Mostro di Firenze: quel silenzio (e quella rosa ‘73) che non giace

Di Davide Rosso

Articolo privo delle immagine fotografiche. A questo LINK l’articolo completo.

sempre per te, De Gothia

Di recente ho visto il bel documentario Rai “Mostro di Firenze, quel silenzio che non tace”, introdotto in modo superbo da Gianrico Carofiglio. A parte la qualità, il montaggio incalzante, i contributi fotografici e video, il documentario (di oltre due ore) rappresenta una sintesi avvincente per introdurre la vicenda alle nuove generazioni. Trattandosi di una produzione politicamente corretta della Rai, mi ha colpito il tentativo evidente di insinuare più di un dubbio nella ricostruzione giudiziaria del caso (i compagni di merende, la figura di Lotti, il fantasma di Narducci, il lavoro di Giuttari). Personalmente non ho mai creduto nei compagni di merende (o in tutto quello che le sentenze acclarerebbero): sono ancora uno degli “idioti” convinti del killer unico, dell’uomo nero fiorentino1. Tuttavia questo non ha alcuna importanza, non credo di avere alcuna verità in tasca. Il mio interesse per la vicenda è puramente culturale, legato soprattutto ai fumetti, ai fotoromanzi e alle riviste erotiche/porno di allora. Da tempo sto scrivendo un piccolo saggio sulle riviste pre-porno e porno uscite in Italia tra il ’73 fino al ’78. Durante la ricerca e la lettura, mi sono imbattuto in un volumetto uscito nella collana dei ¾ d’ora di vicende erotiche, edito dall’ Editrice Lombarda di Milano. Il numero su cui voglio concentrare l’attenzione risale al dicembre del 1973. Riporto integralmente l’estratto di quel che ho scritto su questo reperto:

“Un discorso a parte merita il numero 9 del 18 dicembre 1973, intitolato “L’orgasmo che uccide”. La trama vede una coppietta appartata in auto, in aperta campagna. Il racconto che accompagna le foto (sempre a colori e in bianco e nero) comincia con una sorta di considerazione sociale: “Dove possono andare a fare l’amore i giovani che vivono in casa, presso una famiglia rigorista, e non hanno tanti soldi oppure l’età sufficiente per andare in albergo o in Motel?”. Mentre i giovani si amano nello spazio angusto dell’auto ecco la figura di un maniaco in maglietta e pistola. Minacciandoli con l’arma il pazzo li costringe a fare sesso sotto i suoi occhi, obbligando la ragazza a posizioni umilianti. Poi il pazzo prende il gambo di una rosa e ordina al fidanzato di infilarlo nella vulva di lei. Dopo il maniaco violenta la ragazza, spara alla testa del fidanzato e ancora tormenta la vulva di lei con la canna della pistola. Infine si allontana nel boschetto, lasciando la giovane a terra, sconciata, in preda al delirio. Vi ricorda qualcosa? A me sì. Dicembre 1973. La seconda di copertina ci avverte che la vicenda rimanda a fatti di cronaca realmente accaduti. Sui fatti accaduti non saprei, su quelli da accadere, si. L’anno successivo il mostro di Firenze farà la sua comparsa. L’uccisione di una coppia a Borgo San Lorenzo, la messa in atto di una modalità rituale ancora confusa che potrebbe trovare (così suggeriscono alcuni titoli di giornale dell’epoca) in pubblicazioni erotiche una qualche ispirazione. Proprio nel delitto del ’74 infatti si ravvisano delle somiglianze con un foto-racconto erotico uscito nelle edicole poche settimane prima del delitto. Di quella rivista (la cerco da tempo, tra pile di riviste hard di allora, sui banchi impolverati dei mercatini delle pulci, nei magazzini di alcuni collezionisti) si son perse le tracce, tanto che alcuni son convinti si tratti di una leggenda urbana. Tuttavia questo numero dei ¾ d’ora, pur non essendo quella rivista, contiene alcuni elementi interessanti. Anzitutto il contesto generale: l’auto, la coppietta, il maniaco con la pistola, il voyeurismo di fondo. Tuttavia il particolare è un altro: il gambo della rosa infilato nella vagina della modella, così come nel ’74 il mostro infilò un tralcio di vite nella vulva di Stefania Pettini. Un tralcio di vite perché lì, in quella sterrata nei pressi di Rabatta, c’era quello; però l’idea, il calco fantasmatico del pensiero folle, da dove veniva? Il prof. De Fazio, nella sua relazione criminologica sui delitti, parla di un “lustmord” che in maniera più che verosimile “sia un amatore dell’erotismo letterario c/o pornografico, e che faccia largo consumo del relativo materiale visivo che secondo quanto gli consentano il livello culturale, le abitudini di vita, e le circostanze familiari, potrà consistere in riviste, film pornografici, arte o letteratura erotica, con netta predilezione per tutto ciò che rappresenta una situazione triangolare con palesi componenti sadiche (…) Queste abitudini potrebbero essersi evolute nel tempo, nel senso della accentuazione degli aspetti narcisistici e puramente autogratificatori, rispetto a quelli comportanti la simulazione di una situazione, col concorso di più persone (partners fissi od occasionali), inserzioni su riviste pornografiche, ecc…). Questa modalità potrebbe essere stata perseguita negli anni intorno al ’74 (sia prima che dopo, fino al ’79-’80), e potrebbe essere stata sostituita in seguito da pratiche pressoché esclusivamente narcisistiche, rinforzate sul piano immaginativo dagli elementi eccitatori e feticistici desunti dall’attuazione dei delitti.”

