La prima deposizione della giornata fu del Tenente Olinto dell’Amico il quale racconta dell’esperimento condotto con Stefano Mele sul luogo dell’omicidio. Il pomeriggio del 23 agosto 1968 infatti Stefano Mele fu portato sul posto e descrisse le modalità con cui aveva agito. In seguito riferisce il suo interrogatorio con Natale Mele. Il bambino sembrava in stato disotto choc ed anche molto confuso. Questo il racconto di Natalino, egli affermò di essersi svegliato dalle detonazioni e di aver visto il babbo che poi lo aveva accompagnato alla casa del De Felice. Nella sua deposizione affermò che “Il Mele riconobbe la calibro 22”.

In merito a questa affermazione mi rimane un quesito; quale pistola il Mele disse di riconoscere? Ne furono mostrate tre diverse al Mele, quali erano? Quale pistola calibro 22 quindi?

La deposizione del maresciallo maggiore Gaetano Ferrero. Trascritta dal verbale. 1970 03 18 – Deposizione Gaetano Ferrero

Confermo gli atti da me compiuti nel corso delle indagini.
Il bambino ci condusse sul posto dove si trovavano i due cadaveri indicandoci la strada e come riferimento indicava il cimitero di Signa.
L’avvistamento dell’auto fu agevolato anche dal lampeggiamento dell’indicatore di direzione destro che era in funzione.
L’auto fu trovata con la portiera posteriore destra semiaperta, tutti i vetri erano alzati meno quello dello sportello anteriore sinistro che lasciava uno spazio di 2 o 3 dita che non consentiva l’introduzione di una mano, ma solo eventualmente della canna dell’arma, mentre quello posteriore sinistro era abbassato a metà.
Dopo i sopralluogo gli appuntati, si procedette all’interrogatorio al Mele il quale per tutto il giorno 22 si era protestato estraneo al fatto e che si trovava a casa indisposto come del resto il figliolo aveva da principio affermato, fu il giorno dopo che, in seguito ad altri interrogatori, il Mele confessò indicando con particolari le modalità e le circostanze del delitto.
A domanda del P.M. Risponde: Nel confessare il Mele fece il nome nome di Vinci Salvatore come suo complice; alla confessione si giunse attraverso l’opera di Mucciarini Pietro.
Il Mucciarini si presentò spontaneamente in caserma, anzi era il Mele che chiedeva di affidare il bambino alla sorella, moglie del Mucciarini, e costui pertanto fu presente al’interrogatorio del Mele e firmò il relativo verbale.
Dopo qualche giorno di permanenza in casa del Mucciarini esso riferiva che anche egli aveva cercato di indagare presso il bambino per apprendere la verità su quella sera, ma senza risultato perchè il bambino diceva di non aver visto nulla.
Pensando che il bambino dovesse necessariamente sapere qualcosa e per toglierlo da un ambito che ritenevo interessato lo feci ricoverare nell’Istituto Vittorio veneto, che fu indicato dagli stessi familiari e parlai con il direttore perchè mi tenesse informato ove il ragazzo avesse detto qualcosa.
Dopo qualche giorno, il direttore mi telefonò e mi recai all’istituto dove interrogai il bambino che con mezze parole, data anche l’età, disse che quella nottesi era svegliato ai primi spari ed aveva visto la mamma immobile e lo zio, cioè il Lo Bianco, gli aveva detto: “La mamma è morta, ci hanno sparato”. E poi anche costui si era addormentato.
Il bambino aggiunse di essere sceso dall’auto e di aver visto fra le canne “Salvatore”.
Ho interrogato altre volte il bambino e il bambino fece il nome di uno “zio Pierino” come autore del delitto, abbandonando la versione su Salvatore e dicendo che questo “zio Pierino” aveva una figlia a nome Daniela.
Accertammo dopo che il Mucciarini che lavorava come panettiere, la notte del delitto non era al lavoro perchè aveva preso la sua giornata libera.
A domanda del P.M. Risponde: Non ho fatto indagini per accertare se i due fratelli della vedova Lo Bianco la sera del delitto avessero consumato una cena in una trattoria. La circostanza non mi era nota e, posso solo dire che XXXX dopo, nella notte del 24 agosto, i predetti congiunti della Lo Bianco recarono in auto a Besozzo di Varese per visitare un congiunto ivi vigilato speciale, io delegai il CC del posto per una perquisizione del domicilio di Barbara giocondo ai fini di un eventuale filtraggio di armi, ma con esito negativo.
A domanda del P.M. Risponde: In merito all’incidente stradale avuto dal mele mentre era con il Vinci Francesco, posso dire che la lambretta di costui che rimase danneggiata fu riparata per lungo tempo presso un meccanico e non so se vi si trovasse ancora al momento del delitto.
A domanda della difesa Risponde: La circostanza relativa alle dichiarazioni del bambino sul nome di Salvatore, si verificò dopo oltre un mesetto dal fatto, dato che il bambino stesso fu ospite presso lo zio per circa un mese.
Ne parlai a voce al G.I. Ed ai miei superiori, ma non ritenni di fare una segnalazione scritta.
A domanda del P.M. Risponde: Tale circostanza comunque fu di molto anteriore al periodo in cui il bambino fu esaminato dal G.I. E dal P.M.
A domanda del P.M. Risponde: La variazione sul nome dello zio Piero da parte del bambino avvenne molto tempo dopo, e quando già il G.I. Si occupava del processo.
A domanda della difesa Risponde: Io quasi fin dall’inizio ebbi qualche dubbio sia su Mucciarini che su tutti i congiunti dei protagonisti del fatto e cercai di indagare sul passato del Mucciarini che era stato arrestato tempo prima per rapina (molti anni addietro), ma poi a seguito della confessione del Mele si abbandonarono queste indagini.
Escludo comunque che nel corso degli interrogatori al bambino sia stato fatto da noi per primi il nome del Pierino.
A domanda della difesa Risponde: Sul conto del vinci Francesco non mi risulta nulla di particolare.

