La perizia viene consegnata a novembre 1985, il giorno non è conosciuto con precisione.

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE

Indagine peritale medico – legale e criminologica in ordine alla valutazione della dinamica materiale e psicologica del duplice omicidio ad opera di ignoti verificatosi in Firenze tra il 7 e l’8 settembre 1985.

Periti:
Prof. Francesco De Fazio
Prof. Salvatore Luberto
Prof. Ivan Galliani
Prof. Giovanni Pierini
Prof. Giovanni Beduschi

Indagine peritale medico – legale e criminologica in ordine alla valutazione della dinamica materiale e psicologica del duplice omicidio ad opera di ignoti verificatosi in Firenze tra il 7 e l’8 settembre 1985.

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I – L’incarico

Con l’ordinanza dei Dott.ri P.L. Vigna, F. Fleury, e P. Canessa veniva disposta perizia nel procedimento penale relativo all’omicidio in danno di Kraveichvili Jean Michel e Mauriot Nadine Jeanime Giselle, avvenuto in agro di San Casciano tra il 7 e l’8 settembre 1985, e venivano nominati i periti sottoscritti:

  • Prof. Francesco De Fazio, Direttore dell’Istituto di Medicina Legale e della Scuola di Specializzazione in criminologia clinica dell’Università di Modena.
  • Prof. Salvatore Luberto, Psichiatra, Prof. associato di Medicina Legale nell’Università di Modena.
  • Prof. Ivan Galliani, Psicologo, Prof. associato di Antropologia criminale nell’Università di Modena.
  • Prof. Giovanni Pierini, Prof. associato di Tossicologia forense nell’Università di Modena.
  • Prof. Giovanni Beduschi, Anatomo-Patologo, Ricercatore nell’Istituto di Medicina Legale nell’Università di Modena.

In relazione a tale incarico, in data 16 settembre 1985, (e in data successiva limitatamente al prof. Galliani) dopo aver prestato giuramento secondo la formula di rito, ci venivano proposti i seguenti quesiti:

“Dicano i periti, esaminati gli atti e tenuti presenti le circostanze di fatto, di tempo e di luogo in cui sono stati effettuati gli omicidio di Mauriot Nadine Jeanime Giselle e Kraveichvili Jean Michel:

  • Se e quali caratteristiche comuni e/o differenziali presentino i delitti in questione rispetto a precedenti delitti oggetto dell’indagine peritale medico legale e criminologica già espletata;
  • In particolare, se la dinamica materiale e psicologica dei delitti suggerisce modificazioni e/o evoluzioni del modus operandi dell’omicida, con quant’altro utile hai fini di una più precisa qualificazione della tipologia dell’autore.
  • Quant’altro utile ai fini di giustizia, anche in senso predittivo, con riferimento all’eventualità del ripetersi di nuovi analoghi delitti”.

Per l’espletamento dell’incarico venivano autorizzati a partecipare al sopralluogo ed effettuare i rilievi del caso, a partecipare alle attività peritali medico-legali e balistiche, a raccogliere ogni elemento utile ai fini dell’indagine peritale.

Ci veniva concesso un termine di gg. 60, a far tempo dalla data del deposito delle perizie medico-legali e balistiche e venivamo autorizzati all’uso del mezzo proprio per i necessari spostamenti.

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II – Metodologia dell’indagine peritale

Premettiamo che la presente indagine tiene ovviamente conto delle risultanze della nostra precedente indagine peritale; tranne i punti che verranno esplicitamente menzionati, onde evitare inutili ripetizioni daremo per noti ed integralmente confermati i contenuti della precedente relazione.

Sul piano metodologica va tuttavia segnalata, quale elemento nuovo rispetto alla precedente indagine, la partecipazioni di alcuni di noi alle indagini di sopralluogo, fin dalla tarda serata  di lunedì 9 settembre, ed alle successive operazioni necroscopiche sulle due vittime.

I sottoscritti hanno successivamente mantenuto assidui contatti con i periti incaricati della perizia necroscopica e delle indagini sul frammento tissutale pervenuto in Procura a mezzo di una lettera anonima.

L’attività peritale, è poi proseguita con l’attenta analisi degli elementi registrati degli elementi registrati nella perizia medico legale redatta dai periti fiorentini e si è articolata come segue:

a) Sintesi dei complessivi lesivi rilevati all’indagine necroscopica e la loro valutazione comparativa rispetto ai precedenti casi;

b) Studio analitico dei rilievi inerenti alle lesioni, con particolari riferimento alle mutilazioni degli organi sessuali, comparativamente alle analoghe lesioni degli altri casi.

Si è quindi proceduto alla formulazione di ipotesi di ricostruzione del fatto, allo scopo di coglierne le caratteristiche comuni e differenziali rispetto ai precedenti delitti.

Sono state infine formulate ipotesi in ordine alle possibili dinamiche psicologiche, onde trarne inferenze circa le eventuali modificazioni e/o evoluzioni del modus operandi dell’omicida e circa la conferma o meno delle deduzioni precedentemente proposte relative alle possibili tipologie d’autore.

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III – Il delitto Mauriot Nadine – Kraveichvili Michel (caso n° 8)

Il rinvenimento dei cadaveri è avvenuto lunedì 9 settembre, ma sulla base dei riscontri tanatologici l’epoca della morte è risultata collocabile nella notte tra il 7 e 8 settembre 1985 (sabato/domenica).

Le condizioni atmosferiche erano di cielo sereno; fase lunare di ultimo quarto.

Vittime: Kraveichvili Jean Michel, n. a Montbéliard (F) il 6.3.1960 e Mauriot Janine Gisel Nadine n. a Delle (F) il 16.3.1949, entrambi cittadini francesi, residenti in Francia; si trovavano in Italia per turismo.

Non è dato sapere da quanto tempo fossero in Italia e, in particolare, da quanto tempo si trovassero nella zona di Firenze.

Caratteristiche del luogo: San Casciano Val di Pesa (FI); via degli Scopeti, all’altezza del n. civico 124.

Il luogo è situato a Sud rispetto alla città, in prossimità della Certosa; vi si accede dalla via Cassia (loc. ponte degli Scopeti) ed è in prossimità della superstrada Firenze-Siena e del casello autostradale di Firenze-Certosa. Per la distanza del luogo rispetto alle sedi degli altri delitti, si veda planimetria.

Il luogo del delitto è costituito da una radura (sopraelevata e a dx. rispetto alla strada comunale di cui al bivio anzidetto con la SS. Cassia), con un dislivello di mt. 3,35 circa rispetto alla comunale stessa. Vi si accede a mezzo di uno stradello in sterrato con leggera pendenza in salita, largo circa m. 6 e lungo circa m. 50.

Lo stradello di accesso è delimitato bilateralmente da filari di cipressi; a circa la metà della sua lunghezza, sulla sn., si diparte altro stradello di minori dimensioni, sempre in sterrato, che finisce a fondo cieco e separa circa a metà costa la radura della strada comunale. La distanza effettiva tra strada comunale e radura è di circa 21 mt. di pendio scosceso coperto da vegetazione arbustiva bassa e rada.

La radura – di forma grossolanamente ovalare, estesa circa mt. 20 x 15 con maggiore asse parallelo alla strada comunale – è interamente circondata da vegetazione arbustiva, rada e bassa sul fronte contiguo alla strada e più compatta ed elevata sul fondo e sul fronte di dx. per chi vi accede; completamente aperto ed in continuità aperta con lo stradello è il fronte d’accesso.

La parte dx dello spiazzo appare sepimentata da una siepe arbustiva piuttosto compatta che delimita nell’ambito della radura stessa, un recesso budelliforme a fondo cieco di mt. 3 x 12,50.
Il fondo della radura è in terra battuta compatta ed è percorso da numerose protuberanze lignee costituite da radice emergenti degli alberi circostanti.
Lungo il margine sn. della radura (per chi vi accede), parallela e prospiciente la strada comunale sottostante è allogata una tenda da campeggio con ingresso rivolto all’accesso della radura stessa, seminascosta alla vista da un tronco di albero ad alto fusto.
Posteriormente alla tenda, lungo il medesimo margine è parcheggiata l’autovettura VW Golf appartenente alle vittime.

Posizione dei cadaveri

La donna è stata rinvenuta sotto la tenda, reclinata in posizione semifetale sul fianco sn., con la parte anteriore del soma rivolta all’accesso della tenda (ed il dorso rivolto all’interno, dalla parte dell’autovettura).
L’uomo giace supino presso l’estremo margine dx. della radura per chi vi accede, a distanza di circa 14 mt. dal punto di ingresso della tenda, con i piedi rivolti verso la macchia arbustiva (che qui si presenta elevata e compatta) ed il capo rivolto verso la radura; i piedi del soggetto appaiono sopraelevati di circa 50 cm. rispetto al soma disteso a terra, in quanto poggianti contro la siepe arbustiva.
I dati salienti caratterizzanti la scena del delitto sono compendiabili (oltre a quelli relativi ai cadaveri, descritti a parte) in:

a) – rilievi relativi alla tenda:
• lembi d’accesso alla tenda (in numero di tre: protezione metallizzata di superficie, teli costitutivi propriamente detti di colore giallo, e telo di zanzariera calato sul varco d’accesso) sollevati, con accesso anteriore aperto;
• lacerazione da taglio sul telo esterno, in corrispondenza della parte posteriore (opposto al fronte d’accesso), verticale, che interessa il telo pressoché per tutta la sua altezza, con margini non del tutto regolari;
• piccole lacerazioni lungo il margine posteriore dx. della tenda stessa, a circa 30 cm. dal suolo corrispondente sui due teli, in quello esterno assume aspetto “a strappo” con forma “a L” come per lesione da punta; mentre sul telo interno assume forma rotondeggiante con margini introflessi “pestati”, come per passaggio di proiettile da arma da fuoco dall’esterno all’interno. La diversità dei caratteri delle suddette soluzioni di continuo sui due teli, senza
dubbio riconducibile al medesimo agente lesivo per corrispondenza topografica, è rapportabile alla differente natura ed elasticità dei tessuti costitutivi i rispettivi teli.

b) – rilievi relativi ai reperti nella tenda:
• un materassino rettangolare occupante per intero la superficie d’appoggio della tenda sul suolo, estesamente intriso di sangue in gran parte coagulato;
• due cuscini, disposti all’estremità del materassino lungo il margine dx. della tenda stessa (prospiciente lo spiazzo);
• una coperta, ammassata nell’angolo posteriore a sn. della tenda, parzialmente a coprire il dorso ed i glutei del cadavere della donna e parzialmente sottoposta alla parte inferiore del cadavere stesso; con macchie ematiche in minore quantità che sul materasso;
• gli slip dell’uomo, non macchiati di sangue, parzialmente infilati sotto il materassino nella parte prossima al cuscino e nella sezione più prossima all’uscita, non occupata dal cadavere della donna (e presumibilmente occupata dall’uomo).

