Scopeti 1985, l’ultimo delitto del Mostro di Firenze. Un’ombra lunga 40 anni

A Quarant’anni dall’ultimo atto del serial killer più famoso del mondo – che ha insanguinato la campagna fiorentina con 16 duplici delitti – l’attualità vede una richiesta di revisione del processo che condannò i “compagni di merende”. Una serie di strascichi giudiziari come un’ombra senza fine. L’opinione del reporter Paolo Cochi.

Francesco Sani

Quest’anno sono 40 anni dall’ultimo duplice omicidio del “Mostro di Firenze”, ma stavolta bisogna partire dall’attualità: è stata presentata al Tribunale di Genova istanza di revisione del processo a Mario Vanni da parte dei legali di suo nipote. Gli avvocati Mazzeo e Biscotti hanno infatti presentato una perizia a supporto della richiesta che ha per oggetto la retrodatazione di 48 ore del delitto, collocandolo quindi nella sera di venerdì 6 settembre 1985

Per la giustizia italiana, con sentenza passata in giudicato, questo omicidio e quelli del 1982, 1983 e 1984 hanno coinvolto i “compagni di merende” Mario Vanni e Giancarlo Lotti (condannati all’ergastolo) con Pietro Pacciani (deceduto in attesa di processo). Lotti si autoaccusò e disse inoltre di essere stato testimone dell’uccisione di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili nel 1985 in località Scopeti, presso San Casciano Val di Pesa. Ma, nella ricostruzione della scena del delitto, il suo racconto è pieno di contraddizioni rispetto alle perizie.

“Andate via, sennò vi s’ammazza anche voi!”. Chi c’era alla piazzola degli Scopeti quella notte?

In un’intervista su FUL #55 al reporter Paolo Cochi, esperto del caso ed ex-consulente di parte, avevamo chiesto delle incongruenze su questo delitto del Mostro e ci aveva confermato i dubbi dell’avvocato Nino Filastò – noto legale fiorentino, all’epoca difensore del Vanni – sull’inaffidabilità delle dichiarazioni di Lotti. Ma c’è dell’altro, anche Ferdinando Pucci – testimone del delitto insieme a Lotti – sostenne che i due giovani vennero trucidati nella tenda, quando invece sappiamo che Jean-Michel uscì per tentare di fuggire nel bosco. Il suo corpo fu rinvenuto alcuni metri distante dalla tenda. 

Questo delitto è noto per un ulteriore elemento macabro: l’escissione del seno sinistro della Nadine che fu spedito al Magistrato Silvia Della Monica da una cassetta postale di San Piero a Sieve. Lotti dichiarò a processo che sapeva dell’intenzione di Pacciani e Vanni di commettere l’omicidio, insieme all’amico Pucci si recò alla piazzola degli Scopeti la sera dell’8 settembre del 1985 (peraltro quella è l’unica sera nella quale Pacciani non ha un alibi, le altre sere era stato avvistato alla Festa dell’Unità di Cerbaia. NdR) e Vanni quando li vide sopraggiungere avrebbe minacciato: “Andate via, sennò vi s’ammazza anche voi!”. 

Lotti riferì ulteriori dettagli sull’omicidio che, data l’oscurità, è difficile credere potesse aver visto a distanza di alcune decine di metri (Paolo Cochi, nel documentario La Zona Oscura, sottolinea quanto buio ci sia a quell’ora della sera nella piazzola ai margini del bosco dove avvenne l’omicidio) e pure la testimonianza sul punto da dove il Pacciani avrebbe sparato ai francesi è incongruente con la perizia sui bossoli repertati. 

L’istanza di revisione del processo a Mario Vanni.

In merito alle recenti news, su cui il Tribunale di Genova si esprimerà il 13 giugno, si fa presente che l’elemento cardine su cui si basa la richiesta di revisione non è una novità, neppure giuridica, nel 2004 ci provarono gli avvocati Filastò e Marazzita, senza successo. Nel 2015 ci fu uno studio entomologico sulle dimensioni delle larve formatesi sui cadaveri dei francesi realizzato da vari medici legali ed entomologi che fu oggetto di libri, documentari, trasmissioni Tv e convegni universitari.

