Il 27 marzo 2019, a seguito della nomina del 25 ottobre 2018 da parte dell’avvocato Vieri Adriani del Generale Romano Schiavi, lo stesso consegna una perizia relativa al procedimento penale n. 7265/14 r.g.n.r. con un’analisi delle perizie balistiche prodotte nel caso MdF.

Questa la nomina: 27 marzo 2019 Perizia di Romano Schiavi sulle perizie balistiche

Questa la trascrizione:

Dr. Romano Schiavi 

Forensic Science S. dip 

Già membro della CCC c/o M. I 

E della CTPE c7o Prefettura BS. 

RELAZIONE DI CONSULENZA BALISTICA SUL CASO DI OTTO DUPLICI OMICIDI COMMESSI IN PROVINCIA DI FIRENZE TRA IL 1968 ED IL 1985 

Studio del Generale Romano Schiavi con la revisione dell’Avv. Vieri Adriani 

PREMESSA 

Firenze- Brescia, 27 marzo 2019 

Gent.mo Avvocato Vieri Adriani, 

In data 25.10.2018 Lei mi incaricava, quale suo consulente balistico nel procedimento penale n. 7265/14 r.g.n.r., di visionare alcune consulenze balistiche relative alla vicenda processuale del cosiddetto “Mostro di Firenze” perché ne rilevassi eventuali errori ed incongruenze e, in particolare, se dalla lettura di esse, risultasse possibile che, nei vari casi, a sparare, potesse essere stata un’altra arma, diversa da quella descritta nei documenti consegnatimi. 

La documentazione, tuttavia, riguardava esclusivamente, oltre a quella medico legale del 1984 a firma del Prof. De Fazio, utile al controllo di alcuni dati, il testo delle perizie o consulenze “balistiche” eseguite solamente da tre periti che avevano trattato tutti gli otto duplici omicidi. 

La documentazione, infatti, non comprendeva le foto delle comparazioni eseguite in quanto, come comunicato, il file che avrebbe dovuto contenerle, presentava solo due pagine di una perizia. 

Il sottoscritto, ad ogni modo, dalla lettura delle perizie ricavava notizie che si ritiene possano essere utili per identificare l’arma del delitto, mai rinvenuta, che più verosimilmente fu impiegata per l’esecuzione di questi delitti e dell’eventuale presenza, negli stessi fatti, di una seconda arma. 

  1. RIEPILOGO DEI FATTI ATTRAVERSO LE PERIZIE 

Primo episodio relativo all’omicidio Locci Lo Bianco. Agosto 1968 a Lastra a Signa. Per questo duplice omicidio veniva incaricato come perito il Col. Zuntini. 

Nel caso, vengono repertati 5 bossoli cal. 22 LR della Winchester marcati H e 5 proiettili dello stesso calibro con sei rigature destrorse, tutti in cattivo stato. Il proiettile era ramato, di una cartuccia Superspeed capace di un Viniz. di 397 m/sec con proiettile di 40 grani per carabina: l’utilizzo di una cartuccia destinata all’impiego su una carabina è probabilmente all’origine del rigonfiamento che il perito attribuisce invece ad un meno probabile rilassamento della molla ricuperatrice, per quanto visto poi nei casi successivi. 

Secondo episodio relativo agli omicidi di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore del settembre 1974 a Borgo San Lorenzo, commesso sei anni dopo il precedente. Anche in questo caso per il compimento delle operazioni peritali di tipo balistico viene incaricato il Col. Zuntini. 

In questa occasione vengono repertati cinque bossoli calibro 22 LR marcati Winchester (H sul fondello) e otto proiettili calibro 22 LR ramati, di cui due repertati dallo stesso perito all’interno di un sedile della vettura ad un mese dal fatto, con le impronte di sei righe destrorse utili soltanto per stabilire le caratteristiche di classe dell’arma che li aveva sparati. Evidentemente, ancora non si era pensato di collegare i due episodi nonostante le evidenti analogie. 

Di questi due duplici delitti si occuparono, circa nove anni dopo, anche i consulenti Jadevito e Arcese, per i quali tutti i bossoli dei precedenti episodi, erano stati sparati da una stessa arma. Questi periti, che avevano a disposizione un microscopio comparatore, si erano serviti in un primo tempo, contrariamente al primo, solo del segno del percussore senza effettuare un primo esame del bossolo e dei proiettili al microscopio, come facevano i periti di una volta e senza dare importanza al rigonfiamento del bossolo, posto subito dopo l’orletto in opposizione al segno del percussore. 

Terzo episodio relativo all’uccisione di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi del 24.6.1981 a Scandicci. Sono passati sette anni dal precedente episodio e 15 dal primo e sfugge al momento chi sia stato chiamato come perito nell’immediato. Ciò vale anche per i seguenti tre episodi. Di questo fatto si interesseranno i periti Giovanni Jadevito e Antonio Arcese chiamati dal GIP Mario Rotella l’8 Luglio del 1983, a due anni dal fatto, quando erano accaduti altri due episodi consimili, per accertare il loro eventuale collegamento con quelli accaduti prima, fino al momento del conferimento di incarico. 

Sulla scena del crimine del delitto del 1981 vengono trovati sette bossoli cal. 22lr marcati H che secondo Jadevito-Arcese sarebbero stati sparati da una stessa arma, la stessa operante negli altri omicidi. Questo, almeno stando all’esame della sola impronta di percussione e quindi, pare, senza altri riscontri. 

Quarto episodio relativo alla morte di Susanna Cambi e Stefano Baldi avvenuta il 22.10.1981 a Calenzano. 

Sul luogo del delitto furono repertati sette bossoli calibro 22 Ir marcati H che, dal confronto operato dai periti, risultarono sparati da una stessa arma impiegata in tutti gli episodi trattati prima. 

