IL ‘MOSTRO’ DI FIRENZE ERA GIA’ APPOSTATO IN ATTESA DI COLPIRE

FIRENZE – Sullo sterrato di Vicchio, ieri notte, hanno rimesso in scena il delitto del “mostro”. Davanti al campo di erba medica, nella stessa posizione in cui era ferma quella di Claudio Stefanacci, è stata parcheggiata una Panda; ci hanno sparato dentro sette colpi con una calibro 22; trovate, al buio, attraverso fossi e sterpaglie, le possibili vie di fuga. Medici legali, tecnici della Scientifica, magistrati hanno cercato di ricostruire, passo dopo passo, le mosse dell’ assassino. Hanno confrontato i risultati dell’ esperimento con le prime perizie. Ne è venuto fuori, se non una pista, un copione del duplice omicidio. E la conferma che il maniaco non colpisce a caso, ma prepara le sue azioni con meticolosa attenzione. Il luogo del delitto era stato scelto perchè particolarmente solitario. Sul viottolo c’ è lo spazio per una sola vettura: il che eliminava la possibilità di qualche indesiderato vicino. L’ attigua strada provinciale è sempre poco frequentata: ieri notte, nelle due ore impiegate dagli investigatori per la ricostruzione, sono passate solo due auto. Gli spari di una Beretta calibro 22 si sentono chiaramente nel raggio di un chilometro: ma, tranne un’ anziana signora che abita in una casa colonica poco distante, la zona è deserta. Il buio era totale: niente luna in cielo, niente luci nelle vicinanze. Camminare sullo sterrato senza conoscerlo alla perfezione è impossibile: si inciampa in continuazione e bisogna perlomeno, aiutarsi con una pila. Il “mostro”, secondo il sostituto procuratore Paolo Canessa che ha condotto le prime indagini, ha infatti usato una torcia elettrica. Ma solo per uccidere e fuggire. Con ogni probabilità era già appostato sul posto quando sono arrivati Claudio Stefanacci e Pia Rontini. Li ha spiati, forse coperto dagli arbusti, fino a quando non li ha visti seminudi. Poi è entrato in azione. Ha acceso la pila, ha sparato. “Lucidissimo e determinato”, dicono gli investigatori. “Il ragazzo e la ragazza non hanno fatto neppure in tempi a muoversi”. Prima la calibro 22. Dopo il coltello. Claudio è stato finito con una serie di fendenti all’ addome e al torace. Pia trascinata ai bordi del viottolo e mutilata. Un’ amputazione eseguita, racconta il medico legale, “con buona tecnica e taglio sicuro”. A parte questo una sola certezza che tuttavia non restringe il campo dell’ inchiesta: il “mostro” usa la mano destra. Differenza con i precedenti sei duplici omicidi? “Praticamente nessuna”, dicono i magistrati. Nuovi indizi? “Qualcosetta, ma niente di importante”. L’ assassino si è allontanato sicuro di sè, nonostante fosse certamente coperto di sangue (si ipotizza che usi una tuta o si cambi appena raggiunta la sua auto), portandosi appresso in un contenitore i feticistici trofei strappati alla ragazza. Quello che si sa di lui è tutto qui: un uomo dai quaranta in su, sufficientemente forte e agile, uno psicopatico dalla doppia esistenza. Uno che, a quanto sembra, potrà essere tradito più dal caso e da un imprevisto che non da un errore. Tragicamente sarà più facile coglierlo sul fatto che non arrivare a lui attraverso un’ indagine. Tutti si chiedono: a quando il prossimo omicidio? La prima scatola di proiettili, Winchester serie H, il “mostro” l’ ha esaurita con i primi dodici morti. Domenica notte ha inaugurato una nuova confezione da cinquanta colpi. Gliene rimangono una quarantina. E’ una corsa contro il tempo. Polizia e carabinieri controllano in queste ore anche i particolari più insignificanti: quanti uomini soli si sono fermati la sera del delitto a far benzina nei distributori del Mugello? Chi sono, nella sola Toscana, i quindicimila proprietari di una Beretta calibro 22? Quanti coltelli con una certa caratteristica sono stati venduti negli ultimi anni? E via dicendo. Gli unici contenti del nuovo delitto sono Giovanni Mele e Pietro Mucciarini, attualmente detenuti perchè accusati formalmente del primo duplice omicidio del “mostro” quello del 1968, e indiziati per i cinque successivi. La morte di Claudio Stefanacci e Pia Rontini li scagiona di fatto dalle imputazioni. Torneranno in libertà, come i tre precedenti “mostri” finiti in prima pagina. Non sono neppure loro i responsabili della catena di sangue che terrorizza Firenze. A meno che il giudice istruttore Mario Rotella non ipotizzi chissà quali risvolti. Resta da verificare la base delle imputazioni mosse nei loro confronti: qualcuno ha detto il falso? E se sì, perchè? Nel giallo c’ è un altro giallo da risolvere. “Colpirà ancora. E’ una sfida”, dice Carlo Bellitto, provvisoriamente a capo della Procura del capoluogo toscano. Il sostituto procuratore Canessa, l’ ultimo magistrato in ordine di tempo a occuparsi di un caso di cui nessuno si vuole occupare, si dichiara, con molte cautele e distinguo, perfino “ottimista” sulle possibilità dell’ inchiesta. Intanto sulle colline attorno a Firenze è il deserto. I ragazzi che non vogliono e non possono rinunciare, nemmeno in questi giorni, a fare l’ amore in automobile si organizzano e partono in comitiva. Si parcheggiano tutti in gruppo e si sorvegliano a vicenda. E’ meno intimo, ma più sicuro. Il maniaco della calibro 22 e della lama che sfregia è ancora in libertà. Senza nemmeno un volto approssimativo. Potrebbe essere il vicino.

dal nostro inviato LUCA VILLORESI

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1 Agosto 1984 Stampa: La Repubblica
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