Appunto, stando alle ultime analisi medico legali e di entomologia forense, l’omicidio non sarebbe avvenuto domenica 8 settembre (i corpi furono rinvenuti lunedì 9 settembre da un cercatore di funghi), ma va retrodatato di almeno 24 ore – se non addirittura di 48 ore – e questo smonta ulteriormente le affermazioni fatte da Lotti. «La “retrodatazione del delitto” è una realtà scientifica appurata da anni, già oggetto di revisione a Genova e resa inammissibile. In mancanza di nuove prove, gli elementi per una revisione giuridicamente non ci sono» ha precisato Cochi a FUL. 

Occorre citare, per dovere di cronaca, che in questi giorni proprio la parente di una delle vittime (parte lesa), insieme a Cochi, ha presentato un esposto-denuncia al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati contro i legali Mazzeo e Biscotti per conflitto d’interesse: avrebbero contemporaneamente difeso i parenti delle vittime e del condannato Mario Vanni, in chiara contraddizione dell’articolo 381 del Codice Procedura Penale. Si contesta inoltre l’utilizzo improprio di materiale trasmesso da Cochi ai legali (fotografie e studi entomologici precedenti) per la difesa dei parenti alla ricerca di una piena verità e non per chiedere la revisione del processo del condannato Vanni. 

Il “Rosso del Mugello”.

Nel 2024 FUL aveva pubblicato il quadro indiziario a carico del cosiddetto “Rosso del Mugello”, frutto di anni e anni di attività giornalistica investigativa di Paolo Cochi. L’autore si è recentemente trovato nella posizione di dover chiarire al Pubblico Ministero (la dott.ssa Ornella Galeotti e la dr.ssa Beatrice Giunti sono le attuali titolari dell’inchiesta sul “Mostro”) alcune sue dichiarazioni durante la partecipazione alla trasmissione Far West di Salvo Sottile in onda su Rai Tre: «non ho mai insinuato – come erroneamente riportato da un quotidiano – che la Procura di Firenze voglia “osteggiare la mia inchiesta investigativa o possa nascondere o proteggere il soggetto chiamato Rosso del Mugello”, da me indicato come possibile autore dei delitti. In nessuna trasmissione o articolo sui giornali locali l’ho mai affermato. Potete rivedere le puntate di Far West su Rai Play. Ho solo detto che i ripetuti dinieghi sull’accesso agli atti e ai reperti ai legali hanno osteggiato le indagini della difesa per cinque anni, e lo ribadisco».

Contesta inoltre di dover “giustificare” alle PM la sua posizione di consulente e “l’attività investigativa” svolta, in seguito al dispositivo di rigetto proposto dal legale di una parente di una delle vittime del “Mostro” del 1981: «seguo da 20 anni la vicenda, ho scritto libri e articoli, realizzato documentari e interagito con i protagonisti. L’avvocato Tranfa, come difensore di parte lesa, ha diritto di scegliere chi vuole nella consulenza; anche senza specifici titoli professionali e iscrizioni ad albi o ordini professionali, né precisare la “specifica competenza” – ex art. 359 CPP – e il curriculum professionale.

E ancora, non è chiaro di quale attività investigativa si parli, perché il 90% dei documenti visionati e messi a disposizione ai legali non è mai stato prodotto dalla Procura di Firenze nel corso dei cinque anni di traversie e richieste? La Procura si è sempre rifiutata fattivamente di farmi accedere agli atti processuali e di indagine; tranne che in qualche occasione con pochi ed irrilevanti documenti forniti su ordine dei GIP Dr.ssa Silvia Romeo e Angela Fantechi, che si sono espresse favorevolmente sull’accesso agli atti da parte dei legali delle vittime». 

