Tre omicidi irrisolti, un solo assassino. Una pista dopo 25 anni di errori e silenzi

Dall’ombra del Mostro alle nuove ipotesi sulla morte di Milva Malatesta e suo figlio, bruciati in auto nel ’93, e sulla tassista uccisa nel ’97

di STEFANO BROGIONI

Firenze, 7 aprile 2021 – C’è un filo che lega due delitti insoluti, tre morti atroci, una scia di sangue che ha inzuppato la terra fertile del Chianti. Ed è lì, tra vigne e olivi, che ancora oggi si scava, soffiando via la polvere dai faldoni del tribunale e rileggendo atti che forse, già allora, avrebbero potuto aprire una strada che invece non è mai stata percorsa.

20 agosto 1993: Milva Malatesta, 31 anni, e il figlioletto Mirko di tre, vengono ritrovati bruciati nella Panda della donna, carbonizzati assieme alla macchina spinta giù dal ciglio della strada di Poneta, nel territorio di Barberino, frontiera tra Firenze e Siena. Vicino all’utilitaria c’è una tanica, usata per annaffiare l’auto con il combustibile prima di appiccare il fuoco.

1997, ancora agosto, la notte tra l’8 e il 9: il corpo di Alessandra Vanni, senese, 29 anni, è privo di vita nel suo taxi, ultima corsa a Castellina in Chianti, dove è stata strangolata.

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Due misteri. Ancora oggi. Ma a metterli per la prima volta in relazione, è stata la procura di Siena, che non ha mai smesso di indagare sull’omicidio della tassista, così come quella di Firenze cerca ancora di risolvere il giallo di Milva e Mirko, morti accostate anche al mostro di Firenze per la frequentazione fra la madre della donna e il contadino Pietro Pacciani. Proprio da Siena si respira aria di novità. Recentemente, per l’omicidio di Alessandra Vanni, sono state iscritte due persone sul registro degli indagati, dopo che, grazie ai progressi della scienza investigativa, sono stati distinti due profili genetici del materiale che era sotto le unghie della tassista, trovata la mattina strangolata nell’Alfa 155 dello zio, con le mani legate dietro lo schienale di guida. Contemporaneamente, gli inquirenti senesi sono arrivati a Firenze ad acquisire le carte del delitto di quattro anni prima.

Il filo che lega i due delitti è un artigiano di Castellina in Chianti, si chiama Nicola Fanetti. Fanetti è uno dei due indagati dell’inchiesta per l’omicidio di Alessandra. Fanetti è il proprietario del terreno vicino al quale, nel 1997, il taxi di Alessandra era parcheggiato, con dentro la vittima, seduta al posto di guida, priva di vita. Fanetti è l’uomo con Milva aveva appuntamento la sera del 1993 in cui è stata poi ammazzata e bruciata.

“Il mio assistito è stato convocato a Siena per un interrogatorio, al termine del quale gli è stato chiesto un prelievo del dna. Dopo averci pensato un po’, abbiamo deciso di donarlo”, dice l’avvocato Jacopo Meini, confortato da alcune indiscrezioni sul mancato ’match’ tra i profili genetici. Ma l’indagine è aperta. E questa storia pare tutt’altro che chiusa. Perché c’è quel filo, che due procure stanno provando a riannodare, rimediando, forse, a clamorosi errori del passato.

Per l’omicidio di Milva e Mirko, la procura di Firenze puntò convinta sull’ex marito della Malatesta, Francesco Rubbino. Rubbino si fece il carcere, ma alla fine sia la corte d’assise, che i giudici dell’Appello, sentenziarono la sua estraneità al duplice omicidio. Oggi si scopre che in quella stesse carte che volevano dimostrare la colpevolezza dell’ex marito e padre del piccolo Mirko, ci sono alcuni indizi che suggeriscono quantomeno una sequenza diversa degli eventi di quella sera dell’agosto del 1993. D’altronde, i primi accertamenti si erano concentrati tutti su Fanetti, all’epoca 32enne, e su quell’appuntamento con l’amica incredibilmente mancato.