Ho già scritto altrove come la cultura di quegli anni è ammorbata da un gusto necrofilo, sadico, porno misogino; queste pubblicazioni fotografiche oscillano tra il lecito e l’illecito, in una sorta di zona del crepuscolo del porno cartaceo. Certo le fotografie (così come faranno le immagini in movimento del cinema) hanno una certa presa sull’immaginazione, si imprimono nel ricordo, non svaniscono, è possibile tornarci sopra, ritagliarle, colorarle, rimontarle in una propria sequenza mentale alternativa, costruirci un altarino (il numero di Golden Gay sulla scena dell’83?). In questa mia ricerca sulla pornografia cartacea minore degli anni ’70 sono anche entrato in contatto con alcuni collezionisti e ne ho sempre approfittato per chiedere lumi su quel fantomatico foto-racconto porno che sarebbe uscito nelle edicole a ridosso del settembre ’74 e che un articolo del 17/18 settembre del Giornale d’Italia collegherebbe in modo suggestivo al delitto2. Nessuno ha mai saputo dirmi nulla, fornirmi spunti. Nella gran quantità di riviste e numeri di cui sono entrato in possesso (ormai si tratta di qualche migliaio di volumi) non c’è. Tuttavia posso smentire quanto mi diceva uno di questi collezionisti: ossia che non avrei trovato nulla di così forte. In realtà, in moltissimi di questi foto-racconti ho scovato servizi e fotografie in cui il corpo femminile è un altare su cui apparecchiare le frustrazioni e le insicurezze del maschio italiano di allora (ma la situazione è cambiata davvero nel nostro oggi digitale e pandemico?), maschio che probabilmente si sentiva minacciato da quel che andava accadendo nella società. I mariti italiani sono sempre stati spaventati dalle figure femminili. Una bella inchiesta per L’Espresso di Lietta Tornabuoi del 2 maggio 1965 metteva il dito nella piaga e spiegava come le mogli italiane venivano picchiate molto spesso, picchiate per i motivi di sempre: gelosia, adulterio, tradimento, violenza caratteriali del marito. I maschi del dopo boom si rivelano incerti, incapaci di capire e di impostare rapporti paritari, si sentono esasperati dal crollo della propria posizione di predominio, minacciati da figure femminili sempre più inquiete che mettono in discussione l’autorità dei mariti e dei padri. “Le mogli sono inquiete, incomprensibili, aggressive, rancorose. Si ribellano, discutono di politica e di morale, difendono idee incompatibili con la loro condizione di donne borghesi, non si lasciano imporre divieti e obblighi. Non ubbidiscono, replicano, protestano, prendono in giro, non si spaventano di vendette e punizioni e abbandono” scrive la Tornabuoi. I maschi rimpiangono con nostalgia le ombre protettive delle case chiuse, cercano le nuove pensioni dove le prostitute esercitano sotto il controllo di una “signora” per poi offrirsi al ribollire misogino del primo venuto. Arriverà la legge e il referendum sul divorzio, i beatniks nelle piazze italiane, i capelli che crescono, le immagini che piovono da un’America nel cui profondo si agitano sogni lisergici, delitti, rivolte di neri, cariche della polizia, spettri del Vietnam, comuni, amore collettivo; anche da noi le ragazze con le loro collanine colorate, gli occhiali enormi, le gonne spregiudicate, la pillola anticoncezionale e una consapevolezza maggiore del proprio corpo e della propria indipendenza. La rivoluzione sessuale degli anni ’70 verrà mercificata da queste riviste erotiche e rappresenterà in Italia l’ultimo campo dei balocchi per maniaci postribolari costretti a nascondere il proprio osceno malessere tra opuscoli fotografici di importazione e annunci anonimi. Che il mostro leggesse o meno queste riviste poco importa: vi avrebbe sicuramente trovato stimoli gratificanti, modi per alimentare (o contenere) una rabbia oscura contro la vita, il rumore e la libertà di queste donne e bambine.

