Il falso mostro di Firenze

MORTE civile. «In Italia non esiste la pena di morte, ma la morte civile sì e io mi sento condannato a una morte civile. È una condanna che uccide lentamente, che ti porta via quanto hai di più caro, un buon nome costruito dal lavoro e dalla vita di più generazioni, gli amici che hai amato o ami; è una Gehenna che isola la tua famiglia precipitandola nel disonore; è un fantasma che, alla fine, ti divora come un’ ossessione…». Gaetano Zucconi è seduto nel silenzio della sua villa che guarda dall’ alto le colline di Firenze. Siede rigido come una statua di marmo. giuseppe d’ avanzo Siede rigido come una statua di marmo. Non un gesto. Non un muscolo in movimento nel suo volto. La voce è quieta come per una preghiera. Forse soltanto gli occhi (mi pare che, a tratti, luccichino di commozione) svelano la ferita segreta di un uomo che dopo quarant’ anni di diplomazia (ministro consigliere a Mosca negli Anni Ottanta, ambasciatore a New Delhi negli Anni Novanta) si è trovato, al ritorno in Italia, schiacciato da un sospetto che lo assedia come un’ ombra spessa e inafferrabile. Come ci si difende dalle ombre, come ci si difende dal sospetto? «…Mi è sembrato naturale e doveroso attendermi giustizia da chi è deputato ad amministrarla. Sono stato per tutta la mia vita un funzionario dello Stato e a quella regola di discrezione personale e di rispetto istituzionale ho ritenuto di tener fede anche in questa penosa circostanza, anche quando c’ era chi mi consigliava di reagire, di protestare. No, replicavo, è un lavoro che la legge assegna ai giudici. Prima o poi, mi dicevo, queste “voci di questura” assumeranno la forma di accuse, di contestazioni formali e allora mi difenderò davanti alla magistratura. O, se nessuna contestazione si materializzerà, sarà un giudice a punire la diffamazione del mio nome. Purtroppo, mi sono illuso: non vanno così le cose in Italia…». Sospetto. Gaetano Zucconi è accusato di essere frequentatore delle messe nere rifornite da Pietro Pacciani e dai suoi «compagni di merende» dei feticci umani (pube, seno) strappati via dai corpi delle diciassette vittime del “mostro di Firenze”. Bisogna dire meglio: Gaetano Zucconi non è accusato di alcunché: «Il mio avvocato continua far la spola con la Procura per sentirsi ripetere dal procuratore aggiunto Paolo Canessa che non c’ è niente sul mio conto». Diciamo allora che Gaetano Zucconi è sospettato di aver partecipato a riti satanici con il fratello Giulio, professore di ginecologia alla clinica universitaria di Careggi, scomparso nel 1989 a 54 anni. Giulio Zucconi è sospettato di essere il mandante del “mostro di Firenze”. Gaetano Zucconi è sospettato di voler coprire le sue responsabilità e le responsabilità del fratello scomparso. Un quotidiano milanese ha scritto (23 gennaio): «Anche il fratello di Giulio Zucconi è stato coinvolto nell’ indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione “coprire” qualcuno? Che cosa sa dei delitti del “mostro”?». La fonte di questi sospetti non è incerta o imprecisabile. Ha, nella cronaca, un nome e un cognome. Si chiama Michele Giuttari ed è, dal 1995, il capo della squadra mobile di Firenze. Fiction. Michele Giuttari è come prigioniero del “mostro di Firenze”. Quell’ affare lo tormenta come un assillo e lo costringe a tessere senza posa il filo di un’ indagine che sembra non trovare mai un compendio provvisorio o la parola “fine”. Appena l’ altro giorno era a Perugia per interrogarsi su un delitto di diciassette anni fa. Quali le connessioni con il “mostro di Firenze”? Nessuna o forse nessuna, va a saperlo. Michele Giuttari è convinto che dietro Pacciani, sopra Pacciani ci sia un «secondo livello» che custodisce l’ identità dell’ autentico “mostro”. Il fondamento del suo sospetto è elementare. Pacciani aveva