Il commissario di P.S. Nunzio Castiglione rese edotta la corte sui risultati del guanto di paraffina rispetto a Stefano Mele e che le particelle incombuste di polvere da sparo non potevano essere occasionali per l’uso di calce e cemento in quanto non danno reazione nella ricerca dei nitrati.

Antenucci Nicola nella sua deposizione confermò l’alibi di Salvatore Vinci.

La deposizione di Piero Mucciarini confermò il suo ruolo nell’interrogatorio di Stefano mele del 23 agosto esortandolo a riferire il vero. Inoltre mise a conoscenza la corte di come, assieme ai parenti della Locci, gestì l’affidamento di Natalino e il suo inserimento in un istituto.

La testimonianza, durante il processo, di Francesco Vinci cercava di chiarire la sua posizione rispetto alla Locci e alla gelosia che gli veniva attribuita. Dichiarò: “Vedendo il Lo Bianco a casa del Mele gli chiesi cosa vi facesse ed egli disse che era stato invitato per delle riparazioni al tetto e poi scherzosamente aggiunse, non temere che non te la levo la tua ragazza. Ciò avvenne 10 o 15 giorni prima del delitto.” Racconta che le sue raccomandazioni alla Lotti di non andare con altri uomini era dovuta al pettegolezzo che avrebbe coinvolto anche lui stesso e non perchè era geloso della donna. Gli fu domandato se con la Locci avesse frequentato l’area del cimitero per gli incontri intimi e rispose che non l’aveva mai fatto e non sapeva nemmeno dove era avvenuto il delitto. Infine afferma che erano molti giorni che non aveva avuto rapporti con lei e che se aveva riferito di averne avuto uno 4 giorni prima del delitto magari era vero o magari si era sbagliato.

18 Marzo 1970 deposizioni processo Stefano Mele (2°)
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