Un’ultima suggestione: lo psicologo Carlo Nocentini (incaricato dal giudice istruttore di stilare un profilo psicologico del mostro dopo il delitto Baldi/Cambi dell’81), riguardo il delitto del ’74 afferma di scorgere nelle ferite presenti nella zona pubica, quasi un disegno floreale, roselline, gigli, fiordalisi su Stefania. Nel numero 2 dell’ottobre 1973 “Vecchia lesbica d’infanzia” (“L’orgasmo che uccide” è di appena due mesi dopo) della rivista “Le novelle erotiche del mese”, in un collegio in cui sorgono pericolosi amori omosessuali, due studentesse s’intrattengono nella serra con la consolazione di una rivista erotica svedese. Accese nelle passioni, una delle due stende l’amica, la spoglia e poi le ricopre il ventre di fiori e di foglie colorate, coi petali a formare una sorta di fragile vestito di sangue.

Apparato fotografico:

1 Come scrivono Marrone & Marrazzo (2020) “La presenza in loco di più persone avrebbe, con ogni evidenza, stemperato l’intimo coinvolgimento degli agenti, conferendo agli atti compiuti un connotato di maggiore casualità, di anonimità, di distacco emotivo, di disinvoltura per così dire professionale, anche attesa l’ipotizzata natura “commerciale” della spedizione omicida”.

2 Così scrive Alfredo Scanzani alla fine dell’articolo: “Un fatto nuovo potrebbe dare ancora un indirizzo alle indagini. Sembra che a Borgo San Lorenzo siano state fatte “sparire” tutte le riviste “per soli uomini”. Il motivo? In queste settimane una delle riviste avrebbe pubblicato un racconto illustrato che ricalcava fedelmente il fatto avvenuto a “Le Fontanine di Rabatta”, il luogo del delitto. Un uomo uccide una giovane infierendo su di lei con un coltello, ma senza mai colpirla nelle parti vitali. Infine la ragazza viene violentata con un frustino e le sue mutandine buttate in un fosso vicino”. Queste le scarne informazioni sulla rivista. Scanzani la definisce un foto-racconto, quindi la medesima formula usata dai ¾ d’ora, o da altre riviste di allora come Le vampire del sesso, Boccaccio 2000, Intimità erotiche illustrate, Passioni perverse, Confessioni erotiche illustrate, Donne in amore, Clyto, Lesbo racconta, I Sex-violenti, I racconti erotici illustrati, Le fotonovelle da letto, tanto per citare alcune testate uscite proprio tra il ’73 e il ’74, tutte incentrate su storie sadiche e morbose.

25 Gennaio 2022 Mostro di Firenze: quel silenzio (e quella rosa ‘73) che non giace

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