L’8 Ottobre 1985 il Dott. Francesco Narducci è impegnato in una sessione di esami presieduta dal primario di Gastroenterologia, il Professor Antonio Morelli, amico di famiglia da lunga data e suo testimone di nozze.

Un infermiere, Giuseppe Pifferotti, risponde ad una telefonata di una persona che richiede al telefono il Dott. Narducci, sono circa le 13.00. L’infermiere avverte il medico che si alza, esce dalla stanza e risponde al telefono. Subito dopo aver riagganciato la cornetta rientra nella stanza degli esami e si avvicina al Prof. Morelli e a bassa voce gli comunica che è costretto ad allontanarsi, subito, a causa di un impegno improvviso. La cosa stupisce tutti i presenti, a cominciare proprio dal Prof. Morelli che in seguito dirà di aver pensato, sul momento, a un’emergenza di carattere personale.

Il Dott. Narducci passa velocemente dall’ufficio per riprendere le sue cose e si affaccia dalla segretaria chiedendole di spostare all’indomani gli esami previsti per il pomeriggio. Dei motivi di quell’uscita anticipata il medico non dà spiegazioni a nessuno.

Circa a metà mattinata, Narducci incrocia il collega Giovan Battista Pioda, che cosi lo descrive: “Non sembrava affatto rilassato, non indossava il camice ma un giubbotto scamosciato. Lo salutai e stranamente non mi rispose. La cosa mi sorprese molto, visto che Francesco era sempre educato e corretto. Mi sembrò pensieroso, camminava guardando dritto davanti a sé”.

Il Dott. Narducci esce dal Policlinico e sul piazzale incontra altri colleghi.

Il Dottor Franco Aversa sta arrivando in quel momento con già addosso il camice. Deve montare di guardia, l’orario è circa le 13.30 dato che il cambio di turno avveniva alle 14.00. Dopo alcuni convenevoli, Francesco gli rivolge una proposta inaspettata, di accompagnarlo al lago, vista la bella giornata. Questo uno stralcio della sua testimonianza del 29 maggio 2002: “Quel giorno e cioè l’8 ottobre 1985 vidi Francesco nel Piazzale d’ingresso del Policlinico. Posso affermare con certezza che l’orario in questione, verso le ore 13,30-14,00, coincideva con il cambio di guardia medica, turno che personalmente iniziai alle ore 14,00 circa. Francesco era uscito dall’Istituto e quando mi vide iniziammo a parlare, poi mi chiese se volessi accompagnarlo al lago a fare un giro in moto vista la bella giornata; mi pare che proprio davanti all’Istituto vi fosse parcheggiata la mia moto. Io, che indossavo la divisa prevista per la guardia medica, gli dissi che non potevo andare con lui perchè iniziavo il turno. Ricordo con certezza che mandai bonariamente a quel paese Francesco perchè pensavo volesse prendermi in giro atteso che iniziassi proprio allora a lavorare ed era evidente la mia impossibilità a seguirlo. Qualcuno ci invitò a prendere un aperitivo al bar, cosa che avvenne. Francesco, dopo aver consumato assieme a noi la bevanda, mi salutò e si diresse verso il parcheggio di Monteluce dove di solito teneva la moto e la macchina.

Durante il tragitto incontra un altro collega, il dottor Claudio Cassetta, che di quell’incontro frettoloso conserva, a distanza di anni, solo una sensazione: “Ebbi l’impressione che volesse confidarsi con qualcuno. Ricordo perfettamente che indossava una maglietta”.

Narducci arriva al parcheggio e sale a bordo della sua Citroen Cx azzurrina e prende la strada di casa.

Quando Arriva a casa ed apre la porta la moglie Francesca Spagnoli non nasconde il suo stupore per quel ritorno inatteso. Sa che aveva svariati impegni in ospedale e non pensava che sarebbe rientrato per il pranzo. Francesco le spiega che all’ultimo minuto a deciso di rincasare per un pranzo veloce e che sarebbe tornato in ospedale nel pomeriggio, ma non avrebbe fatto tanto tardi; aggiunge che in prima serata c’era un programma in televisione che lo interessava.

I due coniugi consumano insieme in fretta un pasto frugale, riso integrale in bianco. La moglie, mentre sparecchia la tavola, lo sente parlare con i suoi parenti al telefono, forse con la madre, forse con il fratello Pierluca, che pur essendo sposato a pranzo si ferma spesso a casa dai genitori.

L’ultima telefonata di Narducci è a Giuseppe (Peppino) Trovati, il proprietario della darsena di San Feliciano sul lago Trasimeno, dove la famiglia ha una villa e una barca. Da lui si informa se il natante è ancora in acqua e funzionante, ricevuta conferma positiva lo preavverte che arriverà alla darsena entro breve.

A quel punto saluta la moglie rinnovando l’appuntamento per cena e anziché il consueto e fuggevole bacetto sulla guancia, la bacia sulla bocca, a lungo e con passione. Francesca lo vede uscire con indosso un paio di jeans marca Burberry che lei stessa gli aveva regalato per il suo trentaseiesimo compleanno, festeggiato pochi giorni prima. 

Francesco Narducci si allontana con la sua motocicletta Honda 400 Four Sport targata PG 102777. Il medico invece di tornare in ospedale si dirige verso il lago Trasimeno, imbocca la superstrada E45 per San Feliciano, piccola frazione di Magione, sulla sponda orientale del Trasimeno. Impiega circa un quarto d’ora, e prima di recarsi alla darsena passa dalla villa di famiglia che sta alla fine di una strada stretta e in salita. Non è dato sapere quanto si trattiene in casa, non essendoci testimoni. Si sa però che quando lascia la villa lo fa a grande velocità, come racconta un vicino, Alberto Buini, e come prova il segno profondo della sgommata sulla ghiaia davanti all’ingresso.

Percorre il chilometro in discesa che lo separa dalla darsena. È ormai pomeriggio inoltrato quando arriva alla darsena.  Lascia la moto sotto un Salice, dove verrà ritrovata, e saluta Peppino Trovati. I due si conoscono bene e il Trovati riferirà poi che Narducci gli sembrò tranquillo. Stranamente parlando con la madre di Francesca Spagnoli, signora Maria Bona Franchini riferisce diversamente: “Trovati mi riferì di un Francesco arrivato alla darsena molto pallido e agitato”.

A quel punto si imbarca sul suo motoscafo, un Grifo Plaster con un fuoribordo da 70 CV targato PG 3304. Prima di partire Peppino Trovati lo avverte: «Dottore, guardi che il serbatoio è pieno solo a metà». Narducci risponde: «Tanto per quello che mi serve… Vado qui vicino e torno», aggiungendo che, all’occorrenza, poteva contare anche su una scorta di altri sei o sette litri.

Lascia il molo e si dirige verso l’isola Polvese in direzione della punta del Muciarone nella parte più appartata dell’isola.

8 Ottobre 1985 Il Dott. Francesco Narducci riceve una telefonata

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