Le tracce di sangue e coaguli più cospicue occupano in forma di una grossa chiazza la parte mediana del materassino e vi rappresentano, ancorché ormai asciutte, i caratteri di una “gora”; tale gora, rispetto al cadavere della donna è all’altezza del capo-colloemitorace superiore; minime sono le tracce sulla parte sn. del materassino, (rispetto all’accesso) dove il cadavere poggia con l’emitorace inferiore – bacino ed arti inferiori.

Rilievi sulla radura

Bossoli: rinvenuti (nel corso dei vari sopralluoghi) in numero di nove, prevalentemente prospicienti la parte anteriore della tenda (dove si contavano, in numero di sei, di cui uno appena varcato l’accesso alla tenda) e due lungo il fianco dx., prospiciente la radura, della tenda stessa;
Una chiazza di sangue (E) a circa un metro dall’accesso della tenda (con caratteri di piccola gora);
Un’altra chiazza di sangue sull’esterno margine destro della radura, prossima al cadavere dell’uomo (H);
Un piccolo spruzzo di sangue – al momento non interpretabile – è segnalato sul montante anteriore della portiera dx. dell’autovettura (V); varie tracce rossastre si rilevano nelle fotografie in corrispondenza delle zone di delimitazione dei bossoli C e D riferibili piuttosto a polvere indicatrice collocata dagli inquirenti a scopo segnaletico.
Anticipando a questo punto il bilancio balistico tra bossoli rinvenuti, proiettili repertati (tutti in corso di autopsia) e lesioni da foro d’ingresso e foro d’uscita, descritte sui cadaveri, è possibile la seguente sintesi:

bossoli rinvenuti: 9 (tre nel corso del primo sopralluogo, sei nel successivo sopralluogo; ovvero uno nella tenda, sei davanti alla tenda, due sul lato dx. della tenda).
proiettili rinvenuti: 3 (uno nel cadavere della donna, due nel cadavere dell’uomo), tutti ritenuti.

colpi documentati sui bersagli:

fori d’ingresso 3 nell’uomo
3 nella donna
fori d’uscita 1 nell’uomo (+2 proiettili ritenuti)
2 nella donna (+1 proiettile ritenuto)

Il “bilancio balistico” sui cadaveri è in pareggio, nel senso che il computo tra fori d’entrata, fori d’uscita e proiettili ritenuti è pari.
Non torna invece il bilancio balistico globale, atteso che risultano in complesso repertati 9 bossoli con solo 7 colpi documentati (tutti sui bersagli umani: 3 fori d’entrata sull’uomo, 3 fori d’entrata sulla donna, una lesione da fuoco trapassante sulle dita dell’uomo); mancano cioè “all’appello” sei proiettili.

Rilievi sui cadaveri

Riassumendo, dai complessi lesivi desunti in verbale di esame esterno e di autopsia e da noi descritta analiticamente nei rispettivi schemi, è possibile desumere:

A. NELL’UOMO

1) Complessi lesivi da arma da fuoco che interessano:

a) regione nasogeniena (con foro d’ingresso e proiettile ritenuto, multiframmentato) non produttiva di lesione encefaliche.
b) eminenza tenar, mano sn., con tramite trapassante in senso palmare-dorsale (senza proiettile ritenuto).
c) falangi distali mano sn., interessate in serie da un colpo verosimilmente passato di striscio (senza proiettile ritenuto).
d) braccio dx. (terzo distale) con foro d’ingresso posteriore e proiettile ritenuto nel focolaio di frattura omerale di cui al punto 3.

2) Complessi lesivi da punta e taglio, che interessano:

a) la regione anteriore, del tronco:

• 4 colpi in regione precordiale, penetranti in cavità toracica con direzionalità dall’alto in basso e da sn. a dx. determinanti una condizione di emotorace;
• 1 colpo all’ipocondrio dx. nettamente dal basso in alto determinante lesioni epatiche ed emoperitoneo;
• 2 ferite addominali (iliache, bilaterali, simmetriche); poco profonde;

b) la regione dorsale, con un colpo di direzione trasversale da sn. a dx. che attinge il rachide a livello della 5° vertebra;
c) gli arti superiori: in particolare ai polsi bilateralmente (dorso) ed al braccio sn. posteriormente con ferita particolarmente ampia e profonda; in particolare quella al polso dx. interessa il radio in profondità per alcuni cm. e vi determina una breccia “a stampo”, di forma triangolare, verosimilmente riproducente la forma della punta dell’arma;
d) Il collo, con ferita trapassante che interessa le regioni laterocervicali, (perforante la trachea ma, sembra, non i grossi vasi) con decorso trasversale da dx. a sn.;

3) complesso fratturativo esposto e comminuto al terzo distale dell’omero dx., traumatogeneticamente in plausibile rapporto causale o concausale con la precedente lesione ossea determinata dal passaggio del proiettile di cui al punto 1.d;

4) complessi ecchimotico-escoriativi, di significato aspecifico, al dorso, alla mano dx., all’avambraccio dx., all’ipocondrio sn. ed alla nuca (questi ultimi di aspetto puntiforme, possibilmente riferibili all’impatto col suolo).

L’epicrisi che deriva da una valutazione dei suddetti complessi lesivi (indipendentemente dalla valutazione sul grado di infiltrazione ematica delle singole lesioni, che, come noto, non consente una temporalizzazione sicura delle stesse), porta ad individuare le cause della morte – conformemente a quanto appurato dai periti settori – in una anemia acuta prodotta dall’emotorace e dall’emoperitoneo per le ferite da arma bianca inferte in regione toracoaddominale.

Circa la dinamica dell’evento, limitatamente all’uomo, è da ritenersi che la vittima sia stata raggiunta primieramente dai colpi d’arma da fuoco: non è ipotizzabile se il colpo con ingresso in regione nasogeniena (con proiettile frammentatosi poi all’interno dello spalancnocranio), sia stato esploso mentre la vittima stava uscendo dalla tenda, allarmata dai segni dell’imminente aggressione, in modo tale comunque da non “arrestarne” il tentativo di fuga nella direzione della macchia in quanto non attingente strutture vitali, piuttosto che esploso al termine della vicenda, quale colpo di grazia (possibilmente
ultimo rimasto nel caricatore).

Sembra invece fuori di discussione che il colpo al braccio dx. del soggetto sia stato esploso a tergo dall’aggressore durante la fuga della vittima verso la macchia, contribuendo a determinare la lesione fratturativa di omero.

In tale medesimo contesto è probabilmente da collocarsi anche il colpo di striscio alle dita della mano sn., pur nella variabilità di ipotesi connessa alla pressoché infinità possibilità di movimento della mano.

Successive – e comunque temporalmente ben distinte dalle ferite d’arma da fuoco (in ragione di un impossibile utilizzo contemporaneo dei due mezzi lesivi da parte dell’aggressore) – si collocano le ferite da arma da taglio, che presuppongono, ovviamente, l’avvenuto raggiungimento fisico della vittima (arrestata nella sua fuga sia dalla natura dei luoghi – la siepe di rovi difficilmente superabile – che dalle precedenti lesioni – appunto da arma da fuoco – con conseguente shock psicologico e traumatico).

Lo studio delle sedi e della direzionalità dei tramiti delle lesioni da taglio autorizza a ritenere che in primis la vittima sia stata raggiunta a tergo dall’aggressore che impugnava il coltello con la mano dx. e colpita al dorso da una prima coltellata (2.b) (senza esito, tuttavia, avendo attinto la 5’ vertebra dorsale). Successivamente, aiutato eventualmente dalla retroflessione algogena del collo da parte della vittima, nella medesima posizione da tergo l’aggressore può aver agito afferrando il collo della vittima con il braccio sn. ed affondando la lama del coltello – impugnato con la mano dx. – in regione cervicale (ferita 2.d) (trapassandovi la trachea, senza colpire, a quanto sembra, il fascio nervovascolare relativamente retroposto su piani tissutali più laterali e più profondi) con un colpo vibrato quindi da dx. a sn..

È verosimile che a questo punto la vittima, ormai esausta, sia stramazzata supina al suolo, offrendo il petto all’aggressore, che nel frattempo si sarebbe posto vis a vis con essa.

Il cambiamento di piano nei rapporti tra aggressore e vittima spiegherebbe l’opposta direzionalità dei colpi inferti al torace, rispetto a quelli vibrati al dorso ed al collo.

I colpi vibrati dall’aggressore, che impugnava l’arma con la mano dx., risulterebbero cioè da dx. a sn. nella prima fase di inseguimento e da sn. a dx. nella successiva fase di opposizione (per ribaltamento a terra del corpo della vittima): di questi colpi, ulteriormente conviene distinguere quelli precordiali, tutti vibrati in senso craniopodalico (quindi in serie e con azione diretta), da quello dell’ipocondrio dx con direzione podo-craniale che, da ultimo, è stato vibrato con rotazione inversa del polso, cioè di rovescio, quasi a conclusione e compimento dell’opera.

Nell’ambito di questa ipotesi ricostruttiva, le lesioni da taglio agli arti, che si connotano per la loro particolare destruenza, e pertanto per la particolare violenza dei colpi inferti in quella determinata fase della vicenda – e che hanno i tratti caratteristici delle lesioni da difesa – sembra collocarsi contestualmente alle lesioni dorsali nel momento in cui cioè la vittima sarebbe stata primitivamente raggiunta dall’aggressore, ed avrebbe cercato di divincolarsi con gli arti, scatenando la reazione di questo, il quale, in quel momento, avrebbe messo nell’agire il massimo impegno dinamico.

È infatti comune anche ad altri precedenti casi, un proporzionale decremento di forza nell’agire dell’aggressore in rapporto al progressivo raggiungimento dei singoli obiettivi; per cui ogni intervento appare piuttosto lucido e calcolato sulle effettive necessità del momento per giungere, come nel secondo caso di duplice omicidio, ad una azione lesiva di tipo meramente “saggistico” e contemplativo di cui sono espressive le due ferite simmetriche all’addome, verosimilmente praticate in epilogo alla vicenda.

È in tale contesto che è forse possibile collocare – per la prima volta sulla vittima uomo – le due ferite medio-addominali simmetriche, eguali per caratteristiche morfodinamiche, e prive di una precisa significazione finalistica di tipo offensivo/difensivo.

