Il 16 Ottobre 2003 rilascia testimonianza Marco Reinecke figlio di Rolf Reinecke.
Questa la testimonianza: 16 ottobre 2003 Testimonianza di Marco Bartolini Reinecke
Questa la trascrizione:
Ministero dell’Interno Dipartimento della Pubblica Sicurezza GRUPPO INVESTIGATIVO DELITTI SERIALI FIRENZE – PERUGIA Viale Gori 60, 50127 Firenze Fax +3955/3238179 email gidesfirenze@libero.it
OGGETTO: verbale di sommarie informazioni rese, in qualità di persona informata dei fatti, da: REINECKE BARTOLINI Marco, nato a Firenze in data 24.07.1966, residente a San Casciano V.P. in via di Luiano nr. 26, prof. Imprenditore, cell. XXXXXXX.
II 16 ottobre 2003, alle ore 10.20 negli uffici del G.I.De.S.. Davanti ai sottoscritti Ufficiali di P.G., V. Sov. Michele Natalini ‹ V. Sov. Enrica BERTAGNINI, in servizio presso l’ufficio sopraccitato, è presente il nominato in oggetto che viene sentito in qualità di persona informata dei fatti, su delega del Dr. Paolo Canessa Sost. Proc. della Procura della Repubblica di Firenze, nell’ambito del Proc. Pen. nr. 1277/03 R.G.N.R..
Lo stesso dichiara:- ” Sono il figlio di REINECKE Rolf e di Lucia BARTOLINI. Fino al 1975 ho abitato in via Antonio Susini nr. 3 a Firenze unitamente ai miei genitori ed alle mie sorelle Marianna e Caterina. Nel 1975 i miei genitori si sono divisi e noi figli siamo rimasti ad abitare con nostra madre in via Susini, mentre nostro padre è andato a vivere ai Giogoli; non so indicarvi il posto esatto dove lui andò ad abitare perchè, dal 1975 al 1983-84, anni in cui mio padre è tornato in Germania, non sono mai stato a casa sua.
A d.r. Mio padre era una persona egoista, non sensibile, molto rigido, non era in grado di esprimere i suoi sentimenti nè di avere con noi un normale rapporto genitoriale. Lo stesso aveva una mentalità molto maschilista ed esigeva da me, l’unico figlio maschio, un comportamento “da uomo”. Ricordo che in gioventù, mi rimproverava, dicendomi che non dovevo fare la femminuccia, quando esprimevo affetto nei confronti di mia madre o perchè piangevo.
Ricordo che mio padre era invidioso nei confronti della famiglia di mia madre. Mio padre era una persona frustrata; dopo la separazione incominciò ad odiare mia madre in quanto fu lei a chiedere la separazione. Per spiegare meglio il carattere di mio padre, ritengo che lui sarebbe ritornato in famiglia solo per riprendere il ruolo di “capo famiglia” che spettava all’uomo.
Posso dire che la separazione dei miei genitori, fu, per noi figli, un fatto positivo perchè ci liberava da un despota.
A.d.r. Mio padre, non mi ha mai detto come considerava gli omosessuali, ma sicuramente molto male in quanto assumeva atteggiamenti di disprezzo nei confronti delle persone che non erano “mascolinamente” dotate. Mio padre era alto più di me che sono m. 1,89 e robusto. Quest’avversione nei confronti delle persone non dotate fisicamente, lo esternava tranquillamente anche in pubblico, cosa che faceva vergognare noi figli.
Mio padre aveva idee politiche di estrema destra che esternava pubblicamente anche con l’abbigliamento, infatti indossava sempre abiti neri: camicie, foulard, etc.
Mio padre aveva un’avversione particolare anche nei confronti della Chiesa e dei preti. Tra le sue passioni, ricordo la zona del Chianti, dove ci portava spesso anche contro la nostra volontà, e la cittadina di Montecatini.
A.d.r. Non ricordo se mio padre possedeva delle armi; ma ne aveva la mania, ricordo di averlo visto maneggiare dei coltelli e che teneva, nell’abitazione di Susini, appesi al muro, spade, palle di ferro con i chiodi, coltelli, ecc. Ho una vaga immagini di lui che maneggia una pistola ma non riesco a ricordare altro.
A.d.r. Mio padre lavorava nel lanificio di mio nonno materno “Lanificio Sestilio Bartolini”, il quale gli aveva affidato la gestione di un “carbonizzo” che è il processo industriale con cui si eliminano dalla lana le impurità cellulose servendosi di acidi e che falli prima del 1975 quando mio padre passò alle dirette dipendenze del lanificio Bartolini. Mio nonno, nonostante la separazione dei miei genitori, continuò a tenere alle sue dipendenze mio padre al quale affidò delle competenze commerciali.
