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PACCIANI DISERTA L’AULA MA E’DIFESA – SPETTACOLO

FIRENZE – L’ imputato che non c’ è, una difesa in imbarazzo, un giudice relatore che ricostruisce l’ inchiesta con puntiglioso equilibrio. Poco spettacolo, molto processo. Il giudizio d’ appello contro Pietro Pacciani, condannato all’ ergastolo per i delitti del mostro, si apre nell’ aula bunker di Firenze con un preciso obiettivo: quello di offrire poche emozioni. La battaglia è tutta sul piano razionale, sul valore delle prove. Il ricordo degli omicidi – otto coppie massacrate fra il 1968 e il 1985 – è un po’ sfuocato. FANNO stringere il cuore a Renzo Rontini, padre di Pia massacrata nel 1984, che esce dall’ aula quando il giudice relatore descrive lo scempio compiuto sul corpo di sua figlia. Giulio Foggi, padre di Giovanni ucciso nel 1981, gli avvocati di parte civile che ricordano le vittime. Ma Firenze non ha più paura del suo mostro. E se il giallo appassiona ancora, se l’ aula bunker è piena di folla e pullula di mostrologi, è perché il primo processo non ha chiarito tanti punti oscuri, perché la pistola del maniaco non è mai stata trovata, perché Pacciani non ha il physique du role del diabolico assassino. Chi si aspettava di vederlo in aula giurare sulla sua innocenza resta deluso. Pietro, 71 anni compiuti il 7 gennaio, non è venuto. Si sente male. Gli avvocati Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti l’ hanno convinto a restare in carcere. Davanti alla corte formata dal presidente Francesco Ferri, dal giudice a latere Francesco Carvisiglia e da dieci giudici popolari ci sono Bevacqua, Fioravanti, suo sostituto processuale, e il nuovo difensore di Pacciani, il penalista romano Nino Marazzita. Poco più in là, il sostituto procuratore generale Piero Tony rappresenta l’ accusa. Dietro i difensori è schierato il pool “tecnico-investigativo” coordinato dal maestro di karatè Carmelo Lavorino. Bevacqua non gradisce e non è tipo da nascondersi dietro un sorriso di circostanza. Si alza e dichiara: “In questi giorni c’ è stato marasma. Pacciani mi ha confermato per scritto la sua fiducia. Per questo sono qui. Ribadisco però, con il doveroso sincero rispetto per il collega Marazzita, di non aver mai fatto parte di pool di alcun genere o natura: dietro di me, dietro questa toga, c’ è solo il riverbero della mia coscienza”. Un momento di gelo. Poi la macchina del processo si rimette in moto. “Nella notte fra il 21 e il 22 agosto 1968, notte di novilunio…”. E’ l’ esordio del giudice relatore Carvisiglia. Tocca a lui ricostruire il dramma dei delitti, le inchieste, il processo. Lo farà con grande equilibrio, senza trascurare le incertezze che ancora gravano sull’ inchiesta. La relazione occupa tutta la mattina e proseguirà oggi. Intanto dietro le quinte si discute della frattura nel collegio difensivo, del Pacciani conteso, dell’ agguerrito pool romano che ha deciso di governare le sorti del processo. La novità è proprio la squadra di Marlowe schierati come un sol uomo dietro il banco degli avvocati. “Siamo qui per fare a Firenze ciò che la difesa ha fatto per O.J. a Los Angeles”, spiega Carmelo Lavorino, responsabile della rivista Detective & Crime. La parcella del criminologo Francesco Bruno e di Lavorino non è paragonabile a quella di Cochran e di Robert Shapiro, i difensori di O.J. Chi paghi il pool italiano è un mistero. “Noi non vediamo una lira”, giura Lavorino. “Lo facciamo perché anche in Italia, da quando è entrato in vigore il nuovo codice, la difesa può attrezzarsi con tecnici e periti. Invece gli avvocati si affidano ancora solo alle arringhe in punta di diritto. Ed è chiaro che non basta più”. Aggiunge Bruno: “Credo sia proprio in quella frase di Bevacqua ‘ Dietro questa toga c’ è solo la mia coscienza e non il pool’ , la ragione per cui Pacciani ci ha voluti con sé”. Il pool di 007 pieni di fogli, indizi e presunte verità, annovera in squadra quattro detective della Federpol sguinzagliati in cerca di contro-indizi. Hanno un appartamento vicino all’ aula bunker attrezzato con linee telefoniche per modem, computer e fax. “Qui ricostruiremo pezzo dopo pezzo l’ innocenza di Pacciani” dice Lavorino. “Avremo anche un servizio di sorveglianza per proteggerci da curiosi e mitomani. Già adesso abbiamo nuovi testimoni ed elementi di indagine a discolpa per almeno tre duplici omicidi, ‘ 85, ‘ 83, e 23 ottobre ‘ 81”. Francesco Bruno ha un gran da fare nel correre fra la sala di registrazione della Rai, bloc-notes dei cronisti e l’ aula. Ripete instancabile: “Pacciani non c’ entra. Da un punto di vista scientifico la sua personalità non ha niente a che vedere col mostro di Firenze, soggetto con totale assenza di rapporti col mondo femminile. Pacciani è invece uno che ‘ consuma’ . E da un punto di vista giuridico non c’ è una prova. Se lo condannano smetto di insegnare all’ università questa materia”.

di FRANCA SELVATICI

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/01/30/pacciani-diserta-aula-ma-difesa.html

PACCIANI CONTRATTACCA ‘ IL VERO MOSTRO HA FATTO ALTRE CINQUE VITTIME’

FIRENZE – “Il vero mostro ha ammazzato altre cinque volte mentre io ero in carcere”. Pietro Pacciani, condannato all’ ergastolo per sette degli otto duplici omicidi del maniaco della calibro 22, passa all’ attacco. “La magistratura ha preso un agnello al posto del lupo”, scrive in un memoriale inviato all’ agenzia Ansa di Firenze. Ma allora chi è il vero assassino? E’ lo stesso uomo che ha commesso “altri cinque omicidi”, dice Pacciani che poi, sbagliando, elenca sei delitti. La misteriosa morte di Francesco Vinci (in passato accusato di essere il mostro) e di Angelo Vargiu, trovati legati e carbonizzati in un’ auto nell’ agosto 1993. L’ uccisione di Milva Malatesta e del figlio Mirko, di tre anni, nello stesso mese, storia per la quale è stato processato e assolto il marito della donna (“la Malatesta – spiega Pacciani – era l’ amante di Vinci”). E ancora. L’ assassinio di Milvia Mattei, una prostituta uccisa il 29 maggio 1994 nel suo appartamento a San Mauro a Signa, (“anche lei era amante di Vinci” dice Pacciani). Per questo delitto è in corso un processo contro un ergastolano, Giuseppe Sgangarella, ex compagno di cella del contadino di Mercatale. Infine, l’ omicidio “di un’ altra donna ancora”, della quale però non viene fatto il nome. Finito l’ elenco Pacciani spiega la sua verità. Il mostro non è lui, è “un diavolo assassino, carogna, che odia le povere donne, un maledetto, che Dio lo bruci nell’ inferno per tutta l’ eternità” scrive Pacciani. Il nuovo memoriale, arrivato a meno di un mese dall’ inizio del processo di appello, si chiude con un augurio. “A tutti per un nuovo anno che ci porti nuove speranze ed un mondo migliore”.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/01/06/pacciani-contrattacca-il-vero-mostro-ha.html

30 Gennaio 1996 Stampa: La Repubblica

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