B. NELLA DONNA

1) Complessi lesivi da colpi d’arma da fuoco (tutti al capo):

a) lesione in regione nasogeniena con tramite superficiale trapassante e direzione dx. > sn. lievemente dall’alto in basso;
b) lesione in regione frontale, parimenti superficiale e trapassante con medesima direzionalità e verosimile medesima dinamica della ferita di cui al precedente punto 1.a
c) lesione in regione parietale dx. penetrante in cavità cranica e mortalmente lesiva delle strutture encefaliche, con proiettile ritenuto in sede extra-cranica temporale controlaterale, e pertanto con decorso trasversale lievemente anteroposteriore;

2) Lesione da taglio al collo (senza o con scarsa soffusione emorragica!!), molto profonda, fino ad interessare la cupola toracica ed il piano costo-vertebrale;

3) Lesioni specifiche, di chiaro significato sessuale:

a) al seno: perdita di sostanza, rotondeggiante, corrispondente l’intera struttura mammaria fino al piano pettorale, caratterizzata inoltre da numerose ecchimosi lineari seriate, sulla cute perilesionale nel quadrante superomediale, in numero di 9, disposte a raggiera, espressive di una reiterata conazione all’atto di taglio provocato da un verosimile difetto di affilatura della lama andata persa nelle precedenti azioni di taglio;
b) al pube, con asportazione dei tessuti molli pubici e sovrapubici e relativo risparmio – questa volta – della vagina propriamente detta; tale lesione è caratterizzata da una linea di escissione piuttosto regolare, anche se – questa volta – non perfettamente rotondeggiante ma più genericamente curvilinea nella sua parte superiore e con due smussature acute nella parte inferiore in corrispondenza delle rispettive pieghe inguinali; presente, invece, una incisura a livello delle ore 11, espressiva di un’interruzione dell’azione di taglio, quale è stata riscontrata in vari casi precedenti.

4) Complessi ecchimotico-escoriativi aspecifici al volto ed agli arti inferiori, quali descritti dai periti settori; ma, in più, sembra di poter se nalare la sussistenza – documentabile sui rilievi fotografici relativi all’autopsia – di aree pergamenacee (espressive di una disepitalizzazione avvenuta in vita o in limine vitae con evaporazione del tessuto, ben differenziabili dall’epidermiolisi semplicemente esfoliativa di significato post-mortale, che per altro risulta interessare diffusamente vari distretti somatici). Tali reperti, che interessano nella specie un’ampia area rettangolare sul fianco sn. e la radice interna delle cosce, bilateralmente, in forma di aree grossolanamente rettangolari, si sono evidentemente faneizzati nelle ore successive al decesso (come frequentemente avviene anche nei traumatismi della strada) e possono essere significativi appunto di un’azione leggermente contusiva, o anche più semplicemente compressiva sulla superficie cutanea, di un soggetto in liminae vitae, tale da produrre un
“pestamento” degli strati epidermici con modificazione dell’assetto idrico tissutale (edema), onde, se il soggetto sopravvive, non resta traccia per l’attività di drenaggio della circolazione linfatica ed il trofismo dei tessuti di rivestimento; ma se il soggetto decede poco dopo l’insulto traumatico, esse restano alterazioni senza ripristino, assoggettate ad evaporazione locale, che assumono appunto l’aspetto giallastro, pergamenaceo, non infiltrato documentativo, nel cadavere, di un avvenuto contatto compressivo, non apprezzabile immediatamente dopo la morte, ma solo col trascorrere di qualche ora.
Tale reperto in tal caso potrebbe assumere significato consimile al reperto morfologicamente affine di doppia escoriazione a linee parallele trovata sulla faccia interna della coscia dx. della donna nel caso Rontini-Stefanacci e renderebbe ipotizzabile in entrambi i casi che la radice delle cosce possa costituire in quella sede punto d’appoggio per le successive attività di eviscerazione. La ricostruzione epicritica del decesso della donna, nella specie, consente di individuare la causa di morte nel colpo d’arma da fuoco esploso in regione parietale dx. (il cui proiettile è stato repertato nella regione temporoparietale controlaterale, a sede extracranica), produttivo, nel suo tramite, di lesioni encefaliche appunto mortali.

Un’ipotesi ricostruttiva delle modalità dell’evento, relativamente alla donna, consente di ipotizzare come primarie le lesioni da arma da fuoco al volto, entrambe con tramite superficiale, le quali, in quanto palesemente “di striscio” rendono plausibile che la donna sia stata attinta dai colpi che le hanno prodotte, in primis, quasi accidentalmente, mentre a qualche titolo ella era in movimento e con un’azione necessariamente approssimativa, “a casaccio”, da parte dello sparatore. Naturalmente la sostanziale identità della direzione dei due tramiti autorizza a ritenere questi primi due colpi in successione tra loro.

Dopodiché, ipotizzando ulteriormente la logica operativa dell’aggressore, è da ritenere che, avendo egli già in mano l’arma da fuoco, in successiva istanza abbia esploso il terzo colpo (prima cioè di impugnare l’arma bianca per produrre la ferita al collo di cui si dirà oltre).

Terzo colpo, esploso, questa volta, in condizioni logistiche tali da poter essere mirato al capo con sufficiente precisione ed in modo da esplicare un potere d’arresto decisivo se non immediatamente la morte della vittima (ipotesi quest’ultima improbabile, e si vedrà il perché).

Come terzo momento dell’azione sulla donna (con un possibile lasso di tempo intermedio necessario all’inseguimento del maschio ed alla sua neutralizzazione) l’aggressore, dopo aver riposto in qualche modo l’arma da fuoco ed impugnando ormai l’arma bianca (che potrà plausibilmente aver avuto già in mano a perfezionamento dell’azione omicida sul maschio), può aver inferto il colpo alla regione sovraclavearelaterocervicale sn. della donna, colpo vibrato in profondità (tale da raggiungere la cavità toracica) con intento evidentemente definitorio sul corpo ancora in vita della donna.

Quarto ed ultimo tempo, la messa in opera del “rituale” e a questo proposito, emergono, di massima, alcune impressioni: l’operazione deve aver avuto luogo prima sul seno, e quindi sul pube; ciò in quanto in corrispondenza topografica col tronco è stata rilevata sul materassino un’ampia gora di sangue con coaguli orientativa, tra l’altro, di un’attività circolatoria ancora in atto nella vittima, mentre minori tracce si sono invece viste sulla parte sn. del materassino, in corrispondenza del pube e del podice.

Quale conseguenza di ciò, discende che all’atto di escissione del seno la vittima aveva ad essere ancora in limine vitae, ciò non contrastando con i tempi di possibile sopravvivenza della donna in rapporto alla lesione encefalica, topograficamente alta (e cioè non bulbopontina sui centri vegetativi). Il che del resto sarebbe asseverato da caratteri di maggiore infiltrazione vitale della suddetta lesione.

La morfologia della lesione del pube, (che a differenza di alcuni casi precedenti non si presentava regolarmente ovalare, bensì con due irregolari incisure simmetriche in corrispondenza delle pieghe inguinali) può essere spiegabile con le condizioni di ristrettezza di spazio derivanti dal dover lavorare l’aggressore all’interno della tenda (e ciò tanto per una maggiore sbrigatività dell’azione, nell’intento di accelerare i tempi, quanto, al contrario, al fine di poter lavorare con calma al coperto dalla vista di eventuali occasionali persone di passaggio).

In tutti i modi è verosimile che il soggetto abbia operato illuminando il campo con una fonte luminosa che, non potendo per ragioni pratiche portare a mani, potrebbe aver avuto saldamente fissata al capo, nell’ambito ad es. di un caschetto speleologico o più semplicemente industriale con luce incorporata.

Non vi sono segni di trascinamento del cadavere, essendo tutte le macchie di sangue riferibili a scolatura e ad imbrattamento dalla fonte principale: a tal proposito è da sottolineare come sul dorso della donna siano evidenti tracce di scolatura di sangue come per materiale caduto dall’alto: esse sono state probabilmente prodotte dal seno ormai prelevato e tenuto sollevato dall’aggressore con una o entrambe le mani, al termine dell’operazione asportativa.

V’è anzi da ritenere che al termine di questa prima fase dell’esecuzione delittuosa l’attore abbia appoggiato tale primo feticcio fuori della tenda, dove appunto in sede di indagine di sopralluogo era stata descritta una piccola ma consistente gora di sangue.

Non sono presenti nella donna lesioni da difesa agli arti, segno e conferma che la stessa era stata precedentemente messa fuori da ogni possibilità di reazione col colpo d’arma da fuoco al capo.

Valutazione della dinamica materiale.

Così esaurita la ricostruzione della dinamica lesiva sulle singole vittime, si ritiene di valutare ora la dinamica delittuosa globale valutata questa volta sotto il profilo sequenziale della condotta del reo, tenuto conto dei rilievi traumatogenetici e traumatodinamici testé effettuati sulle vittime ed in rapporto ai rilievi sullo stato dei luoghi quale emerge dalle indagini effettuate sul teatro del delitto.
Tale ricostruzione generale viene quindi ad essere riassuntiva e connettiva delle osservazioni fin qui espresse.

a) È da ritenere che il reo, giunto probabilmente sul posto con mezzo mobile lasciato parcheggiato a margine della strada comunale che costeggia su di un piano più basso la radura del delitto, abbia prima accortamente studiato il luogo di intervento, decidendo di operare sulla tenda dalla parte posteriore (elemento sorpresa) aprendosi un varco nel telo con uno strumento tagliente (verosimilmente la medesima arma bianca usata per le successive operazioni). Egli deve tuttavia aver trovato, quale fatto non previsto, il secondo telo di riparo, (il che deporrebbe per una non piena dimestichezza con tende da campeggio), che da un lato avrebbe impedito l’accesso all’interno, dall’altro avrebbe evocato l’allarme degli occupanti.

b) È da supporre che l’aggressore a questo punto abbia rinfoderato il coltello (il che pone il problema di un’idonea guaina di collocamento o impugnamento rapido), abbia impugnato la pistola, esplodendo prima un colpo contro lo spigolo della tenda, forse indirizzato verso le voci o i rumori dell’interno della tenda i cui occupanti, allarmati, si accingevano ad uscire. Non è però possibile determinare se esso abbia o meno attinto bersagli viventi: tra le lesioni d’arma da fuoco repertate sulle vittime, sono tuttavia da escludere le due lesioni seriate al volto della donna (appunto perché da ritenersi esplose in successione), così come le lesioni al capo sia sull’uomo che sulla donna, in quanto obiettivi palesemente mirati da luogo scoperto e finalizzati all’uccisione delle vittime; restano perciò quali sole lesioni possibilmente riconducibili a tale colpo esploso contro la tenda, le lesioni alla mano sn. (dita) o, eventualmente, quella al gomito dx. dell’uomo.

c) Quale ulteriore sviluppo della dinamica operativa del reo, è da ritenere che esso si sia spostato rapidamente sul davanti della tenda, ponendosi in vista dell’accesso di questa; da qui infatti stava per uscire, (o era appena uscito), la vittima maschio; verso la quale l’aggressore deve aver esploso verosimilmente un primo colpo di pistola al volto (si vedrà all’autopsia che tale colpo in realtà non interesserà l’encefalo, esplicando quindi sulla vittima solo un effetto di shock traumatico doloroso ma non un vero e proprio potere d’arresto). Ciò darebbe ragione della fuga della vittima verso la macchia, la quale, benché ferita al volto, sarebbe riuscita a percorrere la ventina di metri della radura. (È improbabile, per i motivi che si sono detti in precedenza, che tale colpo sia stato esploso sul volto del maschio ormai riverso sul limitare della macchia; perché, in quel contesto, la vicinanza con il bersaglio avrebbe certamente provocato la penetrazione del proiettile in cavità cranica); d’altra parte ben 9 bossoli sono stati trovati in prossimità della tenda (parte anteriormente, parte sul fianco dx.), deponendo ciò per un’area di azione dello sparatore circoscritta a quella zona e, verosimilmente, in sequenza temporale continua.

d) Al tentativo di fuga del maschio verso la macchia il reo deve aver reagito immediatamente, esplodendo altri colpi verso di lui, che ormai gli volgeva il dorso: a questo momento è possibilmente riferibile il colpo rinvenuto sulla parte posteriore del gomito dell’uomo (causativo o concausativo anche della frattura comminuta di omero).

