IL«FERMO» MUTATO IN ARRESTO
Il marito è sotto accusa per gli amanti assassinati. Pare che un amico gli abbia fornito la pistola, incitandolo a punire la moglie infedele

Firenze 24 agosto, notte.

Stefano Mele, il manovale sardo di quarantotto anni, residente a Lastra a Signa, marito di Barbara Locci, trovata uccisa assieme al muratore Antonio Lo Bianco dentro un’automobile ferma in una campagna presso Signa, è stato formalmente accusato del duplice assassinio. Alle 21 di questa sera il sostituto procuratore della Repubblica, dottor Caponnetto, si è recato nel carcere delle Murate, accompagnato dal dirigente della squadra mobile della questura di Firenze e dal tenente Dell’Amico, dei carabinieri, ed ha comunicato di aver spiccato ordine di cattura contro il Mele e di averglielo personalmente notificato.
Sono ormai diversi gli indizi raccolti dai carabinieri e che accusano il Mele, a parte la validità obiettiva del movente; ma una confessione piena l’arrestato, a quanto risulta, ancora non l’ha resa, né ai carabinieri, né al magistrato.
Il Mele sarebbe stato tradito dal particolare dei colpi sparati addosso alla moglie e all’amante di lei, Antonio Lo Bianco, che erano stati sempre ritenuti sei (tre alla donna e tre all’uomo), mentre invece furono quattro ciascuno, come l’autopsia ha rivelato. Anche i giornali parlarono sempre di sei colpi. Ma il Mele ieri, durante un ennesimo interrogatorio, parlò di otto colpi. Come poteva conoscere questo particolare che non era ancora stato rivelato?
Non si è più certi, a questo punto delle indagini, neppure della presenza nell’auto del figlio della Locci, Natalino, di sei anni, al momento del delitto.
Sarebbe stata identificata anche la persona che fornì la pistola calibro 22 al Mele (se lui è l’assassino): si tratta di un amico dello stesso Mele, anche lui sardo. Qualche giorno fa questo amico, benché sapesse che il Mele era a conoscenza della condotta poco seria della moglie, gli avrebbe fatto osservare, manifestandogli anche solidarietà, che la Locci ormai esagerava: «gliele faceva sotto il naso».
Il Mele rispose che contro il Lo Bianco, un ex-pugile, i suoi pugni erano ben poca cosa: «Se ti serve un’arma» avrebbe allora proposto l’amico, in una circostanza che i carabinieri stanno ora vagliando «te la do io». Il Mele, pare, è così venuto in possesso della pistola.
A tarda sera il sostituto procuratore della Repubblica dottor Caponnetto ha ordinato il «fermo» dell’operaio di origine sarda Francesco Vinci, di 25 anni, perché gravemente indiziato di complicità nell’assassinio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. Il Vinci era stato visto spesse volte, in compagnia della moglie del Mele. I carabinieri lo hanno prelevato nella sua abitazione e condotto alle carceri delle Murate.

L. P.

25 Agosto 1968 Stampa: Corriere della Sera

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