Lo sfogo: «Quel dottore non l’ho mai conosciuto»
Mostro di Firenze, il farmacista: non c’entro
Francesco Calamandrei: i miei guai iniziati con la denuncia dell’ex moglie, qualcuno ne approfitta

DAL NOSTRO INVIATO

SAN CASCIANO (Firenze) — Anche nella penombra del pianerottolo si vede il gonfiore delle mani. E della faccia, e del resto del corpo. «Ma non sto male per questa storia, non sono preoccupato» , dice con voce gentile, mentre la sorella Margherita e una governante nigeriana quasi lo circondano.

Francesco Calamandrei si porta addosso i segni della sofferenza come un secondo vestito. Tre giorni fa è uscito dall’ospedale per tornare nella sua casa di San Casciano, sopra quella farmacia che è stata la vita di suo padre, e poi la sua. Alle sette del mattino, dopo la prima notte di sonno non artificiale, hanno bussato alla sua porta. «Continuazione, concorso, omicidio, aggravante» . Ha ascoltato le parole dei poliziotti. Il senso, è arrivato solo ieri. Lui, il farmacista di San Casciano, 63 anni, sarebbe l’ennesimo mandante dei delitti del « mostro di Firenze» .

Sono passati 19 anni, anche a San Casciano, il paese dell’ultimo delitto. Dove ritrovarono i corpi di Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot non c’è neppure una lapide, hanno tolto pure la statuetta della Madonna che fino a qualche anno fa rendeva riconoscibile il posto. Il ristorante dove si ritrovavano i «compagni di merende» ha cambiato tavoli e arredi. Ma non è di questo che gli investigatori hanno parlato al farmacista Calamandrei, un ometto con i capelli ben curati sopra a un pullover pesante e una vestaglia per ripararsi dagli spifferi che arrivano dalle scale. «Mi hanno chiesto se mi piaceva il lago Trasimeno, e poi se avevo una barca. Ce l’ho, ho risposto, ma al mare. E continuavo a non capire».
Da casa sua — racconta — gli hanno portato via le agende, qualche libro, tra i quali quelli che parlano del «mostro di Firenze» . Poi un piccolo quadro, uno strato spesso di vernice scura che incastona una bambola schiacciata.

Per gli investigatori potrebbe essere roba utile a chiarire il terzo livello di questa inchiesta infinita. I mandanti, quelli che avrebbero fatto uccidere anche il medico Francesco Narducci, il figlio dell’ex primario di Foligno morto nel lago Trasimeno nel 1985, tre mesi dopo l’ultimo doppio delitto nelle campagne di Firenze. Uno di quelli che sapevano, secondo gli investigatori. « E io di lui non sapevo nulla — dice Calamandrei, con rassegnazione — . Non l’ho mai conosciuto, neppure dai giornali » .

Dal piano terra arrivano i colpi degli operai che stanno demolendo alcune stanze. «Qua sotto — dice — c’era un ambulatorio. Se quel dottore era in contatto con qualche medico del posto, io non lo so, ma è l’unica cosa che mi viene in mente». Ha le sue opinioni su un altro dottore di questa storia sempre più complicata ed esoterica, Giulio Zucconi, morto nel 1989 a 54 anni, la cui famiglia venne lambita dalle indagini. « Quell’altro dottore — dice — secondo me l’hanno fatto morire di crepacuore».

Francesco Calamandrei è un uomo che ha molto sofferto. In paese tutti conoscono la sua storia, e tutti lo difendono. Sua sorella fa la spola tra l’uscio e il tinello per rispondere alle telefonate. «Sono preso in un ingranaggio che non riesco a capire. Le accuse contro di me hanno radici nei miei dolori familiari, e mi fa soffrire che qualcuno se ne approfitti» . Il riferimento è alla sua ex moglie, che gli ha dato un figlio sfortunato, anni burrascosi finiti con un divorzio e — opinione sua — il veleno finale di una denuncia che lo accostava alle attività dei «compagni di merende » .
Il farmacista si stringe nel suo pullover: «Che ho da dire? Che non centro nulla, non so di cosa si sta parlando. Non capisco questa caccia all’untore, e mi sento quasi umiliato a dover dire che non ho nulla di cui preoccuparmi e che mi sento tranquillo » . Dietro di lui si chiude la porta di questa casa che si affaccia sulla piazza principale del paese.

All’uscita ci sono una ventina di persone. Qualche giornalista, qualche telecamera. Ma soprattutto, concittadini di Calamandrei. Qualcuno giura sulla sua innocenza, dicono di lasciar stare lui e il buon nome di San Casciano. Qualcun’altro aggiunge che però è giusto «fare di tutto per dare delle risposte ai familiari delle vittime». E tutti, ma proprio tutti, guardano e indicano, come mai avevano fatto prima, la finestra al primo piano, quella con con le tapparelle abbassate.

Marco Imarisio

23 Gennaio 2004 Stampa: Corriere.it
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