Si pone a questo punto un delicato momento interpretativo in rapporto alla ristrettezza di tempi nei quali il reo si dev’essere trovato ad agire su due fronti: da un lato, infatti, egli aveva la vittima femmina nella tenda, non sicuramente neutralizzata nelle possibilità di fuga; dall’altro egli aveva la vittima maschio che, benché ferita, stava fuggendo, ancorché quasi alla cieca. Unica ipotesi possibile è che il reo, dimostrando la consueta prontezza di riflessi e lucidità mentale, oltre che una collaudata sicurezza nell’agire, abbia prima neutralizzato ogni possibilità di reazione della donna penetrando velocemente nella tenda e ferendola mortalmente al capo – assicurandosi l’inanimità della donna – e dandosi poi all’inseguimento del maschio, il quale – a causa delle ferite di cui era presumibilmente portatore, del fattore sorpresa e disorientamento, della particolare natura del terreno che egli si trovava a percorrere a piedi scalzi – aveva possibilità di fuga certamente rallentate.

Il reo, nella preliminare ispezione dei luoghi, prima di agire, si era probabilmente reso  conto, origliando, di possibili effusioni in atto tra la coppia all’interno della tenda e poteva quindi essere sicuro che nessuno degli occupanti avrebbe potuto reagire con armi ad un’incursione così repentina in un momento di abbandono.

Ipotizzando quindi che il reo, dopo aver ferito al volto il maschio che stava uscendo dalla tenda, sia dapprima penetrato nella tenda per finire la donna con l’arma da fuoco e si sia dato, immediatamente dopo, all’inseguimento dell’uomo, si giustifica anche il reperto dei nove bossoli in prossimità della tenda stessa, con presumibile esaurimento dei colpi a disposizione nel caricatore dell’arma (che, come noto, sono teoricamente in numero di 9).

Dopodiché, la vicenda si sarebbe dipanata come descritto nella ricostruzione epicritica relativa alla vittima di sesso maschile, nel senso che la vittima sarebbe stata fisicamente raggiunta a tergo dall’aggressore e colpita con arma bianca con le modalità che si sono dette: prima al dorso, poi al collo, quindi al torace-addome.

Dopo aver ucciso la vittima di sesso maschile il reo è presumibilmente tornato sui suoi passi e, operando all’interno della tenda, avrebbe iniziato con calma, la rituale escissione dei feticci: come detto, dapprima il seno (con le citate difficoltà di affilatura del mezzo tagliente), quindi il pube (dove tali difficoltà di taglio non paiono però più documentabili; il che renderebbe possibile l’ipotesi che egli disponesse di un secondo coltello o di uno strumento affilalame).

L’operazione, come detto, deve essere avvenuta all’interno della tenda, con possibilità di illuminazione da lasciare libero l’uso delle mani, anche se con una certa ristrettezza di spazio. L’operatore forse si è messo sul fondo della tenda con le spalle rivolte alla parete posteriore e con il volto verso l’accesso (anche per una naturale cautela di salvaguardia verso eventuali sopravventori), nel ristretto spazio interposto, cioè, tra la parete posteriore della tenda ed il cadavere della donna reclinato sul fianco sinistro; le gambe del reo sarebbero da ritenersi quindi appoggiate al fianco dx. della donna. Da questa posizione, rivolgendo verso di sé il petto del cadavere, il reo avrebbe compiuto l’escissione del seno sn., in presenza di un’attività circolatoria pur minimale nella donna, ruotando poi di nuovo sul fianco il corpo inerte. Sotto tale profilo si potrebbero interpretare anche le aree pergamenacee di evaporazione epidermica (documentate sulle fotografie dell’autopsia) come zona d’appoggio delle gambe e delle ginocchia del reo nella fase dell’operazione.

In tale manovra, il seno ormai escisso, e tenuto in mano dal reo, avrebbe prodotto le gocciolature riscontrate sul dorso della donna.

Deposto all’esterno il primo feticcio (zona di gora davanti alla tenda), il reo sarebbe rientrato di nuovo nella tenda per dare inizio all’escissione del pube, questa volta operando parzialmente di lato (sul lato sin. rispetto all’accesso) dopo aver parzialmente divaricato le gambe della vittima (che peraltro rimaneva comunque con il busto ed il capo reclinati sul fianco sn.).

Anche nel caso in esame il reo deve essersi notevolmente imbrattato di sangue sulle vesti e sulle calzature e ne avrebbe certamente lasciato tracce anche sulla propria autovettura se (come già altre volte supposto) non si fosse spogliato – prima di entrare in macchina – da una sorta di rivestimento superficiale di protezione (grembiuli e calzari di plastica monouso, ad es.) accuratamente raccolti e portati con sé, eventualmente quali contenitori dei prelievi.

A conclusione di questa ricostruzione ipotetica della vicenda, supportata peraltro dagli elementi di maggiore plausibilità, evincibili dai quadri di lesività e dai rilievi di sopralluogo, è possibile di massima sintetizzare alcuni elementi di raffronto con i precedenti analoghi delitti (elementi di raffronto, che tuttavia, in parte sono già stati segnalati nel corso della suddetta ricostruzione analitica dei fatti, per quanto riguarda alcuni aspetti della lesività).

Si confermano quindi di massima gli obiettivi di fondo dell’agire. Tuttavia, la nazionalità straniera della coppia e la sua casuale allogazione nella radura (non prevedibile da un estraneo nei tempi, nella durata e nei modi), conferma la scelta casuale della coppia, o, quanto meno depone per uno studio antecedente piuttosto sommario e contingente delle vittime, in rapporto ad osservazioni occasionalmente effettuate passando sul posto qualche tempo prima e stimolanti tuttavia il rapido perfezionamento del disegno.

Come nei casi precedenti, cioè, sembra di poter confermare che la scelta delle situazioni è in genere del tutto occasionale (anche se può essere oggetto di specifica ricerca nel corso degli spostamenti lavorativi o di diporto che il soggetto indubbiamente attua costantemente nelle zone in questione).

Anche la fase lunare del momento può essere coerente con le scelte fatte dal reo nei delitti precedenti: benché in questo caso, trattavasi di fase in ultimo quarto (il quale, precisamente a quanto risulta dai lunari giornalistici, sorgeva alle 23,31 e tramontava alle 14,34 del giorno successivo); con che la luna veniva ad illuminare, pur debolmente, solo la seconda parte della notte: ipotizzando quindi che il reo abbia voluto scegliere il momento di massima oscurità, è da presumere che ciò sia avvenuto entro le ore 2 (il tempo alla luna di alzarsi utilmente all’orizzonte).

Variabile rispetto ai precedenti casi è invece la presenza della tenda, la quale, a differenza delle altre volte, dove si trattava di autovetture, non consentiva una preliminare ispezione dei soggetti; il reo deve infatti essersi posto il problema della disposizione dei corpi all’interno e deve aver accuratamente studiato le possibilità di reazione degli occupanti; il rischio che potesse trattarsi di una “coppia-civetta” può essere stato valutato e superato sulla base di sopralluoghi effettuati nelle ore o nei giorni immediatamente precedenti, quando ormai la tenda era allogata; ed in tal senso il reo potrebbe essere stato rassicurato dalla nazionalità della coppia, verificata attraverso la targa dell’automobile e l’origliamento dei loro discorsi. In ogni modo, l’ipotesi di una scarsa dimestichezza del reo in tema di “tende” camping potrebbe essere rafforzata dalla sua mancata valutazione che la tenda potesse essere costituita da due teli, con intercapedine interposta (come deporrebbe il taglio posteriore sul primo telo, con evidenti intenti d’accesso, frustrati dalla presenza di un secondo diaframma, tagliare il quale avrebbe potuto dire la fuga della preda, o la messa in atto di efficace difesa).

L’imprevisto ha quindi certamente movimentato l’ulteriore sviluppo della vicenda con una dinamica più serrata e meno prevedibile rispetto alle volte precedenti; anche perché per la prima volta si è avuta la effettiva fuga di uno dei due componenti della coppia (in un precedente caso il tentativo di fuga con l’auto, infatti, aveva preceduto la messa in opera delle rituali operazioni di soppressione fisica del maschio).

Sembra di poter inferire, quindi, che le modificazioni del modus operandi del soggetto siano state condizionate più dalla peculiare situazione contingentemente creatasi, che da un effettivo sviluppo dei disegni operativi predisposti dal soggetto.

E sempre l’imprevisto evolvere della vicenda deve aver portato all’esaurimento dei proiettili nell’arma.

Ciò che in ogni caso colpisce – nella condotta del reo – conformemente a quanto già rilevato a proposito degli altri delitti – è da un lato, la modulazione della forza fisica e della violenza operandi strettamente e solamente in rapporto alle effettive necessità del momento e precipuamente finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo (il prelievo dei feticci); talché, raggiunta la sicurezza operativa, nelle fasi finali l’azione è certamente meno incalzante e, per così dire, più accurata.

Dall’altra, l’estrema elasticità mentale nel far fronte alle situazioni più complesse: è infatti probabilmente la prima volta che il soggetto ha dovuto operare contemporaneamente su più fronti di attività (la necessità di neutralizzare la donna in tenda e di non lasciar sfuggire il maschio) dovendo istantaneamente decidere le priorità dei tempi d’azione.