I due si frequentavano da un mesetto e quella sera si erano dati appuntamento al distributore di San Donato. Ma l’artigiano, che prima di mettersi in marcia si era fatto prestare una tanica con della miscela da un amico, ebbe un imprevisto: in una delle ultime curve prima di arrivare a destinazione, al bivio di Oliena, con la sua Ape si ribaltò e finì fuori strada. Lo raccolse malconcio una coppia, a cui Fanetti chiese di farsi accompagnare al benzinaio dell’appuntamento. Milva non c’era – lo confermeranno anche i due testimoni – e Fanetti, anziché farle una telefonata dalla cabina presente sul piazzale, sfruttò ancora la disponibilità dei fidanzati per farsi accompagnare a casa. Col padre, andrà all’ospedale di Siena a farsi medicare. Verrà dimesso intorno all’una e la mattina dopo, sempre accompagnato dal babbo, andò a recuperare l’Ape.

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Ma proprio nel punto in cui Fanetti riferì di essere finito fuori strada, sulla Provinciale 101, al km 10, la polizia scientifica raccolse un tappo a vite di colore verde, di quelli delle taniche, e alcuni frammenti di carrozzeria. Erano due pezzetti dei fanali posteriori dell’Ape di Fanetti e, si legge nella perizia che abbiamo ritrovato, “un frammento di paraurti anteriore di una vettura Fiat Panda 1° serie, dello stesso tipo di quello montato dalla vettura della Malatesta”. Ma mentre la comparazione con il resto del faro dell’Ape venne effettuata, con esito positivo, non fu possibile comparare le plastiche del paraurti con la Panda di Milva perché il calore del rogo aveva sciolto quei componenti della carrozzeria.

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Quei reperti comunque ’parlano’. E fanno ipotizzare una collisione fra il muso della Panda e il retro dell’Ape. E soprattutto, fanno pensare che ci sia qualcosa di non detto, e mai emerso, riguardo all’ultima sera di Milva e del piccolo Mirko. Poneta, il punto in cui la macchina venne spinta fuori strada, dista diversi chilometri da luogo dell’incidente. La Panda venne incendiata con delle miscela. Vicino al mezzo, una tanica. A Poneta non venne rinvenuto neanche un tappo. Proprio su quella tanica s’incentrò gran parte del processo a Rubbino, proprietario di una Vespa, che, come l’Ape del Fanetti, era alimentata dalla miscela. I giudici stabilirono che non vi era certezza che Rubbino ne possedesse una come quella. Oggi, anche la procura di Firenze aveva cercato quel recipiente, perché poteva esserci del dna. Ma nel deposito dei corpi di reato, a Prato, non c’è più. Un giallo nel giallo, in una storia già fitta di misteri.

Un pezzo di paraurti della Panda dello stesso modello di Milva Malatesta false

L’autopsia stabilirà che al momento dell’incendio Milva era già morta. Mirko invece no. Magari dormiva, sul seggiolino dietro. Alle tre, quando un passante si accorse dell’incendio, le fiamme erano rigogliose, segno che l’incendio era stato appiccato non molto prima. Con della miscela rovesciata da una tanica senza il tappo.

https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/omicidio-vanni-malatesta-1.6215925?fbclid=IwAR1ZGCqBMLVIBWTVaPkyfTXYmA6b9A8aFJxdFDt1__noIobLoNKms1hI3hc

7 Aprile 2021 Stampa: La Nazione
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4 pensieri su “7 Aprile 2021 Stampa: La Nazione

  • 7 Aprile 2021 alle 22:25
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    Una notizia ed una indagine duplicemente importante e significativa:
    da un lato l’identificazione del probabile colpevole e quindi giustizia per delle vittime, dall’altra la consegna alla naftalina di ipotesi e teorie basate sul prezzemolismo mostrofilo invece che sui riscontri.
    Articolo ed indagine che, se confermata negli esiti, fa carta straccia delle parole dell’intervista di Luciano Malatesta e non solo.

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    • 8 Aprile 2021 alle 07:29
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      Quanta fretta, Sarei molto prudente in merito.

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  • 8 Aprile 2021 alle 10:12
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    Vero, potrebbe sempre darsi che, se lui davvero colpevole, abbia comunque agito su ordine di qualcuno legato alla massoneria o magari addirittura in legame diretto con quegli “inquirenti del caso mdf corrotti” di cui ci assicurava lo ‘007’ Crescenzi o chissà chi altro.
    Nemmeno si può nemmeno escludere che la ‘novità’ investigativa attuale odierna sia pura opera false-flag dei ‘servizi’, per depistare.
    Se così fosse, chissà se il Crescenzi, o di lui padre, potrebbe darci lumi in merito?

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    • 8 Aprile 2021 alle 11:29
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      ehehehee Quell’intervista da fastidio ad un sacco di gente.

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