Dopo che Francesco Narducci ha lasciato il molo della darsena di Peppino Trovati ci sono due persone che sostengono di averlo visto, la sera dell’8 ottobre 1985, a bordo della sua imbarcazione. Le due testimonianze sono però contraddittorie l’una con l’altra.

Il primo si chiama Giovanni Dolciami, un pescatore, che quel pomeriggio sta mettendo le reti per le anguille quando, a un centinaio di metri di distanza, vede un barchino che prima punta verso l’isola Polvese e poi vira verso Sant’Arcangelo. A bordo c’è un uomo seduto sui sedili di dietro. Ogni tanto, quando Dolciami si gira per sistemare le reti, volge uno sguardo alla piccola imbarcazione, sempre ferma, “finché, a un certo punto quell’uomo non c’era più, sparito”. Per questa ragione decide, prima di rientrare, di deviare e di avvicinarsi alla barca. In un primo momento dice di essersi fermato a una decina di metri per la paura, mentre in sede di incidente probatorio dirà che c’è quasi salito a bordo. Comunque la barca è vuota. Dolciami le gira intorno un paio di volte per vedere se il corpo è caduto in acqua, in quel punto trasparente e poco profonda. Niente. Quando attracca a San Feliciano, all’imbrunire, c’è già qualcuno che gli chiede se abbia visto il battellino, e lui racconta tutto.

Questa testimonianza sembra contraddittoria per tre ragioni, la prima è che fornisce due versioni sull’avvicinamento all’imbarcazione, la seconda è che in una situazione del genere avvertire le forze dell’ordine sarebbe stato più che giustificato, cosa che non viene fatta, ed infine non si comprende per quale ragione Dolciami non ha rimorchiato a terra l’imbarcazione vuota che lasciata alla deriva sul lago poteva rappresentare un pericolo per le altre imbarcazioni in navigazione, soprattutto con la notte che stava sopraggiungendo.

Il secondo si chiama Enzo Ticchioni, un pescatore che conosce a menadito ogni metro del lago dove ha trascorso tutta la vita. Quel pomeriggio il lago è una tavola, ci sono poche imbarcazioni in giro. Enzo sta mettendo le reti nei pressi dell’isola Polvese, quasi di fronte al castello. Si ferma lì un paio d’ore e quando riparte all’incirca verso le 17.30 e sulla via del ritorno, a circa duecento metri di distanza, vede un’imbarcazione, “uno scaletto in mezzo alle cannine, dove l’acqua sarà al massimo alta un metro e venti“. La barca è ferma, girata di poppa, con a bordo un uomo appoggiato sul lato destro, seduto, apparentemente immobile. Ne dà anche una descrizione abbastanza dettagliata: capelli scuri, sui quarantacinque anni, indossa un giubbotto di renna marrone. Enzo accenna un saluto, l’altro risponde alzando la mano. Ticchioni non può dire che l’uomo visto sulla barca fosse Narducci, perché di persona non lo ha mai conosciuto. Dalla sua testimonianza del 14 ottobre 2004.

Le due testimonianze contrastano fra loro in quanto se Dolciami ha visto la barca verso Sant’Arcangelo come poteva poi trovarsi presso l’Isola Polvese nella zona del canneto al davanti del castello? Come ha raggiunto la barca da sola il canneto e soprattutto chi era l’uomo col giubbetto scamosciato che ricambia il saluto di Ticchioni se l’occupante della barca vista da Dolciami è sparito? Tenendo presente le considerazioni sopra riportate sulla testimonianza di Dolciami lascio a chi legge trarre le conclusioni su quale delle due testimonianze può essere più attenente con la realtà, considerando anche che poi la barca di Narducci fu effettivamente ritrovata nel canneto dell’isola Polvese, cioè nel luogo dove Ticchioni disse di averla vista.

8 Ottobre 1985 Gli ultimi due uomini che hanno visto Francesco Narducci vivo
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