Un esame comparativo della lesività, rispetto ai precedenti casi, induce ad alcune osservazioni che tuttavia, sotto il profilo predittivo, non consentono alcuna concreta inferenza: per la prima volta in entrambi i soggetti si segnala una lesività da taglio al collo, attuata con chiaro animus necandi, non avendo evidentemente ritenuto il soggetto di aver raggiunto sufficientemente lo scopo con l’arma da fuoco (come nelle volte precedenti forse anche per esaurimento dell’arma); per altro, le modalità dì attingimento della regione cervicale dimostrerebbero una scarsa conoscenza delle strutture cervicali vitali (carotide, giugulare, ecc.), che paiono – a quanto descritto nei verbali d’autopsia – in entrambi i casi, sia pure accidentalmente, risparmiate;

– per la prima volta sono individuabili due lesioni addominali simmetriche sul maschio, apparentemente prive di significati finalistici, ma forse prelusive di ulteriori e diversificati interessi;
– per la prima volta nell’asportazione del pube, è stata lasciata in sede parte della vagina, il che, rispetto alle precedenti occasioni potrebbe aiutare a meglio delimitare il reale campo di interesse del reo (peli?), ovvero le difficoltà alla concia ed al trattamento di un’eccessiva quantità di tessuti molli viscerali, ricchi d’acqua, a tal proposito è d’altronde da supporre che in tale occasione, superate le prime avversità dell’imprevisto, il soggetto abbia avuto poi tutta la calma di agire al meglio nel momento dell’escissione, nascosto all’interno della tenda, e pur nella ristrettezza di spazio, così da scegliere esattamente il voluto (metodicità presente come e più che negli altri casi);
– La localizzazione a sn. del prelievo del seno (già presente nel caso precedente) – anche quando, come in questo caso, poteva essere più agevole, prelevare il dx. che forse si trovava in posizione più accessibile – potrebbe connotare di aspetti simbolici tale scelta, in rapporto alla sede precordiale, quale locus affecti, con eventuale, ipotetico, sviluppo di interessi verso il viscere cardiaco;
– assenti, come in tutti i precedenti casi, invece, le componenti cannibaliche, i segni di strangolamento, la ricerca di contatto con le vittime, i segni di interesse per la vittima maschile, l’asportazione di valori, o ricerca di altri oggetti.

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Valutazione della dinamica psicologica del delitto, avuto riguardo anche ai casi precedenti.

L’uccisione della coppia francese riconosce indubbie connotazioni sessuali che richiamano quelle presentate dal 2°, 3°, 4°, 7° duplice omicidio, essendo gli altri delitti meno chiaramente caratterizzati in tal senso, come abbiamo detto diffusamente nella precedente relazione peritale.

La tipologia delle mutilazioni sessuali (asportazione del pube e del seno sinistro), simile a quella prodotta nel precedente caso Rontini-Stefanacci del luglio 1984, rivela, almeno ad una prima analisi, la tendenza dell’omicida a riproporre l’escissione di organi sessuali in modo analogo o allargato rispetto ai precedenti delitti senza mai “regredire” rispetto ai “livelli” precedentemente raggiunti.

È opportuno tener presente che nel caso Pettini-Gentilcore (1974) la vittima femminile presentava numerose ferite da taglio, alcune delle quali (“di saggio”) delimitavano la zona pubica, zona che è stata poi escissa nel successivo delitto del giugno 1981 (De Nuccio-Foggi); la lesione veniva praticata in termini sostanzialmente identici quattro mesi dopo, il 23 ottobre 1981, in occasione del 4° duplice omicidio (Cambi-Baldi). Nel delitto avvenuto il 29 luglio 1984 (Rontini-Stefanacci) si è realizzato “l’allargamento” delle mutilazioni sessuali al seno sinistro, e le stesse lesioni sono state inferte alla vittima femminile di quest’ultimo duplice omicidio (settembre 1985).

Da rilevare che l’assenza di mutilazioni nel 5° caso del giugno 1982 (Migliorini-Mainardi) e nel 6° caso avvenuto nel settembre 1983 in danno dei due tedeschi, riconosce motivazioni contingenti e probabilmente del tutto estranee alla volontà dell’omicida. L’improvvisa messa in movimento dell’auto della vittima su una strada provinciale trafficata la prima volta e l’assenza di una vittima di sesso femminile la seconda, hanno infatti oggettivamente precluso all’omicida la possibilità di attuare gli ormai “caratteristici” rituali macabri.

L’analisi del comportamento (si rinvia alle ipotesi motivazionali, avanzate nella precedente perizia, che trovano ulteriori conferme in quest’ultimo caso) delinea evidente analogia tra i diversi fatti delittuosi, che si propongono in successione logica tra di loro nell’ambito dell’inesorabile progressione della ritualizzazione degli atti sadici volti a soddisfare il feticismo genitale del soggetto.

Le suddette lesioni presentano marcate analogie anche sotto il profilo morfologico e della tecnica di esecuzione, apparendo tra loro molto simili (cfr. analisi computerizzata di immagini) e prodotte da uno strumento tagliente verosimilmente azionato dalla stessa mano.

Non solo la tipologia e le modalità di produzione delle mutilazioni sensuali, ma anche alcune significative circostanze situazionali, quali ad es. la scelta casuale delle vittime, la preordinata ed accurata individuazione del luogo in cui operare in una notte buia di un fine settimana, avvalorano del resto l’ipotesi che i delitti siano stati compiuti dalla stessa persona, suggerendo peraltro la più che probabile assenza di complici, in quest’ultimo, come negli altri precedenti casi.

A quest’ultimo riguardo si rileva, incidentalmente, che in questa occasione l’omicida ha dovuto affrontare situazioni impreviste e potenzialmente molto rischiose (come sia pure in misura minore, è accaduto in alcuni casi precedenti) che avrebbero comportato la collaborazione di eventuali complici, ove fossero stati effettivamente presenti.

Basti pensare che nelle fasi iniziali dell’azione delittuosa l’omicida si è trovato nella necessità di dedicare la sua “attenzione” sia alla vittima femminile, sempre rimasta nella tenda, sia a quella maschile, che era riuscita ad allontanarsi di parecchi metri dalla tenda e che in ipotesi avrebbe anche potuto sfuggirgli.

Gli elementi fin qui richiamati orientano nettamente verso una qualificazione del duplice omicidio della coppia francese come delitto sessuale definibile con la dizione di “Lustmord”, al pari dei casi precedentemente menzionati, e ribadiscono più che fondatamente l’ipotesi che uno stesso soggetto sia l’autore ed il responsabile di tutti i delitti.

In relazione a quest’ultima affermazione è necessario valutare se, ed in che misura, si siano verificate modificazioni e/o evoluzioni nel “modus operandi” del soggetto, sia per trarre elementi di conferma sull’ipotesi formulata, sia per ricercarne il più compiutamente possibile eventuali significati criminologici aggiuntivi rispetto a quelli proposti nello
studio precedente.

Una ovvia quanto rilevante differenza rispetto ai precedenti delitti è certamente costituita dalla “scelta” di una coppia alloggiata in una tenda invece che di una coppia contingentemente appartata in un’auto, come è avvenuto per il passato.

L’intuitiva evidenza di una così rilevante modificazione del modus operandi dell’omicida risulta però ridimensionata ove si consideri la riduzione del numero di coppie isolate in auto per il diffuso senso di allarme tra gli abitanti della zona e per i ripetuti inviti alla prudenza periodicamente ed opportunamente avanzati dopo il delitto del 1984 dalle Autorità competenti attraverso i mass-media.

Si è perciò probabilmente trattato di una “scelta” per c.d. obbligata, ma forse non scevra di connotazioni di calcolata prudenza, dettate dal timore di incorrere in una qualche “trappola”, ove il soggetto avesse rivolto ancora una volta la sua “attenzione” ad un’auto appartata in un luogo isolato.

Il fatto conferma, ove ce ne fosse ancora bisogno, l’accuratezza con cui l’omicida prepara le sue azioni ed il grado di cautela che adotta nel cercare di prevenire ogni possibile rischio e nel non lasciare nulla al caso.

In ciò è probabilmente aiutato dall’attenta e minuziosa lettura della stampa che finora non gli ha fatto mancare informazioni dettagliate non solo sullo stato delle indagini, ma spesso anche sulle attività di prevenzione programmate; per non parlare del rilievo attribuito dai mass-media ad ogni tipo di ipotesi formulata al personaggio e sul suo modus operandi.

Ci ripromettiamo di tornare più avanti su tale tema, posto che il “dialogo” a distanza tra l’omicida ed i mass-media investe problemi di primaria importanza, specie in rapporto a possibili considerazioni di ordine prospettico.

La scelta della tenda occupata da due turisti stranieri, nel confermare al di là di ogni dubbio la causalità della designazione delle vittime, potrebbe quindi essere stata deliberatamente adattata nell’ambito di una prudente e meticolosa preparazione della nuova azione delittuosa, senza per ciò introdurre sostanziali variazioni nel suo abituale schema operativo, evidentemente volto alla soddisfazione dei suoi perversi rituali sessuali.

È possibile che il soggetto si sia accertato della presenza di una coppia attendata in quel posto isolato durante una delle sue occasionali perlustrazioni, ma è del pari possibile che la sera stessa del delitto egli abbia verificato il fatto attraverso i rumori provenienti dalla tenda se, com’è probabile, i due erano intenti a scambiarsi effusioni amorose.

Quest’ultima ipotesi sembra peraltro congruente con l’interpretazione proposta per la dinamica del duplice omicidio in questione, perché potrebbe forse dare un senso ai primi atti compiuti dall’omicida che, sia detto per inciso, ha dimostrato in questo caso una notevole disinvoltura e capacità nell’alternare l’uso dello strumento tagliente alla pistola.

Supponendo che le due vittime fossero sveglie ed intente a far l’amore e tenendo presente la loro disposizione nella tenda in base alla posizione dei cuscini, è possibile immaginare che l’omicida, magari progressivamente eccitato dalle “voci” e dai “rumori”, contasse di sorprenderli attraverso lo squarcio provocato nella parte posteriore della tenda, senza correre il rischio che i due lo “avvertissero”, qualora avesse deciso di operare dalla parte anteriore, molto probabilmente chiusa solo dalla zanzariera.

La presenza (per lui forse imprevista?) del secondo telo della tenda potrebbe aver vanificato il suo intento, provocando la messa in allarme dei due ed una qualche conseguente reazione. Ciò potrebbe render conto dell’esplosione del primo colpo di pistola esploso “alla cieca” contro la tenda all’indirizzo dei rumori uditi, e del successivo spostamento dell’omicida verso l’ingresso della tenda, da dove potrebbe aver esploso i numerosi colpi sia verso l’interno, freddando la donna con tre proiettili al capo, che verso l’esterno, contro il ragazzo che nel frattempo era riuscito ad allontanarsi.

La disposizione dei bossoli, rinvenuti nei pressi dell’ingresso della tenda ed all’interno in numero di sette e sul lato destro della tenda in numero di due, sembra avvalorare una simile ipotesi.

Una volta uccisa la donna, che è sempre rimasta nella tenda, l’omicida ha raggiunto il compagno di lei che, nudo e ferito, sia pure non mortalmente, si era allontanato verso la macchia di arbusti, aggredendolo dapprima alle spalle con l’arma da taglio e poi vibrandogli diversi colpi al torace con la stessa arma per finirlo, una volta che egli è caduto per terra.

Esaurita questa prima fase che riconosce, al pari dei precedenti casi, evidenti connotazioni di concitazione, disordine, imprecisione e, probabilmente, di eccitamento, l’omicida ha recuperato “calma” e “freddezza” ed ha eseguito con l’usuale abilità e scrupolo i noti rituali sadici, per poi lasciare i due cadaveri in una posizione tale da ritardarne la scoperta.

