Il 1 dicembre 1994 la rivista Visto pubblica un articolo di Gennaro De Stefano dal titolo: “Trenta pallottole calibro 22 ritrovate in casa di un ex legionario e una spedita ai legali E i dubbi crescono”.
Questa una parte trascritta dell’articolo:
“… perché nelle trentamila pagine dell’inchiesta la verità c’è, forse è seppellita o forse troppo evidente da non essere stata vista, ma c’è. E prima o poi verrà fuori. Perché ad esempio un’Alfa Romeo rossa fu fermata dai carabinieri alle Bartoline poco prima dell’omicidio di Susanna e Stefano, che avvenne attorno alle 23:30 e i militi dell’Arma si limitarono a controllare la patente del guidatore osservando, però, che “il conducente rivelava uno stato di agitazione psicomotoria” .
“… in un crescendo esibizionistico, poco dopo 1”omicidio, una guardia giurata affermò che vicino a un bar s’era fermato un uomo su una macchina rossa lasciando in terra cinque proiettili calibro 22. Successivamente furono rinvenuti altri 30 proiettili a Poggio a Caiano e una decina a Scarperia. Una vera e propria semina che non consentì però di dimostrare che appartenevano al mostro perché si trattava di colpi inesplosi. …”
“… i Carabinieri non lo sanno e non parlano, ma nelle famose trentamila pagine dell’inchiesta l’ex Legionario è apparso, eccome, e proprio, nel 1981 e proprio dopo l’omicidio di Susanna e Stefano. Era lui l’uomo fermato alle Bartoline su un’Alfa rossa alle 22 circa del 22 ottobre era lui l’uomo agitato e nervoso che fu lasciato andare, era lui uno dei guardoni della zona. …”
Questo l’articolo, purtroppo di pessima qualità:

SE IL MOSTRO E’ IN GALERA, QUEI PROIETTILI DI CHI SONO?
30 pallottole trovate a casa di un legionario e una spedita ai legali. E i dubbi crescono
Piste trascurate, contraddizioni varie, il teorema della procura di Firenze era fragile ma adesso potrebbe subire la spallata decisiva, perché c’è in giro qualcuno che si diverte a collezionare colpi identici a quelli usati dal vero assassino. Che forse è ancora piede libero.
Firenze: piovono proiettili uno dietro l’altro, in posti differenti. I famosi proiettili calibro 22 Winchester ramati continuano a spargersi a raggiera sulla vicenda del mostro di Firenze e ripropongono un interrogativo che ormai appartiene alla totalità dell’opinione pubblica: ma davvero la sentenza con la quale Pietro Pacciani è stato condannato all’ergastolo ha sciolto i dubbi? Davvero è lui l’autore dei delitti che dal 1968 hanno insanguinato le colline toscane?
Forse la risposta è una sola: la sentenza di condanna non convince e il mostro, che è stato capace anche di seminare proiettili e di inviarne inesplosi agli avvocati difensori, notizia questa riservata e davvero inquietante, dimostra che la faccenda non è affatto chiusa.
Così oggi Pietro Pacciani può essere più sereno nonostante il macigno che gli pesa sulle spalle, il suo caso, probabilmente, è l’ennesimo errore giudiziario in un paese dove da 40 anni quasi 6 milioni di cittadini sono finiti innocenti dietro le sbarre.
Pierluigi Vigna, procuratore capo della Repubblica di Firenze in più di un’occasione ha sottolineato come i dubbi nascano dalla scarsa conoscenza delle carte: ma senza riuscire a spiegare come e in che modo, la pistola che ha sparato nel 1968 contro Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, sia finita nelle mani di Pacciani.