Quinto episodio relativo all’omicidio di Antonella Migliorini e Stefano Mainardi avvenuti il 9.6.1982 a Baccaiano di Montespertoli. Sul teatro del crimine furono rinvenuti 7 bossoli calibro 22 Ir marcati H che dagli esami comparativi attuati da Jadevito – Arcese furono ritenuti come sparati dalla stessa arma utilizzata in tutti gli episodi esaminati fino a quel momento. 

Sesto episodio relativo allessassimo dei cittadini tedeschi Rüsch – Meyer avvenuto l’8 settembre 1983 nel territorio di Scandicci. I periti Arcese e Jadevito ricevono l’incarico nel marzo dell’84, ad oltre sei mesi dal fatto. Nel caso vengono repertati 4 bossoli Winchester ca. 22lr e marcati H e sette proiettili di cui uno ramato e gli altri di piombo. I 7 bossoli riportano ad una stessa pistola impiegata anche negli altri 5 delitti mentre i proiettili, in due soli dei quali è possibile vedere le sei righe destrorse contenute in provette di vetro, sono interessati da residui organici che hanno permesso di stabilire solo le caratteristiche di classe di due di essi relativi ai reperti provenienti dai precedenti delitti senza tuttavia potersi attribuire ad una specifica arma. 

Settimo episodio Stefanacci – Rontini. Del duplice omicidio avvenuto il 29 Luglio 1984 avvenuto a Vicchio – La Boschetta, si trova traccia nella perizia medico legale di Di Fazio e nei risultati delle comparazioni fatte da Jadevito nella perizia che riguarda l’episodio che segue. Nel caso vengono repertati 5 bossoli 22 Ir marcati H che anche in questo caso riportano ad una stessa arma. 

Ottavo episodio relativo all’assassinio dei cittadini francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. Per esso si conosce solo la data dell’incarico al perito Jadevito, il 13 settembre 1985, conferito dai magistrati Vigna, Fleury e Canessa. Nel caso erano stati repertati 9 bossoli cal. 22lr marcati H della Winchester e 4 proiettili che risultano per Jadevito sparati dalla stessa arma utilizzata nei casi precedenti. La ricerca dei reperti, in questo caso, risulta essere stata un po’ più accurata. 

  1. COMMENTO 

Nel primo episodio la perizia viene assegnata, come si diceva, al Col Zuntini, probabilmente della Direzione Artiglieria di Firenze. Nel 1968 non esistevano gabinetti specializzati in “firearms examination” o esame delle armi con cui più precisamente andrebbero definite le perizie “balistiche”, Ai tempi e in casi particolarmente importanti, i Giudici si rivolgevano spesso ad Ufficiali delle direzioni Artiglieria, quantomeno quelli provenienti dall’Accademia, che avevano o avrebbero dovuto avere conoscenze di balistica e di armi. Inoltre, presso queste Direzioni arrivavano periodicamente le riviste del servizio tecnico d’artiglieria dove si discuteva non solo di armi portatili, ma anche di balistica forense e di comparazioni su bossoli e proiettili, come capitava a chi scrive presso l’ex arsenale a Brescia. Il Colonnello Zuntini, probabilmente, non leggeva queste riviste perché, almeno nella prima perizia, adopera termini non tecnici come “righello” invece di “orletto” e di “orifizio posteriore della canna” invece di “vivo di culatta”. La sua perizia comunque è molto precisa anche per quanto riguarda la ricostruzione della dinamica e la ricostruzione dei fatti attraverso la sua presenza, come pare, durante l’autopsia, non molto praticata dai periti “balistici”. Zuntini non fa comparazioni, ma esamina i reperti solo con lenti e microscopi. Ai tempi i microscopi comparativi erano reperibili solo in qualche istituto di medicina legale e anche l’ing. Salza del Banco di prova, confrontava i reperti attraverso macrografie e una taglierina mentre l’ing. Cerri, anche lui ex ufficiale d’artiglieria, che allora rappresentava il perito più ricercato, si faceva coadiuvare per le comparazioni, a Roma, da un bravissimo Maresciallo dei CC, munito – nel suo laboratorio- di un microscopio monoculare ad un solo ingrandimento. 

A Zuntini vengono affidati: – 5 bossoli cal. 22 LR della Winchester marcati H; – 5 proiettili dello stesso calibro con sei rigature destrorse tutti in cattivo stato. Importantissimo, ma preso in scarsa considerazione, poi, il fatto che i proiettili fossero ramati. La ramatura era usata normalmente nei proiettili supersonici. La repertazione dei C.R., non fatta ad opera del Perito, non è stata evidentemente molto accurata e questo è quasi nella norma per quell’epoca. 

I bossoli repertati in quell’occasione hanno tutti la particolarità di avere un rigonfiamento del bossolo stesso sopra l’orletto alle ore dalle 17,30 alle 19 rispetto l’impronta di percussione posta alle ore 12. Questo fatto, sottolineato poi dallo stesso Zuntini, è dovuto al piccolissimo spazio lasciato, nel vivo di culatta della canna, dalla rampa d’accesso alla canna del proiettile (nella foto quella di una Beretta 48). 

Difficilmente è dovuto ad usura di cui parla invece il perito, visto che lo sfregamento sulla rampa è fatto da una palla di piombo ma, meglio, dalla stanchezza della molla di ricupero che consente al carrello di arretrare leggermente prima del dovuto. Oppure, ma questa è una nostra ipotesi, dall’impiego di cartucce supersoniche con cui si individuano spesso proiettili ramati che provocano il fenomeno di cui si è appena prima parlato, quando sono sparate in armi corte destinate principalmente al tiro con cartucce meno veloci. Siccome questo fatto non avverrà più o quanto meno nessuno ne parlerà più nei casi successivi, dove saranno tuttavia sparate cartucce di solo piombo tranne in un solo caso, la ragione del rigonfiamento pare proprio doversi addebitare all’uso di cartucce supersoniche. Il rigonfiamento avviene meglio, per il maggior tempo in cui il proiettile rimane in canna, in una pistola con canna lunga. 