troppo denaro. Nel 1979 e nel 1984, il contadino ha acquistato due case a Mercatale, poi ristrutturate. Ancora tra il 1981 e il 1987 (arco di tempo in cui si compiono i delitti del “mostro”) Pacciani investe 157 milioni di vecchie lire in buoni postali frammentando l’ investimento in più uffici postali. Perché tanta circospezione? E, soprattutto, qual è l’ origine di tanta fortuna? «Quella somma – si risponde Giuttari – avrebbe potuto arrivare proprio da quel secondo livello. In particolare, da quella persona che secondo le ultimissime dichiarazioni di un compagno di merende, Giancarlo Lotti, ordinava i lavoretti, pagando Pacciani. Lotti aveva riferito che Pacciani era in contatto con un “dottore”…». Il tableau ha dell’ ordinario (purtroppo). L’ investigatore (l’ inquisitore) elabora un’ ipotesi. Lavora in segreto, fornito di arnesi virtualmente irresistibili. Non ha un contraddittore e, nel vuoto logico, ogni trama può avere vita perché luoghi, eventi, cose, persone sono liberamente manipolabili. Come sempre accade, un correo confessante alimenta la ricca fiction rendendo un servizio insostituibile contro complici o mandanti, talvolta immaginari («Nell’ affare milanese de peste manufacta viene alla ribalta Stefano Baruello, formidabile narratore»). Da qui a indicare un nome, il nome del medico, il nome del “mostro”, ce ne corre. Giuttari, curiosamente (colpevolmente) per un investigatore, affida le sue “deduzioni investigative” a un libro (Compagni di sangue, Rizzoli). E’ il 1999. Giuttari scrive: «Se fosse un romanzo giallo, quello dei “mostri di Firenze” sarebbe un romanzo con due protagonisti. Un sorta di dottor Jekyll e Mister Hyde non fusi nella stessa persona, ma divisi in due persone distinte. Da una parte, il dottor Jekyll, un persona colta, facoltosa, potente. Il raffinato esponente di una famiglia d’ èlite che di giorno vive una vita normale. E’ un medico che dedica gran parte della sua vita al suo lavoro. Il suo reparto in ospedale, le visite in clinica, gli esami al laboratorio. Il nostro dottor Jekyll è uno stimato ginecologo che di giorno, nel vero senso della parola, dà la vita. Ma di notte, il nostro dottore è diverso. Il nostro dottore è infelice. E’ malinconico, è triste, è malato. Forse non riesce a confessare neppure a se stesso le proprie tendenze, quello che nasconde nel cuore, il mister Hyde che nasconde in lui. Poi, però, lo incontra. Mister Hyde è un rozzo contadino…». Malignità. «Non so come e dove è nata la calunnia che travolge la memoria di mio fratello. So soltanto che per tirare il suo nome dentro questa storia hanno dovuto coinvolgerne la moglie, mia cognata, che da quattro anni risulta indagata, senza seguito alcuno, per aver rapinato la moglie di Pacciani di 200 mila lire…», ricorda Gaetano Zucconi. La storia è alquanto inverosimile, ma è utile raccontarla. La signora Maria Ines, un giorno, infila una pelliccia di visone e una parrucca, sale su un bus pubblico, raggiunge Mercatale Val di Pesa. Con Angiolina Pacciani, passeggia per il paese. Fanno compere insieme. Poi, vanno in farmacia. Acquistano del Tavor. Tornano a casa. La misteriosa signora, che ha fatto di tutto (e di più) per essere notata, impasticca Angiolina con il barbiturico e la deruba dei soldi e forse, secondo un rapporto della polizia, di documenti (quali?). L’ episodio, che stonerebbe in un telefilm di terz’ ordine, consente però di sistemare qualche nome nella fiction deduttiva di Michele Giuttari. E’ Giulio Zucconi, il ginecologo di cui parla l’ investigatore nel suo libro? Ombre. Gaetano Zucconi guarda davanti a sé come se fosse cieco. Dice: «Comincia qui la mia condanna alla morte civile. Né la polizia né la procura di Firenze mi contestano alcuna accusa. L’ assalto, se così si può dire, comincia altrove. Un giorno, un quotidiano pubblica