Piovono proiettili dunque e tornano alla memoria particolari sepolti nelle 30.000 pagine dell’inchiesta. I morti ammazzati che in questa vicenda a volte sono sembrati semplici numeri o fastidiosi comparse, riassumono tutta la loro identità e sembrano voler tornare a vivere per urlare che esiste un’altra verità come Susanna cambi e Stefano Baldi che quel giovedì 22 ottobre del 1981 alle Bartoline, località vicino a Calenzano, videro purtroppo materializzarsi tutta la paura e sospetti che la ragazza aveva seminato in giro nei giorni precedenti:
“Ho paura, c’è un uomo alto, con un’Alfa Romeo rossa, i capelli rossicci, che mi segue continuamente”, s’era confidata Susanna (Cambi) con Alessandra Ciabani (Elisabetta Ciabani) che, andata in vacanza a Ragusa l’estate successiva, fu trovata uccisa con un coltello nel petto e ferite profonde al pube. L’inchiesta sulla morte della ragazza fiorentina venne chiusa dalla Procura di Ragusa come suicidio o sospetto suicidio, nonostante il giudice Alfredo Izzo — allora sostituto procuratore di Firenze e oggi procuratore della Repubblica di Nola — dimostrasse che poteva esservi un collegamento con le vicende del Mostro che man mano si sovrappongono.
Varie alternative possibili vennero accantonate. Una ostinazione nel voler rappresentare il Mostro come uno stereotipo da Bertoldo, “contadino furbo ma grossolano”.
La verità storica, però, sembra voler emergere nonostante tutto, e nonostante le sentenze: come un soffione boracifero che, a lungo compresso, spinge per esplodere.
Perché nelle trentamila pagine dell’inchiesta la verità c’è, forse è sepolta o forse troppo evidente da non essere stata vista, ma c’è. E prima o poi verrà fuori. Perché ad esempio un’Alfa Romeo rossa fu fermata dai carabinieri alle Bartoline poco prima dell’omicidio di Susanna e Stefano, che avvenne attorno alle 23:30 e i militi dell’Arma si limitarono a controllare la patente del guidatore osservando, però, che:
“il conducente rivelava uno stato di agitazione psicomotoria inusuale”.
L’omicidio fu compiuto: Susanna venne uccisa con cinque colpi di pistola, tre al seno e al torace; Stefano con altri colpi al cuore. Il Mostro terminò il massacro asportando il pube della ragazza e infierendo sui due seni.
In un crescendo esibizionistico, poco dopo l’omicidio, una guardia giurata affermò che, vicino a un bar, s’era fermato un uomo su una macchina rossa lasciando in terra cinque proiettili calibro 22. Successivamente furono rinvenuti altri 30 proiettili a Poggio a Caiano e una decina a Scarperia. Una vera e propria semina che non consentì però di dimostrare che appartenevano al mostro perché si trattava di colpi inesplosi.
E di colpi inesplosi ne circolano da anni: come quelli ritrovati pochi giorni fa dai carabinieri di Prato nella casa di un ex legionario, noto per il suo comportamento aggressivo. Per minacciare un vicino, gli aveva lasciato sul davanzale alcuni proiettili calibro 7,65. Da lì scattò la denuncia e, durante la perquisizione, furono trovati una trentina di colpi calibro 22 Winchester.
Quelli del Mostro?
I carabinieri non parlano. Tuttavia, nelle carte dell’inchiesta, l’ex legionario è apparso, eccome, proprio nel 1981, poco dopo l’omicidio di Susanna e Stefano.
Era lui l’uomo fermato attorno alle 22 del 22 ottobre.
Era lui l’uomo agitato e nervoso, che fu lasciato andare.
Era lui uno dei guardoni della zona.
Coincidenze? Forse ma il soffione boracifero della verità stavolta sembra molto più potente, se anche un procuratore della repubblica, che sul mostro aveva indagato, il dottore Alfredo Izzo dalla lontana Nola dichiara:
” Il mostro non è Pietro Pacciani e i giudici di Firenze hanno sbagliato a condannarlo“.
Intanto il contadino di Mercatale sembra preso da una serenità nuova la disperazione per una sentenza così grave ha lasciato il posto a una fiducia immensa:
” avvocato ‘un (non) me l’aspettavo, la mi creda, tutta questa gente che dice che il mostro ‘un (non) sono io, mi da’ grande fiducia.”
Ha esclamato durante uno degli ultimi colloqui con il suo legale Pietro Fioravanti presentandosi rasato di fresco con taglio di capelli recente e lo sguardo furbo del contadino che ha capito che si può anche perdere una battaglia ma che la guerra la vincerà lui..
Gennaro De Stefano
Trascrizione di Claudio Costa e Yurj Pili.

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