Lo Zuntini effettua prove in poligono con 35 pistole di cui due o tre con caratteristiche di percussione simili, non risultate compatibili col fatto. E’ convinto che a sparare sia stata una Beretta mod.71. Zuntini non ha fatto uno screeming di tutte le pistole con sei righe destrorse, come d’altronde, per quanto risulta da quanto è stato possibile consultare, non farà nessun altro, per vedere quanti tipi di armi ne avessero sei con le stesse caratteristiche di ampiezza e verso ed accertare, poi, se avessero anche le caratteristiche peculiari di percussione, estrazione ed espulsione sul bossolo. 

Un altro tentativo di ricerca della destinazione, che pare non sia stato fatto, poteva essere eseguito sulle cartucce “super speed” che hanno una diffusione minore di quelle da tiro, magari limitatamente a quelle distribuite in Toscana. In provincia di Brescia, per esempio, la morte di una ragazza venne addebitata a due ragazzi con cui la vittima era stata vista insieme la sera prima, attraverso le cinque scatole di cartucce di una ditta altoatesina venduta a Brescia negli ultimi due anni a tre persone, una delle quali confessò subito di averle cedute ai due indiziati. Ma si trattava di cartucce 6,35 di assoluto uso inferiore al 22lr. Si ricorda che tutti i fabbricanti e venditori di cartucce debbono scaricarle sul registro delle operazioni giornaliere, prendendo i dati personali di chi li compera e che, all’epoca, i registri dovevano essere tenuti per cinque anni dopo la chiusura dell’attività ma che, per consuetudine, si riconsegnavano alle Questure. 

Nel secondo episodio il perito è ancora il Colonnello Zuntini. Il modus operandi ed i mezzi di indagine sono sempre gli stessi: una accuratissima ricostruzione dei fatti, questa volta effettuata solo sulla base della documentazione in atti e l’uso di lenti e microscopio, anche se il perito farà un sopralluogo della scena del crimine, un mese dopo l’avvenimento. Il fatto dimostra l’incapacità del personale che ha opera il repertamento di effettuarlo professionalmente, come d’altronde si è visto in tutti i casi. 

Sul luogo del delitto vengono repertati: cinque bossoli calibro 22 LR marcati Winchester (H sul fondello), otto proiettili calibro 22 LR di cui due dallo stesso perito all’interno di un sedile con le impronte di sei righe destrorse utili soltanto per stabilire le caratteristiche di classe dell’arma che li ha sparati. Il fatto che il perito trovi ancora tre reperti, dimostra l’incapacità del personale che interviene per primo di condurre professionalmente Tesarne della scena del crimine. 

I reperti e quanto riportato dai medici legali consentono al perito di ricostruire l’esatta, secondo lui, dinamica del fatto: l’assassino spara dapprima all’uomo mentre è sopra la donna tre colpi mortali, altri due quando egli si girerà sul sedile di sinistra ed altri due a vuoto, uno dei quali sul finestrino che verrà forato, perché così avviene in un vetro temperato ben intelaiato e frantumato solo dall’uomo, quando vi sbatterà con la testa, lasciando i resti dei vetri piegati verso l’esterno. Questo, in realtà, sarebbe successo anche se il colpo fosse stato sparato dall’esterno del finestrino di sinistra, come apparirebbe più evidente dalla posizione in cui furono trovati i bossoli, in modo da far supporre la presenza di un secondo sparatore. Poi l’assassino sparerà alla donna che rimarrà ferita da tre colpi. Siccome la donna rimarrà solo ferita, ci sarà una reazione da parte della stessa donna che porterà l’assassino ad usare un coltello con cui la colpirà a morte ed infierirà su di essa dopo averla trascinata per le gambe dietro la macchina. Altre coltellate riceverà l’uomo già morto o in agonia. Il perito ricostruirà in maniera “reale e non ipotetica” il fatto di cui nota la sua efferatezza, riconducibile a suo dire alla eccitazione provata nell’osservare le effusioni dei due, visto che per lui la portiera di destra era chissà perché aperta, ma non fa cenno alla possibilità che l’assassino abbia fatto uso del coltello per avere la certezza della morte dei due che lo avrebbero potuto riconoscere. Un indizio importante. Questa potrebbe essere stata la vera ragione della presenza di un coltello anche se, in altri episodi, il tagliente servirà per altri scopi 

Il perito, attraverso il numero di colpi sparati, 10 o 11, ha avuto la certezza che a sparare fosse stata una Beretta mod. 73, 74 e 76 per il numero dei colpi che può contenere il loro caricatore, anche se con minore probabilità per il modello 76, destinata, secondo lui, al tirassegno. Evidentemente, il perito non frequentava i poligoni perché non è proprio così. La Beretta ha costruito tutte le pistole calibro 22 con canna lunga unica o intercambiabile, per il tirassegno nella categoria “pistola standard”, che era anche l’unica ad essere adoperata. Solo a poco prima della metà circa degli anni ’60, salvo errore, fu introdotto l’uso di pistole straniere tipo Walther, S & W, Colt, Ruger High Standard ed altre pistole e revolver. In particolare, le pistole di tipo bull barrel che venivano considerate più idonee al tiro per il loro preponderante in volata. Per questo la Beretta era corsa ai ripari costruendo la modello 76 che, pur rimanendo sostanzialmente la stessa nella meccanica, era stata notevolmente appesantita sotto la canna. Ma la Beretta modello 76 è stata messa in commercio dopo il primo delitto e non poteva, pertanto, essere usata in tutti i casi. Del resto, ancora non si pensava ad un collegamento col delitto precedente del 1968. Se comunque fossero state fatte indagini sulle cartucce “Superspeed”, si sarebbe forse potuto trovare qualcuno da sospettare. 