La vittima di sesso femminile, in altre occasioni estratta dall’abitacolo dell’auto e poi lasciata nel luogo ove vennero praticate le mutilazioni, è stata in quest’ultimo caso lasciata all’interno della tenda, dove non sarebbe stata immediatamente visibile ad un eventuale passante. La vittima di sesso maschile è stata ritrovata in prossimità di una fitta macchia di arbusti, a circa 20 metri dalla tenda, seminascosta da alcuni bidoni di vernice vuoti (di cui la zona contigua era disseminata).

Si deve supporre che una “sistemazione” così discreta del cadavere sia stata deliberatamente ed attivamente adottata dall’omicida poiché una tale collocazione non sarebbe altrimenti facilmente interpretabile.

In realtà il duplice omicidio della coppia francese è stato scoperto quasi due giorni dopo, nel primo pomeriggio di lunedì 9 settembre, con maggior ritardo rispetto a tutti gli altri casi. Ciò può essere naturalmente accaduto in relazione alla nazionalità delle vittime la cui scomparsa non ha provocato l’immediato allarme di un mancato rientro a casa per le giovani vittime; nei precedenti casi, in cui essendo esse residenti nella zona, l’allarme era stato sempre suscitato poche ore dopo il delitto.

Si deve però rilevare che i due cadaveri sono rimasti sul posto per un’intera giornata festiva; ed è difficile immaginare che le persone, probabilmente affluite numerose in collina, non avrebbero trovato prima i corpi, se essi non fossero stati lasciati in posizione riparata.

L’ipotesi di cui sopra non è facilmente dimostrabile, ma è dettata da almeno tre ordini di motivazioni meritevoli, quanto meno, di attenta considerazione:

a) In primo luogo va rilevata la congruenza di una condotta così prudente con l’accuratezza e la cautela con cui il soggetto prepara le azioni delittuose, in particolare quest’ultima, come se avesse calcolato e temuto maggiori rischi.
b) In effetti, dopo il delitto del luglio 1984, le attività investigative sono apparse più intense e più continue rispetto al passato e ad esse è stato indubbiamente dato un maggior rilievo dai mezzi di informazione non solo nel periodo del delitto, ma anche successivamente, fino ai ripetuti “appelli” ufficiali alla prudenza lanciati anche in epoca prossima alla data dell’ultimo delitto. Al riguardo abbiamo già accennato alla indiscriminata pubblicizzazione di dati, programmi ed ipotesi e non sembra fuori luogo supporre una attenta valutazione, da parte dell’omicida, di ogni nuova possibile variabile. Ed essendo fuori discussione la costante attenzione del soggetto per le notizie che in qualche modo possono riguardarlo, è del tutto logico che egli tragga puntualmente i suggerimenti più opportuni, e li traduca nelle necessarie modifiche del suo modus operandi, senza però variarlo mai negli aspetti essenziali e più caratteristici.
c) Va rilevato, infine, che, per la prima volta, il soggetto aveva probabilmente programmato, quale atto successivo al delitto, la spedizione della lettera alla Dott.ssa Della Monica; atto alla cui attuabilità non ha certo nuociuto il ritardo con cui i cadaveri sono stati scoperti. Sembra infatti che la lettera sia stata prelevata dalla cassetta postale nella mattinata di lunedì 9 settembre, mentre la prima notizia del duplice omicidio si è avuta nel pomeriggio dello stesso giorno. Ritorneremo diffusamente su questo particolare episodio, limitandoci intanto a ricordare la laboriosa composizione dell’indirizzo a riprova della possibile prefigurazione dell’invio della missiva con il macabro reperto, tenendo conto che essa può essere stata imbucata la stessa notte del delitto e prelevata solo il lunedì mattina a causa della giornata festiva.

Sembra perciò di poter affermare che anche in questa occasione il soggetto abbia adottato con la consueta meticolosità le cautele strettamente necessarie, senza indulgere ad atti che non avessero una precisa finalizzazione.

Sul piano interpretativo, richiamiamo le ipotesi formulate nella precedente perizia, che trovano ulteriori conferme in quest’ultimo delitto e, per evidenti motivi di sintesi, rinviamo a quanto è stato allora scritto.

Ci preme però ribadire la possibile coesistenza di una grave perversione sessuale con una personalità relativamente ben organizzata e capace di una vita sociale discretamente armonica, perché una simile prospettiva può costituire una chiave di lettura della condotta dell’omicida, gravemente abnorme per molti versi e lucidamente finalizzata per altri.

A tale conclusione portava l’analisi condotta secondo il modello psicodinamico e secondo quello criminalistico (cfr. pagg. 143 e seguenti della precedente perizia).

Va inoltre ricordato che la prevalenza della sessualità fantastica rispetto a quella agita, avvalorata dalla conferma della ritualizzazione dei comportamenti sadici, può forse rendere conto del progressivo compiacimento del soggetto nell’elaborazione di fantasie sadiche, fino alla prefigurazione dell’azione delittuosa, che assume quindi il significato di un “equivalente sadico” dell’atto sessuale.

In questo, come negli altri delitti, non sono stati rilevati elementi che possano far supporre una qualche attività sessuale dell’omicida nel corso dell’azione delittuosa; si conferma anche la mancata ricerca di “contatti” eccedenti le necessità “tecniche” con le vittime; al contrario di quanto spesso accade in omicidi sadici con componenti impulsive, in cui il raggiungimento dell’orgasmo è ottenuto attraverso il prolungamento del contatto con la vittima agonizzante.

Il delitto a danno dei due ragazzi francesi, globalmente considerato, consente dunque positive verifiche delle ipotesi avanzate in sede di conclusione della precedente perizia, sia in ordine alle condotte consapevolmente agite dell’omicida, sia in ordine alle motivazioni ad esse sottese; risultano quindi avvalorate molte delle interpretazioni proposte.

L’aspetto differenziale più significativo e più problematico è però costituito dalle attività post-delictum poste in essere dell’omicida che finora non aveva mai inviato “messaggi” al di fuori di quelli insiti nelle sue azioni criminose, nemmeno in risposta alle “provocazioni” ed alle stimolazioni, dirette o indirette, da parte degli inquirenti o dell’opinione pubblica e veicolati dai mass-media.

Com’è noto, dopo il duplice omicidio è pervenuta al Magistrato Dr.ssa Della Monica, che in passato si era occupata episodicamente di uno dei precedenti delitti, una busta contenente un frammento di tessuto mammario; nei mesi successivi, era stato rinvenuto un proiettile simile a quelli usati in occasione dei diversi omicidi davanti ad un ospedale fiorentino; ed infine, un proiettile analogo sarebbe stato inviato per posta, ai Magistrati inquirenti.

È necessario precisare che del primo episodio abbiamo avuto notizie dirette e che i relativi accertamenti effettuati hanno dimostrato, in termini inequivocabili, la natura del frammento tissutale e 1’istocompatibilità con la ghiandola mammaria della vittima; degli episodi successivi, invece, abbiamo notizie indirette, desunte da quanto la stampa pubblicò al riguardo; e non ci risultano altri dati significativi ai fini della attribuzione degli episodi all’autore dei delitti.

Faremo perciò essenzialmente riferimento al primo fatto e, solo marginalmente, agli altri, per evidenti motivi di opportunità.

Come abbiamo precedentemente detto, è pervenuta alla Procura della Repubblica di Firenze una busta inviata alla Dr.ssa Della Monica, il cui indirizzo, composto da lettere ritagliate da un giornale, conteneva un errore di ortografia. Nella busta era stato posto un piccolo frammento di tessuto organico, risultato poi di natura ghiandolare e certamente prelevato dal seno della vittima, incluso in un piccolo involucro di plastica molto sottile. Le indagini esperite hanno consentito di accertare che la busta fu prelevata dagli impiegati addetti al ritiro della corrispondenza da una cassetta postale, sita in un borgo a media distanza dal luogo del delitto verso le ore 10 di lunedì 9 settembre. Gli elementi circostanziali riferiti suggeriscono, come molto probabile, l’ipotesi che attribuisce all’omicida la confezione e l’invio del reperto, forse la stessa notte del delitto.

Un primo problema concerne però l’individuazione del momento in cui il soggetto ha deciso di raccogliere ed inviare il frammento di seno, essendo intuitivamente importante riuscire a stabilire se l’atto è stato predeterminato, oppure deciso nel corso dell’azione delittuosa, o addirittura deciso in un momento successivo, tenuto conto dei tempi e del fatto che l’omicida potesse disporre del “feticcio” dal quale è stato verosimilmente prelevato il frammento.

Non è evidentemente possibile dare a questo primo quesito una soluzione certa e ci si dovrà muovere necessariamente nel campo delle ipotesi più probabili senza poterne escludere alcuna.

Una prima ipotesi concerne la prefigurazione della specifica azione in esame, o comunque di un qualche atto di natura dimostrativa e/o provocatoria, nell’ambito della preparazione, certamente accurata ed emotivamente significativa, del duplice omicidio. In tale caso il fatto era stato già precedentemente programmato e valutato ed è solo possibile che alcuni dettagli tecnici siano stati decisi nel corso dell’attività delittuosa.

Alcuni importanti aspetti della dinamica criminosa deporrebbero a favore di una siffatta ipotesi, se interpretati nel senso proposto nelle pagine precedenti, posto che essi non sarebbero altrimenti di facile definizione.

La confezione dell’indirizzo sulla busta, di non facile ed immediata esecuzione specie se si tiene conto delle precauzioni necessarie ad evitare il rischio di fornire un qualche elemento di identificazione personale, e la supposta intenzionalità di ritardare il rinvenimento dei due cadaveri, potrebbero già risultare indicativi in questo senso. Non è pertanto molto attendibile, anche se teoricamente possibile, che il soggetto, nella fase di allontanamento dal luogo del delitto, abbia provveduto ad imbucare la lettera in una località relativamente lontana, quasi certamente non scelta casualmente, per confondere ulteriormente le indagini o, comunque, per evitare di favorirle inconsapevolmente.

Tale ipotesi, indubbiamente plausibile ed abbastanza coerente con le caratteristiche di cautela abitualmente adottate dall’omicida, assumerebbe maggiore significatività ove si ritenesse che in questo caso l’omicida avesse temuto di correre maggiori rischi.

Basti ricordare, al riguardo, che in epoca successiva al delitto avvenuto nel 1984 i mezzi di informazione hanno dato grande rilievo alle indagini svolte, alle attività programmate e ad ogni sorta di ipotesi con una continuità maggiore rispetto al passato. In particolare, in coincidenza con l’estate e ad un anno dal precedente delitto, sono stati diffusi appelli ufficiali alla prudenza ed il tema della catena di delitti è stato riproposto con grande rilievo dai mezzi di informazione, che più volte hanno fatto riferimento alla predisposizione di supposti piani di prevenzione e di intervento, pronti ad entrare in funzione al primo allarme.

