La Corte d’Assisi di Firenze si trasferisce presso il reparto della clinica ostetrica all’Università di Firenze per poter interrogare Vitalia Muscas, moglie Francesco Vinci, in quel momento degente.

La Muscas nega di aver mai detto a nessuno che il marito possedesse una pistola nel vano portaoggetti del ciclomotore, quindi nemmeno a Salvatore Vinci. Testimonia che era dalla primavera del 1968 che Francesco non frequentava più Barbara Locci, in seguito alla sua denuncia e per il fatto i figli erano stati ricoverati per malnutrizione.

Inoltre testimonia che la sera dell’omicidio il marito ritornò a casa circa alle 21:30, di aver cenato con lei per poi andare entrambi a letto e svegliati di prima mattina, circa alle 06:15, dai carabinieri che erano venuti a prelevarlo.

La Muscas riporta che il giorno del funerale parlò effettivamente con la moglie del Lo Bianco, volevo capire i motivi per cui Francesco era detenuto per il fatto. Ribadisce che mai ha chiesto perdono alla moglie del Lo Bianco, si domanda anzi il motivo per cui avrebbe dovuto chiedere perdono.

Salvatore Vinci

I legali di Stefano Mele chiesero un confronto fra la Muscas e Salvatore Vinci. La donna non solo si rifiuta di salutarlo, ma nega nuovamente di aver mai detto a Salvatore Vinci di una sua paura a causa di una pistola. Salvatore Vinci non ricordava con precisione il momento in cui questo dialogo avvenne, ma ricordava il dialogo e lo ripete nella circostanza. Salvatore: “Paura di che?” Vitalia: “Non avrà una pistola?” Salvatore: “Una pistola?” Vitalia: “Hai guardato nel bauletto della Lambretta?” Salvatore: “Se la Lambretta è dal meccanico!”

Vitalia Muscas ribadisce che se avesse avuto dubbi su Francesco avrebbe lei stessa guardato nella Lambretta.

23 Marzo 1970 Deposizioni processo Stefano Mele (4°)
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