Il perito è stato anche incaricato di comparare i reperti del delitto del 1974 con bossoli e proiettili riferiti a pistole mod. 73 e 76 sospette. Lo stesso non fa un’apposita ricerca col microscopio comparatore, che non era ancora nelle sue disponibilità, ma con lenti e normali microscopi, stabilendo la loro estraneità al fatto attraverso la diversità nei segni, trasportati in alcuni disegni, in cui figurano anche tutte le impronte che rimangono impresse sul bossolo durante lo sparo e la loro posizione reciproca. Questo avrebbe dato ancora maggiori certezze al fatto che, nei delitti, fosse stata adoperata una pistola Beretta nei modelli 73, 74 e 76, per via del numero di colpi sparati perché gli altri modelli hanno un serbatoio contenente un minor numero di colpi. Nessuno però aveva ancora pensato di collegare il duplice omicidio del 1974 con quello precedentemente descritto, tanto è vero che non fu richiesto nessun confronto coi reperti relativi ad esso. 

I Periti Jadevito – Arcese sono intervenuti dopo il quinto doppio delitto ad un anno circa dall’ultimo fatto, quando pareva evidente l’azione di un serial Killer. I due, comunque, hanno dovuto lavorare sugli atti e sui reperti per rispondere a quesiti che qui si riassumono:

1. Omogeneità di calibro tipo e marca dei reperti; 

  1. Individuazione del Lotto e della relativa produzione (se italiana o straniera), il riconoscimento del dato attraverso la comparazione di bossoli e proiettili riferiti ad un periodo compreso tra epoca anteriore e prossima al 1968 fino a quella dell’ultimo fatto, da confrontare, poi, con tutti gli altri residui repertati (probabilmente per determinarne l’anno di produzione); 3. se le cartucce fossero state sparate da una stessa arma ed in tal caso se corta o lunga, la marca e l’epoca di fabbricazione; 4. Nell’eventualità in cui a sparare fosse stata una sola arma, il tipo di degrado da essa subito nel tempo, se fosse dotata di silenziatore e apparisse organizzata per il tiro a raffica; 5. se la dinamica portasse ad ipotizzare un unico sparatore; 6. quali fossero le capacità al tiro dello sparatore e quale ne sia stata l’evoluzione nel tempo. 

LE RISPOSTE AI QUESITI DA PARTE DI JADEVITO – ARCESE 

1.a. Sul primo quesito i periti non hanno dubbi: i reperti provengono dallo sparo di cartucce cal.22 LR marca Winchester (H). Nei primi due episodi, tuttavia, vengono impiegate cartucce ramate supersoniche, mentre negli altri tre cartucce di solo piombo nudo, impiegate in genere nel tiro a segno. Siccome tuttavia alcuni proiettili o meglio frammenti pesavano meno, prendono in considerazione l’ipotesi di cartucce “22long” che hanno un proiettile che pesa meno. Se ci fosse stato davvero l’uso di questa cartuccia, quasi ignota, si sarebbe potuto restringere la ricerca a chi avesse fatto acquisti di tale tipo di cartuccia, individuandoli quasi certamente. 

Per quanto riguarda i proiettili, i consulenti ne rilevano il peso (g. 2,585) il numero delle righe (6 con andamento destrorso), l’ampiezza delle righe che vanno da 0,50 a 0,54 mm a causa delle deformazioni e l’inclinazione delle righe eseguita con un goniometro per calcolare il passo che varia da 274,55 a 671,22 mm e che sembra tantissimo se non si tenesse conto della breve distanza misurabile nel corpo del proiettile, di c.a. 5 mm. e delle deformazioni del proiettile e della rigatura lungo i loro tramiti. Sui proiettili, anche per lo stato in cui sono stati trovati, si possono considerare, in genere, solo le caratteristiche di classe dell’arma, in quanto è molto difficile trovarne di quelle individuali. Difatti alcune pistole hanno due canne, una lunga ed una corta, che danno misure diverse delle rigature, quando poi non si tratti di una carabina dello stesso calibro. Questi divari sono tali da non consentire di individuare se si tratti di un’arma dotata di canna lunga o corta. 

  1. a I consulenti affermano non essere possibile determinare il lotto del munizionamento. In effetti il lotto appare solamente nelle cartucce militari anche se, spesso, solo neN’imbaNo elementare (in genere scatola di 50 cartucce), come per le cartucce 22 LR costruite dalla Fiocchi per le forze armate Italiane. Si sarebbe potuto vedere quando le cartucce Winchester avessero adottato il marchio H con l’H mozzata di una gamba, caratteristica rinvenuta nel caso specifico, che avrebbe ridotto di molto il raggio di ricerca nei registri delle operazioni giornaliere in cui vengono registrate le vendite di munizioni e nomi di chi le aveva comperate. 
  2. a Per i periti, l’arma che ha sparato è unica: si sarebbe trattato di una pistola semiautomatica Beretta della serie 70, individuata attraverso i segni presenti nei bossoli per forma e posizione reciproca e nei proiettili, per numero di righe, le loro dimensioni ed il loro passo. Ma si sono ostinati, fin dall’inizio, a fare ricerche solo sulla Beretta, d’altronde la più diffusa sul mercato italiano. 
  3. a Il degrado, secondo Jadevito, non c’era stato; comprensibile in un’arma che sopporta bene l’usura a causa della scarsa potenza della cartuccia e il tipo di munizione con palla non incamiciata. Nel caso nostro, per il perito, non poteva essere stato impiegato un silenziatore o un’arma organizzata per sparare a raffica, per i particolari segni che avrebbero determinato sui reperti. All’epoca si trovavano spesso silenziatori home made, che dopo qualche colpo non funzionavano più o addirittura lo “sparavano”, ma anche di quelli professionali che una ditta di Brescia costruiva per le sue armi vendute in Francia dove il silenziatore era ammesso. Il silenziatore, comunque, era molto impiegato nella caccia di frodo agli ungulati con carabine con canna facilmente smontabile e, naturalmente, normali cartucce subsoniche in quanto le ultrasoniche non annullano il “bang”. 

