Stefano Mele fu portato sul luogo dell’omicidio a Castelletti di Signa.

Dal verbale dibattimentale del Tenente Olinto D’Amico (18/03/1970) si evince che Stefano Mele partendo dal centro del paese al primo tentativo sbagliò strada, le possibilità erano due strade, al secondo tentativo prese quella giusta.

Dopo diversi giri conduce gli inquirenti al cimitero di Signa dove viene arrestata l’auto per proseguire a piedi. Per verificare l’autenticità dei ricordi del Mele viene posto alcuni passi davanti agli inquirenti che lo seguano taciturni. Il Mele passato il cimitero si ferma, si guada attorno per orientarsi e poi procede diritto fino a fermarsi all’inizio della strada inter-poderale, circa 1300 metri. Entra nella stradina e percorsi circa 150 metri si ferma circa sul punto dove era ferma la Giulietta. Per mimare l’auto di Antonio Lo Bianco viene posizionata sul posto una Alfa Romeo Giulia.

Viene chiesto al Mele di Ricostruire l’accaduto di quella notte.

L’allora Tenente dei carabinieri Olinto dell’Amico disse: “Lo portammo subito sul luogo del delitto ma ci fece sbagliare strada. (…) Quando ci arrivò non sembrava spaesato. Gli abbiamo messo in mano un’arma perché ci ricostruisse i fatti di quella notte. La mia impressione? Secondo me non la sapeva neppure maneggiare”.

“Io da quel finestrino ho sparato in un’unica direzione, su entrambe le vittime” poi “ho gettato via la pistola” disse Stefano Mele pressato dagli inquirenti. Furono fatti intervenire i vigili del fuoco, che dragarono il fiume Vingone che corre parallelo al luogo del duplice omicidio, venne tagliata l’erba e furono setacciate le siepi ma della pistola non fu trovata traccia.

Sul La Nazione del 24 Agosto 1968 scrissero un resoconto di come il Mele eseguì la simulazione: “Strisciando carponi lungo il fianco destro si fermò dietro al cofano, poi avrebbe proseguito sempre carponi fino al finestrino sinistro lato guida. Da qui avrebbe sparato simulando i colpi con la bocca.”
Qualcuno gli avrebbe chiesto se ora si sentisse meglio e lui avrebbe risposto “Io sto sempre bene”

Nella realtà non solo è inetto a maneggiare l’arma, ma sbaglia il finestrino da cui sono stati sparati i colpi, riferisce di aver svuotato il caricatore il che al momento appare strano dato che si supponeva fossero stati esplosi solo 6 colpi.

Alle ore 21:00 viene verbalizzato il nuovo sopralluogo ricostruttivo che indica questa ricostruzione: ” …fino al posto dove era ferma l’autovettura di Enrico, e giunto a pochi metri mi abbassai e camminando carponi raggiunsi la macchina dal lato sinistro. Preciso che l’auto era ferma con la direzione di marcia opposta all’incrocio. E poiche’ il vetro dello sportello posteriore sinistro era abbassato (nella simulazione aveva indicato il finestrino anteriore sinistro) , visto che mia moglie era in atteggiamento intimo con Enrico e, preciso, Enrico era sdraiato sul sedile anteriore destro che aveva la spalliera abbassata e mia moglie si trovava sopra di lui, presi la mira e feci fuoco esplodendo tutti i colpi che conteneva il caricatore in direzione dei due amanti. I due non dissero neanche una parola… evidentemente morirono sul colpo”.

Questa la versione descrittiva riportata nel Rapporto giudiziario Matassino: “Il Mele, con la pistola in pugno, camminando con passi felpati percorre il tratto di strada che separa la Giulietta dalla comunale Signa-Lecore. Raggiunta la macchina dalla parte posteriore destra rispetto a chi guida, getta uno sguardo circospetto all’interno dell’autovettura, indi si abbassa al di sotto dell’altezza dei finestrini e quasi carponi rag giunge la parte anteriore dell’autovettura. A questo punto effettua una seconda sosta, prosegue poi fino a giungere al l’altezza del finestrino sinistro anteriore, si alza di scatto e puntando la pistola verso l’interno dell’autovettura finge di sparare. Vengono quindi fatti salire a bordo della macchina due sottufficiali e si invita il Mele a disporli nella stessa posizione in cui si trovavano la moglie e l’Enrico quando lui li trovò. Senza alcuna esitazione il Mele chiede che venga abbassato il sedile anteriore destro e vi fa sdraiare il primo uomo, quindi invita il secondo a sdraiarsi sul corpo del primo. Aggiunge poi che il figliolo si trovava sdraiato sul sedile posteriore dell’autovettura con il capo rivolto verso la parte ove alloggia il volante. Inizia quindi l’opera di ricomposizione dei due corpi. Il Mele apre lo sportello anteriore sinistro della macchina, allunga la mano destra verso il corpo della moglie e poggia quella sinistra sul cruscotto, così facendo però urta la leva della freccia di direzione, che automaticamente si accende. Il Mele a questo punto vedendo la luce esclama: “ANCHE LA NOTTE E’ CAPITATO COSI. HO MESSO LA MANO SU QUESTO POSTO E SI E’ ACCESA LA LUCE.”. Rimessa quindi la donna quasi seduta, le aggiusta appena le vesti, afferma anche di averle tirato su le mutandine, quindi richiude lo sportello, aggira la macchina ed arrivato all’altezza dello sportello anteriore destro lo apre e poichè la gamba dell’uomo, quella sinistra, si trova nello spazio riservato per chi guida, al di sotto della gamba della donna, tira con forza l’arto che nell’elfettuare il passaggio si libera della scarpa che finisce verso lo sportello sinistro. Inizia ad aggiustare i vestiti dell’uomo, ma non completa l’opera perchè è a questo punto che Natalino si sveglia, lo chiama e lui impaurito scappa via. Aggiunge che i due non ebbero a dire neanche una parola e quindi pensa di averli ammazzati sul colpo.”

23 Agosto 1968 Sopralluogo con ricostruzione dell’omicidio

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