Non è quindi difficile immaginare che l’omicida, attento come sempre a registrare puntualmente ogni notizia utile fornita dai mezzi di informazione, abbia attentamente considerato la situazione, modificando nel senso di una maggiore cautela il suo modus operandi, senza però variarne, nemmeno marginalmente, gli aspetti contenutistici sostanziali, per lui evidentemente irrinunciabili. Né si può escludere, sul piano delle mere ipotesi, che i supposti maggiori rischi possono essere stati percepiti dal soggetto in termini di “sfida” alla sua onnipotenza, procurandogli stimolazioni aggiuntive ed un compiacimento altrettanto più intenso nella preparazione dell’impresa, tenuto conto di quanto si è detto a proposito del prevalente ruolo dell’elaborazione fantastica.

L’invio del frammento di seno alla Dott.ssa Della Monica potrebbe allora assumere il senso di una risposta provocatoria o di un messaggio volto a testimoniare il macabro trionfo.

Non vanno però affatto sottovalutate le altre due possibilità menzionate, perché nessun elemento di fatto consente di escludere con certezza che l’idea di inviare “il messaggio” possa essere nata durante l’esecuzione del delitto o successivamente, almeno fino tutto il giorno dopo. Anzi, per un certo verso è più plausibile che le attività preparatorie alla spedizione della lettera (che comportano “il prelievo” del piccolo frammento, attuato con buone tecniche) abbiano richiesto “calma”, “tempo” e “cautela”.

In tale senso è evidente che le attività connesse alla compilazione della busta, alla preparazione del frammento ed al deposito della lettera nella cassetta postale debbano essere state espletate il giorno successivo all’omicidio, nel quale l’omicida si dedica
verosimilmente alle operazioni di conservazione dei feticci asportati.

Non è in ogni modo possibile giungere a conclusioni certe e ciò non solo per l’assenza di elementi di valutazione sicuri, ma anche perché l’imprevista diffusione della notizia, da parte della stampa, non ha consentito di tentare l’acquisizione di dati aggiuntivi ed ha pregiudicato la verifica delle ipotesi sopra formulate.

Un secondo aspetto concerne la scelta della Dott.ssa Della Monica quale destinataria della missiva. Risulta che la Dott.ssa Della Monica da anni non si occupa delle inchieste relative ai delitti attribuiti al c.d. “mostro” e non fa comunque parte del team di Magistrati incaricati delle indagini riguardanti gli ultimi delitti.

Nell’ipotesi, senz’altro probabile, che il c.d. “Mostro” abbia fatto una scelta deliberata/mirata del destinatario della missiva, più che all’attuale attività della Dr.ssa Della Monica bisogna forse far riferimento all’attività professionale di Magistrato svolta
in passato, sia a Firenze che in altre località della Toscana.

Abbiamo ripetutamente accennato in passato a possibili condotte abnormi e/o antigiuridiche, di entità relativamente non grave ma cariche di significati sessuali, probabilmente espresse dal soggetto in epoca antecedente ai duplici omicidi e/o negli intervalli di tempo, sovente lunghi, tra i diversi delitti. Non può dunque essere trascurata l’ipotesi che il soggetto abbia conosciuto la Dr.ssa Della Monica a ragione della sua attività professionale; da qui la scelta della Dr.ssa Della Monica quale destinatario delle missive: ipotesi ancor più suggestiva ove si attribuisca allo stesso soggetto l’invio delle lettere contenenti un proiettile di pistola ai Magistrati attualmente titolari dell’inchiesta sui duplici omicidi.

La scelta di una donna magistrato come primo destinatario dei messaggi verrebbe così a rispecchiare più “condizioni”, ove il soggetto avesse conosciuto in precedenza la Dott.ssa Della Monica per ragioni processualmente ma non contenutisticamente estranee alla vicenda attuale (indicata su comportamenti apparentemente privi di particolari significati ma simbolicamente significativi per il soggetto).

In alcuni dei casi descritti in letteratura e riportati nella precedente perizia si è del resto rilevata una attenzione compiaciuta dell’omicida nel seguire attentamente le notizie fornite dalla stampa sulla sua “impresa” e, successivamente, l’insorgenza del bisogno di “comunicare” ad altri in un qualche modo alcune sensazioni sperimentate.

Nel caso in esame, risulta che per moltissimi anni il soggetto ha “gestito” autonomamente tutte le esperienze e le sensazioni connesse ai diversi delitti, sordo ad ogni stimolazione diretta o indiretta, casuale o intenzionale, comunque indotte. Ciò sembrerebbe coerente con la prevalenza della componente “fantastica” del suo comportamento perverso e con la ricerca di soddisfazione dei suoi bisogni attraverso la prefigurazione e l’esecuzione dei delitti ritualizzati e la “successiva utilizzazione dei feticci”.

Per la prima volta, invece, il soggetto ha inteso dare un preciso segno di sé con l’invio alla Dott. Della Monica di un macabro messaggio; e, forse, ha successivamente inteso proseguire il “dialogo” con gli inquirenti abbandonando un proiettile davanti all’ospedale ed inviando altri proiettili ai Magistrati.

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IV – Studio analitico dei rilievi inerenti la lesività materiale

L’asseriamento ed il confronto dei dati morfologici relativi ai rilievi di sopralluogo e di autopsia, nonché di quelli emersi dalle indagini specialistiche successivamente eseguite, ha permesso, al di là di una valutazione circa la dinamica materiale degli eventi, di riferire ipotesi circa il meccanismo lesivo che ha operato con particolare riguardo alle caratteristiche del mezzo tagliente impiegato.

Ad una valutazione della Meccanica degli eventi lesivi si è quindi fatto seguito con la costruzione di un modello teorico circa le caratteristiche (prevalentemente di forma e dimensione) dello strumento tagliente, raffrontando i dati attuali con quelli disponibili e relativi ai casi precedenti, fruibili per una digitalizzazione delle immagini.

A tale scopo sono stati studiati tutti negativi relativi e sopralluoghi ed alle indagini autoptiche e microscopiche, nonché, per il caso del duplice omicidio attuale, quelli eseguiti con pellicola intraossea.

I preparati microscopici relativi alle zone interessate dalle azioni lesive sono stati studiati in microscopia elettronica in scansione (SEM) ed analizzati in spettrofotometria di assorbimento atomico (AAS) e in microanalisi (EDAX) a dispersione, per la ricerca e la determinazione di elementi chimici allo stato metallico.

La necessità di operare con analisi di immagini (AI) è emersa dalla constatata diversità tra un’operazione discriminante, tesa la valutazione di un fattore casuale per esclusione di altre cause, ed una decisionale, induttiva di un concetto riguardante l’evento nella sua globalità e complessità: al fine del raggiungimento di quest’ultima occorre procedere alla traduzione delle immagini in dati numerici, trattabili quindi in via informatica per la ricerca di particolari non distinguibili dall’occhio umano e per confronti altrimenti complessi e soggetti ad errori interpretativi.

Materiali e Metodi

È stato impiegato per l’AI un programma originale Tesak per la costruzione di aree, perimetri e conteggi di punti di repere, nonché per l’esclusione di funzioni statistiche relative alla popolazione di pixel in cui sono state scomposte le immagini per la loro parametrizzazione.

I parametri sono stati ottimizzati per i seguenti algoritmi: 

Fert X: calcolo della proiezione dell’area sull’asse delle ascisse.

Fert Y: Calcolo della proiezione dell’area sulle ordinate.

PER: Perimetro ed area

RNDF: La funzione calcola la formula dell’area per valori compresi tra 0 (retta) è 1 (cerchio) ottenendo un indice di eccentricità.

LUM:  parametro inerente la scala predefinita di livelli di grigio o di colore indicante la posizione e la distribuzione quantitativa di elementi di immagine preselezionati (ad es. tessuto biologico messi allo scoperto da una soluzione di continuità)

X Bar: Baricentro di un punto rispetto alle ascisse.

Y Bar: Baricentro di un punto rispetto alle ordinate.

POS: Orientamento di una immagine rispetto ad un sistema di riferimento cartesiano interno o esterno all’oggetto.

Si riporta di seguito una sintesi relativa ai tre casi precedentemente sottoposti ad AI, per un successivo confronto con gli attuali. Sono stati esaminate due soluzioni di continuo (pube ed incisura pubica superiore) su immagini piene ed in scala.

Tutti i soggetti hanno subito una azione lesiva attuata con mezzo tagliente dopo essere stati attinti da colpi d’arma da fuoco. I soggetti sono stati siglati con le lettere A B C che fanno da riferimento anche per le lesioni pubbliche, mentre con le lettere D E F sono indicate le incisure ad ore 11 sempre in regione pubica.

L’indagine SEM è stata applicata con successo solo per il caso C sia per quanto attiene la lesione pubblica che quella mammelare sn.

Numero di misure: 8
Numero di classi definite: 8
Unità di misura: cm

Definizioni delle classi:

X BarY BarFert XFert Y
A– 1.9496.69211.04518.171
B5.7020.85211.77912.880
C7.1341.46111.63112.880
D9.4717.4240.9220.654
E11.0514.3070.7141.398
F-5.11912.9491.6701.491

PERAREARNDFLUM
A51.318141.7380.676192.975
B39.41696.4710.780143.896
C42.010108.4490.772148.407
D2.8930.4270.642186.776
E3.6140.6290.605170.319
F5.2381.5790.723223.599

Le soluzioni di continuo per i tre casi esaminati presentano quindi valori sovrapponibili per le Fert X (soprattutto A, B e C) mentre Fert Y individua un valore maggiore di circa il 6% per A; sostanzialmente sovrapponibili valori di area per A, B e C, rispettivamente, per D, E ed F.

I valori di RNDF suggeriscono un andamento caratterizzato da una sostanziale uniformità dei parametri posizione e baricentro. La luminosità indica che la percentuale di tessuto muscolare asportata dalla soluzione di continuo operata dal meccanismo lesivo è in immodificata nei singoli casi, dato questo che fa supporre una costante ed uniforme modalità di azione e l’Impiego di un mezzo tagliente identico ad opera della stessa persona fra un episodio e l’altro.

Nel caso in esame si identifica distribuzione dei valori di area e perimetro, senza che quindi emergono sostanziali variazioni circa l’aspetto delle lesioni del pube e mammellare sn.

X BarY BarFert XFert Y
-1.0105.70010.99515.020
PERAREARNDFLUM
54.400160.6690.660180.875

Piuttosto il numero, la posizione e l’andamento di sottili linee di abrasione a livello del quadrante sopramammillare sn indicano come queste possono essere state prodotte per l’azione di un coltello a due fili di lama, uno liscio orientato al taglio e al capezzolo, che produce una ferita a margini netti e a fondo piano (indici RNDF e LUM), uno invece zigrinato, opposto al primo, capace di produrre le suddette abrasioni quando il coltello venga appoggiato alla cute durante il movimento di torsione del polso(fig. 1 e 2).

In particolare (Fig. 2) le abrasioni si interrompono contro una linea immaginaria e obliqua di traverso allo sterno, che corrisponde allo accavallarsi del l’ulna su radio dell’attore,  situazione che esita nel blocco fisiologico del movimento di torsione del polso. In particolare, questa configurazione di linee abrasiva depone per un movimento di torsione di un arto destro, con un movimento di taglio dal basso verso l’alto e da destra a sinistra. In posizione frontale rispetto alla vittima, posizione che non muta, per cui da difficoltà di proseguire l’azione di taglio è causa della torsione del polso e dell’avambraccio provoca un cambiamento di inclinazione del tagliente della forma, che viene ad essere maggiormente premuto sulla cute e appoggiata sul margine a filo seghettato, il quale può produrre le citate abrasioni.