5.a I periti, pur propendendo per un solo tiratore, non escludono la possibilità di due tiratori: perché nei primi due episodi si è sparato con palle ramate e lo si è fatto al bersaglio grosso, mentre negli altri alla testa. Ma ciò poteva essere anche solo indotto dalla necessità di riuscire ad uccidere meglio con una cartuccia di minor potenza, oppure per le difficoltà ad uccidere riscontrate nei primi due casi donde un successivo affinamento delle tecniche di eliminazione, 

6.a Lo sparatore ha sparato da distanza ravvicinata oppure a contatto e nonostante questo in taluni casi ha mancato di colpire e non si è dimostrato capace di sfruttare sebbene non essere un grande affinatesi nel tempo (in effetti il fattore sorpresa. Perciò secondo il perito poteva anche esperto di armi e delle tecniche di uccidere, basta pensare a modus operandi che impiega a Baccaiano che non lascia scampo alle vittime ). Da quanto detto dal perito, non pare che nessuno abbia fatto ricerche sui residui di sparo, per verificare, quantomeno, le distanze di sparo. 

I periti si dilungano, poi, in spiegazioni riguardante l’uso della raffica e dei silenziatori per informare il laico. 

  1. CONSIDERAZIONI SULLA PERIZIA IADEVITO-ARCESE 

Quanto detto dai periti, al di fuori di quanto qui contestato o precisato, è comunque, condivisibile. 

Dal terzo fatto in poi, il perito effettua comparazioni, ma senza dare notizie sulla dinamica del fatto di cui parla, indirettamente, per rispondere ai quesiti postigli dal Giudice. 

Il Perito, assieme ad altri, effettua accurate ricerche riguardanti corpi estranei rinvenuti sui proiettili nel sesto episodio che si riferisce all’assassinio dei due tedeschi, senza apprezzabili risultati, per aver usato metodi non distruttivi. Non si capisce perché, visto che aveva più reperti disponibili, non ne abbia adoperato uno per un’analisi distruttiva. Visto poi che il silenziatore secondo il perito lascia “tracce gommose” (potrebbe succedere al massimo per alcuni tipi), non potrebbero essere state proprio quelle tracce, gli elementi di cui non ha saputo precisare l’origine in questo episodio, in cui – fra l’altro- si è sparato proprio in luogo abitato? In altre parole: gli ignoti residui avrebbero potuto essere stati trascinati dal proiettile durante il suo passaggio attraverso un silenziatore. 

Il perito Jadevito, infine, sottopone ad esame quattro centotré armi Beretta della serie 70 che suddivide in 20 gruppi. Il primo gruppo composto da 16 armi che mostrano segni più compatibili con l’arma dei delitti, vengono dapprima esaminati, con un ingegnere della Beretta, per definire l’anno di produzione: una fatica sprecata perché tutte le armi recano l’anno della bancatura, anche se è possibile che qualche arma, risultata inefficiente alla prova in ditta, sia passata al Banco qualche tempo dopo. Tutte le armi esaminate risultano costruite fra il 1958 al 1968. Per il confronto, il perito aveva comparato i bossoli delle pistole da testare, con quelli che si riferivano agli ultimi reperti (assassinio della coppia francese) che, secondo il perito, erano quelle che potevano essere interessate da maggior usura per l’uso o la cattiva conservazione. Fra queste trova due armi con impronte molto simili e fra esse, quella che assomigliava di più, era una mod. 71 come aveva ipotizzato il perito Zuntini nel primo episodio. Il fatto che di quattrocento e rotti pistole se ne trovi soltanto una coi segni molto rassomiglianti a quella dei delitti, pare strano che sia capitato in un’arma fabbricata in serie, anche se in realtà molti particolari della Beretta vengono allestiti da artigiani esterni. Il consulente che firma la presente ricorda di non avere potuto esprimere certezza sull’identità di un’ arma con quella del delitto, proprio per il fatto che, su dieci armi dello stesso modello esaminate,ne aveva trovate solo un paio coi segni molto rassomiglianti delle tracce di fresatura sull’espulsore, a quelli presenti sul bossolo del delitto, in realtà un po’ maltrattato. Tali segni erano invece assenti in quelle più recenti e più curate anche nei particolari meno importanti, perché toglievano le tracce della lavorazione lisciando il particolare con carta abrasiva. 

