Le conclusioni depositate nei prossimi giorni l’infarto compatibile con un cocktail di farmaci

Mostro, pronta la perizia “Pacciani fu ucciso”
Scoperto “l’anonimo”, è un giornalista Rai di Firenze marito della sorella di una delle vittime

di CARLO BONINI

FIRENZE – Manca l’ufficialità. Non la sostanza. La perizia sulla morte di Pietro Pacciani, conclusa e non ancora depositata, fa fare all’inchiesta del mostro un’altra delle sue capriole. Trasformando un infarto in un omicidio da cocktail di farmaci. Consegnando la memoria di un assassino al nero archivio dei morti ammazzati. Certo, bisognerà leggerla questa perizia. Perché dire che una morte apparentemente naturale è “compatibile” con un arresto cardiaco indotto, non significa avere prove incontrovertibili. Vedremo.

Sta di fatto, che in un angolo non illuminato dell’indagine sui mandanti degli orrori del mostro, si agita in queste ore un nome che forse aiuta a capire cosa tenga insieme nella testa degli investigatori 8 duplici omicidi, la loro ipotizzata matrice magicoesoterica, la asserita convinzione che l’indagine sul mostro fu in origine pilotata perché si acconciasse a non varcare il confine dell’orto di Pietro Pacciani, a lungo e a torto ritenuto unico autore dello scempio. E’ il nome – diciamolo subito – di un giornalista indagato per frode processuale.

E’ l’uomo – ne è convinto chi indaga – che avrebbe governato la danza degli anonimi e che dei mandanti del mostro custodirebbe il segreto. E dunque in grado di dare ordine logico ad un quadro altrimenti frammentario nella sua molteplicità di indizi. Fin qui ordinati – vale la pena ricordarlo – secondo un’ipotesi che così suona. Gli 8 duplici omicidi del mostro vennero commissionati ai loro autori materiali da una congrega prigioniera di culti esoterici celebrati sulle colline a sud di Firenze in una ex casa di riposo per anziani. Una congrega della cui esistenza uomini degli apparati investigativi (Sisde in primis) avrebbero avuto tempestiva contezza (1985), ma a cui, nondimeno, sarebbe stata garantita una singolare protezione o, quantomeno, una sciatta distrazione. Una congrega che per custodire il suo segreto non avrebbe esitato a sbarazzarsi di ingombranti testimoni, di poveri diavoli inciampati in qualcosa che non dovevano sapere.

Per capire ora cosa c’entri un giornalista con tutto ciò è necessario ordinare i fatti su cui l’inchiesta oggi si puntella. E’ processualmente accertato che ad uccidere non fu il solo Pietro Pacciani. Una sentenza di condanna definitiva ha sancito che con lui, in almeno cinque occasioni, a colpire furono Mario Vanni e Giancarlo Lotti, i “compagni di merende”. E’ accertato che, sulle colline a sud di Firenze, una ex casa di riposo per anziani (oggi “Poggio ai grilli”, all’epoca “villa Verde”), per un periodo frequentata da Pacciani (ne fu giardiniere), si era trasformata in palestra dell’esoterismo e di culti orgiastici. Ed è altrettanto accertato che, già nel 1985, il Sisde, nella persona del suo allora direttore Vincenzo Parisi, commissionò al criminologo Francesco Bruno uno studio che così concludeva su significato e ispiratori di omicidi allora ancora senza un responsabile: “Si tratta di delitti rituali compiuti in omaggio ad un qualche rito satanico di cui l’assassino è un seguace o a qualche pratica di stregoneria o magia nera (…) L’assassino ha a che vedere con una casa di riposo per anziani non autosufficienti, con tutta probabilità nella zona sud di Firenze”.

Ora, non ha importanza dilungarsi su come e chi ebbe modo di maneggiare per tempo quel primo abbozzo di “verità” (1985) sui mandanti, né sulla poco convincente risposta offerta dal criminologo Bruno a chi, interrogandolo, ha chiesto da dove siano saltate fuori quelle informazioni sulla “casa per anziani non autosufficienti” e i riti esoterici (“Ho consultato atti di polizia”, ha spiegato Bruno). E’ sufficiente dare per acquisito che un dato investigativo di un qualche rilievo e soltanto oggi indagato, sebbene noto 13 anni fa venne taciuto agli inquirenti toscani. Così come è sufficiente dare per acquisita che nella cella del contadino di Mercatale di ciarpame magico e ricette del maligno venne fatta incetta sin dalle prime fasi dell’indagine.