nei dettagli accuse infamanti contro mio fratello. Il tono è vago nel descrivere il sospetto: “Un ginecologo che viveva nelle campagne intorno a Firenze”. Passa qualche tempo, altro articolo, stesso quotidiano, ripreso poi da altri e dalla tv in una staffetta diffamatoria. Il tono è ancora vago, ma ci sono sufficienti elementi per identificarmi: “Tra le posizioni all’ esame degli inquirenti c’ è quella di un ambasciatore ora in pensione legato da rapporti di parentela al ginecologo di San Casciano, amico di Pacciani”. Giulio non ha mai conosciuto Pacciani, ma la circostanza non sembra inquietare i cronisti. A quel punto – due fratelli, uno ginecologo, l’ altro ambasciatore – è pronta per me la gogna. Sono identificabile da chi mi conosce, nel mio ambiente professionale, nell’ ambito dei miei amici. Vedo crescere intorno a me un muro che mi isola dal mondo. Quell’ amico non si fa più vivo. Quell’ altro tace da tempo. Certo, può dipendere da molte circostanze. Le amicizie non sono eterne. Ma quando il silenzio prende a circondarti come una condanna, cominci a sapere che cos’ è la morte civile. Rientrato in Italia, avrei desiderato riprendere contatto, ad esempio, con persone di cui ho amato in passato la compagnia. Mi costringo a non farlo per non creare reciproci imbarazzi. Come posso reagire? Posso dare querela? No, mi dicono gli avvocati, il mio nome non è stato mai fatto. Attendo tra le proteste dei miei familiari e dei miei figli, che vorrebbero una reazione. Scrivo ai giornali che hanno pubblicato quelle cronache. Le mie smentite non vengono mai pubblicate. Mi rivolgo alla Procura di Firenze. Mi rassicurano che non sono indagato, che “sul mio conto non c’ è nulla”. Un giorno, il telegiornale di un network nazionale dà per certa “la partecipazione di un noto ginecologo e del fratello ambasciatore a messe sataniche”. Mi sembra di aver trovato il bandolo della matassa. Querelo. Finalmente potrò liberarmi dal sospetto. Ne ricavo il proscioglimento del direttore del telegiornale con questo argomento: “La frase non appare di per sé offensiva della reputazione di terze persone e, comunque, appariva riportare correttamente un episodio sul quale all’ epoca la magistratura stava indagando”. Ma come si può sostenere questo? Mi riesce difficile immaginare un’ accusa più infamante anche se soltanto si vuole tener conto del fatto che, insinuando che una persona ha partecipato a delle messe nere, gli si conferisce, per lo meno, la patente del cretino. Non basta. C’ è quel riferimento alle indagini della magistratura. La Procura sostiene che non sono indagato. Ma ipotizziamo per un attimo che quelle indagini ci fossero, è possibile che io ne sia stato tenuto completamente all’ oscuro, mentre i media ne sono stati informati con dovizia di particolari? Mi amareggio quando leggo che il procuratore di Firenze ha emesso un comunicato ufficiale per scagionare il suo collega Piero Luigi Vigna dall’ accusa, diffusa da un settimanale, di aver depistato le indagini sul “mostro”. Mi chiedo perché la Procura non ha emanato un comunicato anche nel mio caso per scagionarmi dalle accuse che mi colpiscono? Ci sono forse due categorie di cittadini: quelli che vengono difesi d’ ufficio e quelli che possono essere distrutti? Perché è quello che è accaduto: il mio nome è stato dato dalle “voci di questura” in pasto alla stampa senza una prova, senza un brandello di indizio, senza alcun coinvolgimento. Ora io sento l’ obbligo di reagire. Ma come posso riscattare la memoria di mio fratello? Come posso difendere la mia reputazione? Come posso difendermi dalle ombre?».

GIUSEPPE D’ AVANZO

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/06/22/il-falso-mostro-di-firenze.html

22 Giugno 2002 Stampa: La Repubblica

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