  1. CONSIDERAZIONI SULE RIGATURE E SULLE IMPRONTE 

Sembra ad ogni modo che, a parte l’assenza di apparecchiature per il primo e di un po’ di esperienza in più per gli altri, per riferirsi a cose che avrebbero potuto fare e non furono fatte e pur non avendo disponibili le fotografie delle comparazioni, non sia stato negativo il lavoro di Zuntini e Jadevito e di non potere dare per scontata la tesi dell’unicità dell’arma. Quello che invece c’è da rilevare è che i periti, che sono subito determinati nello stabilire che l’arma fosse una Beretta, non abbiano fatto alcuna ricerca su altre armi che possedevano 6 righe destrorse che avessero ampiezza di riga compresa nelle tolleranze da loro misurate, né abbiano preso in esame le rassomiglianze con gli altri segni che si trovano sui bossoli. Le armi cal. 22 sono, infatti, diffusissime e, in particolare, quelle con sei righe destrorse. Armi con 6 righe destrorse (le più diffuse) 

Sono tantissime le attuali 22 rifles (Stevens, Savage, Remington, Browning, Ruger, Winchester, alcune Mossberg), molte le pistole .22 e revolvers (Beretta, High Standard, Ruger, Browning, Star, Llama, Bernadelli, S&W, Whitney, H&R revs. fino a circa il 1945, rev. Iver Johnson .22, copie Luger della Erma e Stoeger); molti i fucili sportivi moderni (Rem., Win., Savage, Husqvarna, Mauser), molte le pistole moderne e i revolver. Quest’ultime includono le Walthers, la maggior parte delle Luger, Lahti, Browning, Radom, Galesi, Ortgies, MAB, Ceska Zbrojovka, Bernadelli, Beretta, Mauser, Dan Wesson, moderni rev. H&R, alcune vecchie Ruger (pre-1960), alcune pistole Astra e le Colt Mark III delle serie 1969-76. 

Immagine

A noi interessano solo le armi sottolineate che si riferiscono a pistole semi automatiche cal. 22, escludendo anche i revolver ed i fucili di questo calibro, che rimangono già tante, in cui c’è da verificare, oltre che il numero e l’ampiezza delle righe, la posizione reciproca e la forma del percussore, estrattore e espulsore (nel disegno sono raffigurate le varie forme del percussore e le differenze da cercare. Nella realtà, la prima è la più diffusa). 

Per quanto riguarda l’ampiezza delle rigature nel documento (clis) rappresentato, rilevato dal registro dell’FBI riguardante le armi passate per controlli nei loro laboratori, si notano tantissime armi con pari numero e dimensioni di riga, di cui occorrerebbe verificare i dati di cui si è detto. Il documento dovrebbe contenere anche i dati relativi alle posizioni reciproche che possono avere i segni di percussione, estrazione ed espulsione che, purtroppo, sono quasi sempre mancanti, perché di più difficile lettura o assenti come risulterà più spesso nelle high standard, (provate alla notizia della loro possibile inerenza al caso). In effetti i dati americani riportano realtà molto diverse, per quanto riguarda la diffusione delle armi e dei modelli di esse, rispetto all’Italia. 

Nel documento, in particolare, si nota la scarsità di Beretta negli USA, nonostante che esso fosse stato aggiornato al 2010 quando in America c’era ormai una fabbrica della Beretta e la pubblicità conseguente all’adozione della pistola Beretta 92 da parte dell’esercito USA. Addirittura, l’arma più presente della ditta è la mod.48, forse perché somigliante alla mod. 34 di preda bellica, che non è mai stata considerata nei casi, come d’altronde dai tiratori italiani che la snobbavano dopo che il TSN permise ai tiratori le armi straniere nella disciplina della Pistola Standard. 

Tabella

Va precisato che la posizione degli elementi segnalata nel clis è rilevata dai bossoli che non può essere sempre precisa. Nelle Berretta l’unghia è molto larga e dipende da quale delle due estremità segna il bossolo. Nel “clis”, e più precisamente nell’intervallo di misurazione fatto dai periti, esistono 70 armi di 12 marche di pistola semiautomatiche di modello diverso, di cui una sola Beretta mod. 75 del tipo da cercare ed 11 High Standard di vari modelli (alcuni dei quali potrebbero essere da scartare). Fra le altre armi di marche diffuse anche in Italia, si segnala la Remington che ha una carabinetta mod. 66 con i segni di percussione, estrazione ed espulsione posizionati nella stessa identica maniera di quelli presenti nelle Beretta della serie 70. Varrebbe la pena vederne anche la morfologia, in particolar modo se si pensasse a due sparatori di cui uno avrebbe potuto sparare anche da distanza maggiore. Agli inizi delle indagini, in effetti, non era esclusa neppure un’arma lunga, anche se non compatibile, secondo noi, con i rigonfiamenti notati nei primi due episodi in cui sono state impiegate cartucce da arma lunga. 

Nelle foto riportate in questa e nella pagina che segue, ricavate da una perizia quasi contemporanea a quella sul caso del “Mostro di Firenze”, si rappresentano in ordine, alcune comparazioni di reperti riferentesi a circa 200 armi Beretta cal. 22 LR, eseguite per arrivare all arma del delitto. 

La foto 1 rappresenta, una comparazione fra bossoli sparati da uno stesso tipo di Beretta facilmente individuabile come negativa per la differenza nell’impronta del percussore. Nella foto 2, invece, una comparazione in cui è facile rilevare nei reperti i punti di “repere”, ossia quelli necessari all’identificazione dell’arma da ricercare sui bossoli recuperati sulla scena del crimine, l’impronta del percussore alle ore 12 e dell’espulsore alle ore 9. Nel fondello appaiono altri segni preesistenti e, per questo, non comparabili. I segni presenti presentati assomigliano, per forma e posizione, a quelli riportati nel disegno di un bossolo di reperto eseguito da Zuntini, che si riferisce ad una modello 76 che non poteva essere impiegata nel fatto perché prodotta alla fine del 1968, ma con la stessa meccanica degli altri modelli. Le foto 3 e 4 rappresentano invece altri segni utili, come riscontro, alla identificazione dell’arma del delitto. Più precisamente, la foto 3 rappresenta i segni dell’estrattore, mentre la foto 4 quelli lasciati sul bossolo a seguito della sua introduzione della cartuccia in canna. Tali segni offrono utili riscontri, specie in armi costruite in serie che possono avere segni molto simili fra loro. La forma di questi segni, cambia notevolmente, comunque, anche in pistole dello stesso modello in base all’epoca della lavorazione e, in particolare quelli di espulsione e di estrazione, che sono spesso difficili da vedere e perciò non sempre determinanti. 

