli anni ’80 fu processato, condannato, assolto Pietro Pacciani. Era lui il Mostro?
«Pacciani era un uomo ignorante, che non sarebbe stato capace di asportare con precisione chirurgica il pube di una donna. Inoltre, era un violento e un irruente, caratteristiche che non hanno nulla a che vedere con il Mostro. Con lui furono indagati i cosiddetti “compagni di merende”, ma diciamolo: la pista dei “compagni di merende” è stato uno dei più grandi orrori giudiziari della storia della criminologia e della giustizia italiana».
Perché un orrore?
«Perché le prove contro Pietro Pacciani sono state fabbricate a tavolino, a partire del blocco Schizzen Brunen con i suoi disegni, che non era affatto quello del camper di Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, la coppia di tedeschi uccisa nel 1983, ma era un blocco simile. Anche la saponiera non era la loro. Quanto a Mario Vanni, colui che coniò il termine “compagni di merende”, si sospetta che fosse stato indotto da qualcuno a testimoniare contro Pacciani. Infatti, durante il primo processo contro Pacciani, alla prima domanda del pubblico ministero rispose: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani”. Il giudice lo rimproverò dicendogli: “Lei comincia male, sembra che venga a recitarci una lezioncina”. Giancarlo Lotti era un alcolista e aveva vissuto ai margini della società».
Si è seguita anche una pista esoterica.
«Intanto, precisiamo anche che la pista dei “compagni di merenda” non è credibile, perché non esiste un serial killer che agisce in coppia. Quando si parla di serial killer, si parla di un soggetto unico che uccide per un bisogno atavico, cioè uccide per un piacere intenso, profondo e personale, e non su comando. Di esoterico sulla scena del crimine non c’è assolutamente nulla. La pista esoterica è stata “vista” da uno degli inquirenti che poi ha scritto diversi libri abbastanza romanzati e romanzeschi. Ma l’ipotesi della setta, di questi personaggi che prendevano i trofei (i pezzi di corpo asportati alle vittime, ndr) e li sacrificavano, di concreto non aveva nulla. Seguendo questa pista, si arrivò a un soggetto che non fu mai coinvolto nelle indagini, anche perché morì. Secondo alcuni testimoni era un mago dai poteri occulti forti e dalle conoscenze importanti, che prendeva ordini a sua volta da persone influenti della società di Perugia e di Firenze per compiere queste azioni. Ma in realtà era un pluripregiudicato della Sicilia che “alzava” 50 mila lire dell’epoca facendo i tarocchi ad annoiate vecchiette. Niente di più e niente di meno. La realtà è che su nessuna delle scene del crimine si notano aspetti simbolici di natura esoterica. Inoltre, gli aspetti simbolici del mostro di Firenze sono stati interpretati in chiave esoterica facendo una grossa confusione tra satanismo e Rosacroce, che sono due cose diverse, e tra aspetti rituali che non trovano conferma e contesto. Ripeto, questo era un serial killer missionario».
Perché missionario?
«Perché innanzitutto non ha stuprato nessuno. Seconda cosa: andava a punire le coppie nell’atto del peccato, in una visione totalitaristica cristiana. Infatti, erano tutte coppie che si incontravano per un atto sessuale al di fuori del matrimonio. Quindi il serial killer missionario doveva purificare queste coppie nel momento del peccato, cioè il sesso. L’unico testimone, il piccolo Natalino Mele, venne salvato e portato nella casa più vicina perché appunto, in un’ottica di estremismo cristiano, il bambino rappresenta la purezza e non può essere ucciso. Infatti, Cristo diceva: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Poi questo bambino è cresciuto e non ha mai ricordato nulla».
In tanti anni sono state seguite anche tante altre piste, anche quella che il Mostro fosse in realtà Zodiac trasferitosi in Italia.
«Un’altra ipotesi inverosimile. Il criminologo Francesco Bruno, morto qualche anno fa, era convinto di avere individuato il serial killer. Arrivò a un profilo abbastanza importante, che in base a investigazioni oggettive era la persona che più si avvicina a livello di profilo comportamentale tra tutti quelli che sono stati mai nominati. Bruno capì che una lettera inviata dal Mostro, con il capezzolo sinistro e la vagina di una vittima, conteneva un anagramma. Decifrandolo arrivò a un soggetto dal passato torbido».
Perché non denunciò quello che aveva scoperto?
«Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Non basta avere una teoria per incriminare una persona, e la Procura in quel momento seguiva altre piste».
Il Mostro non lo troveremo mai?
«L’unica cosa che si può dire è che sono passati troppi anni: potrebbe essere morto».
https://www.vanityfair.it/article/mostro-di-firenze-giovanni-vinci-natalino-mele-dna

Incompetenza totale. Totale negligenza da parte di chi ha investigato prima e dopo.
Il DNA di Giovanni Vinci, lui e’ il padre di Natalino Mele..
Tutto questo Conferma definitivamente che il Delitto di Signa Non ha nulla a che vedere con i delitti successivi dei Mostri…
Non si considera affatto che dopo anni si e’ scoperto che Pacciani e Vanni frequentavano gia’ prima del 68 una donna che abitava vicino a dove abitava la Locci….
Questo e quanto adesso stabilito dimostra semplicemente che la pistola passo’ di mano dai Vinci (non importa chi…Francesco, Salvatore, Giovanni) a Pacciani/ Vanni che gia’ freqientavano la zona di Signa.
Si dimentica inoltre che Barbara Locci e Stefano Mele avevano abitato per un periodo nel Mugello, prima del 68, non lontano da San Casciano….
La Locci sicuramente e’ stata individuata dai “Mugellani” di allora (Pacciani, Vanni, Calamandrei, Zucconi…).
Calamandrei e la moglie gia’ prima del 68 frequentavano una Maga nella zona di Signa……
Tutto cio’ e’ opportunsmente ignorato…