L’arma del delitto: la Beretta calibro 22 mai rinvenuta.

Per chi ha letto i precedenti articoli di FUL sul caso del Mostro di Firenze, sa che c’è un elemento centrale che riguarda l’arma, la “famosa” Beretta calibro 22, ritenuta la firma del serial killer e mai rinvenuta. Cochi ha provato a suggerire una pista: la pistola potrebbe derivare dalla refurtiva in seguito a un furto avvenuto all’armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo del 1965 (quindi tre anni prima l’inizio della serie dei duplici delitti del “Mostro di Firenze”).

«Nell’istanza si fa riferimento a una perquisizione subìta nel 1966 dalla persona ribattezzata “Rosso del Mugello” – continua Cochi – nella quale vennero rinvenute 2 cartucce e 10 bossoli (quindi già percossi) tutti calibro 22, ma senza trovare l’arma. I bossoli calibro 22 possono essere usati sia con la carabina che con la pistola, non c’è distinzione in una basilare nozione balistica. Da informativa dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo, e da specifiche tecniche delle Beretta Serie 70, si evince come questa pistola fosse il modello 75.

Deve evidenziarsi – a proposito del principale indizio portato a sostegno della ricostruzione dei fatti, addebitato al soggetto di cui si parla nella trasmissione Far West – che la pistola, derivante dal furto all’armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo nel 1965, a mio avviso non è già stata oggetto di accertamenti positivi come scrive la Procura della Repubblica di Firenze. Il “Rosso del Mugello” non fu inserito nella lista dei sospettati della Squadra Anti-Mostro e neanche sentito o perquisito dopo il successivo delitto di Scopeti».  

La vicenda della pistola è un mistero nel mistero. Proviamo a capirci qualcosa proprio con il nostro intervistato.

«All’interno di un rapporto dei Carabinieri del 2 febbraio 1990 si legge come “la pistola Beretta calibro 22 L.R modello 75 con canna da mm 150, rubata all’armeria Guidotti Romano di Borgo San Lorenzo in data 5 febbraio 1965, tramite interrogazione al terminale elettronico di Ministero dell’Interno sia attualmente (quindi nel 1990, NdR) detenuta da tale Sig. M. V.”. L’arma in questione è stata regolarmente acquistata dallo stesso M. V. in data 29 dicembre 1972 all’asta giudiziaria di Rimini. Dagli atti processuali risulta che l’arma fu oggetto di sequestro operato dalla Polizia Ferroviaria di Rimini già dal 1° dicembre 1970, eseguito nei confronti del Sig. B. L.

Si tratta di atti regolarmente tenuti riservati e non trasmetti mai ai difensori, quindi resi secretati dai magistrati di Firenze, nonostante le ordinanze dei GIP. Ma siamo sicuri che l’arma “ritrovata” sia la stessa? Tra l’altro nei vari documenti e rapporti del Nucleo dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo è presente una richiesta dei ROS di Firenze, i quali in data 5 novembre 1991 cercavano notizie sull’arma in questione. 

A quanto ne sappia, né il proprietario dell’arma né i Carabinieri hanno mai avuto notizia della pistola rubata che, ricordiamolo, se trovata, per legge deve essere restituita al proprietario – l’armeria Guidotti – e non venduta all’asta. Dove sono i documenti sopra menzionati, richiesti dell’avv. Tranfa ma mai ricevuti?». 

Il delitto di Scopeti è la firma del “Mostro”.

Sempre Cochi ci disse in un’intervista del 2023 che per trovare la soluzione ai misteri del “Mostro di Firenze” bisogna risolvere gli enigmi del delitto di Scopeti. È l’ultimo della serie, quello sul quale si possono ancora fare ricerche con il DNA presente sui reperti. Perché dopo il 1985 il serial killer non colpisce più? Forse ha rischiato troppo e gli inquirenti sono vicini a lui? È finito in carcere per altro reato? Oppure ha cambiato lavoro e la nuova occupazione gli dà meno margine di manovra per le sue scorribande notturne a caccia di coppiette appartate in atteggiamenti intimi? 