Nella foto a fianco, si rappresentano due proiettili sparati da due Beretta dello stesso modello con ampiezze di rigature uguali ma non sparate da una stessa arma. Le righe, nel caso, sono abbastanza evidenti perché sparate e recuperate in acqua. 

Nel caso di grandi numeri di armi da esaminare, insomma, occorre effettuare, nei bossoli, dapprima la comparazione del segno di percussione e poi andare a cercare riscontri sugli altri segni presenti sul bossolo. Il bossolo, da solo, può comunque non essere sufficiente al riconoscimento dell’arma che lo ha sparato, in quanto, essendo abbastanza facile recuperare i bossoli anche in un arma semi automatica, attraverso un semplice sacchetto di plastica, oppure attraverso raccoglitori reperibili in armería, potrebbero poi essere sostituiti da altri a scopo di depistaggio. Occorre quindi, per avere una certezza assoluta, avere precisi riscontri nelle impronte della rigatura perché solo essa può dare garanzia assoluta di appartenere all’evento, purché i proiettili siano quelli estratti dalla vittima. 

Nei proiettili occorre esaminare dapprima il numero delle righe e poi la loro forma, dimensione, senso e inclinazione. Ma quello che attribuisce di più la qualifica di “arma del delitto” è il confronto delle microstrie che riferiscono circa l’usura, il cattivo uso e la manutenzione e, quindi, le caratteristiche individuali di ciascuna arma. Al contrario, quelli riferiti all’attrezzo che ha prodotto rigatura – quasi impossibili nelle canne ottenute per martellatura (una macchina che estrude il metallo su una generatrice senza asportazione del truciolo) – possono essere comuni a più armi lavorate in uno stretto periodo di tempo. 

Particolarmente difficile risulta l’esame di proiettili cal. 22, data la deformabilità di un proiettile di solo piombo all’impatto e le sue ridotte dimensioni. Come si è già visto, del resto, nel misurare il passo di rigatura che, nei casi esaminati, è passato dai 200 agli oltre 600 mm circa. 

Notare nel disegno di Zuntini il segno dell’espulsore, lineare, nonché i segni di percussione e estrattore assolutamente simili a quelli riscontrati in bossoli provenienti da altre perizie. Alla prima vista del disegno, le impronte parevano assolutamente compatibili con quelle di una pistola usata in una strage operata da un nomade autore di un’altra strage e di altri efferati delitti operati, assieme alla pistola cal 22, con una 357 magnum rubata ad una guardia giurata, trovata in suo possesso al momento del suo arresto in Croazia. Probabilmente, tuttavia, l’assassino sarebbe stato troppo giovane al momento del primo omicidio attribuibile al “mostro” (ma potrebbe aver avuto la pistola cal. 22 in “eredità”). Manca nel disegno, il rigonfiamento del bossolo sopra l’orletto, probabilmente perché, trattandosi di armi da testare, lo Zuntini ha fatto prove in poligono con cartucce di piombo non ramato Si ribadisce, infatti, che il rigonfiamento notato dal Col. Zuntini sia stato provocato dalla maggior potenza delle cartucce impiegate in quell’occasione (quindi non per parziale inefficienza dell’arma), più adatte per le carabine. Questo lascia pensare che, quantomeno i colpi nei due primi episodi, siano stati sparati con una pistola. 

L’elenco contenuto nel documento di pagina 14 dove sono evidenziati le armi censite dalla FBI con lo stesso numero di righe e la stessa dimensione (ma mancante degli altri dati che si riferiscono al bossolo) non è esaustivo: non si può escludere, cioè, che oltre alle armi elencate, possa essercene qualcun’altra che, oltre a l’uguaglianza della posizione reciproca delle impronte, possa averne anche della morfologia dei segni. 

Il disegno di Zuntini, unica nota sulle impronte ricavata dalle perizie esaminate (non è stato possibile esaminare una solo foto delle comparazioni) mette bene in evidenza la forma e la posizione dei segni che interessano in maniera più evidente i bossoli, come quelli visibili nelle foto 3 e 4. 

  1. ARMI A CONFRONTO 

Abbiamo trovato in un’armeria tre High Standard diverse in vendita nel Veneto ed una presso un TSN, A Torino c’è il concessionario per la Remington, utile per eventuali notizie aggiuntive sulla Remington 66, che ha la rigatura e la posizione dei segni identici a quelli della Beretta: potrebbe cambiare tutto dell’indagine sul c.d. “Mostro”, dovendosi effettuare verifiche a 360 gradi per ovviare a comprensibili errori dovuti ai tempi, ma anche alla relativa carenza dei mezzi e delle tecniche investigative dell’epoca. 

In data 25 Febbraio 2019 sono giunte notizie sulla pistola High Standard. Si tratta di una pistola della serie 104 modello Supermatic Citation con matricola 1348710 (da controllare). Le foto della pistola rappresentata si riferiscono a quella adoperata nelle prove che è, quindi, proprio una High Standard in cui figurano tutte le denominazioni citate (Supermatic e Citation), della serie 104, costruita dal 1963 al 1972. Il numero di matricola delle armi della serie 104 comincia col 1330000 mentre l’ultima pisola della serie riporta il n. 2330000. Quella incriminata rispondente al n.1348710 (correggendo la Z iniziale ed aggiunto uno zero) è quindi fra le prime e dovrebbe essere stata costruita nel 1963-64, mentre quella usata dovrebbe essere degli inizi del 1970. La pistola era esistente, quindi, ai tempi del primo delitto. Dalle foto eseguite con quella adoperata per le prove, si ripete della stessa serie e denominazione di quella incriminata, si vede subito che la posizione del percussore è alle ore 11 mentre tutte le Beretta la hanno alle 12 

Le differenze sostanziali fra i piani di culatta delle due armi. Nella realtà la diversa posizione del grano del percussore non appare così differente in quanto l’espulsore della H.S. non riesce a marcare il fondello del bossolo. 

