‘SI’ , IL CONTE L’ HO UCCISO IO’

FIRENZE – Don Roberto, conte Corsini, marchese di Laiatico, duca di Civitella e principe di Sismano è morto proprio per un fagiano. Li ha uccisi entrambi un ragazzo basso e risoluto, Marco Parigi, 24 anni, molti fratelli e poco lavoro, scalpellino lui, operaio e contadino part-time il padre. Confessa, ma dice che è stata una disgrazia, che mentre scappava gli è partito un colpo dal Franchi due canne sovrapposte, il fucile trionfatore delle Olimpiadi. Ma il magistrato Gabriele Chelazzi non gli crede: lo accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Non c’ è intrigo, non ci sono storie poco nobili dietro la morte di questo toscano molto blasonato che tra gli avi conta un papa, un santo, decine di priori gonfalonieri e anche l’ uomo che arrestò Savonarola. Solo un banale racconto di caccia, la prima domenica in cui le doppiette del Mugello possono sparare liberamente. Le case con gli stemmi di questa Toscana così titolata tirano un sospiro di sollievo. Non ci sarà un altro pettegolare sui bei nomi, come per l’ eredità degli Strozzi, cinquanta e più miliardi contesi dalla Nuova Zelanda alla Scozia, con in mezzo discendenti degli Stuart e notai americani. E nemmeno il chiacchiericcio della voce popolare che dietro la cronaca nera s’ immagina sempre chissà che (qui resta però sempre il mostro). Don Roberto 34 anni, quattro fratelli e la cura dell’ azienda agricola di San Piero a Sieve è stato ucciso mentre cercava di scacciare quello che sembra proprio un bracconiere più o meno occasionale. Il flash-back sul delitto di domenica 19 adesso è abbastanza preciso anche se le perizie e le altre carte bollate daranno alle cose contorni più nitidi. Tardo pomeriggo, don Roberto gioca a dama cinese con amici tedeschi nella quieta villa tra le colline. Tra gli spari di quel primo giorno di caccia alcuni lo attirano: il bracconaggio in una zona con tanti fucili e per una riserva così famosa è cosa quotidiana. Il nobile si allontana a piedi per un controllo. Dopo una notte di ricerche lo ritrovano i carabinieri tra le frasche e l’ acqua di un torrentello. Qui ci sono due ipotesi, l’ accusa e la difesa. Marco Parigi dice che sorpreso con la preda di frodo scappa, cade, lascia partire un colpo che uccide accidentalmente il nobiluomo sfondandogli la testa. Poi fugge ancora terrorizzato fino a casa, salvo tornare più tardi per nascondere meglio il cadavere. Non dice nulla a nessuno, ma i carabinieri giovedì sera vanno a prenderlo. In casa trovano il fucile, forse gli abiti macchiati di sangue, forse altro ancora. Lo portano, ieri mattina, sul luogo del delitto. Gli fanno quasi recitare, passo a passo, il suo racconto: “Qui ti sei inginocchiato; qui sei caduto; qui parte il colpo”. Mentre lui pallido e stralunato annuisce, corregge, mima. I carabinieri spostano sagome di cartone, il giudice interviene, osserva e fa verbalizzare sotto il cielo plumbeo. Il padre dell’ omicida, intanto, dalla sua casa colonica confinante con la riserva dei Corsini va a trovare donna Laura, madre del conte ammazzato. Breve la visita, lunga e minuziosa la ricostruzione (quattro ore). Poi l’ ordine di cattura. Gabriele Chelazzi, il sostituto procuratore, non vuole spiegare perchè ha dei dubbi, non vuole violare il segreto istruttorio. Però lascia intendere che forse Marco Parigi scorrazzava da parecchio nella riserva Corsini quando venne sorpreso. Di qui l’ ipotesi probabile di un litigio, di qui l’ accusa di omicidio volontario. “Il resto – dice Chelazzi – lo diranno le perizie”. Cioè come può un fucile da caccia imbracciato da un uomo che scappa colpire al volto l’ inseguitore. “Mio figlio – dice Ottavio Parigi, padre di questo scalpellino che ha già scontato venti giorni per detenzione di hashish – è un bravo ragazzo. E’ stata senz’ altro una disgrazia”. Alla sua casa l’ altra notte i carabinieri sembra siano arrivati per un cappello e qualche cartuccia trovati vicino al cadavere. Il cappello è di famiglia, le cartucce sono molto particolari, fabbricate e vendute da pochi armaioli della zona. Don Roberto è stato sepolto nella cappella di famiglia, sotto i cipressi di San Casciano tra due ali di nobiltà: Guicciardini, Ricasoli, Frescobaldi, Strozzi, Ginori, Della Ghirandesca… Ogni cognome è un pezzo di storia molto antica ma a volte anche un’ etichetta industriale, quasi a simboleggiare come queste piccole corti abbiano abbandonato gli splendidi e discreti giardini dalle alte mura magari per vendere agli americani terre e vigneti con marchio incluso. “Non esiste più la classe dei nobili – dice Emilio Pucci, sarto, marchese e consigliere comunale – è vero, molti possiedono terre e palazzi. Però spesso non rendono nulla e così conti e marchesi fanno i lavori di tutti”. Il padre di don Roberto era ingegnere, un fratello tecnico in Mozambico. Molti primogeniti di questi nomi da toponomastica lavorano a Milano, in uffici finanziari o in grandi imprese. Del Milieu rimane qualche sprazzo di mondanità, qualche festa per il debutto di una figlia diciottenne, l’ uso del “don” e della “donna” al posto del signore e signora. Abitudini a cavallo tra lo snobismo e la raffinatezza. Il maggiordomo certo, ma anche “la passione per la cultura e per l’ educazione rigorosa”, dice Pucci citando i libri di Ridolfi e di altri studiosi blasonati. Anche perchè la nobiltà fiorentina granducale o regia che sia è insieme aperta e riservata. Più contatti con il mondo nuovo rispetto alle grandi stanze polverose dei palazzi di Napoli o di Palermo, nè le esibizioni sociali e pubbliche rispetto alle terrazze romane dei principi neri. Firenze mantiene due istituti di araldica, ogni tanto insorge contro le cartacce dei giuristi poveri, ma nel suo jet-set che erra dalle dolci ville di campagne agli appuntamenti “in” delle metropoli, il titolo che conta di più è quello in banca.

dal nostro inviato LUCA SAVONUZZI

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25 Agosto 1984 Stampa: Repubblica.it
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