Chiediamo infine al reporter – con cui il nostro magazine si è interfacciato spesso per orientarsi nel labirinto della vicenda del “Mostro di Firenze” – un commento finale alla sua vicenda, che lo ha portato a rassegnare le dimissioni da consulente di parte. 

«Mi sono limitato a svolgere accertamenti per le indagini difensive come da incarico formale regolarmente depositato, a implementare con documenti e testimonianze il quadro indiziario di un sospettato e a formulare ipotesi investigative, prontamente sottoposte alla PM Dr.ssa  Giunti e alla PG nella persona del Luogotenente Ilardi via mail. Tutto ciò, molto prima delle puntate di Far West su Rai Tre, a cui ha partecipato come ospite e non come autore del programma. Ho cercato di dare un contributo e ho chiesto – attraverso l’avvocato della parente di una delle vittime – documenti e reperti come da regolare mandato del legale, non in quanto documentarista o giornalista! Faccio infine notare che per i delitti del 1974 e i due del 1981 l’autore è ancora ignoto, ma queste carte continuano a essere inaccessibili. Detto ciò, ho dato le dimissioni dalla consulenza agli avvocati, già tutti revocati, e non accetto accuse infondate».

Un’ombra lunga 40 anni.

Approcciandoci alla conclusione di questa serie di articoli sul celebre caso di cronaca nera, il lettore deve chiedersi chi fosse davvero il serial killer. Il combo omicida dei “compagni di merende”? Il misterioso “Rosso del Mugello”? Il “clan dei sardi” come credeva il giornalista de La Nazione Mario Spezi che inventò il termine “Mostro di Firenze”? O altri ancora mai sfiorati dall’indagine? Nel frattempo sono morti ormai tutti i protagonisti: i condannati, il magistrato simbolo dell’inchiesta Pier Luigi Vigna, l’avvocato Nino Filastò, l’ispettore Ruggero Perugini e Mario Spezi. E sono morti il primo sospettato, quel Francesco Vinci del “clan dei sardi”, e altri noti caduti nella rete dei processi e scagionati definitivamente, dal legionario Giampiero Vigilanti al farmacista Calamandrei.

Sul “Mostro di Firenze” non si farà mai chiarezza, forse ha ragione il giallista Carlo Lucarelli quando ha detto che troppi “fili sono stati recisi”. Sicuramente si continuerà a sfruttare la storia anche per intrattenimento, è in arrivo in autunno su Netflix la serie Il Mostro diretta da Stefano Sollima. E continueranno gli interrogativi.

Qualche tempo fa, in occasione della pubblicazione del saggio-antologia Il labirinto del Mostro di Firenze a cura di Lorenzo, Iovino, Daniele Piccione e Roberto Taddeo (edito da Mimesis, 2024) FUL ha scambiato una battuta con l’ex-PM Paolo Canessa che ha contribuito al libro. A chi ha passato anni a indagare sul “Mostro” abbiamo chiesto una curiosità che ci restava: come è possibile che delle tante vittime nessuna sia sopravvissuta o sfuggita a un agguato? 

«Ci sono tre motivi fondamentali – ci ha risposto il Dott. Canessa – che hanno reso possibile questo fatto: il “Mostro” aveva una conoscenza profonda dei luoghi dove colpiva e non lasciava vie di fuga; coglieva le vittime di sorpresa nel momento in cui avevano abbassato ogni difesa e, soprattutto, aveva una ferma determinazione a uccidere».

In conclusione, questa vicenda è proprio un labirinto dal quale non sembra esserci via d’uscita.

Scopeti 1985, l’ultimo delitto del Mostro di Firenze. Un’ombra lunga 40 anni

3 Giugno 2025 Stampa: Firenze Urban Life Style – Scopeti 1985, l’ultimo delitto del Mostro di Firenze. Un’ombra lunga 40 anni
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