Al contrario, appare utile annotare come, tra le carte sequestrate a Bruno, siano saltate fuori due cartelle dattiloscritte datate 3 marzo 1991 e firmate dall’allora direttore della Criminalpol Luigi Rossi. Nel documento, indirizzato al criminologo, il prefetto Rossi, girando una richiesta che era arrivata sul suo tavolo, chiede al criminologo se è disposto ad esercitare la propria perizia psichiatrica, se necessario ricorrendo a pratiche ipnotiche, sulle figlie di Pietro Pacciani. Bruno non accettò mai quell’incarico. Ma quel che rende la circostanza di un qualche interesse è che – come nel caso dello studio dell’85 – anche in questo caso l’attenzione su Pacciani precede di almeno 6 mesi il momento in cui (24 ottobre 1991) riceverà l’avviso di garanzia per i delitti del mostro.

Insomma, qualcuno aveva annusato e percorso la pista della magia nera con largo anticipo (1985). Pacciani con la magia trafficava. Sei mesi prima che venisse indagato, qualcuno si interrogava sull’opportunità di lavorare sull’inconscio delle figlie.

E veniamo ora al giornalista su cui il capo della squadra mobile di Firenze Michele Giuttari e il pm Paolo Canessa sembrano decisi a giocare una scommessa importante. Non decisiva, probabilmente, ma utile per chiarire il capitolo delle anomalie dell’inchiesta.
Si chiama Giovanni Spinoso, lavora per la sede Rai di Firenze, ha sposato la sorella di una delle vittime del mostro, è indagato per frode processuale. Una perizia di ufficio del gip del Tribunale di Firenze, nei mesi scorsi, lo ha identificato come l’anonimo che, nel 1992, invita a rivolgere lo sguardo sul contadino di Mercatale, spedendo agli investigatori l’asta guidamolla della pistola calibro 22 che firma gli omicidi del mostro. La “prova” (mai diventata tale al dibattimento) che incastrerà in una prima fase Pacciani.

Spinoso, dal giorno in cui è stato indagato, non ha smesso un istante di ribadire la propria innocenza. Ha contestato la validità scientifica della perizia ed è stato con passione difeso dai suoi colleghi che definiscono il suo “un nuovo caso Dreyfus”.
La Mobile e la Procura non lo hanno mai mollato. Di più. Avrebbero acquisito elementi in grado di dimostrare che sia non solo l’anonimo dell’asta guidamolla della calibro 22, ma anche l’uomo che si è nascosto dietro i molti anonimi che hanno accompagnato le indagini sul mostro, in una macabra danza di avvertimenti e indicazioni. Che da una buca delle lettere di san Piero a Sieve (dove Spinoso viveva) ingaggiò una sfida con gli inquirenti e, alla vigilia della sentenza del processo di primo grado a Pacciani, spedì l’intera collezione di anonimi sul mostro. Che fece recapitare – la circostanza era rimasta ignota, perché si qui ritenuta inspiegabile – una videocassetta al pm Silvia Della Monica (uno dei primi magistrati ad occuparsi del mostro) in cui il montaggio di immagini di servizi giornalistici sul mostro è interrotto da un rapido fotogramma che mostra l’irriconoscibile volto di una donna apparentemente ipnotizzata.

Da Spinoso Mobile e Procura sono insomma convinti di poter avere la chiave in grado di risolvere il mistero dei mandanti. L’anonimo sapeva – questo il ragionamento – quel che oggi si scopre essere parzialmente noto a pezzi degli apparati investigativi. E – forse – potrebbe essere persino in grado di spiegare il ruolo di due fratelli. Il primo, primario ginecologo, scomparso per infarto poco dopo la morte di Pacciani e ritenuto il “dottore” che avrebbe pagato Pacciani e i suoi compagni di merende per ottenere i trofei delle loro vittime. Il secondo, ex ambasciatore, oggetto di attenzione degli inquirenti dal ’98, quando ne registrarono “un inspiegabile interessamento” nel momento in cui le indagini infilavano la pista dei mandanti.

https://www.repubblica.it/online/cronaca/pacciani/ucciso/ucciso.html?ref=search

10 Settembre 2001 Stampa: La Repubblica
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