Dal momento della separazione io ed i miei fratelli abbiamo iniziato ad incontrare mio padre solo una o due domeniche al mese quando lo stesso ci veniva a prendere per portarci fuori. Devo aggiungere che in quelle occasioni, lo stesso non cercava di esaudire i desideri di noi figli, ma solamente i suoi. Ogni volta che ci portava fuori, andavamo a mangiare in qualche ristorante; ricordo il “Forassiepi di Montecarlo (LU), la Tenda Rossa di Cerbaia e il Montecatini di Viareggio.
A d.r. Non ricordo un amico di mio padre. Lo stesso era una persona molto riservata e posso dire di averlo visto intrattenersi a parlare solo con i ristoratori dei predetti esercizi.
A.d.r. Le autovetture possedute da mio padre sono state le seguenti: Una Maserati Sportiva di colore scuro, una Mercedes SL Pagoda rilevata da suo padre di cui non ricordo il colore, una Ford Mustang di cui non ricordo il colore, poi dopo la divisione da mia madre ha posseduto un’auto tipo “mini” innocenti di colore bianco o crema, comunque molto chiara. Ricordo che anche l’auto, di piccola cilindrata, era un motivo di frustrazione per lui; come ho già detto era molto invidioso della famiglia di mia madre la quale aveva disponibilità economiche superiori alle sue. Non ricordo altre auto.
A.d.r Verso l’anno 1984 mio padre, senza dirci nulla, si trasferì in Germani e non si fece più sentire per alcuni anni. Verso l’anno 1990, lo stesso, si ripresentò telefonicamente, a casa nostra, invitando noi figli a pranzo. Noi accettammo più per curiosità che per altro. Nell’occasione lo stesso ci venne a prendere con una Jeep Cherokee di colore bianco e ci portò a mangiare al Forassiepi. Ricordo che noi cercammo di chiedere spiegazioni della sua assenza ma lui rimase molto evasivo assumendo un atteggiamento molto naturale come del resto faceva in tute le circostanze più difficili.
Ci disse di convivere con una bellissima donna svizzera del cantone francese, di nome Francesca, più giovane di lui, dalla quale aveva avuto una figlia di nome Elena. Lo stesso accentuava le doti di questa nuova compagna, in particolare si vantava del fatto che la stessa parlava correttamente quattro lingue. Ci raccontò di averla conosciuta nell’ambito lavorativo, che vivevano insieme in Germania, senza specificare il luogo preciso, ma io immaginai, dai discorsi, che faceva, che vivessero a Bamberg (monaco di Baviera) nella città dei nonni. Mi fece capire che Francesca lo aveva accompagnato più volte in Italia senza specificare le circostanze, però i viaggi di mio padre erano sempre motivati dal lavoro, almeno a quanto ci diceva lui. Mio padre avrebbe avuto piacere che noi stringessimo un buon rapporto con la sua nuova famiglia.
La nuova moglie, non fu mai accettata dai miei nonni paterni, in quanto non avevano mai accettato il modo in cui mio padre aveva abbandonato la sua prima famiglia.
In merito, posso dire che i nonni paterni, diseredarono, non so se totalmente o in parte, il figlio; parte della loro eredità è comunque giunta a me.
Da quella volta in cui nostro padre si ripresentò, noi figli lo incontrammo una decina volte in tutto. Lo stesso, che aveva la residenza in Germania, veniva in Italia per il lavoro ed alloggiava in una piccola pensione di Montecatini bassa, sita, se non ricordo male, in una traversa del corso principale, in direzione di Montecatini alto, lato destro in una palazzina del 900, circondata da un giardino. La pensione aveva una grande Hall arredata in stile primi 900, con divani e tavoli antichi; non aveva ristorante e si accedeva al giardino da una piccola rampa di scale (4/5 scalini). Dai discorsi che faceva, mi sembra di aver capito che lo stesso si occupava di import-export nel settore dei tessuti.
Dopo la morte di mio padre, avvenuta per infarto nel 1995, in Germania, nella casa in cui viveva con Francesca, fummo contattati da un ufficio preposto all’eredità, che ci inviò dei documenti in lingua tedesca, fatti tradurre dal consolato tedesco, dai quali si evinceva che nostro padre ci aveva lasciato solo dei debiti contratti in Germania, tra cui l’acquisto dell’auto Cherokee.
Noi naturalmente, decidemmo di rinunciare all’eredità.
A d.r. Non ho idea che fine abbiano fatto gli oggetti personali di mio padre. Mio padre era molto geloso di tutti i suoi oggetti personali.