Nella foto è rappresentata la culatta di una Beretta 71 che è quella più citata dai primi tre periti che si sono interessati al caso. A destra si vede l’espulsore di forma quadrangolare come nella H.S. (vds. la freccia) ma, si vede bene che batte sul fondello del bossolo con lo spigolo superiore che appare più lucido, in modo da apparire come un taglietto sul fondello del bossolo. Probabilmente il segno dell’espulsore della H.S. non si vede perché, essendo l’arma rifinita anche nei particolari più piccoli, ha una superficie di contatto più grande e non riesce a segnare durante la spinta il leggerissimo bossolo. Per la stessa ragione (la maggior superficie) il segno dell’estrattore della Beretta è più difficile da rilevare oltre che per le altre ragioni di cui si è parlato nel contesto della presente consulenza. 

Fotografando tuttavia i fondelli dei Bossoli sparati con le due armi si notano sorprendenti analogie nelle impronte del percussore mentre nella High Standard difficilmente compaiono le altre impronte, in modo da potere difficilmente apprezzare le posizioni reciproche fra i segni che appaiono più evidenti nel fondello di un bossolo cal. 22. In particolare, le impronte dell’espulsore della H.S. non sono mai visibili, quantomeno nell’arma usata, mentre è apprezzabile il segno dell’estrattore anche se confondibile con altri segni, con una larghezza molto più piccola di quello della Beretta. Tale segno è comunque di più difficile lettura e di minor peso probante in quanto le armi a chiusura labile, come sono entrambe le armi, possono funzionare anche senza estrattore. Il fatto della scarsa visibilità dei segni non presenti nel fondello, risulta anche dal Clis (il documento più volte citato della FBI in cui appaiono tutte le armi autrici di un delitto, passate per gli uffici della federazione) dove, assieme al numero ed alle dimensioni minime e massime delle righe, compaiono la posizione e la forma dei segni che interessano il bossolo, quasi sempre assenti nelle H.S., perché, naturalmente, gli operatori della FBI non riuscivano a trovarle neanche loro. 

Siccome i periti che si sono interessati dell’indagine non hanno escluso che a sparare siano state due armi, varrebbe la pena di effettuare un’indagine che accerti anche questa possibilità. 

Nelle foto sopra, figurano a sinistra un bossolo sparato da una Beretta e a destra quello di una H.S. A prima vista parrebbero sparate da una stessa arma, ma non è così! Viceversa le due foto di bossoli sparati da una stessa H.S. possono apparire differenti, specie quando di marca diversa. I segni che compaiono sull’orlo più evidenti in quello di sinistra non sono quelli dell’estrattore che è a destra ma, p.es, potrebbero essere dovuti alle labbra del serbatoio. 

Ogni segno, va valutato facendo tara di quelli già presenti nei bossoli prima dello sparo oppure perché il bossolo è stato caricato e scaricato dal serbatoio o addirittura, che sia stato camerato e scamerato più volte dall’arma. Questo per dire, che le comparazioni non sono così facili come potrebbe sembrare. 

CONCLUSIONI

In conclusione 

  1. le perizie dei tre periti concordano, nonostante la differenza dei mezzi adoperati. Per quanto ci riguarda non si ritiene di poter loro contestare un errore di valutazione nel fatto che abbia operato una Beretta della serie 70.
  2. Quello che si può contestare invece è che i periti abbiano sostenuto che a sparare sia stata una stessa arma senza mai fare uno screeming di tutte le armi con caratteristiche di rigatura simili ai reperti ed altre armi che potessero essere intervenute nel caso, visto che non hanno trovato elementi sufficienti per negare la presenza di un secondo sparatore o di una seconda arma. 
  3. Di fatto, mancando l’arma del delitto. i periti non hanno potuto legare i delitti ad un assassino indubbiamente utilissima, ma deve sfruttare anche nozioni dei procedimenti meccanici impiegati nella costruzione delle armi e del munizionamento, che avrebbero potuto anche dare qualche risultato in più. Per esempio le ricerche sul munizionamento avrebbero potuto fornire risultati più probanti di una ricerca che, come si è visto, ha inteso prescindenderne. Si ricorda, per capire, l’importanza dei registri delle operazioni giornaliere, che dovevano essere mantenuti per cinque anni dopo la chiusura delle attività (adesso cinquanta). In altre parole, essendo tutte le cartucce registrate alla vendita, si sarebbe potuto tentare una ricerca, magari di un lotto meno diffuso: come per le cartucce ramate o per quelle cartucce segnate dall’ “H” con la gamba mozzata. Dal fabbricante si sarebbe risaliti a tutti i rivenditori, e dai registri di questi ultimi si sarebbe potuto rilevare nomi e località legate ai fatti, da confrontarsi per esempio con quanto accaduto nel secondo episodio dove l’assassino si è probabilmente accanito contro le vittime perché da queste conosciuto. La ricerca, pur necessaria, effettuata su centinaia d’armi era dovuta e fu fatta anche se non risulta sia mai stata estesa alle armi risultate rubate o perse.
  4. Le recenti prove di sparo eseguite dal sottoscritto con una pistola High Standard modello 104 Supermatic Citation, producono impronte di percussione sul fondello compatibili con quelle di una Beretta della serie 70, mentre la rigatura è comune a moltissime altre armi calibro 22. 

Firenze – Brescia, 27.03 2019 

Gen. Romano Schiavi

27 Marzo 2019 Perizia di Romano Schiavi sulle perizie balistiche
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