FIRENZE, DALLA CURIA UN APPELLO ‘BISOGNA AIUTARE LA POLIZIA’

FIRENZE – “C’è un mistero di male che opera nel mondo, c’ è un mistero di tenebre che odia la luce. Bisogna tagliare ogni connivenza, anche indiretta…”. Sulla piazza di Vicchio, davanti alla chiesa, sono esposte due bare di legno chiaro. Dentro ci sono i corpi di Claudio Stefanacci e Pia Rontini. L’ altare è stato montato su un palco all’ aperto. Don Domenico, il parroco del paese, legge con il suo accento del Mugello il messaggio dell’ arcivescovo di Firenze, Silvano Piovanelli. Anche la Chiesa scende in campo nella caccia al “mostro”. L’ arcivescovo invita i suoi fedeli a “tenere gli occhi aperti” e a dare ogni collaborazione possibile alle forze impegnate nella difficile ricerca. Prega per le stesse cose in cui sperano gli uomini della legge: “Che finalmente il maniaco compia quel passo falso o si lasci sfuggire quell’ indizio che permetta di identificarlo senza incertezze”. Nella piazza di Vicchio, attorno al monumento a Giotto, centinaia di persone assistono al rito funebre. L’ amministrazione comunale ha proclamato il lutto cittadino. I negozi hanno le saracinesche abbassate. A una decina di metri dall’ altare c’ è un’ insegna di elettrodomestici: “Claudio lavorava lì”. Le bare sono rimaste per tutta la notte esposte in chiesa. Semichiuse, lasciavano vedere solo due facce pallide, con le cicatrici della violenza subita appena camuffate dal cerone. Attorno una lunga fila di corone. Le lacrime di ogni grande ed improvviso dolore. Quelle dei parenti. Degli amici. Dei compagni di scuola. La Folk Band di Vicchio, oggi abbandona i ritmi di sempre e intona la marcia funebre. Le majorettes con le quali Pia Rontini era sfilata tante volte, al posto delle minigonne e degli stivali, indossano pantaloni neri e camicette bianche. Solo il grande cappello con gli alamari ricorda i giorni della festa. La piazza è troppo piccola per tutti. Ci sono quelli che i due ragazzi li conoscevano. E quelli che, pur senza averli mai visti, sono venuti lo stesso. Il “mostro” uccide a caso: la morte di Claudio e Pia riguarda un po’ tutti nella zona. Facce preoccupate di padri e di madri. Facce di ragazzini che raccontano “poteva capitare anche a me”. Sono, scrive l’ arcivescovo “giorni di tragedia, di passione, di pianto e di rabbia che stendono un velo di paura su tatta la nostra terra”. Davanti alle bare, però, l’ appello alla pietà cristiana soffoca appena quello alla giustizia sommaria e al linciaggio: “Se li pigliamo noi…”. I due ragazzi di Vicchio vengono sepolti assieme, uno accanto all’ altro, nella cappella della famiglia Rontini. Il cimitero è alle porte del paese. Tutt’ intorno la campagna toscana con i suoi campi, i boschetti, i sentieri dell’ amore automobilistico sporchi di cartacce e plastica di ogni tipo. Si celebra il funerale della settima coppia. Il “mostro” è ancora in giro, da qualche parte, su queste colline. Si parla di taglie “vivo o morto”, di pattuglie armate, di indagini con il computer. Si citano Lombroso, Freud, Pascal, i vicini di casa. Si affacciano ipotesi più o meno fantasiose. Ci si domanda come il maniaco conservi i suoi “trofei”. Dal barista al magistrato, dal giornalista all’ avvocato, tutti chiacchierano, nessuno sa da che parte cominciare. Le certezze, come si è ripetuto, sono veramente poche. E, tra queste, ce n’ è una terribilmente tragica: la malattia del “mostro”, questa lucidissima follia che lo spinge ad uccidere è irreversibile. Assassinerà fino quando non lo fermeranno. E non sarà facile. In procura hanno istituito un team di magistrati (Izzo, Fleury e Canessa) che si occuperà del caso. Si prepara un nucleo interforze di polizia e carabinieri che lavorerà a tempo pieno solo a questa indagine. Si fanno controlli e perquisizioni a tappeto; si ripetono, una per una, le perizie dei sette delitti per controllare che nulla sia sfuggito; si setacciano le cartelle cliniche degli istituti psichiatrici; si interrogano non solo gli indiziati, ma anche tutti quelli che hanno avuto qualcosa a che fare con loro. “E’ una situazione di emergenza e come tale la stiamo affrontando”, assicura Carlo Bellitto, l’ attuale responsabile della Procura fiorentina. “Stiamo vagliando un ventaglio di ipotesi che non finiscono mai. Speriamo in qualcosa, anche in un aiuto anonimo…”. E allarga le braccia. Novità? “Nessuna”. Neppure la scarcerazione di Giovanni Mele e Pietro Mucciarini che rimangono in scena in attesa della perizia definitiva sui proiettili dell’ ultimo delitto e di qualche altro foglio debitamente timbrato e firmato. Il duplice omicidio di Vicchio li ha scagionati dal sospetto di essere – l’ uno, l’ altro o tutti e due assieme – il “mostro” di Firenze. Secondo il giudice istruttore Mario Rotella, nell’ assassinio del ‘ 68 di cui i due sono formalmente accusati c’ è però ancora qualcosa di non sufficientemente chiaro. In quel delitto, il primo della serie operato con la famosa calibro 22, c’ è forse la chiave per capire i successivi. Sempre che si accetti che Stefano Mele, il marito della donna uccisa sedici anni fa assieme ad uno dei suoi innumerevoli accompagnatori, abbia in qualche modo partecipato o assistito all’ omicidio. L’ uomo, però, è un soggetto psichicamente instabile. Ha prima confessato di essere l’ assassino della moglie; poi, scontati i suoi quattordici anni, ha accusato l’ infermiere risultato innocente; infine, ha mandato in carcere il fratello ed il cognato, i due attualmente detenuti. Le calunnie si sono mischiate alle mezze verità in un ginepraio inestricabile. Tanto più che sullo sfondo di questa storia si agitano gli squallori e le miserie di un mondo inesplorabile. L’ unico che ha visto in faccia il “mostro” è stato, nel ‘ 68, un bambino di sei anni, il figlio di Stefano Mele e di Barbara Locci, testimone, dal sedile posteriore dell’ auto, dell’ uccisione della madre che se lo portava appresso anche quando andava a fare all’ amore con i suoi amanti. Una storia piena di guardoni, peli femminili conservati nei portafogli, poveri cristi, cornuti, suicidi, ginecologi, intagliatori di sughero. E, appunto, un “mostro”. Sul quale, dicono in Procura, “le indagini partono da zero”.

dal nostro inviato LUCA VILLORESI

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2 Agosto 1984 Stampa: La Repubblica
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