Qualche anno fa’, fui contattato telefonicamente da Francesca sull’utenza telefonica n. XXXXXXX del mio appartamento di via Tacca n. 38. La stessa, che chiamava direttamente dalla Germania, mi disse che avrebbe avuto piacere ad incontrarmi. Io non accettai, anche perché dai discorsi che mi fece al telefono, la stessa mi apparve molto furba ed opportunista, come se volesse ottenere qualcosa. Ricordo che, durante la telefonata, la donna mi raccontò di un sogno che fece, nel quale eravamo apparsi io e le mie sorelle e che aveva contattato delle persone che si occupano dell’occulto per avere spiegazioni su questo sogno,
Ho saputo, da mia madre, che probabilmente l’ha saputo da mia zia BARTOLINI Marcella in Baldacci, che abita in via Giolica di Sotto n. 3 a Prato, che Francesca era interessata alla magia e frequentava maghi ed astrologi, comunque lei ne parlava sempre da persona scettica. La Baldacci è una persona molto forte e carismatica ed era il punto di contatto tra noi e la famiglia di mio padre in Germania. La stessa infatti, riferiva a noi figli, notizie di mio padre e della sua famiglia, anche contro la nostra volontà. Successivamente, circa due o tre anni fa, Francesca ci ricontatto in occasione della morte della nonna paterna, avanzando pretese in merito all’eredità. Noi, su consiglio dell’avvocato, abbiamo deciso di non includere Francesca nell’eredità e di effettuare la spartizione secondo le leggi italiane.
A.d.r. Penso che Francesca sia ancora oggi residente nella casa in cui conviveva con mio padre a Bamberg.
A.d.r. In merito al duplice omicidio dei tedeschi avvenuto ai Giogoli nel 1983, ricordo quanto segue: mio padre la domenica del duplice omicidio o i giorni immediatamente successivi, poteva essere la domenica successiva, si giustificò di un ritardo o di un mancato appuntamento, in quanto trattenuto dalle Autorità competenti a seguito del ritrovamento di due ragazzi tedeschi uccisi a Giogoli. Mio padre mi disse che la sera prima del ritrovamento dei due corpi, sul tardi, aveva visto un furgone Volkswagen appartato in un boschetto. L’aveva rivisto la mattina successiva nello stesso punto con un vetro rotto. Si avvicinò e vide due ragazzi morti, notò i capelli lunghi e per questo non capi se si trattava di due uomini o un uomo e una donna. Disse che aveva spontaneamente consegnato una pistola calibro 22, che lui deteneva da tempo con regolare licenza, alle Autorità presentì che lui stesso aveva provveduto a chiamare. Mio padre si dimostrò allarmato in quanto era venuto a conoscenza che i delitti commessi dal cosiddetto “Mostro di Firenze” erano stati eseguiti proprio con una pistola cal. 22. Preciso meglio mio padre nel dirmi che era allarmato mi fece capire di esserlo proprio per eventuali problemi con la giustizia derivanti dal fatto di aver consegnato una pistola cal. 22 che era dello stesso tipo di quella usata nei delitti del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Era anche rammaricato dal fatto di non detenerla più”. Questa è stata la prima e unica volta che mio padre mi ha parlato del duplice omicidio di Giogoli.
F.L.c.s. in data e luogo di cui sopra.
dichiarava: “in merito al duplice omicidio dei tedeschi avvenuto a Giogoli nel 1983, ricordo quanto segue: mio padre la domenica del duplice omicidio o i giorni immediatamente successivi, poteva essere la domenica successiva, si giustificò di un ritardo o di un mancato appuntamento, in quanto trattenuto dalle Autorità competenti a seguito del ritrovamento dei due ragazzi tedeschi uccisi a Giogoli. Mio padre mi disse che la sera prima del ritrovamento dei due corpi, sul tardi, aveva visto un furgone Wolkswagen appartato in un boschetto. L’aveva rivisto la mattina successiva nello stesso punto con un vetro rotto. Si avvicinò e vide due ragazzi morti, notò i capelli lunghi e per questo non capì se si trattava di due uomini o un uomo e una donna. Disse che aveva spontaneamente consegnato una pistola calibro 22, che lui deteneva da tempo con regolare licenza alle autorità presenti, che lui stesso aveva provveduto a chiamare. Mio padre si dimostrò allarmato in quanto era venuto a conoscenza che i delitti commessi dal cosiddetto mostro di Firenze erano stati eseguiti proprio con una pistola calibro 22. preciso meglio, mio padre nel dirmi che era allarmato mi fece, capire di esserlo proprio per eventuali problemi con la giustizia derivanti dal fatto di aver consegnato la pistola calibro 22 che era dello stesso tipo di quella usata nei diritti del cosiddetto mostro di Firenze. Era anche rammaricato del fatto di non detenerla più. Questa è stata la prima ed unica volta che mio padre mi ha parlato del duplice omicidio di Giogoli”.
Circa il racconto fatto in relazione alla scoperta dei due cadaveri, va rilevato che, dagli atti, risulta che il Reinecke all’epoca ebbe a dichiarare di aver scoperto il furgone la mattina del giorno del ritrovamento dei cadaveri e non già la sera precedente e che, quando si era avvicinato ad esso, aveva pensato che l’occupante stesse dormendo.
Non risulta altresì che lo stesso avesse consegnato una calibro 22, né che, a seguito della perquisizione eseguita nella sua abitazione, fosse stata rinvenuta un’arma di detto calibro.
Vedi 22 dicembre 2008 motivazioni sentenza Silvio De Luca processo a Francesco Calamandrei Pag: 126 127 Dal Gides 17 Novembre 2003 Nota GIDES n° 362/03/Gides Pag.70/71