L’andamento della forma del canale prodotto dal meccanismo di abrasione deporrebbe poi per una conferma della conformazione seghettata di uno dei due taglienti della lama.

Come descritto in figura (Fig.3A), un margine a cuspidi produce una lesione a borti paralleli (I) che termina con un deposito di detriti cellulari (II): un margine semilunare (Fig- 3B) produce inizialmente una lesione a bordi paralleli (I), ma la maggior porzione del tagliente (rispetto al caso A) a contatto con la cute produce una maggiore quantità di detriti cellulari (II) che per inerzia determinano un allargamento del canale; una volta espulsi (III) questi torna a margini più ravvicinati, e così via.

Dei meccanismi possono essere amplificati dalla perdita del filo di taglio dovuto alla precedente colluttazione che riconosce fra le altre lesioni una particolare incisura da punta da arma bianca al livello (illeggibile) radio dell’avambraccio sn del sofggetto maschile.

Questa lesione presenta tutte le caratteristiche della ferita da punta, e si approfonda per alcuni mm. nel piano osseo a sezione triangolare a margini smussi (Figg. 4 e 5 ).

Si rafforza quindi l’ipotesi della lama a due diversi figli di taglio, dei quali quello zigrinato potrebbe aver causato la rima di frattura “C” (Figg. 4, 5 e 6) a causa della discontinuità del tagliente che genera una variazione del rapporto nel tempo, fra le risultante dell’azione di taglio e quella di compressione che tende ad aumentare nel passare da un dente del filo all’altro.

La lama presenterebbe inoltre una faccia piana e un dorso carenato di rinforzo (margine ottuso della lesione); è però da considerare come la linea di frattura “C” potrebbe trarre la sua origine anche da una conformazione della punta del coltello di tipo diverso dalla sezione della lama; questa discontinuità teoricamente dovrebbe esitare in un improvviso aumento della componente di comprensione rispetto a quella di taglio.

Il coltello dovrebbe quindi essere dotato di una lama robusta con doccia di rinforzo, avere due fili di taglio, di cui uno zigrinato (tipo sub) e possedere caratteristiche  di notevole robustezza; i dati sopra elencati indicano quindi come il coltello appartenga con grande verosimiglianza ad un modello sportivo comunque speciale.

V – Considerazioni conclusive

Rinviando a quanto sin qui detto, dobbiamo anzitutto rilevare che gli omicidi di Mauriot Nadine Geannine Giselle e Kraveichvili Jean Michel non presentano, rispetto ai precedenti delitti, caratteristiche differenti tali da avallare l’ipotesi che a commettere l’omicidio della coppia francese sia stata una persona diversa da quella che ha compiuto i precedenti omicidi.

A parte quanto concerne il comportamento post-delictum, sul quale torneremo appresso, si delineano evoluzioni del modus operandi tali da modificare gli orientamenti valutativi da noi espressi nella precedente relazione peritale in ordine alla tipologia del delitto (lustmorder) ed in ordine alla personalità dell’autore.

Rinviamo in proposito alle considerazioni sin qui espresse per rimarcare che la dinamica materiale e la dinamica psicologica del delitto, pur discostandosi per alcuni aspetti particolari da quella dei precedenti delitti, non è comunque tale da suggerire
sostanziali modificazioni della criminogenesi e della criminodinamica.

Il delitto della coppia francese – che riconosce le inequivocabili connotazioni dei delitti sessuali presenti nel secondo, terzo, quarto e settimo duplice omicidio – conferma anzi molte delle ipotesi precedentemente formulate:

a) relativamente alla scelta casuale della coppia;
b) relativamente alla freddezza ed alla determinazione con cui il piano delittuoso viene elaborato e condotto a termine;
c) relativamente all’agilità, alla presumibile complessione somatica ed alla forza muscolare dell’omicida;
d) relativamente alla capacità dell’omicida di far fronte a situazioni nuove ed impreviste e a mettere in atto rapidamente una strategia difensiva;
e) relativamente alle caratteristiche con cui usa l’arma da fuoco e l’arma bianca, oltre che relativamente alla scelta dei luoghi e dei tempi (fasi lunari, ecc.).

Come emerge dalle pagine precedenti, malgrado il delitto rifletta una situazione nuova rispetto al passato (coppia alloggiata in una tenda, fuga dell’uomo, ecc.) sussistono marcate analogie fra le lesioni sia sotto il profilo morfologico che della tecnica di
esecuzione, come documenta l’analisi documentata di immagini.

In sostanza il fatto nuovo consiste unicamente nella scelta di una coppia alloggiata in una tenda piuttosto che in un’autovettura; ma al riguardo abbiamo già chiarito che la scelta può essere stata in un certo senso obbligata o del tutto può aver obbedito a criteri di cautela in rapporto ad ipotesi di auto-civetta diffuse dalla stampa. Non si può invece considerare fatto nuovo il comportamento concernente l’esecuzione del delitto che è stato condizionato da situazioni impreviste ed in particolare dalla fuga dell’uomo e che ha confermato la capacità del soggetto di adeguare alla situazione l’uso alternato dell’arma da fuoco e dello strumento da punta e taglio. A quest’ultimo proposito le indagini praticate hanno consentito di stabilire con maggiore verosimiglianza rispetto al passato le caratteristiche dell’arma bianca: nel senso che si tratta presumibilmente di un coltello dotato di una lama robusta e con due fili di taglio, di cui uno forse zigrinato, corrispondente ad es. ad un modello sportivo.

In conclusione le indagini praticate hanno messo in luce, rispetto ai precedenti delitti, elementi differenziali significativi in ordine alla dinamica dell’azione delittuosa ma non tali da indurre divergenze valutative in ordine alla tipologia d’autore ed alla analisi del comportamento.

Le modificazioni del modus operandi concernono semmai il comportamento postdelictum, con riferimento all’invio del “messaggio” alla Dott.ssa Della Monica, ovvero all’inizio di un “dialogo” con gli inquirenti.

Si tratta, a ben pensarci, di un comportamento posto in atto dopo il delitto, ma non per questo qualificabile (..) esperienze che si concludono puntualmente nelle esecuzioni di delitti caratterizzati da rituali sadici.

Intendiamo con ciò dire che prescindendo dall’analisi delle motivazioni (sfida, provocazione, affermazione di onnipotenza, ecc.), il comportamento messo in atto dal soggetto testimonia una intervenuta difficoltà a gestire le proprie emozioni, e si qualifica nell’ambito di dinamiche psicologiche che chiamano direttamente in causa i rapporti fra il c.d. “mostro” ed i mass-media.

È difficile ipotizzare gli ulteriori sviluppi della situazione, ma tutto induce a rilevare che sino ad un certo punto il soggetto ha utilizzato la stampa al fine di dedurre elementi informativi atti a “verificare” e/o a “migliorare” il suo modus operandi; mentre in occasione dell’ultimo delitto il soggetto ha modulato il suo comportamento anche in funzione delle suggestioni ricevute dai mass-media. Vale a dire che ad una gestione “privata” delle notizie disponibili ed una totale indifferenza per le “stimolazioni” di ogni genere contenute nella cospicua pubblicistica che lo riguarda, si va sostituendo un diverso approccio ed una diversa prospettiva che non è più – o quanto meno non è solo – di mero “ascolto” utilitaristico, ma è di “comunicazione” tanto da dar luogo ad una forma di “dialogo”, seppure aberrante.

Abbiamo chiarito nella precedente relazione che il comportamento tenuto dal soggetto nell’arco di un lunghissimo periodo caratterizzato da lunghi intervalli tra un delitto ed un altro, è tale da portare ad escludere che si tratti di un malato mentale. Nulla autorizza a modificare l’opinione da noi precedentemente espressa, ma l’analisi della condotta messa in atto dopo l’ultimo delitto autorizza ad ipotizzare che, nell’economia gestionale della propria situazione emozionale, il soggetto è andato incontro ad una progressiva espansione di sapore paranoideo perché tendenzialmente volta a sottolineare in termini più espliciti rispetto al passato il suo vissuto di onnipotenza.

Tutto ciò ribadisce l’estrema importanza, in termini predittivi, dei rapporti fra il c.d. “mostro” ed i mass-media, con riferimento ai presumibili effetti indotti dai mass-media sulla modulazione dei comportamenti futuri (con riferimento non solo ai comportamenti delittuosi di per se stessi considerati, ma anche ad azioni che fuoriescono dall’economia dei delitti e che espongono al rischio di una identificazione dell’autore).

Da un lato, dunque, va segnalata l’azione di stimolo che i mass-media possono svolgere nei riguardi della prosecuzione dell’attività delittuosa e va ribadito come l’indiscriminata pubblicazione di notizie di carattere riservato pregiudica la validazione di ipotesi precise in ordine ad una risposta diversa da quella immaginata dall’autore dei messaggi, o, comunque, inscritta in un preciso progetto investigativo.

Dall’altro, va però segnalato, anche sulla scorta dell’esperienza suggerita dalla letteratura straniera, il ruolo positivo che la stampa può svolgere inficiando la capacità di gestione emozionale del soggetto (al riguardo, pur confermando l’ultimo duplice delitto l’assenza di una patologia psichiatrica in atto, si rinvia a quanto precedentemente affermato circa i tratti di personalità dell’autore dei delitti, cfr. pagg. 177 e segg. della precedente relazione peritale).

Avviandoci a concludere, possiamo affermare che quest’ultimo duplice omicidio a danno della coppia francese è attribuibile allo stesso autore dei delitti precedenti e si pone in successione logica, sul piano criminogenetico e criminodinamico, con i precedenti delitti.
Le modificazioni del modus operandi emerse dalle valutazioni da noi effettuate sono in parte legate a fattori di ordine situazionale ed in parte legate all’emergenza di “nuovi bisogni” che nulla hanno a che fare con l’economia dei delitti

(.. Parte illeggibile).

…stro” con gli inquirenti e con l’opinione pubblica. Quest’ultimo problema chiama indirettamente in causa i rapporti fra il c.d. “mostro” ed i mas-media che meritano la massima attenzioneanche ai fini predittivi.

Si riportano, in appendice alla presente relazione, gli schemi corporei in base alle lesioni subite da Kravechvili Jean e Mauriot Nadine.

Si riporta inoltre un pro-memoria concernente la programmazione delle operazioni di sopralluogo in rapporto all’ipotesi di ulteriori delitti.

I Periti

Prof. Francesco De Fazio
Prof. Salvatore Luberto
Prof. Ivan Galliani
Prof. Giovanni Pierini
Prof. Giovanni Beduschi

20 Novembre 1985 Trascrizione perizia De Fazio

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